sabato 21 giugno 2008
gli effetti della sospensione processi
Processi sospesi per...
• Sequestro di persona, estorsione
• Rapina, furto in appartamento, furto con strappo
• Associazione per deiinquere
• Stupro e violenza sessuale, violenza privata
• Aborto clandestino
• Bancarotta fraudolenta
• Sfruttamento delia prostituzione
• Frodi fiscali, usura
• falsificazione di documenti pubblici
• Detenzione di documenti falsi validi per l'espatrio
• Corruzione
• Corruzione in atti giudiziari, abuso d'ufficio
• Peculato, rivelazione di segreto d'ufficio
• Intercettazioni illecite, reati informatici
• Reati informatici
• Ricettazione, vendita di prodotti con marchi contraffatti
• Vendita di prodotti in violazione del diritto d'autore
• Detenzione di materiale pedo-pornografico
• Porto e detenzione di armi anche clandestine
• Immigrazione clandestina
• Omicidio colposo con violazione delle norme sulla circolazione stradale
• Calunnia
• Omicìdio colposo per colpa medica
• Truffa comunitaria
• Maltrattamenti in famiglia, molestie
• Incendio e incendio boschivo
• Traffico di rifiuti
• Adulterazione di sostanze alimentari, traffico di rifiuti
• Somministrazioni di medicinali pericolosi
• Circonvenzione di incapaci
Intercettazioni vietate per...
• Sequestro di persona, estorsione, rapina
• Furto in appartamento, associazione per deiinquere
• Stupro e violenza sessuale
• Bancarotta fraudolenta, frodi fiscali, calunnia
• Sfruttamento della prostituzione
• Immigrazione clandestina
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Cinque ipotesi paradossali di "precedenza" tra processi
a)Uno straniero irregolare violenta una studentessa alla fermata del tram (pene da 5 a 10 anni)
b) Un giovane studente cede gratuitamente una dose di hashish ad un coetaneo (pene da 6 a 20 anni)
Quale processo dovrà essere celebrato prima? il B
a) Due zingarelle rapiscono un bambino (da 6 mesi a 8 anni)
b) Due zingarelle rubano un pezzo di formaggio in un supermercato, scappando spingono una guardia (da 4,6 a 20 anni)
Quale processo dovrà essere celebrato prima? il B
a)Un chirurgo durante un'operazione per un grave errore provoca la morte di un bambino (da 6 mesi a 5 anni)
b)Un giovane ruba un telefono cellulare ad un coetaneo minacciandolo con un temperino (da 4,6 a 20 anni)
Quale processo dovrà essere celebrato prima? il B
a) Un assessore riceve una tangente di 5 milioni di euro per favorire una impresa in una gara d'appalto (da 2 a 5 anni)
b) II figlio dell'assessore compra un motorino rubato e cambia la targa (da 4 a 12 anni)
Quale processo dovrà essere celebrato prima? il B
a) Uno straniero ubriaco al volante di un auto rubata investe tre pedoni sulle strisce (da 2 a 5 anni)
b) Due parcheggiatori abusivi chiedono un euro ad un automobilista minacciando di rigargli la portiera (da 6 a 20 anni)
Quale processo dovrà essere celebrato prima? il B
___________________________________ Fonte: Anm
la Repubblica, 19 giugno 2008
enel, per pannelli solari sito di informazioni
(...)
Cogliamo comunque l'occasione per rendere noto a tutti gli interessati che sul sito www.enel.it/distribuzione è disponibile un nuovo strumento dedicato agli utenti produttori di energia che hanno chiesto la connessione del loro impianto di produzione alle reti Enel di bassa, media e alta tensione che consente di seguire lo svolgimento della pratica, visualizzandone l'avanzamento e segnalando le eventuali sospensioni.
Repubblica, 15 giugno 2008
sacchetti di plastica la bando in Belgio
Lettera a corradi augias di Roberto Maria Minarmi
Vicenza 15 giugno 2008
scalfari: la parrucca del re sole...
La parrucca del Re Sole
che governa il Bel Paese
di EUGENIO SCALFARI
"BERLUSCONI vuole dimostrare che per governare la crisi italiana è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno. Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore: sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare il senso della nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie". Così ha scritto ieri Giuseppe D'Avanzo su questo giornale.
Purtroppo questo suo giudizio fotografa esattamente la realtà. Non sarà fascismo, ma certamente è un allarmante "incipit" verso una dittatura che si fa strada in tutti i settori sensibili della vita democratica, complici la debolezza dei contropoteri, la passività dell'opinione pubblica e la sonnolenta fragilità delle opposizioni.
Questa sempre più evidente deriva democratica, che si è profilata fin dai primi giorni della nuova legislatura ed è ormai completamente dispiegata davanti ai nostri occhi, ha trovato finora il solo argine del capo dello Stato. Giorgio Napolitano sta impersonando al meglio il suo ruolo di custode della Costituzione. L'ha fatto con saggezza e fermezza, dando il suo consenso alle iniziative del governo quando sono state dettate da necessità reali come nella crisi dei rifiuti a Napoli, ma lo ha negato nei casi in cui le emergenze erano fittizie e potevano insidiare la correttezza dei meccanismi costituzionali. Sarebbe tuttavia sbagliato addossare al presidente della Repubblica il peso esclusivo di arginare quella deriva: se la dialettica si riducesse soltanto al rapporto tra il Quirinale e Palazzo Chigi la partita non avrebbe più storia e si chiuderebbe in brevissimo tempo. Bisognerà dunque che altre forze e altri poteri entrino in campo.
Bisogna denunciare e fermare la militarizzazione della vita pubblica italiana della quale l'esempio più clamoroso si è avuto con i provvedimenti decisi dal Consiglio dei ministri di venerdì sulla sicurezza e sulle intercettazioni: due supposte emergenze gonfiate artificiosamente per distrarre l'attenzione dalle urgenze vere che angustiano gran parte delle famiglie italiane.
E' la prima volta che l'Esercito viene impegnato con funzioni di pubblica sicurezza. Quando fu assassinato Falcone e poi, a breve distanza di tempo, Borsellino, contingenti militari furono inviati in Sicilia per presidiare edifici pubblici alleviando da quelle mansioni la Polizia e i Carabinieri affinché potessero dedicarsi interamente alla lotta contro una mafia scatenata.
Ma ora il ruolo che si vuole attribuire alle Forze Armate è del tutto diverso: pattugliamento delle città con compiti di pubblica sicurezza e quindi con poteri di repressione, arresto, contrasti a fuoco con la delinquenza.
Che senso ha un provvedimento di questo genere? Quale utilità ne può derivare alle azioni di contrasto contro la malavita? La Polizia conta ben oltre centomila effettivi, altrettanti ne conta l'Arma dei carabinieri e altrettanti ancora la Guardia di finanza. Affiancare a queste forze imponenti un contingente di 2.500 soldati è privo di qualunque utilità.
Se il governo si è indotto ad una mossa tanto inutile quanto clamorosa ciò è avvenuto appunto per il clamore che avrebbe suscitato. Tanto grave è l'insicurezza delle nostre città da render necessario il coinvolgimento dell'Esercito: questo è il messaggio lanciato dal governo. E insieme ad esso l'eccezionalità fatta regola: si adotta con una legge ordinaria una misura che presupporrebbe la dichiarazione di una sorta di stato d'assedio, di pericolo nazionale.
Un provvedimento analogo fu preso dal governo Badoglio nei tre giorni successivi al 25 luglio del '43 e un'altra volta nel '47 subito dopo l'attentato a Togliatti. Da allora non era più avvenuto nulla di simile: la Pubblica sicurezza nelle strade, le Forze Armate nelle caserme, questa è la normalità democratica che si vuole modificare con intenti assai più vasti d'un semplice quanto inutile supporto alla Pubblica sicurezza.
* * *
Il disegno di legge sulle intercettazioni parte dalla ragionevole intenzione di tutelare con maggiore efficacia la privatezza delle persone senza però diminuire la capacità investigativa della magistratura inquirente.
Analoghe intenzioni avevano ispirato il ministro della Giustizia Flick e dopo di lui il ministro Clemente Mastella, senza però che quei provvedimenti riuscissero a diventare leggi per la fine anticipata delle rispettive legislature.
Adesso presumibilmente ci si riuscirà ma anche in questo caso, come per la sicurezza, il senso politico è un altro rispetto alla "ragionevole intenzione" cui abbiamo prima accennato. Il senso politico, anche qui, è un'altra militarizzazione, delle Procure e dei giornalisti.
Le Procure. Anzitutto un elenco dei reati perseguibili con intercettazioni. Solo quelli, non altri. E' già stato scritto che lo scandalo di Calciopoli non sarebbe mai venuto a galla senza le intercettazioni. Così pure le scalate bancarie dei "furbetti". Ma moltissimi altri. Per chiudere sul peggiore di tutti: la clinica milanese di Santa Rita, giustamente ribattezzata la clinica degli orrori.
Le intercettazioni poi non possono durare più di tre mesi. Non c'è scritto se rinnovabili e dunque se ne deduce che rinnovabili non saranno. Cosa Nostra, tanto per fare un esempio, è stata intercettata per anni e forse lo è ancora. Tre mesi passano in un "fiat", lo sappiamo tutti.
I giornalisti e i giornali. C'è divieto assoluto alla pubblicazione di notizie fin all'inizio del dibattimento. Il deposito degli atti in cancelleria non attenua il divieto. Perché? Se le parti in causa o alcune di esse vogliono pubblicizzare gli atti in loro possesso ne sono impedite. Perché? Non si invochi la presunzione di innocenza poiché se questa fosse la motivazione del divieto bisognerebbe aspettare la sentenza definitiva della Cassazione. Dunque il motivo della secretazione è un altro, ma quale?
In realtà il divieto non è soltanto contro giornali e giornalisti ma contro il formarsi della pubblica opinione, cioè contro un elemento basilare della democrazia. Il caso del Santa Rita ha acceso un dibattito sull'organizzazione della Sanità, sul ruolo delle cliniche convenzionate rispetto al Servizio sanitario nazionale. Dibattito di grande rilievo che potrebbe aver luogo soltanto all'inizio del dibattimento e cioè con il rinvio a giudizio degli imputati.
L'eventuale archiviazione dell'istruttoria resterebbe ignota e così mancherebbe ogni controllo di opinione sul motivo dell'archiviazione e su una possibile critica della medesima. Così pure su possibili differenze di opinione tra i magistrati inquirenti e l'ufficio del Procuratore capo, sulle avocazioni della Procura generale, su mutamenti dei sostituti assegnatari dell'inchiesta. Su tutti questi passaggi fondamentali la pubblica opinione non potrebbe dire nulla perché sarebbe tenuta all'oscuro di tutto.
Sarà bene ricordare che il maxi-processo contro "Cosa Nostra" fu confermato in Cassazione perché fu cambiato il criterio di assegnazione dei processi su iniziativa del ministro della Giustizia dell'epoca, Claudio Martelli, allertato dalla pressione dei giornali in allarme per le pronunce reiterate dell'allora presidente di sezione, Carnevale. Tutte queste vicende avvennero sotto il costante controllo della stampa e della pubblica opinione allertata fin dalla fase inquirente. Falcone e Borsellino non erano giudici giudicanti ma magistrati inquirenti. Mi domando se avrebbero potuto operare con l'efficacia con cui operarono senza il sostegno di una pubblica opinione esaurientemente informata.
Le gravi penalità previste da questa legge nei confronti degli editori costituiscono un gravame del quale si dovrebbero attentamente valutare gli effetti sulla libertà di stampa. Esso infatti conferisce all'editore un potere enorme sul direttore del giornale: in vista di sanzioni così gravose l'editore chiederà a giusto titolo di essere preventivamente informato delle decisioni che il direttore prenderà in ordine ai processi. Di fatto si tratta di una vera e propria confisca dei poteri del direttore perché la responsabilità si sposta in testa al proprietario del giornale.
Si militarizza dunque il giudice, il giornalista ed anche la pubblica opinione.
* * *
Ha ragione il collega D'Avanzo nel dire che questi provvedimenti stravolgono la Costituzione. Identificano di fatto lo Stato con il governo e il governo con il "premier". Se poi si aggiunge ad essi il famigerato lodo Schifani, cioè il congelamento di tutti i processi nei confronti delle alte cariche dello Stato, l'identificazione diventa totale.
