martedì 9 marzo 2010

Lavorare meno, lavorare sempre. Ecco come cambieranno le nostre vite

L'INCHIESTA. Settimana corta, orario ridotto, ma anche reperibilità totale
Gli studiosi non hanno dubbio: la rivoluzione è in arrivo
Lavorare meno, lavorare sempre
Ecco come cambieranno le nostre vite
di CINZIA SASSO


Che un' era fosse finita, Richard Donkin, già editorialista del Financial Times ed esperto di organizzazione del lavoro, se ne è accorto al funerale di un caro amico. In piena cerimonia, un collega ha sentito il bip-bip sul Blackberry: posta in arrivo. L'uomo si è messo a digitare sul tastierino per rispondere al messaggio.

Non aveva più alibi, quando il dovere chiama - dovunque tu sia - non puoi più fare finta di niente. L'éra terminata era quella del lavoro in ufficio, del cartellino da timbrare, della routine professionale. Ma anche quella dell'età della pensione, della rigidissima divisione delle mansioni e, soprattutto, quella della distinzione tra lavoro e tempo libero. Quell'episodio è servito a Donkin per scrivere un saggio dal titolo significativo "The Future of Work", nel quale ha illustrato come la vita quotidiana dei lavoratori - e cioè la nostra - sia destinata a cambiare. E non necessariamente in peggio.

Le tendenze in atto sono numerose. Ma la più rivoluzionaria riguarda il concetto stesso di luogo di lavoro. "L'orario settimanale può scendere - spiega Donkin - anche a 30 ore". Non distribuite in modo omogeneo, se serve. Si può anche arrivare a lavorare dieci ore al giorno, in cambio di maggiore libertà il venerdì - libero dall'obbligo di presenza - e magari anche parte del giovedì. A condizione di accettare che anche i giorni fuori ufficio, weekend compresi, possano essere - in qualche modo - lavorativi. "In fondo già oggi non smettiamo di vivere quando andiamo al lavoro, e non smettiamo di lavorare quando siamo a casa".

Le aziende che vorranno approfittare del nuovo mondo, e vincere la sfida della competitività, dovranno quindi cambiare le prassi. Più flessibilità nell'orario, ma anche più disponibilità nella scelta del personale. Se stare seduti davanti alla scrivania non è più centrale, allora anche persone in là con gli anni diventeranno una risorsa. Uno studio del Dipartimento del lavoro inglese ha dimostrato che la produttività di impiegati di mezza età e oltre non è inferiore a quella dei giovani. Lo stesso dicasi per le donne: liberate dalla necessità di presidiare l'ufficio potranno ben conciliare carriera e famiglia. Le imprese che lo hanno capito sono già un passo avanti: se si prende la classifica delle prime 500 società al mondo stilata da Fortune si scopre già che quelle che hanno più donne nelle posizioni top hanno performance migliori di quelle che si affidano esclusivamente a manager uomini.


La necessità di uscire dalla crisi richiede, poi, di reperire risorse nuove e fresche. Soprattutto di tipo umano. E così - propone ancora Donkin - bisogna limitare al minimo i lavori ripetitivi e offrire al maggior numero possibile di dipendenti la possibilità di prendere l'iniziativa. Allo stesso modo, basta gerarchie di ferro. L'organizzazione dell'azienda deve essere sempre più collaborativa. Il modello è quello dei social network tipo Facebook: dialogo fra colleghi, coinvolgimento di tutti. Non è una piattaforma sindacale. E naturalmente i pro sono affiancati dai contro (si rischia di inquinare con le preoccupazioni professionali anche la vita privata). Ma è - sostiene lo studioso - la via per creare aziende in grado di affrontare con successo le acque tempestose della crisi economica.

Il tema, va detto, non è nuovissimo. Il sociologo Domenico De Masi, in un suo testo di fine anni Novanta, che ha curiosamente lo stesso titolo ("Il futuro del lavoro", Rizzoli editore, ristampato da poco), ipotizzava qualcosa di simile. Secondo De Masi, nella società post-industriale, l'ozio sarebbe diventato altrettanto importante che il lavoro e avrebbe finito "per fare tutt'uno con esso, assumendo le connotazioni del gioco". Oggi il professore di Sociologia del lavoro della Sapienza non ha cambiato idea: "Adesso - dice - siamo come alcolizzati, perché siamo la prima generazione digitale, ma man mano prenderemo le distanze dalle tecnologie e impareremo a farne un uso liberatorio invece che stressante". Se il lavoro diventa intellettuale creativo, se usa cioè il cervello come strumento primario, "non c'è più differenza tra tempo del lavoro e tempo della vita, lavoriamo 24 ore ma anche ci divertiamo 24 ore".

Che stiamo vivendo una fase di profonda trasformazione è anche l'opinione di Roberta Cocco, manager di Microsoft, responsabile del progetto Futurolfemminile, nato per diffondere la consapevolezza che la tecnologia può essere un potente alleato delle donne. "Spesso - racconta - io lavoro da casa: posso leggere le e-mail, fare telefonate, partecipare in conference call a una riunione anche mentre sono ai giardinetti coi miei figli. L'osmosi è un impagabile vantaggio, non una zavorra". Però, appunto: ecco i piani che si sovrappongono. Il fatto è, ragiona Francesca Zajczyk, docente di sociologia a Milano Bicocca, "che la pervasività degli strumenti porta al sovrapporsi anche delle azioni: telefono mentre lavoro al computer e intanto rispondo a un sms. Non solo si sono annullati i confini, si moltiplicano anche le attività in contemporanea".

Pare siano passati secoli, non solo pochi anni, da quando un best seller come "Buongiorno pigrizia" di Corinne Maier, che esaltava il lavorare il meno possibile per riprendersi la vita, veniva lodato da El Paìs come "una nuova Bibbia". Perfino una come Gianna Martinengo, tra i primi in Italia a investire, con la sua Didael, sull'e-learning e sull'e-work, è preoccupata: "Io - dice - ho sempre detto: il venerdì spengo tutto e non ci sono per nessuno. Ma oggi questo non è più possibile, gli strumenti sono diventati talmente pervasivi per cui si crea una forma di ansia: se non rispondi entro un certo numero di minuti a un messaggino come minimo passi per maleducato e se quelli del tuo social network non ti vedono in linea per qualche ora si preoccupano e ti chiedono se stai male".
Una sfida anche per il sindacato. Susanna Camusso, della segreteria della Cgil, impegnata fino ad ora in battaglie ben più materiali vede questa rincorsa infinita come "un dramma della nostra epoca" e invita a riflettere: "Mi verrebbe da suggerire a livello culturale un elogio della lentezza... e comunque è chiaro che sarà necessario introdurre dei correttivi". Se sarà difficile parlare di orari di lavoro in un universo che li annulla; se libri di successo come "... e vinse la tartaruga" di Carl Honoré o proprio "L'elogio della lentezza" di Lothar J. Seiwert sembrano arrivare dal Pleistocene, è però vero che qualche soluzione, da qualche parte, si sta cercando. Google e Microsoft introducono il tempo libero nell'orario di lavoro. Obbligatorio, nel bel mezzo della giornata, andare a fare passeggiate coi colleghi, cucinare insieme, fare lunghi giri in bicicletta, scendere in campo per una partita a pallone, nuotare nella piscina aziendale, portare i cani in ufficio. Insomma: siccome non è più possibile separare il tempo libero dal tempo del lavoro, bisogna infilare a forza il tempo libero in quello della produzione.

Martinengo, che è appena rientrata da Stanford, racconta di aver visto "cose da spavento": "Chip da mettere nei polpastrelli che permetteranno di fotografare con le dita, collegati a un aggeggio che porti al collo e che ti dà all'istante la tracciabilità di quello che hai ripreso; oppure Sesto Senso, la tecnologia del futuro, con i sensori direttamente sul tuo corpo che ti collegano alla rete". Presto, insomma, le preoccupazioni di oggi potrebbero sembrare ingenue: la mail del medico che riaccende il pc e ti risponde a mezzanotte dopo aver passato la giornata in ospedale e cenato con la moglie; la sveglia mattutina anticipata perché ci sono da leggere i quotidiani sull'iPad; le partite di calcetto con gli amici interrotte dai messaggi serali sul BlackBerry; il multitasking di chi alza la cornetta, digita un sms e intanto pesta i tasti del computer. Non è escluso che, alla fine di questo percorso, bisognerà inventarsi un'altra rivoluzione. E rialzare quei confini tra le nostre due vite che la tecnologia sta cancellando.
(16 febbraio 2010)

La lotta di classe passerà per il DNA

Se il ventesimo secolo è stato caratterizzato dalla lotta di classe, il ventunesimo secolo sarà caratterizzato dalla lotta tra i ricchi e i poveri geneticamente.