Qui il nostro discorso arriva ad un punto particolarmente delicato e cioè al tema dell'opposizione parlamentare.
Parlo di tutte le opposizioni politiche. Ma in particolare parlo del Partito democratico.
Negli ultimi giorni il Pd e Veltroni quale leader di quel partito hanno assunto su alcune questioni di merito atteggiamenti di energica critica nei confronti del governo. La luna di miele di Berlusconi è ancora in pieno corso con l'opinione pubblica e con la maggior parte dei giornali ma è già svanita in larga misura con il Partito democratico. Salvo un punto fondamentale, più volte ribadito da Veltroni: il dialogo deve invece continuare sulle riforme istituzionali e costituzionali.
E' evidente che questa "riserva di dialogo" condiziona inevitabilmente il tono complessivo dell'opposizione. Le riforme istituzionali e costituzionali sono di tale importanza da trasformare in "minimalia" i contrasti di merito su singoli provvedimenti. Tanto più che Tremonti chiede all'opposizione di procedere "sottobraccio" per quanto attiene alla strategia economica; ecco dunque un'ulteriore "riserva di dialogo". Sembrerebbe, questa, una novità a tutto vantaggio dell'opposizione ma non è così. La politica economica italiana dovrà svolgersi nei prossimi anni sotto l'occhio vigile delle Autorità europee. Che ci piaccia o no, noi siamo di fatto commissariati da Bruxelles.
Tremonti dovrà assumere responsabilità impopolari. Necessarie, ma impopolari e vuole condividere con l'opposizione quell'impopolarità.
Intanto, nel merito delle riforme, Berlusconi procede come si è detto e visto, alla militarizzazione del sistema. "L'Etat c'est moi" diceva il Re Sole e continuarono a dire i suoi successori fin quando scoppiò la rivoluzione dell'Ottantanove.
Voglio qui ricordare che uno dei modi, anzi il più rilevante, con il quale l'identificazione dello Stato con la persona fisica del Re si realizzò fu l'asservimento dei Parlamenti al volere della Corona. Gli editti del Re per entrare in vigore avevano bisogno della registrazione dei Parlamenti e soprattutto di quello di Parigi. Questa era all'epoca la sola separazione di poteri concepita e concepibile. Ma il re aveva uno strumento a sua disposizione: poteva ordinare ai Parlamenti la registrazione dell'editto. Di fronte all'ordine scritto del Sovrano il Parlamento registrava "con riserva" e l'editto entrava in funzione. Di solito quest'ordine veniva dato molto di rado ma col Re Sole e con i suoi successori diventò abituale. Quando i Parlamenti si ribellarono ostinandosi a non obbedire il Re li sciolse. Il corpo del Re prevalse sulla labile democrazia del Gran Secolo.
Il Re Sole. Ma qui il sole non c'è. C'è fanghiglia, cupidigia, avventatezza, viltà morale. Corteggiamento dell'opposizione. Montaggio di paure e di pulsioni. Picconamento quotidiano della Costituzione.
Quale dialogo si può fare nel momento in cui viene militarizzato il Paese nei settori più sensibili della democrazia? Il Partito democratico ha un solo strumento per impedire questa deriva: decidere che non c'è più possibilità di dialogo sulle riforme per mancanza dell'oggetto. Se lo Stato viene smantellato giorno per giorno e identificato con il corpo del Re, su che cosa deve dialogare il Pd? E' qui ed ora che il dialogo va fatto, la militarizzazione va bloccata. Le urgenze e le emergenze vanno trasferite sui problemi della società e dell'economia.
"In questo nuovo buon clima si può fare molto e molto bene" declama la Confindustria di Emma Marcegaglia. Qual è il buon clima, gentile Emma? Quello dei pattuglioni dei granatieri che arrestano gli scippatori e possono sparare sullo zingaro di turno? Quello dell'editore promosso a direttore responsabile? Quello del magistrato isolato da ogni realtà sociale e privato di "libero giudizio"? Quello dei contratti di lavoro individuali? E' questo il buon clima?
Ricordo che quando furono pubblicati "on line" gli elenchi dei contribuenti ne nacque un putiferio. Il direttore dell'Agenzia delle Entrate, autore di tanto misfatto, fu incriminato e si dimise. Ma ora il ministro Brunetta pubblica i contratti di tutti i dirigenti pubblici e le retribuzioni di tutti i consulenti e viene intensamente applaudito e incoraggiato. Anch'io lo applaudo e lo incoraggio come ho applaudito allora Visco e Romano. Ma perché invece due pesi e due misure? La risposta è semplice: per i pubblici impiegati si può.
E' questo il buon clima? Attenti al risveglio, può essere durissimo. Può essere il risveglio d'un paese senza democrazia. Dominato dall'antipolitica. Dall'anti-Europa. Dall'anarchia degli indifferenti e dalla dittatura dei furboni.
Io trovo che sia un pessimo clima.
(La Repubblica, 15 giugno 2008)
martedì 17 giugno 2008
Gino Compagnoni si lancia a 87 anni!
Grazie per la collaborazione a Sky Team Cremona .
Grazie a Gabriele Compagnoni per la pubblicazione su youtube.
lunedì 16 giugno 2008
riciclo news
È packaging il 60% dell'immondizia di casa: il 40% delle bottiglie per alimenti. 11% imballaggi vari. Nell'Europa occidentale il consumo della plastica cresce ogni anno del 4%. L'80% dei contenitori viene usato una sola volta. Ogni anno si riciclano circa 400mila tonnellate di pvc. pet e polipropilene. Un contenitore di plastica ci mette 450 anni a degradarsi, ma non si discioglie completamente: si riduce in particene piccolissime di polimeri.
www.bestup.it (acronimo di bello, equo e sostenibile). neonato circuito che promuove l'ecodesign etico.
Detersivi alla spina. Si compra solo il liquido, il flacone si porta da casa. L'obiettivo è diffondere l'uso di prodotti sfusi tra i cittadini, coinvolgendo la grande distribuzione. Diciotto punti vendita di diverse catene commerciali hanno aderito al progetto, realizzato con un contributo della Regione Piemonte. In cinque mesi 56mila litri venduti, con un risparmio di 1.300 kg di plastica, 729 di cartone e 3.6 tonnellate di COi.
Info: 800.333.444. www.ecologos.it/gdo
Gli EcoPoint sono scaffali pensati per la vendita di merci sfuse nei supermercati italiani. Erogatori trasparenti in policarbonato di pasta, legumi, latte, frutta secca, caffè, spezie. Notevole anche il risparmio: in media il 30% in meno. Il dispenser è nato a Oulx (Torino) tre anni fa. L'ultimo è stato inaugurato a fine marzo a Melilo, in provincia di Napoli. Totale: 13 punti vendita all'avanguardia, che significano un risparmio di 750mila confezioni a perdere in un anno. L'obiettivo è di arrivare a cento EcoPoint in tutt'ltalia nel 2008.
L'Italia vanta il primato mondiale del consumo di acqua minerale in bottiglia: 194 litri prò capite all'anno. L'acqua Sant'Anna è uno dei leader del mercato italiano, con 650 milioni di bottiglie vendute nel 2007. A fine aprile le fonti di Vinadio hanno lanciato la prima acqua minerale in bioplastica (Pia). totalmente biodegradabile, ricavata dalla fermentazione degli zuccheri delle piante, anziché dal petrolio. E 50 milioni di biobottiglie significano un risparmio di 13.600 barili di petrolio, cioè la quantità di energia che serve a fornire di elettricità 40mila persone in un mese.
Un consumatore su due è pronto a rinunciare alle confezioni necessarie per lo stoccaggio e il trasporto del cibo. Lo rivela una ricerca Nìelsen sul packaging degli alimenti. Chi compra non è però disposto a rinunciare ai packaging per l'igiene (27%), la conservazione (34%) e nemmeno alle istruzioni per l'uso e la cottura (33%). Lo stesso istituto sottolinea però che il 40% di chi acquista considera gli imballi un pericolo più grave del cambiamento climatico, della scarsità dell'acqua e dell'uso di pesticidi.
Sarà possibile usare plastica riciclata anche per gli imballaggi degli alimenti. Un nuovo regolamento europeo (il 282/2008 del 27 marzo 2008) permette l'uso della plastica riciclata, ottenuta però con un processo controllato e autorizzato. Fino a ieri l'uso era consentito soltanto se tra gli alimenti e la plastica rigenerata c'era uno strato di materiale diverso, per esempio la carta. Unica eccezione erano le cassette da ortofrutta in polipropilene e polietilene rigenerate utilizzabili con prodotti già protetti dalla buccia. Obiettivo del regolamento è la sicurezza alimentare sulla filiera di produzione. L'etichetta, che indicherà l'imballaggio di plastica riciclata, sarà però solo volontaria.
www.rifiutinforma.it segnala le buone pratiche dei comuni ricicloni, cioè le migliori iniziative sul territorio in tema di raccolta differenziata e ha uno schema per chi ha dubbi su cosa si può riciclare e cosa no.
Al Nord la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani è intorno al 38%, al Centro al 19% e al Sud appena al 9%. Media nazionale: 28.5. Solo Trentino. Veneto. Lombardia e Piemonte sono in regola con la direttiva europea e riciclano almeno il 40% dei rifiuti.
I capoluoghi più virtuosi sono Novara 68%. Verbania 66,4% e Asti 61.9%: la gestione del ciclo dei rifiuti è affidata ad aziende pubbliche d'igiene ambientale (fonte: Rapporto rifiuti 2007 dell APAT). Ogni italiano spende in media 123,12 euro di tasse per l'igiene urbana, ma solo il 16,8% di questa cifra è destinato alla raccolta dei rifiuti.
Repubblica delel donne, 3 MAGGIO 2008
domenica 15 giugno 2008
ANORESSIA MEDIEVALE: sante e streghe
ANORESSIA MEDIEVALE: UNA FUGA DALL'UOMO RIVOLTA CONTRO DI SE
CONCITA DE CREGORIO, la repubblica delle donne, 16 GIUGNO 2008
Caterina da Siena (1347) aveva una gemella sopravvissuta pochi giorni alla nascita. Erano la ventitreesima e la ventiquattresima figlia di un tintore e della sua unica moglie, Lapa, vissuta evidentemente incinta e morta centenaria. A quindici anni i genitori vollero che Caterina si sposasse col cognato, vedovo della sorella maggiore appena morta di parto. Lei rifiutò. Chiese, piuttosto che andare in sposa al marito di sua sorella, di entrare nelle Mantellate, ma era troppo giovane per farlo. Allora si ammalò. "Il suo corpo si ricoprì di pustole che ne sfiguravano il volto, il collo e le braccia", scrive la studiosa Pamela Giorgi in Donne sante donne streghe, un'autentica miniera di informazioni sulle possibilità che le donne avevano nel Trecento di evitare matrimoni imposti, subire l'incesto paterno, tacere ogni gesto di violenza e di "sopraffazione androcentrica": farsi sante o streghe, appunto. Uscire dal circuito. Sante le benestanti, streghe le poverette: questione di condizione sociale di partenza. Impressiona - nelle biografìe fitte di risonanze e analogie fra sante e streghe -l'identica intensità e frequenza di disturbi fisici, noi diremmo psicosomatici. Conati di vomito, ronzii alle orecchie, capogiri. Piaghe, pustole, inspiegabilì malattìe della pelle. Senso di soffocamento, alterazioni motorie. Caterina soffriva di vertigini, disturbi della respirazione. Oggi si direbbe crisi di panico. Bernardina Floria-ni, fatto voto di castità e di digiuno, prese a cadere in estasi: le sue visioni avvenivano tra dolori lancinanti, emorragie e repentina comparsa dì piaghe. Aveva le allucinazioni e stava malissimo. Umiliana de Cerchi, chiusa in una torre a pregare piuttosto che andare a seconde nozze con un orrendo, violento marito designato, soffriva dì contrazioni alla mandibola che le impedivano di masticare, e i familiari le forzavano la bocca con un coltello. Aveva lancinanti dolori allo stomaco, emorragie dal naso, provava a uccidersi senza disporre di armi. Ugolina da Vercelli visse in un bosco 47 anni cibandosi di bacche per fuggire l'incesto del padre. Rudolph Bell, storico, certifica che su 170 sante italiane del Medioevo almeno la metà mostrava i sintomi dell'odierna anoressia: la "Santa anoressia", la fuga dal mondo attraverso l'astinenza assoluta, la privazione, la rinuncia al corpo. Caterina da Siena mori, del resto, di fame. Giovanna d'Arco, prima strega poi santa, bruciò senza dire parola sul rogo. Una prova di forza impressionante ("fatevi una cella nella mente dalla quale non possiate uscire", diceva Caterina) che difatti impressionava popolo e sovrani: le adoravano e le perseguitavano con pari foga e ostinazione. Ribelli, nemiche dell'ordine fondato sulla loro morte naturale per sottomissione, in fuga dal loro destino nell'unica direzione possibile: dentro di sé, se necessario contro di sé, alla fine senza di sé, meglio morte che umiliate e schiave. Capaci di una determinazione davvero assoluta. Ancora più di due secoli dopo, alla fine del '500, Beatrice Cenci fu decapitata per aver ordito l'omicidio del padre piuttosto che continuare a essere violentata da lui: una folla immensa e devota l'accompagnò alla sepoltura. Bellezza Orsini, la più famosa delle streghe - una strega di nome Bellezza - era stata data in sposa bambina a un uomo che l'aveva abbandonata poco dopo la nascita del loro figlio, Bartolomeo. Più del ripudio, Bellezza non potè sopportare il rifiuto del figlio da parte dell'uomo che l'aveva generato: lasciata sola con il bambino, qualcosa che sembra facile da capire e invece non si può spiegare. Il più insopportabile dei rifiuti. Fu serva, imparò a dosare le erbe e farne "olii fioriti", fu processata e condannata a morte. Si uccìse in cella tagliandosi la gola con un chiodo, alla vigilia dell'esecuzione.
sabato 14 giugno 2008
brevetti sostenibili aperti
Brevetti sostenibili aperti
Condividere la conoscenza. Solo così le innovazioni potranno sposare la causa ambientale.