GENETICA / La lotta di classe passerà per il DNA”

Nel prossimo ventennio i progressi della genetica e della scienza in generale renderanno sempre più facile testare le persone per individuare le loro caratteristiche genetiche.
Le opportunità offerte da questi test sono enormi. Conoscendo le nostre predisposizioni, saremo in grado di cambiare stile di vita in modo da minimizzare il rischio di ammalarsi, di individuare le professioni in cui abbiamo maggiori probabilità di successo, e di scegliere le medicine più adatte alle nostre caratteristiche genetiche.
Ma accanto alle enormi opportunità ci sono rischi altrettanto enormi. Senza un'adeguata protezione della privacy, il datore di lavoro potrà appropriarsi di questa informazione per discriminare.
Chi affiderebbe la conduzione della propria impresa a un manager ad alto rischio di morire? Chi darebbe lui un mutuo? Chi lo sposerebbe? Quale motivo avrebbe una persona di investire in istruzione, se la sua vita attesa non è sufficientemente lunga da recuperare il costo dell'investimento? Se, come sembra probabile, questi test saranno in grado di determinare anche la componente genetica dell'intelligenza, potrebbero essere usati per l'ammissione all'università, per assunzioni e promozioni o, peggio, per selezionare le caratteristiche desiderate di un nascituro.
Accanto a problemi etici e legali, i test genetici presentano anche seri problemi economici e sociali.
Se, come tutti si augurano, una legge proteggerà la confidenzialità dei risultati, le assicurazioni sulla vita spariranno: i fortunati che scoprono di essere a basso rischio, troverebbero le polizze basate sulla vita media troppo costose e preferirebbero non assicurarsi. Il pool di assicurati, quindi, sarebbe composto principalmente da persone che hanno scoperto di essere ad alto rischio. Anticipando questo problema, le assicurazione tenteranno di alzare i premi. Ma più alzano il prezzo, più le persone a basso rischio troveranno troppo costoso assicurarsi, lasciando nel pool solo a persone ad altissimo rischio, fino a distruggere l'intero mercato.
Se oggi l'aspetto fisco influenza fortemente il successo di una persona, perché le fornisce la self-confidence necessaria, immaginatevi cosa succederà quando conosceremo in modo accurato le nostre predisposizioni genetiche. Chi scopre di non essere geneticamente predisposto, non proverà neppure, rendendo le sue probabilità di successo nulle. Mentre i dotati, riceveranno un'iniezione di fiducia tale da assicurarsi il successo. A chi ha sarà dato, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.
Questo aumenterà la disuguaglianza dei redditi, creando problemi sociali. È più facile accettare una gerarchia se tutti abbiamo l'opportunità e la speranza di raggiungere il vertice. Ma se la genetica dividerà tra chi ha e chi non ha, la tensione sociale diventerà molto forte.
Se il ventesimo secolo è stato caratterizzato dalla lotta di classe, il ventunesimo secolo sarà caratterizzato dalla lotta tra i ricchi e i poveri geneticamente.

Luigi Zingales, Il Sole 24 Ore
12 dicembre 2009

non sprechiamo il vero capitale

il nostro gigantesco problema, ma anche la nostra sfida più gratificante, è che a ogni età la vita di un bambino può finire sul binario sbagliato, se non addirittura su un binario morto. Ma noi lo possiamo impedire.




Non sprechiamo il vero capitale
Ci avevo provato quando mi fecero scrivere il programma dell'Ulivo per le elezioni europee del 2004, ma la mia idea non ebbe fortuna.
Nell'esporla a una assemblea di personalità dei partiti, capii che non ne stavo conquistando né i cuori né le menti, tant'è che mi ascoltarono con crescente distrazione. Eppure l'idea era al centro della strategia cui tutti pagavano allora l'omaggio più riverente, quella strategia di Lisbona che voleva fondare sulla conoscenza il grande futuro di una grande Europa e che per questo indicava nel capitale umano la risorsa da curare e da sviluppare più di ogni altra.
Già, ma che cos'è il capitale umano? Il capitale umano sono i nostri bambini, in ciascuno dei quali, quando nasce, c'è una inesplorata potenzialità, che tocca a noi inverare, evitando che si essicchi, che si atrofizzi, che si disperda in una vita povera, sbagliata, sprovvista degli stimoli che la portano a maturare.
E il nostro gigantesco problema, ma anche la nostra sfida più gratificante, è che a ogni età la vita di un bambino può finire sul binario sbagliato, se non addirittura su un binario morto. Ma noi lo possiamo impedire.
Un bambino che nasca in una casa nella quale nessuno ha il tempo di occuparsene o i mezzi per portarlo a un nido, passa il suo tempo solo, guardando per ore e ore il soffitto e non avendo nessuna di quelle interazioni che gli sono essenziali per mettere a frutto la straordinaria capacità di apprendimento di cui dispone nei primi mesi di vita. Quel bambino - abbiamo studi a iosa che lo dimostrano - sarà già di serie B quando arriverà all'asilo, perché sarà meno capace di aprirsi e più indietro degli altri nell'apprendere.
Un bambino che arriva a scuola con un bagaglio culturale formatosi in un altro paese o in una famiglia che viene da un altro paese finirà per essere nella stessa condizione. Ragazzi o ragazze che avrebbero una grande capacità espressiva, una interiorità pronta a trovare nel rapporto con gli altri il proprio sviluppo, possono restare anchilosati in una scuola che non fa leva su tali qualità e chiede loro risposte sempre più reperibili attraverso quella esperienza di autismo tecnologico che sono, o quanto meno possono divenire, ipomeriggi davanti al computer.
Ragazzi o ragazze che stanno superando indenni tutti gli ostacoli della formazione e stanno finalmente diventando sonante capitale umano si
accorgono che per quel capitale non c'è investimento possibile. E diventano i giovani "né né", quelli che non vogliono né finire gli studi né lavorare, perché non ne vale la pena.
Sono cose che tutti sappiamo, ma sembriamo non capire che in tutto questo c'è uno spreco più grave e più imperdonabile di quello del tempo dei fannulloni in ufficio, dell'aria che inquiniamo in ogni parte del mondo, dei soldi che bruciamo quando le borse vanno male. E infatti per questo spreco facciamo molto meno che per gli altri. Di qui la mia idea.
I bambini sono preziosi e ce ne sono sempre di meno in società sempre più vecchie. Non ne sprechiamo neanche uno e "coltiviamoli" tutti attraverso un grande progetto-bambini, con responsabilità individuali e collettive all'altezza del compito. Facciamolo e ci accorgeremo che serviranno più volontariato e più fantasia trasgressiva che non montagne impossibili di soldi da chiedere a Tremonti. Assicurare in ogni quartiere, se gli asili nido non bastano, una compagnia per i più piccoli che altrimenti sarebbero soli; far entrare con continuità nelle scuole l'esperienza del teatro per far maturare l'espressività dei ragazzi e la loro capacità di interagire con gli altri attraverso i sentimenti e non con la violenza (ricordiamoci La schivata, bellissimo film di Abdel Kechiche, nel quale i linguaggi aggressivi e interetnici dei ragazzi di una banlieu parigina, si tramutano nell'armonioso francese settecentesco di Marivoux, che essi dovranno rappresentare); moltiplicare e coordinare le iniziative - l'ultima è
della Normale e del S. Anna di Pisa insieme all'Itm di Lucca - per collocare i laureati bravi.
Sono solo spunti. Spunti per un progetto che segua i più giovani dalla nascita sino ai loro vent'anni. Vale la pena provarci per i prossimi vent'anni.