Sembra essere questo, in sintesi, il convincimento del Consìglio mondiale degli imprenditori per lo sviluppo sostenibile (Wbcsd) che - in collaborazione con top vender del calibro di Ibm, Nokia, Sony e Pitney Bowes - ha dato vita a un progetto internazionale senza precedenti per la condivisione pubblica di brevetti innovativi con valore ecologico.
Ispirato al modello open source e sulla scia delle Creative Commons, l'EcoPatent Commons - questo il nome dell'ambizioso progetto - avrà il compito di raccogliere e rendere pubblico qualsiasi brevetto che presenti caratteristiche innovative per la tutela dell'ambiente e la cui eventuale applicazione offra benefici di tipo ecologico. Tra questi, la conservazione dell'energia, l'aumento dell'efficienza energetica e dei combustibili, l'incremento delle opportunità di riciclaggio, la prevenzione dell'inquinamento, l'utilizzo di materiali o sostanze nel rispetto dell'ambiente, la riduzione del consumo di acqua. Dal riciclo di cellulari obsoleti in orologi, calcolatrici e Pda, al risparmio della carta attraverso nuovi materiali per l'imballaggio, sono già una trentina i brevetti a disposizione di aziende, imprenditori e società che potranno approfittarne per creare e sviluppare i propri prodotti e servizi, virando verso (o ampliando) un modello di business all'insegna dello sviluppo sostenibile.
In antitesi rispetto alla gestione dei brevetti tradizionali, tutto ciò potrà essere fatto gratuitamente e in piena autonomia, senza chiedere alcun permesso né pagare alcuna royalty. Una serie di facilities che, secondo i promotori dell'iniziativa, incoraggeranno la ricerca e l'innovazione di processi produttivi eco-compatibili. Questi ultimi troppo spesso associati a una scarsa competitivita economica: «Non vi è alcuna ragione per la quale un'attività ecologicamente sostenibile non possa essere commercialmente vantaggiosa», ha fatto sapere David Kappos, responsabile per la proprietà intellettuale di Ibm.
Non sarà solo l'ambiente, dunque, a godere dell'Eco-Patent Commons, Ci saranno benefici collaterali - non necessariamente verdi - insiti nel modello aperto che ne è alla base, ossia la libera condivisione della proprietà intellettuale. Aspetto che porterà aziende, imprenditori e ricercatori a creare nuove sinergie. A comunicare di più. A confrontarsi e cooperare alla crescita di un medesimo progetto, accelerandone i processi produttivi e mettendone a profitto gli aspetti peculiari della propria attività economica. Oltre a rappresentare un'occasione unica per le imprese, che potranno caratterizzare il proprio business condividendo innovazioni e soluzioni per uno sviluppo sostenibile, l'Eco-Patent Commons, ha commentato Bjorn Stigson, presidente del Wbcsd: «Offre anche l'opportunità di identificare aree di interesse comune e instaurare nuovi rapporti di collaborazione per rafforzare ulteriormente lo sviluppo delle tecnologie brevettate e non solo».
Ma una grande iniziativa di equilibrio ecologico ha bisogno di grandi consensi. Che John Kelly si augura arrivino al più presto: «Sollecitiamo caldamente altre imprese a contribuire a questo progetto», ha sottolineato il senior vice President e director di Ibm Research.
MASSIMO MATTONE mmattone@edmaster.it
www.wbcsd .org/webf epe
da: sole 24 ore 24 gennaio 2008
auto ad acqua 1 litro 80 km
greg
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LA REALIZZAZIONE DELLA genepax IN GIAPPONE
L'auto che va ad acqua? Si può fare
Motore elettrico, con 1 litro si viaggia un'ora a 80 km /h. Chiesto il brevetto per avviare lo sviluppo
OSAKA - Ah se le auto potessero viaggiare ad acqua invece che a benzina benzina! In molti ci hanno pensato, specie di questi tempi, con i prezzi dei carburanti schizzati a livelli sempre più alti. Detto e fatto. La società giapponese Genepax ha depositato la domanda per ottenere il brevetto di un motore elettrico alimentato ad acqua. Qualsiasi tipo di acqua: dolce, salata o piovana. Se una inovazione del genere diventasse una realtà produttiva e di consumo sarebbe una vera rivoluzione. E in tempi di prezzi alle stelle per il petrolio una notizia come questa, naturalmente, ha una risonanza mondiale. Anche se dall'ideazione alla sua traduzione industriale il cammino è ancora lungo.
UN LITRO - Kiyoshi Hirasawa, amministratore delegato della Genepax, in un'intervista a una tv locale giapponese ha detto che il motore, con un solo litro di acqua, sarebbe in grado di far viaggiare un'auto per circa un'ora alla velocità di 80 km all'ora. «Non c'è bisogno di costruire un'infrastruttura per ricaricare le batterie, come avviene di solito per la maggior parte delle auto elettriche», ha aggiunto Hirasawa. Il motore funziona grazie a un generatore che la scompone l'acqua e la utilizza per creare energia elettrica. Hirasawa ha ammesso però che l'applicazione pratica non è nel futuro immediato e spera che il brevetto sia di interesse delle grandi case automobilistiche giapponesi. Serve ancora una fase di sviluppo e bisogna sperare che almeno uno dei grandi produttori creda in questa prospettiva. Anche perché al momento i progetti fanno in direzione opposta: motori a cellule di idrogeno che producono acqua nel processo, e non che la consumano. Lì i produttori hanno investito ingenti capitali. Avranno il coraggio di puntare e scommettere su un motore che utilizza il carburante più diffuso sul pianeta?
corriere della sera 13 giugno 2008
auto: tassa sull'uso?
II traffico localizzato
Inutili le congestion charge, serve una tassa sull'uso
Bouchon, embatellamiento, truffa jam, bilko o Ruckstaù, chiamateli come volete, ma gli ingorghi sono una maledizione della prosperità comune alle città in tutto il mondo. «Debellarli non è facile, ma neppure impossibile», osserva Bern Grush, ingegnere presso l'Università di Waterloo, in Canada e chief scientist della Skymeter Corp, una start-up che a Toronto ha messo a punto una tecnologia satellitare per l'addebitamento al conducente a seconda dell'itinerario scelto. L'idea promette dì essere una piccola rivoluzione in grado di rendere obsolete tasse come la "congestion charge" applicata a Londra ol'Eco-pass entrato in vigore a Milano all'inizio dell'anno.
«Il problema di queste misure -osserva Grush - è che sono ingiuste ed economicamente penalizzanti per l'economia dei centri cittadini che vivono proprio dell'afflusso di persone». La "congestion charge" ideale dovrebbe infatti variare continuamente, in proporzione a quanto ogni veicolo contribuisce a rallentare la scorrevolezza del traffico. Purtroppo non è così e il grafico della maggior parte dei sistemi applicati nelle città mostra uno "scalino",, un momento del giorno, per esempio le 8 del mattino, nel quale si comincia a pagare senza una progressione proporzionale all'incremento del traffico. «In realtà - spiega Grush - ci sono più picchi nella giornata, tipicamente uno al mattino e uno alla sera, ma anche momenti di traffico più ridotto, per esempio a metà mattinata, nel quale è ingiusto addebitare la stessa cifra a un utente che crea molto meno traffico e meno emissioni». Pochissime città oggi hanno adottato sistemi di questo tipo anche se Stoccolma e altri centri del Nord Europa si stanno muovendo in questa direzione.
Oggi però esistono nuove tecnologie, come quella sviluppata da Skymeter, in grado di calcolare in tempo reale la posizione e quindi il costo da addebitare a ogni veicolo a seconda del percorso e dell'ora scelta. Il sistema sviluppato in Canada non ha bisogno dell'installazione di varchi elettronici, ma solo di un apparecchio integrabile in tutti i modelli di autovetture. La premessa è la costruzione di una carta dettagliata del traffico cittadino, come quelle che oggi cominciano a essere fatte grazie alla rilevazione della concentrazione di utenze di cellulari e altri dati.
La punta di diamante del sistema è l'algoritmo che permette di correggere i dati del sistema Gps, che normalmente avrebbe fino a 150 centimetri di errore in modo da individuare precisamente la posizione dell'auto. Un'innovazione preziosa che ne permetterebbe l'utilizzo anche nei centri cittadini dove i sistemi satellitari soffrono dell'effetto "canyon", cioè dell'oscuramento dei satelliti da parte degli immobili più alti. L'innovazione - osserva Grush – potrebbe rivoluzionare il modello economico non solo della circolazione a pagamento nei centri cittadini, ma anche quello delle assicurazioni, che potrebbero offrire tariffe più competitive ai clienti più disciplinati. Un'altra applicazione sarebbe la gestione remota delle aree di parcheggio con incentivazione a occupare le zone meno frequentate grazie a tariffe più basse gestite in tempo reale. Se applicata su vasta scala, secondo alcuni, questo tipo di congestion charge variabile potrebbe addirittura sostituire le tasse sul carburante applicate in molti Paesi, di fatto un costo generalizzato sulla circolazione, a favore di una più giusta tassa sugli ingorghi. «In sostanza oggi la tecnologia è abbastanza sofisticata da permettere alla congestion charge di diventare un vero e proprio strumento di politica del traffico, in grado di incentivare i comportamenti ambientalmente più virtuosi e colpire chi crea maggior traffico in maniera specifica».
Il tema però è sensibile perché parlare di localizzazione satellitare di ogni vettura in circolazione solleva subito interrogativi e preoccupazioni. «Perché un sistema di questo genere funzioni e sia accettato deve soddisfare tre condizioni: equità, facilità d'uso e privacy - osserva Grush che sulle questioni legate al traffico interviene spesso
sui media canadesi e statunitensi -ma ci sono molti luoghi comuni da sfatare». L'equità è un punto importante perché quando si parla di tasse sulla circolazione si pensa che i più colpiti siano i più poveri. «Questo è il primo mito da sfatare - avverte l'ingegnere statunitense trapiantato nell'Ontano - perché chi ha redditi più bassi preferisce i trasporti pubblici, il cui servizio migliora proprio con la riduzione del traffico». La facilità non sembra un problema visto che il dispositivo messo a puntoaToronto,nel’ incubatore cittadino del Mars dove è ospitata Skymeter, è poco più grande della scatola di un telepass ed è a prova di manipolazione.