Giuliano Amato, sole 24 ore, 13 dicembre 2009


La morte di Dio in prima serata

è di tre mesi fa, ma attualissimo...
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di Riccardo Chiaberge
Applaudire il Papa non costa nulla, ed è il miglior salvacondotto per continuare a fare il contrario di quello che il Papa si aspetta da noi. Come ha osservato Aldo Grasso, il j'accuse di Benedetto XVI contro il «meccanismo perverso» dei media che amplificano il male e intossicano i cuori è stato approvato con fervore sospetto proprio da quelli che più praticano un certo tipo di televisione: «A cominciare da Bruno Vespa che per anni ha vissuto sui trans, sulle escort, sui delitti di Cogne e di Garlascojacendo vedere cadaveri e sangue, e non sembra avere nessuna intenzione dismettere». «La tv è un mezzo straordinario, di una complessità meravigliosa», sostiene il critico del Corriere, che ha partecipato al convegno «Dio oggi» promosso dalla Cei ma in essa non c'è posto per l'assoluto.
Soltanto il relativo fa audience. Ecco dove si annida il cancro relativista e nichilista che sta divorando la civiltà cristiana, e dal quale il pontefice non si stanca di metterci in guardia: non nei laboratori del Cnr o nelle aule della Sapienza, ma negli studi di Saxa Rubra e di Mediaset.
Nei salotti catodici in cui tutto è opinione, perfino le sentenze passate in giudicato.
Dove i saccenti hanno la meglio sui sapienti, dove il parere di una showgirl o di un bellimbusto ignorante vale più di quello di un magistrato poco telegenico, i condannati per assassinio diventano divi, le profezie maya sano messe sullo stesso piano dei modelli elaborati dai climatologi, e i pregiudizi ideologici di un s&ttosegretario hanno un peso superiore ai giudizi di uno scienziato. E il premier, a seconda del colore di chi interviene, è per cinque minuti un mafioso e un martire per i successivi cinque. Ma mai, neppure un istante, quello che dovrebbe essere: un capo di governo chiamato a rendere conto delle promesse non mantenute. «Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c'è coscienza e responsabilità, e l'agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere»: sono parole di Joseph Ratzinger, nella sua ultima enciclica. Già, la verità. Povera veritas, quante volte ci capita di vederla seduta sui divanetti televisivi, affollati di imbonitori? Altro che Scientismo ateo: è dal Saccentismo mediatico che dobbiamo guardarci.
Anche e soprattutto quando si fìnge devoto.

http://riccardochiaberge blog.1lsole24ore.com 13 dicembre 2009

decreto interpretativo

Avrei bisogno anche io di un «decreto interpretativo» che mi chiarisse, finalmente, perché ho sempre pagato le tasse.
Perché passo con il verde e mi fermo con il rosso.
Perché pago di tasca mia viaggi, case, automobili, alberghi.
Perché non ho un corista vaticano di fiducia che mi fornisca il listino aggiornato delle mignotte o dei mignotti.
Perché se un tribunale mi convoca (ai giornalisti capita) non ho legittimi impedimenti da opporre.
Perché pago un garage per metterci la macchina invece di lasciarla sul marciapiede in divieto di sosta come la metà dei miei vicini di casa.
Perché considero ovvio rilasciare fattura se nei negozi devo insistere per avere la ricevuta fiscale.
Perché devo spiegare a chi mi chiede sbalordito «ma le serve la ricevuta?» che non è che serva a me, serve alla legge.
Perché non ho mai dovuto condonare un fico secco.
Perché non ho mai avuto capitali all'estero.
Perché non ho un sottobanco, non ho sottofondi, non ho sottintesi, e se mi intercettano il peggio che possono dire è che sparo cazzate al telefono.
Io insieme a qualche altro milione di italiani sono l'incarnazione di un'anomalia.
Rappresento l'inspiegabile.
Dunque avrei bisogno di un decreto interpretativo ad ersonam che chiarisse perché sono così imbecille da credere ancora nelle leggi e nello Stato.
MICHELE SERRA Repubblica, 7 marzo 2010

ladri di biciclette in Molise...?

il fantasma del "ladro di biciclette" si sta aggirando tra le rupi del Sannio. Chi altri avrebbe fatto sparire le 1585 biciclette acquistate (ma mai viste) dalla Regione nel quadro del "Programma per la valorizzazione e lo sviluppo della mobilità ciclistica", per un importo di 167.849 euro? Una delibera che specificava sia la «distribuzione in uso gratuito quotidiano ai cittadini» che ne avessero fatto richiesta, sia il numero di bici da distribuire ad ogni comune. Dopo di che sono scomparse, come le piste ciclabili mai viste.


Cia, Mossad e toghe rosse complottano in Molise?

Repubblica — 01 marzo 2010 pagina 25 sezione: COMMENTI
Tanti luoghi ameni di questa nostra Italia si stanno tramutando loro malgrado in richiami di ordinaria indecenza. Così L' Aquila, Firenze, la Maddalena, le sponde dell' Aniene e le campagne molisane evocano a tradimento sconci scenari... Le risposte alle denunce sono disarmanti nella loro ingenua protervia.
Vedi "Linea di confine" della settimana scorsa dove, recensendo un libro documentatissimo sulla manomissione politica, economica e sociale di una piccola regione ("Il regno del Molise" di Vinicio D' Ambrosio, Ed. Il Chiostro, Benevento) ad opera del suo potente governatore, Michele Iorio, citavamo fatti, cifre, nomi di fantasiosa illiceità. Figli, fratelli e parenti assunti a iosa all' ospedale di Isernia, record di spesa pubblica e primato italiano di deficit sanitario. E così via elencando. Ci aspettavamo qualche smentita o precisazione (in verità con qualche dubbio, visto che il libro non era stato contestato né l' autore denunciato, ad alcuni mesi dalla sua comparsa). Per contro il governatore Iorio ha diffuso uno strabiliante comunicato in cui dichiara testualmente: «Comincio a credere che di fronte alle martellanti campagne diffamatorie nei confronti del sottoscritto, della sua famiglia e dei suoi amici... ci troviamo di fronte ad un vero e proprio complotto ordito ai miei danni... ad un sodalizio d' avventura fondato sul desiderio di vendetta». Sfogliando le pagine della corposa denuncia mi chiedo se il "sodalizio d' avventura" non sia per caso il Consiglio di Stato (vedi il precedente della Consulta che "complotta" contro Berlusconi).
In questo caso il "complotto" avrebbe niente dimeno che silurato la vocazione armatoriale della regione, desiderosa di creare «un proprio collegamento marittimo veloce per il trasporto di persone, autocarri e merci da Termoli ai porti croati di Spalato, Ploce e Dubrovnik».
La bella idea dal costo iniziale di 7 milioni 791.000 euro avrebbe dovuto essere realizzata dalla Finmolise spa, la Finanziaria regionale, in associazione con la Larivera Spa, una società privata proprietaria del mezzo navale "Termoli Jet". Peccato che il Tar prima e il Consiglio di Stato annullarono tutto, non solo per la mancanza di una regolare gara di appalto, ma per l' inconsistenza del socio, visto che il mezzo navale, era esclusivamente «un catamarano, abilitato soltanto al trasporto di persone e non già anche di autocarri e merci... peraltro non in proprietà ma soltanto concesso in locazione alla Larivera spa... una scelta illegittima anche sotto l' ulteriore mancato profilo del riscontro della sussistenza del requisito della moralità professionale in capo al suo amministratore, sig. Giuseppe Larivera, che nell' anno 1990 ha patteggiato una pena per truffa proprio in danno della Regione Molise per corsi fantasma».
Negli anni la società, facente capo sempre alla Regione è stato oggetto di altre inchieste: il bilancio del 2007 si chiude con un buco di 2 milioni. Infine il 16 giugno 2009 il governo regionale ormai proprietario della cosiddetta nave che ha sospeso l' attività marittima, stanzia ulteriori 300mila euro «per assicurare la salvaguardia del valore patrimoniale». Giro le pagine e scopro che il fantasma del "ladro di biciclette" si sta aggirando tra le rupi del Sannio. Chi altri avrebbe fatto sparire le 1585 biciclette acquistate (ma mai viste) dalla Regione nel quadro del "Programma per la valorizzazione e lo sviluppo della mobilità ciclistica", per un importo di 167.849 euro? Una delibera che specificava sia la «distribuzione in uso gratuito quotidiano ai cittadini» che ne avessero fatto richiesta, sia il numero di bici da distribuire ad ogni comune. Dopo di che sono scomparse, come le piste ciclabili mai viste. Biechi complotti del Mossad, della Cia, delle "toghe rosse" che hanno cominciato ad indagare o storie di ordinaria follia nella Berluscopoli molisana? - MARIO PIRANI

lunedì 8 marzo 2010

Festival della fotografia etica

a Lodi, 11-14 marzo

http://www.festivaldellafotografiaetica.com/

intercettazioni telefoniche - quanto costano

Chi decide l'ascolto, perché e quanto costa
Il pm fa richiesta, il gip approva, le forze dell'ordine eseguono. Ma se il carico di lavoro è troppo, si affidano a società private. Con prezzi molto diversi. Sì, ma quanta gente è «spiata»? Su questo il governo dà i numeri