Ma soprattutto, in una società dove intercettazioni telematiche e database sulle preferenze di consumo sembrano moltiplicarsi, è la questione della privacy la più scottante. «L'amministrazione cittadina che volesse tracciare il percorso di tutti i conducenti che si muovono nella sua area diventerebbe estremamente impopolare - osserva Grush -, ma oggi esistono chiavi di anonimizzazione che permettono di gestire questi sistemi in maniera riservata e trasparente per il consumatore che sarebbe l'unico in grado di associare nome e itinerari e riceverebbe a casa una bolletta del tutto analoga a quella del proprio telefono cellulare». Il sistema di Skymeter, nonostante gli ottimi risultati nei confronti con i Gps normali stenta a essere adottato nelle città canadesi e statunitensi, ma la piccola azienda canadese ha già attirato l'attenzione di alcune amministrazioni europee e soprattutto delle megalopoli asiatiche come Singapore, alle prese con una vera e propria esplosione del traffico su gomma e impatti ambientali altissimi sia sulla qualità dell'aria che sulla salute dei residenti.
Guido romeo.nova1oo.ilsole24ore.com/ 24 gennaio 2008
www.skymetercorp.com
http://grushhour.blogspot.com
bollo auto a consumo
Verso un sistema satellitare che calcola l'utilizzo
Perché dobbiamo pagare tutti lo stesso bollo? Chi viaggia tanto (e quindi effettivamente "consuma" le strade) e chi invece poco o niente. L'idea di un sistema flessibile, proporzionale all'effettivo utilizzo del «veicolo adibito al trasporto privato», come lo definisce il nostro Codice della strada, non è nuova. Già nel settore dei trasporti su gomma c'è la proposta per il Benelux e la Germania di utilizzare le tecnologie per la misurazione del tempo di percorrenza e delle distanze consumate per calibrare la tassa di circolazione in maniera proporzionale all'uso effettivo.
I camion hanno già per regolamentazione europea un sistema che, con un piccolo accorgimento tecnologico (scaricare regolarmente i dati in formato digitale e inviarli via internet al registro automobilistico), può diventare l'uovo di Colombo. E le auto? In Olanda, dove da venti anni si riflette sull'equità della tassa di circolazione «uguale per tutti», è nata una idea per la quale ha sicuramente influito la competenza nei sistemi di navigazione Gps data da TomTom, l'azienda per l'appunto olandese che domina questo settore del mercato.
L'idea è semplice: calcolare con un sistema informatico unico, a disposizione dell'autorità preposta alla riscossione della tassa di circolazione, l'effettiva percorrenza dei veicoli privati, sulla base delle informazioni che il "computer di bordo" dell'auto e un sistema di rilevazione misto satellite-sensori di terra raccoglie. Da un punto di vista tecnologico, mettere insieme i dati non è diffìcile: gli strumenti sono già tutti a disposizione. E neanche l'integrazione di questi dati con il registro automobilistico olandese (o di un qualsiasi altro Paese europeo, se è per questo) è difficile, nel complesso.
Il diavolo però sta nei dettagli, perché un insieme di registrazioni con dati «a grana troppo fine» generano istintivamente allarme per la sfera della privacy. L'occhio del Governo che sa dove siamo andati in auto e quando non è esattamente di conforto agli spiriti più libertari. Tuttavia, l'incentivo di una riduzione del bollo auto e magari anche dell'assicurazione - che può a sua volta essere ricalcolata sulla maggiore o minore incidenza del rischio a seconda dell'uso reale del mezzo - può fare miracoli e fare superare la maggior parte delle obiezioni di principio, argomenta il Governo olandese.
All'Unione europea l'idea degli olandesi piace: a giugno Bruxelles discuterà una proposta di direttiva in cui la tassa di circolazione ridotta per chi circola meno fa gioco anche alle politiche ambientali che vogliono incentivare il minoruso possibile dei mezzi di trasporto privato più inquinanti. E l'Olanda appare decisa a votare nel suo Parlamento l'idea da applicare per il 2011-2012: sensori e rilevatori satellitari attivi Gps e Galileo (la rete europea che aumenterà la "definizione" a poco più di un metro della posizione dei veicoli) per calcolare spostamenti e durata dell'uso
dei veicoli e poter così modulare la tassa di proprietà.
Il satellite non è però l'unica panacea: anche sensori ad hoc, sistemi di rilevazione simili al nostro Telepass e il computer di bordo dell'auto giocano un ruolo fondamentale. Senza contare internet: la raccolta dei dati dovrebbe avvenire attraverso questo canale. Il ministro dei Trasporti olandese, felice della popolarità che si acquista presso qualunque elettorato promettendo di ridurre una tassa, garantisce che il sistema sarà «semplice, economico e rispettoso della privacy di tutti». Gli automobilisti aspettano e sperano, anche se nessuno ancora ha spiegato quale sarà il costo delle apparecchiature e chi se ne farà carico.
ANTONIO DINI
antoniodini.novaioo.ilsole24ore.com
24 gennaio 2008
giovedì 12 giugno 2008
Fotovoltaico in Sicilia
DI LUCA SALVIGLI
Film sottili e flessibili per utilizzare la luce del sole e tradurla in corrente elettrica. Senza bisogno di silicio. Con l'obiettivo di farne un'innovazione strategica per la Sicilia, mettendo vicine università, centri di ricerca e imprese.
Al fotovoltaico di nuova generazione è dedicato il Sicily's Photovoltaics Research Fole, attivo da sei mesi ma inaugurato ufficialmente ieri (ndr 27 gennaio2008) a Bagheria. Mette insieme tre diversi gruppi di ricerca siciliani: quel» di Mario Pagliaro (Cnr), Ignazio Licata (Isem, Institute for scentific methodology) e quello di Leonardo Palmisano (Dipartimento di Ingegneria chimica dell'Università di Palermo).
L'oggetto dell'attività di ricerca e formazione sul territorio è un materiale fotovoltaico che grazie alla sua flessibilità può essere applicato sopra alle superfici. Può essere utilizzato per alimentare i telefoni cellulari e i computer; essere "spalmato" sul vetro di una macchina o sugli esterni di un edificio; o ancora rivestire le mura interne. Anche perché «rispetto al
fotovoltaico tradizionale garantisce una maggiore ampiezza di banda - spiega Pagliaro - funziona allo stesso modo anche quando il sole non arriva direttamente, oppure quando il cielo è nuvoloso». Aziende come l'americana Nanosolar o G24i (capitale americano ma produzione a Cardiff, in Galles) sono ormai note in tutto il mondo per la produzione di questa tecnologia.
Il nuovo centro di ricerca, dice Palmisano, vuoi fare sì che «imprese, cittadini e pubbliche amministrazioni della Sicilia trovino nel polo un riferimento stabile sul territorio per orientarsi in un settore di importanza cruciale per il futuro dell'isola, quello del
fotovoltaico». La Sicilia è la regione europea con la maggiore irradiazione solare, con punte di 1.700 kWh/m2. L'interesse per l'energia del sole nell'area è confermato dagli investimenti programmati dall'Enel per i prossimi quattro anni: venti parchi fotovoltaici che produrranno 300 megawatt di energia, grazie a un finanziamento che mette insieme diversi enti per arrivare a un miliardo e 800 milioni di euro.
Il fotovoltaico di nuova generazione è di due tipi: il primo è organico, basato sui polimeri, il secondo inorganico, realizzato con l'alluminio. Il Sicily's Photovoltaics Research Fole lavora su tutti e due, anche se il secondo per adesso mostra prospettive più interessanti. «I test in laboratorio arrivano a un'efficienza del 40%, mentre nel caso dei polimeri al 20. A livello applicativo si arriva al 15% perché vanno risolte alcune difficoltà nella manifattura». Rispetto al silicio c'è un'ulteriore differenza: «II costo è cinque volte inferiore», Pagliaro e il resto del gruppo vogliono diventare un punto di riferimento perle imprese della regione, sperando di colmare la scarsa competenza. Intanto ha avviato i contatti con l'australiana Dyesol, che ha già dato mezzo milione di dollari al Polo solare organico del Lazio per l'acquisto della strumentazione necessaria per il lavoro di ricerca. L'azienda sta valutando l'arrivo in Italia per la produzione, e in quel caso Pagliaro vuole assicurarsi un passaggio in Sicilia. Intanto dalla facoltà di Ingegneria elettronica dell'università di Pisa arriveranno alcuni dottorandi, finanziati dalla italiana Enerqos, che ha il suo centro operativo all'interno del Polo tecnologico di Navacchio (Pisa). Iucasalvioli.nova1oo.ilsole24ore.com
pubblicato il 24 gennaio 2008
mercoledì 11 giugno 2008
il design e l'acqua
La forma dell'acqua
Non solo lusso. Da valorizzare quella del rubinetto
La bottiglia di acqua minerale con i cristalli di Swarovsky è un vezzo da 100 euro, che attori e pin-up del piccolo schermo amano consumare in pubblico, per guadagnarsi una foto sui rotocalchi. Siamo di fronte a eccessi che evidenziano l'esistenza di un mercato composto da diverse bottiglie di minerale firmate da designer e stilisti di grido.
La moda delle acque da design è iniziata qualche anno fa negli Stati Uniti, poi si è trasferita in Europa, dove sono stati aperti diversi punti vendita con un assortimento di bottiglie provenienti da tutto il mondo. «La più gettonata a livello internazionale è l'acqua delle isole Fiji, molto richiesta per i livello di purezza e di qualità - spiega Michele Massari della Sosu-shi, un food format di cucina creativa giapponese presente a Bologna e in diverse città con un ricco assortimento di minerali -.In Italia il mercato è dominato dalla Voss norvegese, con
la sua inconfondibile bottiglia cilindrica che richiama l'immagine di una cascata. C'è anche la TyNant venduta nelle bottiglie di vetro blu e rosse. Un segmento a parte è quello delle edizioni limitate, come la bottiglia triangolare di Evian ispirata al profilo frastagliato delle montagne»! Il senso estetico ha però travolto anche le acque minerali in vendita al supermercato, che negli ultimi anni hanno rinnovato aspetto, ergonomia e dimensioni, introducendo colori come l'azzurro e il verde. Le ultime novità proposte dai marchi leader di mercato interessano la vendita di bottiglie in vetro o plastica dal look molto eleganti, destinate a hotel e ristoranti. Di fronte a questa realtà morli si chiedono quanto è sensato proporre come packaging, bottiglie che costano mille volte più del contenuto.
«La cultura dell'acqua minerale è tipica di Paesi come l'Italia e la Francia dove per consuetudine si pasteggia con il vino - spiega Anna Meroni docente di Design strategico del Politecnico di Milano -. Negli Stati Uniti e nel Nord Europa dove a tavola si consumano preferibilmente birre o bevande zuccherate, l'acqua non rientra nei consumi quotidiani. Questo ruolo centrale attribuito alla bottiglia è importante perché vuoi dire riconoscere un ruolo centrale e una valenza salutistica al prodotto. Certo le bottiglie di vetro disegnate dai design non si bevono tutti i giorni (come succede per i vini di pregio), ma alla fine resta comunque un riferimento culturale, utile per non banalizzare un bene prezioso».
Il compito del designer non è solo quello di valorizzare l'acqua di lusso, occorre incentivare il consumo di quella del rubinetto, soprattutto quando presenta buone caratteristiche chimico-fìsiche.
L'obiettivo deve essere rendere "cool" il consumo di acqua, con idee e progetti che vanno in questa direzione. La filiera produttiva italiana sforna 10 miliardi di litri di minerale ogni anno, con un impatto ambientale considerevole, anche se le bottiglie sono riciclate, riciclabili e sempre più leggere. Nonostante ciò molti considerano un po' assurdo far circolare centinaia di migliaia di camion da un capo all'altro della penisola carichi di minerale.
«Per provare a invertire il senso di marcia - prosegue Meroni - si potrebbero ripristinare le fontanelle di quartiere e posizionarne altre nelle scuole, negli uffici e negli ambienti pubblici. A Venezia hanno provato a incentivare il consumo inviando a casa una brocca. Nei ristoranti si potrebbe adottare l'abitudine francese di presentare a tavola una brocca di acqua del rubinetto. Da noi un comportamento simile verrebbe ritenuto un gesto da poveri e non una scelta di carattere ambientale. Un contributo deve però arrivare anche dagli enti che gestiscono gli acquedotti, perché oggi si può sanitizzare l'acqua con pochissimo cloro, senza conferire quel gusto che mortifica anche la migliore acqua da sorgente».