LA PIÙ GRANDE e famosa delle indagini giudiziarie italiane, quella di Mani pulite, le intercettazioni non le ha quasi usate. Poche, pochissime. Gli indagati, per lo più, confessavano; e per fare i processi bastavano le loro ammissioni, insieme ai documenti bancari dei conti all'estero. Senza aggiungere che, allora, i cellulari erano assai meno diffusi...
Quando il clima è cambiato e i corrotti sono tornati a sentirsi forti, le intercettazioni telefoniche e ambientali sono diventate uno dei pochi stranienti d'indagine capaci d'inchiodarli alle loro responsabilità: così Piercamillo Davigo, uno dei pm di Mani pulite, spiega l'aumento delle intercettazioni
negli ultimi anni. Ma la verità è che nessuno si è accorto della loro esistenza finché incastravano mafiosi, trafficanti di droga, sequestratori. Quando hanno cominciato ad arrivare sui giornali le telefonate dei politici, dei finanzieri, dei calciatori, delle veline, allora il Paese si è reso conto. E ha scoperto la paura di essere sotto controllo. Le conversazioni degli indagati sconosciuti non finiscono sulla stampa o in tv. Quelle dei cosiddetti vip sono invece d'interesse generale, merce preziosa.
E, allora, ecco sollevare il problema della privacy, dell'invasivi-tà delle intercettazioni nella vita privata, del Grande Fratello che ci controllerebbe tutti. È proprio così? Come funzionano, in conti responsabile Ma Giustizia Angelino Alfano. Ha dichiarato che, secondo suoi calcoli empirici, te persone con il telefono sotto controllo sarebbero 125 mila, per un totale di tre milioni di italiani «ascottati»
creto, le intercettazioni? Chi le fa? Quanto costano? È il pubblico ministero a chiederle, a carico di indagati per reati che devono essere gravi. Ma è un giudice, il gip (giudice per le indagini preliminari) a decidere se accettare o no le richieste del pm e se prorogarle via via nei mesi successivi.
La richiesta delle utenze da controllare viene inoltrata agli operatori telefonici (Telecom, Vodafone, Wind, 3...). Poi la faccenda passa alle forze dell'ordine: polizia, carabinieri e guardia di finanza hanno nelle loro caserme (e a volte anche dentro i palazzi di giustizia) sale d'ascolto con le macchine per registrare le conversazioni. Ma riescono a fare solo una piccola parte del lavoro.
Così le Procure si rivolgono sempre più spesso ad aziende private specializzate, di solito scelte dagli ufficiali di polizia giudiziaria che lavorano con i pm. Scelte sulla fiducia, per chiamata diretta, perché in questo campo non sono previsti gare né obblighi.
In Italia le aziende spia-telefoni, cresciute negli ultimi vent'anni, sono una quarantina. Quasi tutte si trovano al Nord. Molte a Milano e in Lombardia, come la Sio di Cantù, la Area di Binago, la Rcs spa di Milano. Una a Trieste, la Innova. Il lavoro è delicato e non privo di rischi: così la Rcs (Research Control System) è ora al centro di un'indagine delicatissima per fuga di notizie, a causa della telefonata dell'estate 2005 in cui Piero Fassino gioiva («Allora? Siamo padroni di una banca?»), finita sulle pagine del Giornale prima ancora di essere trascritta e messa a disposizione degli stessi magistrati.
I rischi sono anche imprenditoriali, perché la concorrenza è aumentata e il ministero della Giustizia negli ultimi anni ha stretto i cordoni della borsa. Così alcune aziende sono arrivate al crac, altre hanno dovuto aspettare per anni che il ministero pagasse (aveva accumulato debiti con aziende del settore per 140 milioni di euro) e alla fine non hanno potuto far altro che accontentarsi di incassare i crediti senza interessi e con uno sconto del cinque, dieci per cento.
È complicato capire i costi, perché le aziende fanno prezzi molto diversi. Capita che a Campobasso un'intercettazione sulla linea telefonica costi 3,85 euro al giorno, a Roma cinque euro, ad Arezzo 25, a Lodi 27. Ancor più oscillanti, in base ai rischi, i prezzi delle microspie piazzate in una stanza o in un'auto: 19 euro al
giorno a Roma, ben 195 a Catania.
Del resto, non è chiaro neppure quante intercettazioni si facciano in Italia e quante persone siano sotto controllo. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha sostenuto che in Italia si fanno tre milioni d'intercettazioni, con un costo totale di un miliardo di euro l'anno. «Secondo un mio calcolo empirico e non scientifico» ha dichiarato in Parlamento, «è probabilmente intercettata una grandissima parte del nostro Paese... Le persone intercettate in Italia nel 2007 sono state 124.845. Ma poi ciascuna fa o riceve mediamente trenta telefonate al giorno. Così si arriva a tre milioni di intercettazioni».
In realtà, le persone ascoltate non sono tre milioni, e neanche 125 mila. Nell'anno considerato dal ministro, i decreti dei gip che dispongono intercettazioni telefoniche sono stati 45.122. Ogni decreto corrisponde a un'utenza, cioè a un solo numero telefonico, e, quando si controlla un indagato, si intercettano tutti i suoi numeri: casa, ufficio o uffici, eventuale seconda casa, cellulari... Una persona può avere anche più di dieci numeri. Luciano Moggi, per esempio, disponeva di otto cellulari, con varie schede, più le utenze di quattro abitazioni, del suo studio privato, dell'ufficio presso la sede della Juventus. Intercettarlo per un anno ha voluto dire, per il giudice, produrre una ventina di decreti, ciascuno prorogato più volte.
Facendo qualche facile calcolo, dividendo i decreti d'intercettazione per il numero delle utenze e delle proroghe, si arriva certamente a meno di ventimila persone intercettate all'anno: lo 0,03 per cento della popolazione italiana. E i costi? Gli ultimi dati disponibili del ministero della Giustizia dicono che sono in calo: 286 milioni di euro nel 2005, 246 nel 2006, 224 nel 2007. D'altra parte, la sola indagine milanese sulle scalate bancarie del 2005, con due mesi d'ascolti dei «furbetti del quartie-rino», ha fatto entrare nelle casse dello Stato, come risarcimenti, quasi un miliardo di euro: sufficienti a ripagare più di quattro anni d'ascolti in tutt'Italia.
Che cosa sono, allora, le intercettazioni? Uno strumento insostituibile per smascherare i reati in un Paese a illegalità diffusa, oppure (come dice Antonio Polito, direttore del Riformista) «il rischio più grave che corre l'Italia dai tempi delle leggi speciali del fascismo»? Henry Woodcock e Vallettopoli, Stefano Ricucci e i furbetti del quartierino, Luciano Moggi e Calciopoli. E poi gli scambi di complimenti tra Silvio Berlusconi e il dirigente di Raifiction Agostino Sacca, i dossier di Pio Pompa e i contatti del direttore del Sismi Niccolò Pollari, fino ai massaggi di Guido Bertolaso e agli affari della «cricca» della Protezione civile... Ormai l'intercettazione telefonica, fuori dai tribunali, è diventata un genere letterario, uno specchio del Paese.
GIANNI BARBACETTO ?

Venerdi di repubblica, 5 marzo 2010

Jeremy Rifkin - La civiltà dell' empatia

Jeremy Rifkin

Parla l' economista americano. Esce oggi il suo nuovo libro: La civiltà dell' empatia

NEW YORK Nel nuovo saggio di Jeremy Rifkin che esce ora in Italia, La civiltà dell' empatìa (Mondadori, pagg. 648, euro 22), c' è un primo messaggio che in apparenza è rassicurante.
Sulla scorta di una robusta evidenza scientifica, l' autore spiega che noi siamo una specie animale "empatica", allenata a provare compassione, partecipazione, solidarietà.

Il secondo messaggio è decisamente allarmante. La nostra empatìa per millenni si è esercitata entro cerchie ristrette, dalla famiglia alla comunità agricola fino allo Stato-nazione, non è commisurata all' estensione globale della nuova comunità umana. Riprogrammare la nostra coscienza, applicare l' empatìa su scala planetaria, è urgente se vogliamo evitare la distruzione della nostra specie (e di molte altre).
Una terza componente interessante del libro è un piano ambizioso per risolvere l' equazione energetica. Si tratta di applicare all' energia il modello Internet, nel senso di una rivoluzione dal basso, un sistema di produzione e di consumo diffuso, capillare, decentrato e flessibile.
Presidente della Foundation on Economic Trends di Bethesda, docente alla Wharton School, autore già popolarissimo nel mondo intero con saggi come La fine del lavoro (1995) o Economia all' idrogeno (2002), Rifkin in questa intervista discute le tesi della sua ultima opera, la più ambiziosa e impegnativa di tutte.
L' avvertimento che lei lancia non può essere preso alla leggera: siamo vicini a una sorta di implosione globale, lo stadio finale e autodistruttivo delle varie rivoluzioni industriali. «Non voglio suonare come l' ennesimo profeta dell' apocalisse, ma troppi segnali indicano che siamo davvero a un punto di svolta nella storia delle specie umana, il nostro destino può giocarsi in modo fatale entro pochi decenni.
Due segnali recenti lo confermano.
Uno è stato la grande crisi alimentare del 2008, che precedette (e in realtà provocò) il collasso della finanza globale: sotto la pressione della crescita cinese e indiana il petrolio toccò 147 dollari al barile, i rialzi delle derrate agroalimentari provocarono tumulti del riso e del pane in tante nazioni emergenti.
Il secondo segnale è stato il fiasco del vertice di Copenaghen sull' ambiente: gli stessi leader che non avevano saputo prevedere il disastro del 2008, sono stati incapaci di affrontare il cambiamento climatico».
Lei mette sotto accusa la cultura attraverso cui noi,e le nostre classi dirigenti, interpretiamo il mondo. «Siamo ancora prigionieri della tradizione illuminista, del pensiero di Locke e Adam Smith: quello che ci rappresenta l' uomo come un essere razionale, materialista, individualista, utilitarista. Se continuiamo a usare questi strumenti intellettuali del XVIII secolo, siamo davvero condannati. Entro quella cornice culturale è impossibile per 6 miliardi di persone affrontare la scarsità delle risorse naturali.
Copenaghen è fallito perché dei leader come Obama e Hu Jintao hanno continuato a pensare in termini geopolitici tradizionali, secondo gli interessi degli Stati-nazione anziché quelli della biosfera».
L' empatìa può avere effetti perversi, aumentando l' entropìa: questo è un concetto che lei ha già usato in passato, nel senso di un degrado che distrugge l' energia disponibile. Un esempio storico? «L' impero romano fu capace di espandere l' empatìa dei suoi cittadini creando una comunità molto vasta unita dallo stesso destino. Ma al tempo stesso spinse lo sfruttamento della sua base agricola fino all' estremo, fino a provocare un esaurimento che fu la vera causa del declino, prima delle invasioni barbariche. La storia si ripete. Oggi su scala ben più ampia.
Più le civiltà diventano complesse, più si moltiplicano le connessioni fra gli esseri umani; ma al tempo stesso vengono richiesti maggiori flussi di energia e questi aumentano l' entropìa. La Terza Rivoluzione industriale che io disegno, nascerà dalla necessità di mitigare l' impatto entropico delle prime due. Come le altre rivoluzioni industriali, sarà trainata da una convergenza tra le nuove tecnologie della comunicazione e dell' energia.
Le prime civiltà idraulico-industriali si fondarono sull' invenzione dell' alfabeto; la seconda rivoluzione industriale dall' Ottocento al Novecento fu l' incontro fra corrente elettrica, telegrafo, radio, tv».
Per questo oggi lei vede in Internet una benefica opportunità, e ha fiducia nei giovani che sono cresciuti dentro questo nuovo universo della comunicazione? «La generazione che si è affacciata alla conoscenza nel terzo millennio dà per scontato che il mondo è fatto di condivisione e cooperazione. Le vecchie generazioni hanno ancora un' idea del cambiamento dettato dall' alto verso il basso, i giovani vivono in una dimensione decentrata, sono interconnessi orizzontalmente, senza gerarchie. La mia generazione ammirò le foto della terra prese dall' Apollo nella spedizione sulla luna, fu la nostra prima esperienza di empatìa verso l' intero pianeta visto da fuori. I nostri figli ogni giorno attraverso GoogleMap si percepiscono come cittadini del pianeta terra. Disastri come i terremoti ad Haiti e in Cile, con Twitter si trasformano nell' occasione di un' immediata solidarietà umana su scala globale. Questi ragazzi abituati a usare Skype per parlarsi col compagno di Tokyo intuiscono che siamo un' unica famiglia planetaria, per loro è più facile comprendere che ogni gesto quotidiano in ogni angolo del mondo ha un impatto in tempo reale sulla biosfera e colpisce la specie umana ovunque essa si trovi. Lì si è già avviata la transizione verso una nuova forma di coscienza».
In questa Terza Rivoluzione industriale che è alle porte, il modello Internet può salvarci anche dalla crisi energetica? In che modo? «Le nuove tecnologie della comunicazione convergono con le energie rinnovabili. È quello che io chiamo l' energia distribuita, o diffusa. Perché le fonti rinnovabili - sole, vento, energia biotermica, biomasse da rifiuti - si trovano in mezzo a noi, equamente ripartite su ogni metro quadro della superficie terrestre. A differenza delle energie fossili come il petrolio e il carbone, la cui concentrazione territoriale è stata fonte di enormi problemi geopolitici».
In pratica che cosa significa abbracciare il modello dell' energia diffusa? «Significa convertire ogni singola casa, ogni palazzo, in una piccola centrale energetica che usa il sole, il vento, i rifiuti, li immagazzina e li redistribuisce. Significa che l' energia non consumata per i propri bisogni va ripartita secondo una logica di cooperazione e di solidarietà. Non è socialismo bensì un' economia di mercato ibrida. Proprio come Internet, con fenomeni come i software "open source", ha prefigurato un superamento del capitalismo puro ibridandolo con elementi di socialismo. Tutto questo sta già cominciando ad accadere, ed è più vicino a voi di quanto crediate». FEDERICO RAMPINI

Repubblica — 05 marzo 2010 pagina 55 sezione: CULTURA

ogm se l'uomo si fa del male

SE L' UOMO SI FA DEL MALE
Repubblica — 03 marzo 2010
L' EUROPA fa gola ai produttori di Ogm. Era strategica nei loro piani di conquista del mondo, ma qualcosa è andato storto: moratorie, diffidenza o rifiuto da parte dei cittadini, principi di precauzione vincolanti. Tanto che nel corso dell' ultimo anno la superficie coltivata a OGM nel continente si è ridotta del 12% (secondo il rapporto 2009 dell' Isaaa, International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications).

Sono convinto che se le multinazionali produttrici di OGM, nei prossimi due anni, non entreranno nei mercati che ancora sono loro preclusi (recente il tentativo, bloccato a furor di popolo, di una melanzana in India) dovranno drasticamente rivedere i loro piani e iniziare a contare le ingenti perdite economiche: ecco il vero perché di quest' ennesima offensiva portata al buon senso e alla volontà dei cittadini europei, attraverso questo provvedimento sulla patata "Amflora". Ma uscendo dal campo delle ipotesi, non si spiega invece perché riescano a trovare sempre dei politici compiacenti e pronti a prendere decisioni impopolari, come il neo commissario europeo alla salute, il maltese John Dalli, responsabile del via libera ad "Amflora". Una patata, ricca di amidi, che inizialmente ci dissero destinata non all' alimentazione, ma alla produzione di cellulosa. Una patata la cui pianta però ha delle foglie, oltre gli scarti di lavorazione, le quali resterebbero inutilizzate senza l' autorizzazione per l' alimentazione animale arrivata ieri. Gli animali poi li mangiano gli uomini e quindi, indirettamente, mangeremo le foglie di una patata modificata con un gene resistente agli antibiotici, cosa espressamente vietata dal 2001. "Amflora" fu bloccata nel 2007 da Staros Dimas per ragioni di cautela, ma oggi John Dalli ritiene che la presenza di un gene che induce resistenza agli antibiotici non sia un problema per la salute umana e a poche settimane dal suo insediamento nella nuova carica ha già le idee sufficientemente chiare per assicurare ad un intero continente che "non c' è nessun pericolo". E per buon peso, insieme alla patata "Amflora", hanno autorizzato anche tre mais GM, destinati all' alimentazione animale e umana. È desolante vedere con quanta leggerezza e con quale dedizione alle cause delle multinazionali, il Parlamento europeo che abbiamo eletto si occupi delle questioni più delicate che riguardano noi cittadini. Non resta che sperare nei singoli governi nazionali, ma bisogna sperare che abbiano coraggio,e tanto. Bisogna sperare che, ad iniziare dal nostro, dichiarino le loro nazioni chiuse ad ogni OGM o trovino la maniera per dichiarare il territorio nazionale OGM Free. Non è facile, e sia pure con la chiara volontà espressa dal ministro Zaia con cui questa volta mi trovo in accordo, la situazione resta problematica. E allora? Verrebbe da dire, se li mangino loro: li sperimentino coloro che aspettano con tanta fiducia la loro diffusione nel mondo. Noi rifiutiamoci, rifiutiamo anche solo il minimo rischio: se questo significa disertare i supermercati a favore degli acquisti diretti, gli unici che oggi ci possano dare vere garanzie, facciamo uno sforzo in più. La causa lo vale: oggi la lotta si fa senza armi, ma con la pazienza e qualche volta il disagio di una spesa fatta con attenzione e cura. Perché non c' è solo il rischio salute. C' è il rischio di appoggiare, con una scelta scellerata o semplicemente frettolosa di acquisto, un sistema di produzione alimentare prepotente, aggressivo, dimentico di ogni identità e sapere, monopolizzato da pochi attori e pochi capitali che pensano di poter attingere ad un patrimonio di biodiversità costruito dagli agricoltori nei millenni per metterlo a disposizione solo dei loro fatturati. c.petrini@slowfood.it CARLO PETRINI