ROBERTO LA PIRA
«L'impatto ambientale collegato alla filiera produttiva dell'acqua minerale è elevato, per questo qualcuno in Belgio propone un "rolling bottle" da tre litri di forma ovale. La novità più interessante è firmata da Sant'Anna che prestissimo inizierà a utilizzare bottiglie ottenute al 100% da amido vegetale ricavato dal mais. Durante la fase di sperimentazione sono state sottoposte a test un milione di esemplari, e ormai si è pronti a produrre su ampia scala. Questo nuovo materiale si smaltisce completamente in 80 giorni, permette di risparmiare il 60% di combustibili fossili perché utilizza risorse rinnovabili di origine vegetale, e riduce del 50% le emissioni di C02.
da "il sole 24ore - nova - giugno 2008"
Un inedito di Enzo Biagi
Un Paese dove funzionino scuole e ospedali: entrare in corsia e vedere che c'è la scritta «Solventi», cioè quelli che pagano, e quelli che non pagano, mi pare poco bello.
Un Paese dove treni e aerei arrivino in orario, perché la puntualità non è mica una prerogativa fascista. Con una politica normale, che (oltre a non ammettere l'intolleranza e la paura per l'altro) non contempli il trasformismo: vedere della gente che non cambia neanche gabbana perché ha già un corredino dove ci sono tutte le giacche che vanno di moda in quel momento è uno spettacolo da cancellare. Con un giornalismo che torni a consumare la suola delle scarpe, guidato da quel sentimento potente che è la curiosità, e dalle chiare tendenze ma sempre dalla buonafede e attento al lato umano.
Un Paese normale dove non si interpellino i divi della televisione per conoscere il loro parere su qualsiasi argomento, dalla solitudine dell'uomo all'allevamento dei canarini. È normale un Paese dove non ci sia l'emergenza come a Napoli o in Sicilia, dove la paura «marca» persino le arterie (come mi hanno detto una volta i medici che effettuano le autopsie).
Un Paese normale è un Paese in cui l'unico punto di riferimento non è la geografia con i suoi confini, ma la legge uguale per tutti. «La rovina dell'Impero romano» scrisse inutilmente Ranuccio Bianchi Bandinelli «fu facilitata dal clientelismo amministrativo e dal caos dette leggi e non dalle orge del Satyricon». Ma chi studia la storia?
È normale il Paese che aiuta quelli ai quali la natura e la politica hanno dato di meno. Un Paese normale è quello in cui gli aiuti non si danno per beneficenza, grazie alle collette per soccorrere chi è colpito dalle sciagure, ma si prevedono con il bilancio dello Stato, con voci apposite.
Un Paese normale è quello dal quale non emigrano più i giovani migliori perché non trovano un lavoro retribuito dignitosamente. È quello in cui non c'è spazio per il grande tormento di oggi, che è l'apparire. Un'ossessione: chi non entra nello spettacolo ha la sensazione di essere escluso dalla vita.
Un Paese normale è quello in cui per stare a galla, per affermarsi, non bisogna più far parte del gruppo, avere il sostegno della corporazione.
Un Paese normale è quello in cui nessun bambino sia privo di cibo e cure. Ho incontrato in Romania i piccoli che vivono nette fognature, come i topi, per sfruttare i tubi di riscaldamento.
Un Paese normale, un'Europa normale, un mondo normale, è quello in cui i bambini finiscono le loro giornate in un lettìno, con le lenzuola che profumano di pulito.
sabato 7 giugno 2008
La segreta armonia della felicità
Il segreto dellafelicità sta in un giardino. Non in quello incantato dell'Eden, ma nel comune giardino di casa, quello in cui ognuno di noi può coltivare le proprie piante e i pro-pri fiori. Un giardino che solo in parte è nostro, perché appartiene in realtà all'ambiente e quindi a tutti gli esseri umani.
La metafora del lavoro come 'esercizio di meditazione a contatto diretto con la natura, con i suoi tempi e i suoi ritmi immutabili, ispira un originale volume di Flavia Arzeni, docente di Letteratura tedesca all'Università La Sapienza di Roma, intitolato appunto "Un'educazione alla felicità" (Rizzoli, 230 pagine, 18 euro).
È un'indagine introspettiva sulla vita e sul suo significato più profondo, attraverso gli scritti di due maestri della parola e del pensiero, entrambi premi Nobel: l'uno, lo scrittore tedesco, naturalizzato svizzero, Hermann Hesse; l'altro, il poeta indiano Rabi'ndranath Tagore. Due figure assai diverse fra loro, accomunati però da un'ammirazione collettiva e da un culto popolare che ne tramandano la memoria fino ai giorni nostri. «Hesse e Tagore - avverte alla fine del suo libro la stessa autrice - non hanno scritto un breviario per divenire felici, hanno solo indicato la via che ogni essere umano può percorrere». E si tratta, evidentemente, di un lascito prezioso.
La lezione dei due scrittori, ripresa e riproposta con trasporto in questo lavoro da Flavia Arzeni, parte dall'intuizione che la felicità - almeno, quella terrena - si fonda su piccole e semplici cose:il legame inscindibile con la natura,da una parte; l'amore per il prossimo e per il diverso, dall'altra. La coscienza ambientalista e la tolleranza, si potrebbe dire in termini più attuali, in nome di una convivenza pacifica. E in questa visione il giardino, che forse per altri può essere anche il balcone, terrazzo, il parco pubblico o magari il campo da golf, diventa il simbolo di uno spazio verde disegnato dall'uomo, come un'oasi di ordine e di stabilità.
recensione di Giovanni Valentini
terra! - statue con la maschera antismog
Statue con la maschera antismog a Roma per chiedere il rispetto del piano europeo sulle emissioni delle auto

Centoventi, lo si vede bene nelle foto più grandi nella pagina seguente. Centoventi grammi di anidride carbonica, il gas dell'effetto serra.
E' il limite massimo di emissioni che una disposizione europea vuole (voleva?) imporre alle automobili.
Le statue di Roma, all'alba di ieri, erano abbigliate con mascherine antismog e con cartelli "120 grami di anidride carbonica".
Continua da sopra:

Ha rivendicato l'azione la neonata associazione "Terra!".
Tutto nasce dal mancato rispetto delle disposizioni europee sui limiti di emissioni alle automobili.

A fine 2007, la Commissione Europea ha approvato un piano per la riduzione delle emissioni da parte delle auto che fissava appunto il limite di 120 grammi di anidride carbonica per chilometro, e l'impegno di varare una disposizione vincolante entro la metà del 2008.

Siamo appunto alla metà del 2008, e di disposizione vincolante non c'è traccia. I tedeschi puntano i piedi, si sentono minacciati: sono soprattutto loro che, in Europa, fabbricano auto di grossa cilindrata.
Stanno premendo, pare, perchè l'Europa cambi idea, e l'obbligo di ridurre le emissioni colpisca anche i piccoli modelli - soprattutto italiani e francesi - già oggi molto vicini alla soglia dei 120 grammi per chilometro.
Così ai potenti modelli tedeschi potrebbe essere consentito di rimanere lontani da quota 120.
Su Terra! Statue con la maschera antismog a Roma e la dislocazione delle statue con la maschera
Il piano europeo sulle emissioni delle auto
Su Agi I tedeschi contrari al piano europeo sulle emissioni delle auto
Su Quattroruote le trattative affinchè il piano europeo sulle emissioni delle auto non preveda il limite di 120 grammi di Co2
Leggi Le 10 auto meno inquinanti
Auto, la presa in giro delle emissioni
Foto Roma Città , Crazy Marketing Blog e Dr. Who
Perché la morale non ha bisogno di Dio
Lo spirito dell'ateismo
di André Comte-Sponville
Ponte alle Grazie, 13 euro
L'autore di questo saggio, Andre Comte-Sponville, è uno studioso francese di filosofia piuttosto giovane (nato nel 1952), che scrive opere divulgative nello stesso tempo accurate e di gradevole lettura. Questo suo "lo spirito dell'ateismo" ha un sottotitolo che ne dice chiaramente le intenzioni «Introduzione a una spiritualità senza Dio». Il testo tenta insomma una risposta a quella che è la domanda delle domande: qual è la legge morale di un ateo? Con quale stato d'animo un essere umano che non crede in nessuna delle religioni ufficiali affronta i dilemmi della vita? Le scelte a volte davvero ardue che così spesso si presentano a ogni creatura vivente? L'autore è stato educato nella religione cristiana in una Francia non a caso definita «figlia primogenita della Chiesa» per la vivacità della ricerca anche in campo religioso. A una certa età però ha smesso di credere. Ebbene, scrive: «La mia morale non è per nulla cambiata, e neppure la mia sensibilità». D'altra parte, su un piano più generale, nessuno di noi (cristiano o no che sia) può mettere in dubbio che senza il cristianesimo l'Occidente sarebbe certamente diverso e quasi sicuramente peggiore. E tuttavia Dio è una cosa (Trascendente), le religioni (e le Chiese) sono ben altro: «Sono umane, troppo umane e come tali accessibili alla conoscenza e alla critica». Le pagine che l'autore dedica a definire che cosa sia una religione sono di notevole interesse. Così come lo sono quelle in cui racconta che cosa succede quando una persona perde la fede. Comte si dice per esempio in disaccordo con il personaggio di Dimitri Karamazov quando esclama che se Dio non c'è allora tutto è permesso. «Assolutamente no, scrive, perché io non me lo permetto affatto. La morale è autonoma, dimostra Kant, o non è morale». Le pagine che seguono sono dedicate a uno dei punti di discrimine tra credenti e non dal momento che i primi tendono ad affermare che senza Dio non esiste morale possibile e anzi che morale e religione sono praticamente due facce dello stesso argomento, cosa ovviamente negata dai non credenti. A un'altra domanda fondamentale, se Dio esista, l'autore dopo aver passato in rassegna le varie «prove» risponde: «Dio esiste? Non lo sappiamo. Né mai lo sapremo in questa vita. Per questo si pone la domanda se crederci o no». La sua conclusione, che francamente condivido, è che: «La religione è un diritto. L'irreligione anche... bisogna dunque impedire ad entrambe di imporsi con la forza». Anche perché «la libertà di spirito è forse la sola cosa che sia più preziosa della pace». Con buona pace dei fanatici di tutte le religioni.
salviamo subito le grandi foreste
Carlo d'Inghilterra - La Repubblica 6 giugno 2008
Ieri era la Giornata mondiale dell´Ambiente, deputata a ricordarci che sono ormai limitatissimi gli spazi di azione a nostra disposizione per fermare il catastrofico cambiamento climatico. La spaventosa realtà è che le conseguenze del riscaldamento globale si avvertono con molta più rapidità di quanto la maggioranza degli esperti prevedesse anche solo 18 mesi fa. Accelera il ritmo di scioglimento delle calotte polari, diminuisce la capacità degli oceani di assorbire biossido di carbonio e gli andamenti metereologici sono sempre più capricciosi e più estremi.
Abbiamo però ancora un´opportunità di bloccare gli eccessi peggiori del cambiamento climatico, se agiamo subito.
Uno dei metodi più efficaci è porre fine alla distruzione delle foreste pluviali del pianeta, una delle maggiori cause di emissione di gas serra.
Nella Giornata mondiale dell´Ambiente ho inaugurato il sito web del mio progetto Foreste Pluviali. Contiene tre filmati nonché gli esiti di alcuni nuovi studi sul tema. I filmati, visionabili alla pagina web www.princesrainforestsproject.org, illustrano, con l´ausilio di immagini avvincenti delle foreste pluviali e di animazioni alcune dure realtà della deforestazione nelle aree tropicali e relative implicazioni.
Per farvi un´idea, pensate che in uno spazio di tempo poco inferiore ai miei anni di vita abbiamo perduto il 50 per cento delle foreste pluviali mondiali. Ogni anno 13 milioni di ettari di foresta – una superficie pari a cinque volte quella della Sicilia, – vengono distrutti o sono vittima di degrado. E se non basta a sconvolgervi, pensate che nel tempo che impiegate a leggere questo articolo altri 32 ettari saranno spariti. Il messaggio è chiaro: il nostro mondo è in grave pericolo di perdere il sistema ecologico necessario alla sua sopravvivenza.