sabato 27 febbraio 2010

Nel paese di Mario e il Mago

Gentile Augias, sono un cittadino dell' Italistan.
Vivo a Milano 2, in un palazzo costruito dal presidente del Consiglio.
Lavoro a Milano in un' azienda di cui è azionista il presidente del Consiglio.
L'assicurazione dell' auto è del presidente del Consiglio, come l' assicurazione della mia previdenza integrativa.
Compro il giornale, di cui è proprietario il presidente del Consiglio, o suo fratello, che è lo stesso.
Vado in una banca del presidente del Consiglio.
Esco dal lavoro faccio spese in un ipermercato del presidente del Consiglio, dove compro prodotti realizzati da aziende partecipate dal presidente del Consiglio.
Se decido di andare al cinema, ho una sala del circuito di proprietà del presidente del Consiglio dove guardo un film prodotto e distribuito da una società del presidente del Consiglio (questi film godono anche di finanziamenti pubblici elargiti dal governo presieduto dal presidente del Consiglio).
Se rimango a casa, guardo la tv del presidente del Consiglio con decoder prodotto da società del presidente del Consiglio, dove i film realizzati da società del presidente del Consiglio sono interrotti da spot realizzati dall' agenzia pubblicitaria del presidente del Consiglio.
Faccio il tifo per la squadra di cui il presidente del Consiglio è proprietario. Guardo anche la Rai, i cui dirigenti sono stati nominati dai parlamentari che il presidente del Consiglio ha fatto eleggere.
Se non ho voglia di tv, leggo un libro, la cui editrice è di proprietà del presidente del Consiglio.
È il presidente del Consiglio a predisporre le leggi approvate da un Parlamento dove molti dei deputati della maggioranza sono dipendenti e/o avvocati del presidente del Consiglio, il quale governa nel mio esclusivo interesse. Per fortuna!

Antonio Di Furia antoniodifuria2@alice.it

Questa lettera è ovviamente un apologo, ma come spesso succede, rispecchia la possibile verità di una vita che potrebbe svolgersi proprio come il signor Di Furia scrive. Una volta si diceva che Torino era una città Fiat-dipendente nel senso che ogni attivitàe ogni passatempo (compreso il calcio) facevano capo a quella grande industria. Oggi potremmo dire che l' intera penisola dipende in qualche modo dalle attività del presidente del Consiglio. Cosa che, in questa parte del mondo, succede solo da noi. Perché? Perché l' uomo, per tanti aspetti goffo fino al ridicolo, possiede indubbia genialità, e altrettanta sfrontatezza, quando si tratta dei suoi affari. Ma abilità e sfrontatezza non sarebbero bastate se non si fosse trovato davanti un popolo provato da anni di corruzione e di cattiva politica, pronto a consegnarsi al ' mago' che pareva tirar fuori dal cilindro la soluzione di ogni problema. C' è una bella novella di Thomas Mann che bisognerebbe rileggere: ' Mario e il mago', appunto.
CORRADO AUGIAS c.augias@repubblica.it

La prova delle menzogne

l'atto conclusivo del processo Mills documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c'è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa

di GIUSEPPE D'AVANZO


DAVID MILLS è stato corrotto. È quel che conta anche se la manipolazione delle norme sulla prescrizione, che Berlusconi si è affatturato a partita in corso, lo salva dalla condanna e lo obbliga soltanto a risarcire il danno per il pregiudizio arrecato all'immagine dello Stato. Questa è la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione. Per comprenderla bisogna sapere che la corruzione è un reato "a concorso necessario": se Mills è corrotto, il presidente del Consiglio è il corruttore.

Per apprezzare la decisione, si deve ricordare che cosa ha detto, nel corso del tempo, Silvio Berlusconi di David Mills e di All Iberian, l'arcipelago di società off-shore creato dall'avvocato inglese. "Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l'esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario" (Ansa, 23 novembre 1999). "Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l'Italia" (Ansa, 20 giugno 2008). Bisogna cominciare dalle parole - e dagli impegni pubblici - del capo del governo per intendere il significato della sentenza della Cassazione.

Perché l'interesse pubblico della decisione non è soltanto nella forma giuridica che qualifica gli atti, ma nei fatti che convalida; nella responsabilità che svela; nell'obbligo che oggi incombe sul presidente del Consiglio, se fosse un uomo che tiene fede alle sue promesse.

Dunque, Berlusconi ha conosciuto Mills e, come il processo ha dimostrato e la Cassazione ha confermato (il fatto sussiste e il reato c'è stato), All Iberian è stata sempre nella sua disponibilità. Sono i due punti fermi e fattuali della sentenza (altro è l'aspetto formale, come si è detto). Da oggi, quindi, il capitolo più importante della storia del presidente del consiglio lo si può raccontare così. Con il coinvolgimento "diretto e personale" del Cavaliere, David Mills dà vita alle "64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest". Le gestisce per conto e nell'interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle "fiamme gialle" corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l'avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio "somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali" che lo ricompensano della testimonianza truccata.


Questa conclusione rivela fatti decisivi: chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi; che cosa è stato nascosto dalla testimonianza alterata dell'avvocato inglese. Si comprende definitivamente come è nato, e con quali pratiche, l'impero del Biscione; con quali menzogne Berlusconi ha avvelenato il Paese.

Torniamo agli eventi che oggi la Cassazione autentica. Le società offshore che per brevità chiamiamo All Iberian sono state uno strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo e della sua avventura imprenditoriale. Anche qui bisogna rianimare qualche ricordo. Lungo i sentieri del "group B very discreet della Fininvest" transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi mentre, in parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente.

Dunque, l'atto conclusivo del processo Mills documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c'è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la sua imprenditorialità, l'efficienza, la mitologia dell'homo faber, l'intero corpo mistico dell'ideologia berlusconiana ha il suo fondamento nel malaffare, nell'illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo.

E' la connessione con il peggiore passato della nostra storia recente che, durante gli interminabili dibattimenti del processo Mills, il capo del governo deve recidere. La radice del suo magnificato talento non può allungarsi in quel fondo fangoso perché, nell'ideologia del premier, è il suo trionfo personale che gli assegna il diritto di governare il Paese. Le sue ricchezze sono la garanzia del patto con gli elettori e dell'infallibilità della sua politica; il canone ineliminabile della "società dell'incanto" che lo beatifica. Per scavare un solco tra sé e il suo passato e farsi alfiere credibile e antipolitico del nuovo, deve allontanare da sé l'ombra di quell'avvocato inglese, il peso di All Iberian. È la scommessa che Berlusconi decide di giocare in pubblico. Così intreccia in un unico nodo il suo futuro di leader politico, responsabile di fronte agli elettori, e il suo passato di imprenditore di successo. Se quel passato risulta opaco perché legato a All Iberian, di cui non conosce l'esistenza, o di David Mills, che non ha mai incontrato, egli è disposto a lasciare la politica e addirittura il Paese. Oggi dovrebbe farlo davvero perché la decisione della Cassazione conferma che ha corrotto Mills (lo conosceva) per nascondere il dominio diretto su quella macchina d'illegalità e abusi che è stata All Iberian (la governava). Il capo del governo non lo farà, naturalmente, aggrappandosi come un naufrago al legno della prescrizione che egli stesso si è approvato. Non lascerà l'Italia, ma l'affliggerà con nuove leggi ad personam (processo breve, legittimo impedimento), utili forse a metterlo al sicuro da una sentenza, ma non dal giudizio degli italiani che da oggi potranno giudicarlo corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della "testa dei suoi figli".

Repubblica, 26 febbraio 2010

Ognuno, Qualcuno, Ciascuno, Nessuno

Questa è la storia di quattro persone chiamate Ognuno, Qualcuno, Ciascuno, Nessuno.
C'era un lavoro urgente da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto.
Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece. Finì che Ciascuno incolpò
Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ognuno avrebbe potuto fare.

Anonimo

venerdì 26 febbraio 2010

un vaffanculo al TG1

Comunque la si pensi, l'informazione del TG1 è una vera schifezza.

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"Adesso lo dice anche la Corte di Cassazione. Davvero il testimone inglese David Mills è stato corrotto dal premier, Silvio Berlusconi, per mentire in tribunale." Peter Gomez, FQ 26-2-2010.
Il Tg1 di Minzolini delle 13.30 dice l'esatto contrario, parla di: "sentenza di assoluzione" per Mills.
vedi qui il video
Il Tg1 ha mentito. Minzolini ha due opzioni: fare una immediata rettifica o essere denunciato.
Nel frattempo date un colpo di telefono alla redazione del TG1 per mandargli un vaff senza prescrizioni: tel: 06 - 33173744.