Queste foreste che circondano il pianeta a cavallo dell´equatore non solo ospitano alcune delle biodiversità più ricche, note o non note alla scienza, importantissime per la salute e la sopravvivenza umana nel futuro, ma sono patria di milioni di individui tra i più poveri del globo, che dipendono da esse per il loro sostentamento. Le foreste hanno anche un ruolo fondamentale nel raffreddare e depurare l´atmosfera e come fonte di acqua dolce e piogge.
In un´epoca in cui il mondo è afflitto da carenza di cibo e la popolazione continua a crescere, le precipitazioni sono più importanti che mai. Le foreste della sola Amazzonia ad esempio contribuiscono a immagazzinare la maggior quantità di acqua dolce del pianeta e rilasciano ogni giorno nell´atmosfera 20 miliardi di tonnellate di vapore acqueo.
Immaginate cosa accadrebbe in vaste aree del Sud America se venissero a mancare. Cent´anni fa il 35 per cento dell´Etiopia era ricoperto di foreste pluviali tropicali . Oggi sono ridotte ad un misero 4 per cento e il paese ha sofferto decenni di carestie. C´è bisogno di altri esempi?
Al contempo, ed è un aspetto di importanza vitale, queste foreste immagazzinano Co2 in dimensioni gigantesche; quando vengono tagliate e bruciate, grandi quantità di Co2 vengono rilasciate nell´atmosfera.
Ecco perché fermare la deforestazione è uno dei sistemi più rapidi e più sicuri per rallentare il cambiamento climatico.
Molti concentrano le speranze sulle nuove tecnologie. Posso comprenderlo e non c´è dubbio che le nazioni che avranno la palma in questo campo ne trarranno i maggiori benefici economici. Ma se la ricerca in questo ambito sta facendo passi avanti , si tratti di cattura e stoccaggio di Co2 , di biocombustibili di terza generazione (che non sottraggono terreni alla produzione alimentare) o di sistemi a idrogeno, altrettanto vale per il riscaldamento globale. E non è verosimile che queste tecnologie, per quanto rapidamente sviluppate, forniscano un contributo significativo in tempo. Con le foreste pluviali tropicali la natura ci ha regalato un sistema infinitamente più efficace ed economico di stoccaggio di Co2 rispetto alla costosissime tecnologie di sequestro ancora ben lontane dall´essere economicamente realizzabili. Se agiamo subito , possiamo mantenere in funzione questo sistema, guadagnando tempo prezioso.
Devo dire che gli esiti degli studi pubblicati sul sito del mio progetto Foreste pluviali sono molto incoraggianti in quanto dimostrano lo straordinario livello di consenso dell´opinione pubblica del mondo sviluppato sulla necessità di bloccare la distruzione delle foreste pluviali se abbiamo serie intenzioni di ridurre i livelli di Co2 nell´atmosfera.
Quasi la metà degli americani intervistati e più della metà degli intervistati nel Regno Unito e in Francia, assieme ad uno sbalorditivo 70 per cento dei tedeschi è consapevole che la distruzione delle foreste pluviali contribuisce ogni anno all´emissione di una quantità di gas serra superiore a quella dell´intero settore del trasporto globale. Alla domanda quale sia la strategia pratica più efficace per rallentare i cambiamenti climatici, la tutela delle foreste pluviali è stata considerata seconda solo al passaggio all´energia rinnovabile in tutti e quattro i paesi.
Ma se è vero, come dimostra la ricerca, che nei paesi sviluppati c´è consapevolezza dell´importanza delle foreste pluviali, esiste anche consapevolezza che sono proprio questi paesi, i nostri, il problema fondamentale? I motivi della deforestazione non sono attribuibili alle nazioni cui appartengono le foreste pluviali. Troppo spesso è il fabbisogno di olio di palma, di carne e di soya dei paesi sviluppati il motore che porta alla distruzione delle foreste, si attribuisce loro più valore da morte che da vive. E se vogliamo salvare le foreste fluviali è questo dato di fatto, temo, che dobbiamo cambiare.
Nel suo pionieristico rapporto del 2006, Lord Stern affermava che evitare la deforestazione è una misura «relativamente valida sotto il profilo del rapporto costi benefici» al fine di mitigare il cambiamento climatico. Secondo le sue stime dimezzare la deforestazione entro il 2030 comporterebbe un costo di 10-15 miliardi di dollari l´anno. Benché il recente aumento del fabbisogno di beni alimentari possa aver alterato questa stima, affrontare il problema della deforestazione resta uno dei metodi meno costosi e più rapidi per combattere il cambiamento climatico.
Ma è necessario bloccare la deforestazione, non dimezzarla. Se questo dovesse costare, ad esempio, 30 miliardi di dollari, rappresenterebbe solo l´un per cento dei circa 3.5000 miliardi di dollari spesi in premi assicurativi ogni anno, spesso destinati ad indennizzare danni causati dal cambiamento climatico. In quest´ottica si può dire che 30 miliardi di dollari l´anno sono un buon prezzo.
Manca, a quanto sembra, la "fiera urgenza del momento" nelle parole di Martin Luther King, ed è questo il motivo per cui ho dato vita al Progetto foreste pluviali, con il sostegno di alcune delle maggiori imprese e dei più importanti esperti mondiali, in collaborazione con paesi di tutto il mondo, inclusa la Coalizione delle nazioni della foresta pluviale.
L´obiettivo del progetto è individuare sistemi innovativi di retribuire i paesi custodi delle foreste pluviali tropicali in maniera adeguata per i servizi ecosistemici che forniscono, battendo la concorrenza dei motori di deforestazione. In poche parole il nostro obiettivo è attribuire maggior valore alle foreste pluviali da vive che da morte. Vale la pena di ricordare forse che in tutto il mondo sviluppato è ormai una prassi accettata pagare per i servizi pubblici come il gas, l´acqua e l´elettricità.
Le foreste pluviali sono probabilmente il nostro servizio naturale più importante, che produce benefici enormi e insostituibili. E´ tempo di iniziare a pagare anche per quelli.
(Traduzione di Emilia Benghi)
Nucleare - Rubbia: i nuovi reattori non sono sicuri
Intervista di Antonio Cianciullo - La Repubblica - 6 giugno 2008
ROMA - «E´ sempre il vecchio problema della trasparenza che abbiamo conosciuto ai tempi di Chernobyl. In Francia dicono "annegare il pesce", cioè confondere le acque. Tre ore di ritardo nel segnalare alle autorità internazionali il guasto nella centrale slovena sono troppe, decisamente troppe».
Dal suo osservatorio svizzero, Carlo Rubbia segue con una certa preoccupazione gli eventi che hanno portato al blocco della centrale nucleare di Krsko.
Pensa che quelle tre ore di ritardo avrebbero potuto scatenare problemi più gravi?
«Dico che ancora non sappiamo con esattezza quello che è successo, che i tecnici stanno cercando di capire cosa non ha funzionato, cosa ha prodotto il malfunzionamento».
Un problema che comunque non sembra essere stato particolarmente grave.
«Non è stato particolarmente grave ma si è trattato dell´ennesimo campanello di allarme. Siamo di fronte a una tecnologia che è già vecchia e sta diventando obsoleta».
Oggi però i reattori di terza generazione, quelli che seguiranno il primo in costruzione in Finlandia, vengono presentati come il nuovo.
«Sinceramente non vedo una grande differenza tra i reattori di seconda generazione, quelli di cui leggiamo spesso nelle pagine di cronaca, e i reattori di terza generazione. I miglioramenti sono marginali, non vanno a intaccare il cuore del problema».
Cioè la sicurezza?
«Non solo la sicurezza. I punti critici riguardano le scorie, l´approvvigionamento dell´uranio, l´efficienza delle macchine, la proliferazione nucleare. Con la terza generazione, quella che si potrebbe costruire oggi, tutti questi fattori, che finora hanno costituito un freno potente allo sviluppo della tecnologia nucleare, restano in campo. Noi stiamo parlando di una tecnologia che risale agli anni Sessanta, ai tempi dei primi sottomarini nucleari. Ma veramente vogliamo tenerla in vita fino al 2050, quando avrà quasi un secolo di storia sulle spalle?»
Eppure è proprio questo il progetto lanciato in Italia: avviare oggi la costruzione di impianti nucleari che nella migliore delle ipotesi, se nessuno si opporrà e tutto filerà liscio, saranno pronti attorno al 2020.
«Cosa vuole che le dica… Io le posso dare solo un giudizio scientifico. Se si vuole veramente fare un salto in avanti, se si vuole imboccare la strada di un´energia efficiente e a basso impatto ambientale, bisogna avere il coraggio di scommettere sulla ricerca, bisogna puntare sulla quarta generazione. Quella sì darà vantaggi reali e significativi».
Proviamo a descriverli.
«Quando si parla di quarta generazione non si parla di un modello unico ma di una famiglia di reattori, tra cui quello al torio su cui ho lavorato per dieci anni, che hanno in comune altissime prestazioni. Innanzitutto l´efficienza: un reattore di terza generazione ha bisogno di 200 tonnellate l´anno di uranio, una risorsa piuttosto limitata, mentre a un reattore di quarta generazione basta una tonnellata l´anno di torio, che è abbondante come il piombo».
E per quanto riguarda le scorie?
«La sicurezza fa un salto a tutti i livelli, anche a quello delle scorie. Si passa da una radioattività che dura milioni di anni a un problema che si misura nell´arco dei secoli».
Da un orizzonte geologico a un orizzonte umano.
«Esattamente. E poi si risolve anche in maniera radicale la minaccia della proliferazione atomica che oggi rappresenta una preoccupazione crescente e che, con eventuali reattori al plutonio, diventerebbe ancora più allarmante. Con il torio invece è tutto molto più semplice per l´ottima ragione che con questo materiale non si costruiscono bombe».
Ritiene che il nuovo allarme spingerà a riconsiderare l´opzione nucleare?
«Io penso che dobbiamo affrontare una grande sfida e non possiamo permetterci di sbagliare: il rischio è troppo alto. Abbiamo di fronte scenari segnati da un livello di inquinamento agghiacciante e da una formidabile pressione climatica che rischia di avere conseguenze devastanti. E per sfuggire a questa doppia minaccia c´è solo una possibilità: scommettere sulla scienza. Non possiamo accontentarci di soluzioni vecchie e pericolose: dobbiamo investire risorse e intelligenza nella costruzione di un sistema energetico che sia al tempo stesso efficiente e sicuro».
fame nel mondo: l'importanza di diventare vegetariani
L'importanza di diventare vegetariani
Ciò che il vertice Fao "ha dimenticato" di discutere è il cuore del problema della fame nel mondo, che non è solo legato ai costi di produzione e distribuzione dei cibi, ma soprattutto alle abitudini alimentari della popolazione del pianeta. Occorre una rivoluzione nell´alimentazione dei Paesi ricchi per dare il via concretamente e subito ad una soluzione della tragedia dei Paesi poveri, dove si soffre la fame. Noi siamo alle prese con il problema opposto: aumenta l´obesità fra i nostri figli, le nostre adolescenti anoressiche usano il troppo cibo come ricatto e se ne privano fino a lasciarsi morire, la nostra dieta opulenta ci fa ammalare sempre di più.
Proprio su questi temi si riuniranno a Venezia a settembre alcuni fra i maggiori esperti per la Quarta Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza: «Food and Water for Life». Io penso che l´ingiustizia alimentare sia una delle peggiori iniquità dei nostri tempi: una questione di civiltà e di cultura, che ci riguarda tutti da vicino. C´è un comportamento individuale responsabile, infatti, che può contribuire a riequilibrare questi due drammatici estremi ed è la riduzione del consumo di carne.
Molti uomini di scienza e pensiero hanno creduto che la scelta vegetariana fosse quella giusta per l´armonia del pianeta. Dal genio rinascimentale di Leonardo da Vinci, che non poteva sopportare che i nostri corpi fossero le tombe degli animali, fino ad Albert Einstein, il più grande scienziato del ´900, che presagiva che nulla darà la possibilità di sopravvivenza sulla Terra, quanto l´evoluzione verso una dieta vegetariana. Anch´io sono convinto che il vegetarianesimo sia inevitabile, per tre motivi.
Il primo è di ordine ecologico/sociale. I prodotti agricoli a livello mondiale sarebbero in realtà sufficienti a sfamare i sei miliardi di abitanti, se venissero equamente divisi, e soprattutto se non fossero in gran parte utilizzati per alimentare i tre miliardi di animali da allevamento. Ogni anno 150 milioni di tonnellate di cereali sono destinate a bovini, polli e ovini, con una perdita di oltre l´80% di potenzialità nutritiva; in pratica il 50% dei cereali e il 75% della soia raccolti nel mondo servono a nutrire gli animali d´allevamento. L´America meridionale, per fare posto agli allevamenti, distrugge ogni anno una parte della foresta amazzonica grande come l´Austria. Trentasei dei quaranta Paesi più poveri del mondo esportano cereali negli Stati Uniti, dove il 90% del prodotto importato è utilizzato per nutrire animali destinati al macello. Viviamo in un mondo dove un miliardo di persone non ha accesso all´acqua pulita e per produrre un chilo di carne di manzo occorrono più di trentamila litri di acqua.
Già oggi non riusciamo neppure a contare quante malattie e quante morti potrebbe evitare un minor consumo di carne. Veniamo così indirettamente alla seconda motivazione del vegetarianesimo, che è la tutela della salute. Non ci sono dubbi che un´alimentazione povera di carne e ricca di vegetali sia più adatta a mantenerci in buona forma. Gli alimenti di origine vegetale hanno una funzione protettiva contro l´azione dei radicali liberi, cioè quelle molecole che possono alterare la struttura delle cellule e dei loro geni. Si può quindi pensare che chi segue un´alimentazione ricca di alimenti vegetali è meno a rischio di ammalarsi e possa vivere più a lungo. C´è poi un secondo fattore. Noi siamo circondati da sostanze inquinanti, che possono mettere a rischio la nostra vita. Sono sostanze nocive se le respiriamo, ma lo sono molto di più se le ingeriamo. Consumando carne, ci mettiamo proprio in questa situazione, perché dall´atmosfera queste sostanze ricadono sul terreno, e quindi sull´erba che, mangiata dal bestiame, (o attraverso i mangimi) introduce le sostanze nocive nei suoi depositi adiposi, e infine nel nostro piatto quando mangiamo la carne. L´accumulo di sostanze tossiche ci predispone a molte malattie cosiddette "del benessere" (diabete non insulino-dipendente, aterosclerosi, obesità). Anche il rischio oncologico è legato alla quantità di carne che consumiamo.
Le sostanze tossiche si accumulano più facilmente nel tessuto adiposo, dove rimangono per molto tempo esponendoci più a lungo ai loro effetti tossici. Frutta e verdura sono alimenti poverissimi di grassi e ricchi di fibre: queste, agevolando il transito del cibo ingerito, riducono il tempo di contatto con la parete intestinale degli eventuali agenti cancerogeni presenti negli alimenti. I vegetali poi, oltre a contaminarci molto meno degli altri alimenti, sono scrigni di preziose sostanze come vitamine, antiossidanti e inibitori della cancerogenesi (come i flavonoidi e gli isoflavoni), che consentono di neutralizzare gli agenti cancerogeni, di "diluirne" la formazione e di ridurre la proliferazione delle cellule malate. La terza motivazione, ma non ultima, è di ordine etico-filosofico ed è quella che ha fatto di me un vegetariano convinto da sempre. Io ero un bambino di campagna, amico degli animali e oggi sono un uomo che ha il massimo rispetto per la vita in tutte le sue forme, specie quando questa non può far valere le proprie ragioni. Il cibo è per me una forma di celebrazione della vita, ma non mi piace celebrare la vita negando la vita stessa ad altri esseri.
venerdì 6 giugno 2008
aumenti degli alimentari
La dieta mediterranea: così tramonta il mito italiano
da un articola di "repubblica" del 4 giugno, si evince che:
il 60% delle famiglie ha modificato le abitudini alimentari, il consumo di pasta è diminuito del 2,5%.
Il prezzo della pasta è aumentato del 20,4%, il prezzo al supermercato è di 1,18 euro, la pasta di marca costa 1,66 euro, 28 kg è il consumo pro capite annuo degli italiani.
nel 1975 la spesa alimenta era il 35% degli introiti familiari, oggi il 14%.
qualche calcolo: se la pasta è aumentata del 20%, si può presupporre che per una pasta di marca sia aumentata di circa 0,33 euro al chilo.
Se consumo 28 kg di pasta l'anno, significa che all'anno spendo 9,30 euro circa in più.
Per risparmiarli, invece di cambiare qualità degli acquisti alimentari e comprare pasta schifezza, non sarebbe meglio, oltre che mangiare meno, lasciare a a casa l'auto una giornata l'anno??? Visto che la spesa alimentare è una parte minima delle spese, perchè non risparmiare sul resto, e non sulla salute e la qualità?
Ovviamente, questo ragionamento non vale per i paesi dove la fame è il vero problema. Ma questa è un'altra storia....
parliamo di firmino....
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Il topo di biblioteca che divorava i libri
Repubblica — 28 aprile 2008 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA
Il protagonista di Firmino, lo straordinario romanzo di Sam Savage (Einaudi, nell' ottima traduzione di Evelina Santangelo, pagg. 180, euro 14), è un topo, anzi un ratto. Non crediate che ricordi Topolino di Walt Disney: un topo completamente umanizzato - un americano, intelligente e coraggioso, del tempo di Roosevelt. Firmino è un vero ratto: tutto il libro è intriso del suo profumo; con immenso piacere, noi odoriamo, squittiamo, mangiamo, guardiamo, ci avventuriamo nel mondo, come se fossimo ratti anche noi.Quando Firmino prende in mano la penna invisibile, che Sam Savage gli ha prestato, scrive estrosamente, brillantemente, con un appassionato amore per la letteratura e uno squisito dono della variazione. Come i veri topi, non ride: ma il suo romanzo è spiritosissimo e divertentissimo ed eredita tutte le corde del riso: shakespeariano, cervantino, swiftiano, dickensiano, carrolliano, stevensoniano, chapliniano. La madre avventurosa ed ubriacona di Firmino - Flo - si era rifugiata in una oscura, calda ed umida libreria, a Boston, Scollay Square. Doveva partorire. Guardava con stupore rattesco gli scaffali di legno stipati di file di libri, mentre altri libri erano infilati di piatto tra gli scaffali, ed ancora altre enormi ziggurat di volumi stavano ammonticchiate sul pavimento. C' era di tutto: vecchi tomi rilegati in pelle, spaccati e ammuffiti, e volumi recenti ed economici. Flo non era colta: non aveva nessuna idea di cosa fossero i libri; per lei erano soltanto soffice, morbidissima carta. Afferrò una copia di Finnegans Wake, ignorando che era il capolavoro meno letto della letteratura universale: ne estrasse un cumulo di carta, lo pestò al centro, lo rialzò lungo i bordi, e lo trasformò in una tana. Poco dopo, beatamente, senza soffrire, scodellò in quel testo illeggibile tredici piccoli ratti. Tutto sarebbe andato nel migliore dei modi, e Sam Savage non avrebbe scritto questo bellissimo romanzo - se Flo non avesse avuto soltanto dodici capezzoli. Ma i ratti erano tredici: Firmino era il più gracile, e i robusti e violenti fratelli non lo lasciavano avvicinare ai capezzoli della madre. Così Firmino dovette rinunciare al latte materno - cosa che avrebbe avuto effetti disastrosi sul suo equilibrio psichico. Appena nato, diventò l' escluso. Per non morire di fame, cominciò a rosicchiare libri. Li masticava per ore, come se fosse gomma. Avevano un sapore gradevole, e mangiarli divenne presto per lui un' abitudine. Da principio non distingueva: un boccone di Faulkner era, per lui, come un boccone di Flaubert. Poi imparò a conoscere le cose chiamate reali - i grattacieli, i cavalli, i fiori, un letto disfatto, il fischio di un treno, una zattera - e si rese conto che Eisenhower era una persona, mentre Oliver Twist era un personaggio romanzesco. La lattuga sapeva di Jane Eyre. Dopo anni, venne illuminato dalla verità: un libro buono da mangiare era anche bello da leggere. Intanto, non sappiamo come, Firmino aveva imparato a leggere. Diventò un vizio: un terribile dipendenza. Lesse di tutto: filosofia, psicoanalisi, linguistica, astronomia, astrologia, la Bibbia, il Corano, la Bhagavad - Gita, il Libro dei Morti, la Rivoluzione francese, la Rivoluzione russa, Kant, Hegel, Swedenborg, storia irlandese, ricette, barzellette, malattie, nascite, esecuzioni... Quando si specializzò in narrativa europea dell' Ottocento, il suo amore per la letteratura toccò il culmine. Fece amicizia con tutti i personaggi di Jane Austen, Balzac, Stendhal, Dickens, Flaubert, Tolstoj, Dostoevskij, Henry James, Thomas Hardy. Visse con loro. Strinse la vita sottile di Natasha Rostova: sentì la mano di lei posarsi sulla sua spalla, e danzò con lei, trascinato dal valzer. Costrinse Baudelaire a salire sulla zattera di Huck Finn. Continuò i romanzi lasciati a metà: nell' estate del 1929, mentre Wall Street stava per crollare all' insaputa di tutti, che vestiti indossavano i personaggi? Che tipo di scarpe? Che genere di mutande? E i capelli, che taglio avevano? * * * Mentre i suoi fratelli si perdevano nelle piazze, nelle gallerie e nei rivoli del mondo esterno, Firmino diventò un ratto-libro. E con un atroce dolore, pieno di venerazione per la lettura, comprese che non poteva più rosicchiare e divorare libri. Doveva soltanto leggerli. Di quel piccolo ratto avido e squittente, non rimase quasi più nulla. Siccome leggeva romanzi dell' Ottocento, si trasformò in un personaggio malinconico e disperatamente romantico, con venature di follie e di stravaganze, incerto tra i due mondi ai quali apparteneva. Imparò a conoscere i sentimenti degli esseri umani. Come Dickens e Dostoevskij, comprese che la vita è una farsa tragica, insieme straziante e ridicola. Immaginò di essere simile a Don Chisciotte: fatuo, cocciuto, clownesco, ingenuo fino alla cecità, idealista fino al grottesco. Quando lesse Henry James, tutta la sotterranea disperazione e la rassegnazione nascoste nei suoi romanzi vennero a galla, riversandosi come bollicine nei suoi occhi, e velandogli la vista. Non osava guardarsi negli specchi. Ora che non masticava più libri, Firmino fu costretto a uscire dalla bottega, e a procurarsi il cibo come poteva. Dopo tanto tempo di clausura si accorse che il quartiere andava degradandosi rapidamente. Malgrado le proteste degli abitanti, il comune di Boston voleva abbattere le case e la libreria. La sera, la piazza era vuota: nessuno percorreva di giorno le strade vicine; e nelle case c' erano sempre più finestre spalancate o con i vetri rotti. L' immondizia era disseminata per le strade e nei canali di scolo, oppure sollevata da camion di passaggio che la facevano volare via in mulinelli. Un vecchio teatro andò a fuoco: ne rimase una rovina fumante in mezzo a strade piene di cenere. Come rifugio, a Firmino restò il Rialto- Theater, dove poteva dormire indisturbato. Durante il giorno proiettavano vecchi film: Firmino amava moltissimo Joan Fontaine, Paulette Goddard e Fred Astaire; mentre, ogni sera, la vecchia macchina da presa faceva apparire sullo schermo creature nude e gigantesche come Amazzoni, imprigionate in pellicole pornografiche. In quel tempo di disastri, Firmino cambiò casa. Lasciò la libreria, dove il libraio aveva cercato di avvelenarlo, e venne adottato da uno scrittore di dubbio talento, Jerry Magoon. Per la prima volta, conobbe una tenera vita famigliare. Il vecchio scrittore lo curava come una madre: la sera, gli preparava il letto, avvolgendolo in un maglione e sistemandolo in fondo a una scatola: la mattina faceva colazione con lui - caffè forte e latte -: a pranzo gli offriva burro d' arachide, latte, toast, riso; e se usciva di casa, lo portava sulle spalle, avvinghiato alle ciocche dei suoi capelli. Poi gli regalò un piccolo pianoforte, dove Firmino suonava Gershwin e Cole Porter. Firmino avrebbe voluto ricambiare tanto