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petizione all'orsine dei giornalisti:

La dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini
Category:
Common Interest - Activities
Description:
Al Presidente dell'Ordine dei Giornalisti
Lorenzo Del Boca
e p.c.
al Direttore tg1 Augusto Minzolini
e al Presidente della Rai Paolo Garimberti

oggetto: segnalazione grave violazione deontologia professionale.

Caro Presidente, ti scrivo a nome mio e credo di tutti i cittadini che hanno a cuore la verità e la dignità della professione giornalistica in questo Paese. Premetto subito che qui non si tratta di destra o sinistra, della legittimità o meno del direttore del Tg1 di esporre la sua linea editoriale (personalmente credo che il direttore di un tg abbia il diritto di dire il suo pensiero, la sua opinione). Qui si tratta di deontologia professionale e della funzione fondamentale del giornalismo. Ieri il tg1 delle 13.30 come sai ha dato una notizia falsa. Ecco credo che nessuno di noi possa e debba accettare questo. Mi aspetto quindi una reazione esemplare dell'Ordine rispetto a un episodio che umilia la professione giornalistica e i cittadini.

"Certo che per dire in un tigì, o scrivere su un giornale, che "Mills è stato assolto", spacciando la prescrizione di un reato accertato per "assoluzione", bisogna essere dei bei mascalzoni. Non dico faziosi, o manipolatori, o servi, dico proprio mascalzoni perché per un giornalista manomettere la verità è un crimine, tal quale per un fornaio sputare nel pane che vende. Qui non si tratta di opinioni, di interpretazioni, di passione politica. è proprio una frode, una lurida frode che non descrive più l'aspra dialettica di un paese spaccato, descrive qualcosa di molto peggiore: l'impunità conclamata di chi mente con dolo, con metodo, con intenzione, sicuro di non doverne rispondere ad alcuno (all'Ordine dei giornalisti? è più realistico sperare che intervenga Batman).
Per altro in un Paese di impuniti, perché proprio i giornalisti dovrebbero essere esentati dal privilegio di poter sparare bugie e ingannare la pubblica opinione senza conseguenze? Molti dei loro padroni e dei loro referenti politici negli ultimi vent'anni hanno perseguito con ogni mezzo, e ampiamente sperimentato, il piacere dell'impunità. Se ne sentono partecipi anche i loro impiegati" Michele Serra

Fa male anche a voi come a me questa riflessione? Ecco caro Presidente Del Boca io come cittadina mi aspetto da parte dell'Ordine un provvedimento nei confronti di quel giornalista che ha palesemente violato il principio deontologico per eccellenza: raccontare la verità. Mi aspetto caro Presidente Garimberti e caro Direttore Minzolini le scuse del tg1 e la rettifica.

domenica 21 febbraio 2010

ponte sullo stretto di Messina

In silenzio, la società Stretto di Messina
ha aumentato di oltre un miliardo (il 28 per cento
in più) il compenso previsto per il consorzio guidato da Impregilo.
Risultato? Le penali da pagare all'impresa se l'opera non si farà
saranno più alte.
E per ora, dopo la posa della prima pietra, la seconda non l'ha mai
messa nessuno


Messina. Vinci un superappalto e cinque anni dopo ti ritrovi con un contratto nuovo. Ancora più «super».
Che il Ponte sullo Stretto sia un'opera dal costo faraonico è noto.
Ciò che ancora non si sa è che Eurolink, il consorzio con capofila Impregilo che dovrà unire Scilla e Cariddi, s'è visto riconoscere a settembre dalla società Stretto di Messina una maggiorazione sul compenso altrettanto faraonica: un miliardo e 90 milioni in più rispetto al corrispettivo pattuito nel 2005. Che è lievitato da quasi 4 miliardi di euro (3.879.600, per l'esattezza) a 4.969.530. E tutto questo senza aver mosso una pietra.
Con l'effetto non solo di annullare il ribasso del 12% con cui il cartello di imprese - che comprende anche Condotte, Cmc, la spagnola Sacyr e la giapponese IsWga-wa - si era aggiudicata la gara, ma addirittura di accrescere il compenso in misura più che doppia rispetto allo stesso ribasso.
Il nuovo corrispettivo è fissato nella relazione di aggiornamento del piano finanziario dell'opera, firmato dall'amministratore delegato della Stretto di Messina e presidente dell'Anas Piero Ciucci e inviato per conoscenza al governo. Nella relazione, Ciucci sdogana la maggiorazione con la necessità di adeguare il valore di base definito con la gara alla dinamica dei prezzi e dei costi intervenuta e prevista tra il 2002 (chiusura del progetto preliminare) e il 2011, data presunta dell'approvazione del progetto definitivo. Che, è bene ricordare, non c'è ancora. Nel documento, non mancano i punti che lasciano perplesso più di un economista.
A partire da Guido Signorino, ordinario di Economia applicata all'Università di Messina e membro del Centro studi per l'area dello Stretto Fortunata Pellizzeri. Che osserva: «In poco tempo, mentre non si è mossa una ruspa, la commessa è lievitata del 28%, anche se, nello stesso periodo, la dinamica dei prezzi ha raggiunto record secolari di stabilità». Che cosa hanno fatto, invece, alla Stretto di Messina? Un esempio utile è quello dell'acciaio: l'accordo giustifica l'aumento del corrispettivo citando anche «l'eccezionale aumento dei prezzi registrato tra il 2003 e il 2004» e l'andamento dell'inflazione intervenuta e attesa nel periodo 2002-2011.
Curioso che la valutazione dei prezzi si proietti al 2011, mentre quella dei costi si fermi al 2004.
Se la Stretto di Messina avesse considerato l'andamento del costo dell'acciaio fino al 2009, avrebbe scoperto che questo è calato di molto, e che le stime del trend di domanda e offerta fino al 2011 dovrebbero far prevedere un assestamento su un valore molto più basso di quello del 2004.
Le perplessità, però, non finiscono qui. Stranamente, il corrispettivo dei lavori cresce di oltre un miliardo, mentre la stima del valore finale dell'opera - che include gli oneri finanziari - aumenta di soli 200 milioni, passando da 6,1 a 6,3 miliardi. Insomma, se da un lato è aumentata del 28% la somma da versare all'impresa, dall'altro il valore stimato del Ponte è cresciuto solo del 3,3. Una contraddizione che si può spiegare così: aumentare il valore dell'opera oltre i 6,3 miliardi avrebbe significato esporsi alle critiche di chi sostiene già adesso che l'investimento è troppo costoso e non remunerativo. Resta poi da spiegare per quale motivo in questi anni la Stretto di Messina non abbia ridotto il valore finale dell'opera, proporzionandolo al ribasso offerto dalla cordata vincitrice. La Corte dei Conti informa, infatti, che nel 2008 la società indicava ancora un costo finale pari a circa 6 miliardi, quando il ribasso offerto da Impregilo avrebbe dovuto far scendere il valore attorno ai 5 e mezzo. Secondo Signorino, questa scelta potrebbe significare che il ribasso col quale il consorzio ha vinto la gara era eccessivo: «Stretto di Messina ha tenuto invariata la stima del costo finale dell'opera, quando avrebbe fatto meglio a rifiutare l'offerta». In proposito, è il caso di ricordare che l'appalto fu impugnato al Tar da Astaldi, che aveva partecipato alla gara, e che il suo presidente Vittorio Di Paola dichiarò come «sul maxi ribasso di Impregilo» bisognasse riflettere. Ma il ricorso non andò avanti, perché il governo Prodi dichiarò il Ponte opera non più prioritaria, facendo venir meno l'oggetto del contendere.
Un altro aspetto da ricordare è che per anni si è paventato di dover pagare a Eurolink penali pesantissime nel caso in cui l'opera fosse stata fermata dal governo senza mai arrivare al progetto definitivo. In realtà, afferma Ciucci, al consorzio non sarebbero dovute penali qualora venisse intimato l'alt anche dopo aver ricevuto il progetto definitivo e quello esecutivo: le penali sono invece dovute se lo stop avvenisse anche un solo giorno dopo l'inizio dei lavori.
E qui si apre un'altra questione. Per il governo, i lavori del Ponte sono ufficialmente iniziati il 23 dicembre, con la prima pietra del progetto di spostamento di un binario nella frazione Cannitello di Villa San Giovanni. Si tratta di un'opera che avrebbero dovuto eseguire le Ferrovie e che, invece, il Cipe ha dichiarato a luglio di competenza della Stretto di Messina, «calandola» nel progetto Ponte. Il 23 dicembre le ruspe hanno iniziato a lavorare, fermandosi subito dopo per la pausa natalizia. Da allora il cantiere non è avanzato. Né poteva essere altrimenti, visto che dell'opera non esiste il progetto definitivo né la relativa variante urbanistica è mai stata approvata. Anzi, la Regione Calabria ha fatto ricorso al Tar e alla Corte costituzionale, lamentando di non essere stata sentita prima che il Cipe classificasse l'opera come preliminare al Ponte (al quale la giunta calabrese di centrosinistra si oppone).
Ma c'è di più: il terreno su cui le ruspe hanno lavorato per qualche giorno non è ancora stato espropriato, come confermano i proprietari. Eppure, su questo bluff Eurolink potrebbe fondare la futura pretesa di penali. Calcolate sul nuovo corrispettivo astronomico.
Paolo Casicci
Il Venerdi di repubblica 12 febbraio 2010