affetto. Avrebbe voluto parlare a Jerry Magoon, e discutere con lui sulla vita e sulla letteratura. Ma non riusciva. I suoi squittii erano incomprensibili e i segni dei sordomuti non comunicavano il suo bisogno d' amore. Così tacque, chiuso in un soffocato silenzio. Quando lo scrittore morì, Firmino rimase completamente solo, e si trascinava per le strade carico di dolore e di tedio. Durante il giorno, trascorreva la maggior parte del tempo disteso supino con tutti i quattro piedi in aria, oppure suonava il piano, abbandonandosi ai sogni e ai ricordi. I sogni erano diventati dolci, nostalgici, con una specie di indistinto chiarore crepuscolare lungo i margini. Non viveva più avventure emozionanti. Sentiva nostalgia del passato, senza dimenticare nulla della sua vita e delle letture. Il suo cervello era un gigantesco deposito di ricordi - e dentro poteva perdersi, smarrire la percezione del tempo, vagare immerso nella polvere, senza trovare la via d' uscita. Per distrarsi, si esercitava a dare nomi alle cose: il tavolo, sempre carico di cose, diventò il Cammello: la scatola dove dormiva, l' Hôtel; e la finestra, La fontaine lumineuse. Come un narratore dell' Ottocento, un giorno cominciò a raccontarsi la storia della sua vita. Iniziava così: «Questa è la storia più triste che abbia mai sentito». Rimase disteso tutta la mattina sulla poltrona, con i piedi all' aria, mentre le frasi si susseguivano come folte carovane arrivate dal deserto. Intanto, sulla piazza, un immenso Caterpillar del comune di Boston radeva al suolo la libreria, dove, nel bagno, c' era ancora la copia del Finnegans Wake, che tanti anni prima era stata il suo nido. Ho cercato di raccontare come potevo il sottilissimo romanzo di Sam Savage, al quale auguro, anche in Italia, i molti lettori che ha avuto nel mondo. Non ho detto nulla di Savage. So soltanto che è venuto al mondo nel 1940, in South Carolina, vivendo dove l' estro lo trascinava. Ha insegnato filosofia, venduto biciclette, e composto versi parodistici. Firmino è il suo primo libro: scritto, come nessuno immaginerebbe, a sessantaquattro anni. Non so cosa augurargli. Da un lato, spero che Sam Savage, ubiquo come il suo topo, scriva molti romanzi, per la gioia dei suoi lettori. D' altra parte, vorrei che Firmino rimanesse solo. Vorrei ascoltare esclusivamente il suo squittio doloroso, nel quale si riflette la voce di tutta la letteratura. - PIETRO CITATI
UNA TARMA DI NOME FIRMINO
Repubblica — 04 giugno 2008 pagina 50 sezione: CULTURA
è stato il successo editoriale dell' anno: bestseller negli Stati Uniti, diritti stravenduti alla Fiera di Francoforte, protagonista alla Fiera di Torino e quasi 50 mila copie vendute in poche settimane dall' uscita in Italia per Einaudi. E Firmino, folgorante esordio dello scrittore americano Sam Savage, si arricchisce ora di un nuovo capitolo. Abbiamo scoperto che proprio Firmino ha moltissime analogie con il romanzo La bibliotecaria di Claudio Ciccarone, pubblicato nel 2000 da Guida editore. E se da una parte l' autore, giornalista Rai e vincitore nel 2002 del Premio Ilaria Alpi, non ha nessuna remora nel parlare esplicitamente di plagio, dall' altra è abbastanza evidente, raffrontando i due libri, che ci siano delle fortissime analogie sia a livello di trama che a livello testuale. Entrambi i protagonisti sono animali - Firmino un topo e Marta, la protagonista de La bibliotecaria, una tarma - che si nutrono di libri, così facendo li leggono e ad un certo punto entrambi capiscono che non si devono distruggere e allora trovano il modo di continuare a leggerli senza rovinarli. Anche le tematiche affrontate fuor di metafora sono incredibilmente simili: in tutti e due si parla di fantascienza, della seconda guerra mondiale, della rivoluzione, della distruzione di un quartiere (il mondo di Firmino) o del mondo (Marta). A colpire anche i moltissimi passaggi che sono (a dir poco) vicini. A partire dagli incipit. Nelle prime pagine di Firmino si legge: «All' inizio mangiavo lasciandomi guidare solo e soltanto dal gusto, rosicchiando e masticando dimentico. Ma ben presto cominciai a leggere. (...) Oh, come mi rammaricai allora di tutti quei buchi spaventosi! (...) Non ne vado fiero». Nelle prime pagine de La bibliotecaria: «All' inizio della mia carriera di bibliotecaria divoravo libri su libri, distruggendo indiscriminatamente fogli e copertine. Ma accadde che un giorno, mentre ero impegnata a triturare finemente un volume... quel sapore mi fece capire che sia i libri, sia gli autori meritano rispetto». In alcuni casi i due protagonisti hanno addirittura gli stessi e inusuali appetiti sessuali, entrambi attratti dalle proprie sorelle: «Lei si ostinava per giunta a tenere la coda alzata, in modo che mi eccitava... impudente e provocante... il suo fondoschiena occupava tutto il mio campo visivo» (Firmino, pag. 39); «Erano proprio le mie sorelle ad attrarmi, con i loro corpi sinuosi, le antenne impertinenti, le zampette voluttuose, i culetti vibranti...» (Marta, pag. 35). Difficile sostenere che siano soltanto combinazioni, di passaggi così vicini nei due libri se contano una trentina: forse che Firmino, senza che Savage se ne sia accorto, abbia divorato La bibliotecaria? La possibilità esiste dato che La bibliotecaria risulta tra i libri in catalogo alla biblioteca di Yale dove Savage ha insegnato proprio mentre scriveva il «suo» Firmino. Da un' intervista di William Baldwin, Savage afferma di aver iniziato il suo libro nel 2003 e di averlo terminato nel 2005. Anni dopo, quindi, l' uscita e la catalogazione del libro di Ciccarone alla Yale (che è del 2000). E dalla biografia di Savage sappiamo che lo scrittore americano legge l' italiano. Se non bastasse un' altra strana coincidenza: su Coffee House Press, tra i più seguiti siti letterari americani, quando chiedono a Savage perché abbia scelto come animale un topo lo scrittore risponde: «Non potevo mica scegliere una tarma». E se Savage, che abbiamo cercato via mail, per adesso non risponde, l' autore italiano, promette battaglia: «Sono fermamente convinto del plagio. I miei avvocati intravedono tutti gli elementi per una causa legale, ma ciò che adesso davvero mi interessa è che il mio libro, ormai fuori catalogo, venga ripubblicato e che i lettori scoprano la vera storia di Firmino». - GIAN PAOLO SERINO
Firmino topi tarme e farfalle
Repubblica — 05 giugno 2008 pagina 50 sezione: CULTURA
A proposito dell' articolo di Gian Paolo Serino, uscito ieri su queste pagine, nel quale si avanzava l' ipotesi che "Firmino" di Sam Savage fosse debitore del romanzo "La bibliotecaria" di Claudio Ciccarone, i responsabili di Einaudi Stile Libero ci inviano la lettera che qui di seguito pubblichiamo. Il mondo è pieno di gente che legge e scrive. Alcuni di loro, quando vedono un best-seller, pensano che sia uguale al dattiloscritto che hanno nel cassetto oppure al libro che si sono fatti stampare. Invitiamo i lettori di Firmino ad andare in biblioteca e a leggersi La bibliotecaria di Claudio Ciccarone. Se Sam Savage, che a quanto sappiamo non conosce l' italiano, ha letto, magari col vocabolario e con fatica, quel libro e poi ha scritto Firmino, be' , allora è davvero un genio. Quanto poi alla tarma cui si accenna nell' articolo di Repubblica, che a sua volta rimanda al sito Coffee House Press, c' è forse un fraintedimento zoologico. Lì, infatti, si parla della famosissima parabola di Chuang Tzu a proposito dell' uomo e della farfalla, che Sam Savage cita in esergo. Si tratta per l' appunto di una farfalla e non di una tarma. Moth, mouse, butterfly. Sempre animaletti sono, ma non ditegli mai che sono la stessa cosa. Si offenderebbero moltissimo. Paolo Repetti, responsabile con Severino Cesari di Einaudi Stile Libero.
un infermiere particolare
Pochi giorni fa ho assistito ad un documentario, trasmesso da un ermttenteprivata,la cui protagonista era una signora colpita da una grave forma di epilessia invalidante.
Sola e priva di parenti, era tuttavia assistita da un infermiere altamente specializzato: mi sono commossa per le amorevoli cure dall'attento sorvegliante, per la perfetta puntualità nel ricordarle, al suono di diversi allarmi predisposti, le medicine da prendere, per le premure nel porgerle gli oggetti di quotidiana necessità, forte nel sostenerla con il suo corpo in caso di mancamento, superlativo nel prevedere le crisi epilettiche allontanandola, se il caso, con determinata ostinazione, da eventuali situazioni pericolose (salvandola così più volte). Infine, dopo i tremendi periodici attacchi convulsivi, capace di risvegliarla dal pericoloso stato comatoso con insistenti, lunghe ede nergiche.... leccate sul viso e teneri guaiti!
Nella speranza, essendo alle porte delle vacanze estive, che tale messaggio faccia riflettere chi, anche con l'alibi dei pericoli igienici, sia tentato di mettere in pratica il tradimento di vergognosi abbandoni dei nostri amici.
Enzina Trice
Quarto Oggiaro, Milano
da "lettere & commenti", la repubblica, 3 giugno 2008
venezia: il kit anti acqua minerale
E' l'iniziativa del Comune per la Giornata mondiale dell'ambiente
Venezia, un kit antiminerale "Turisti, bevete alle fontanelle"
di NICOLA PELLICANI
VENEZIA - Il kit è spartano: una bottiglietta di plastica vuota e una mappa della città che indica le 122 fontanelle disseminate nei vari sestieri di Venezia. Ma sarà più che sufficiente per garantire, alle migliaia di turisti in transito sotto il solleone, una sorsata d'acqua fresca senza spendere un euro.
È l'iniziativa "100x100 pubblica" che lancia il Comune giovedì 5 giugno in occasione della Giornata Mondiale per l'Ambiente. È una campagna contro il consumo dell'acqua minerale che incide in modo pesante sui bilanci familiari. Gli italiani sono infatti i primi consumatori al mondo di acqua in bottiglia. Il cuore dell'iniziativa sarà in Campo Santa Margherita dove, durante una performance artistico-ambientale, verranno distribuite le bottigliette che nell'etichetta, anziché la marca dell'azienda d'imbottigliamento, riporteranno le analisi chimiche dell'acqua di rubinetto.
"Il progetto di promozione - spiegano gli organizzatori - è basato sulle strategie di marketing delle grandi aziende dell'acqua rielaborate per sponsorizzare l'acqua pubblica come bene comune. Il nostro marchio è semplice e facilmente memorizzabile, riprende un simbolo presente sulle etichette: invece di ricordare di gettare la bottiglietta una volta usata, noi invitiamo a conservarla riempiendola nuovamente". "Non buttarmi, riutilizzami", sarà lo slogan che accompagnerà la distribuzione del kit, che invita ad usare le bottigliette come delle vere borracce, anziché come contenitori usa e getta.
L'iniziativa, sostenuta dal sindaco, arriva dopo che nel febbraio scorso lo stesso Cacciari e l'attore Marco Paolini avevano sposato la campagna di don Gianni Fazzini a favore dell'uso dell'acqua di rubinetto. Una proposta culminata con il progetto di Veritas, la società che gestisce il ciclo dell'acqua a Venezia, battezzata "Bevo anch'io l'acqua del sindaco".
Venezia si candida quindi a fare da locomotiva nella lotta contro gli sprechi d'acqua. E probabilmente non poteva che essere la città d'acqua per antonomasia a guidare questa battaglia. Non a caso "100x100 pubblica" nasce a Venezia, ma punta a raccogliere consensi anche fuori dalla laguna. "L'acqua dell'acquedotto - osservano i tecnici di Veritas - è super controllata. Recuperare e smaltire le bottigliette ha un costo, l'obiettivo è diminuire quelli delle famiglie ma anche i nostri che gestiamo il ciclo delle acque ma anche lo smaltimento rifiuti". Conti alla mano, da una semplice rilevazione del pagamento delle utenze domestiche, eseguita dall'Adico, emerge che l'acqua del rubinetto costa circa 0,09 centesimi al litro contro i 26 di un prodotto industriale.
(3 giugno 2008)