Come si risolve la guerra di Troia

Come si risolve la guerra di Troia
di Jacques Delpla


Nonostante la paura che serpeggia nei mercati, la Grecia non dichiarerà default sul debito. Perché? Perché se si desse avvio a una iniziativa multilaterale di pace tra Grecia, Turchia e Cipro con il sostegno dell'Europa e degli Usa, impegnandosi diplomaticamente, la Grecia potrebbe facilmente ridurre la spesa militare per l'equivalente di 3 punti del Pil. Diversamente da Portogallo o Irlanda, la pace beneficerebbe la Grecia con notevoli dividendi da destinare alla riduzione dei suoi colossali deficit.


I greci sono in guerra con i popoli dell'Anatolia da più di tre millenni: dalla guerra di Troia a quella greco-turca del 1919-1922, all'invasione di Cipro nel l974. A causa della storia, la spesa militare ammonta in Grecia al 4,3% del Pil, in Turchia al 5,3 e a Cipro al 3,8, mentre si aggira tra 1'1 e l'l,5% nei paesi della Ue pi piccoli. L'unica giustificazione per le enormi spese della difesa greche è la Turchia.

Se il nuovo governo greco è serio sui deficit, dovrà ridurle. Ridimensionandole dal 4,3% del Pil all'l in qualche anno si tradurrebbe in un risparmio permanente pari al 3,3% del PiI, vale a dire, un terzo del gap fiscale greco. Come si otterrebbe questa pace? Intanto coinvolgendo Europa e Usa. Gli Usa (e la Nato) e la Ue fornirebbero alla Grecia e alla Turchia le garanzie per una fiducia e una sicurezza reciproca e sosterrebbero e monitorerebbero il disarmo bilaterale. Per tagliare i costi, i tre paesi dovrebbero abolire la leva militare. Il denaro farebbe il resto. Le famiglie cipriote costrette all'esodo nel 1984 dovrebbero essere risarcite; e infine, dovrebbero essere elargiti incentivi all'esercito turco e al coloni insediatisi nel nord di Cipro per un loro rientro in Anatolia.

-. Chi si sobbarcherebbe il conto?

Grecia e Turchia non hanno le risorse e gli USA sosterrebbero che pagano già per la Nato.Come al solito,il costo ricadrebbe sulla Ue, ma sarebbe denaro ben speso: perché il fine sarebbe la pace; perché il costo di una pace duratura sarebbe molto più conveniente di quello del salvataggio del governo greco; e infine perché non si violerebbe la clausola contro i salvataggi del Trattato (Art. 125), evitando così di creare un precedente. E i costi/benefici? Sulla base delle previsioni Eurostat per il Pil 2011 (in euro: Cipro 19 miliardi, Grecia250 miliardi, Turchia5l0 miliardi):

- la riduzione permanente delle spese militari greche dall'attuale 4,3% del Pil all' 1,0 equivarrebbe a una riduzione del debito pubblico di circa 35 punti del Pil in 10 anni. La spesa militare turca scenderebbe dal 5,3% al 3,0, abbassando quindi il debito turco di 25 punti. Se il governo greco onorasse il pacchetto fiscale annunciato, ciò dovrebbe bastare per stabilizzare le aspettative sulla sostenibilità del debito greco;

- la Ue destinerebbe a ciascun Paese l'equivalente di un anno di spese militari: 8 miliardi di euro alla Grecia, pari al 3,3% del suo Pil; e 12 miliardi di euro allaTurchia, pari al2,3% del Pil turco; ed elargirebbe a Cipro una una tantum equivalente al l0%, ossia 2 miliardi di euro, per compensi vari.

Porre fine alla guerra di Troia costerebbe alla Ue complessivamente 22 miliardi di euro, ovvero, lo 0,15% del Pil annuo o il 15% del bilancio. In altre parole, noccioline in cambio della pace e della permanenza della Grecia nell'Eurozona. Che non sia arrivato il momento per una risoluzione della guerra di Troia e per una nuova visita della principessa Europa in Grecia?

da repubblica, 11 febbraio 2010

cioccolato

Cioccolato

Giraudi
Castellalo Bormida (Al)
Nel 1907 la Pasticceria Giraudi {foto in alto) nasce come mulino e forno per la panificazione. Nei primi anni 60 arriva la decisione di introdurre anche la lavorazione del cioccolato, oggi fiore all'occhiello della pasticceria O Tra le specialità, schiacciatine, tavolette, cioccolatini, Nugatelli (torroncini ricoperti di cioccolato), Mandrugnin al liquore, frutta secca al cioccolato, cioccolati con spezie Tel. 0131.275563

Marco Vacchieri Rivalta(To)
Si trova nel cuore del paese e si estende su 170 mq, con cinque vetrine e due laboratori. La pasticceria Vacchieri (foto a destra), fondata da Marco, propone praline assortite, biscotti (sfogliatelle, amaretti, melighe...), torte meringate e tavolette di ogni tipo © Da non perdere gli «ale sala» (cioccolatini salati con pomodoro e origano; ceri e rosmarino; pistacchio e mais; patate ed erbette) © Tei. 011.9090249

martedì 19 gennaio 2010

Craxi e Mangano i loro eroi

di Marco Travaglio

Con la lettera del presidente Napolitano alla famiglia
Craxi, indirizzata dal Quirinale alla villa di
Hammamet, appena lasciata da tre ministri
aviotrasportati del governo in carica, si chiude
degnamente il triduo di celebrazioni per l’anniversario della
scomparsa del grande statista corrotto, pregiudicato e
latitante: 10 anni, tanti quanti ne aveva totalizzati in
Cassazione.
Oggi completeranno l’opera in Senato altri
luminosi statisti come l’ex autista Renato Schifani e il
pluriprescritto Silvio Berlusconi, già noto per aver definito
“e ro e ” il mafioso pluriomicida Vittorio Mangano. Intanto
fervono i preparativi per festeggiare i 150 anni dell’Italia
unita e il Pantheon dei padri della Patria è un porto di mare.
Gente che va, gente che viene. Soprattutto gentaglia. Nel
felpato linguaggio del capo dello Stato, la latitanza di Craxi
viene tradotta testualmente così: “Craxi decise di lasciare il
Paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i
procedimenti giudiziari nei suoi confronti”. Anche perché,
aggiunge Napolitano in perfetto napolitanese, le indagini
sulla corruzione (non la corruzione) avevano determinato
“un brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra
politica e giustizia”. E il sant’uomo fu trattato “con una
durezza senza eguali” mentre, com’è noto, la legge impone
di processare i politici che rubano senza eguali con una
morbidezza senza eguali. E le mazzette miliardarie, e gli
appalti truccati, e i soldi rovesciati sul letto, e i 50 miliardi
su tre conti personali in Svizzera? Non sono reati comuni: il
napolitanese li trasforma soavemente in “fe n o m e n i
degenerativi ammessi e denunciati” (come se rubare e poi,
una volta scoperti, andare in Parlamento a dire “qui rubano
tutti” rendesse meno gravi i furti). Il presidente ricorda che
“la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ritenne violato
il ‘diritto ad un processo equo’ per uno degli aspetti indicati
dalla Convenzione europea”. Ma non spiega che Craxi fu
processato in base al Codice di procedura che lui stesso
aveva voluto e votato, il Pisapia-Vassalli del 1989 che –
modificato da due sentenze della Consulta – consentì fino al
1999 di usare i verbali delle chiamate in correità dei
coimputati anche se questi non si presentavano a ripeterle
nei processi altrui. Se i processi a Craxi non furono “equi”,
non lo furono tutti quelli celebrati in Italia dal 1946 al 1999.
Su un punto Napolitano ha ragione: Craxi lasciò
“un’impronta incancellabile”: digitale, ovviamente.
Quel che sta accadendo è fin troppo chiaro: si
riabilita il corrotto morto per beatificare il
corruttore vivo. Si rimuovono le tangenti della
Prima Repubblica per legittimare quelle della
Seconda. Si sorvola sulla latitanza di Craxi per
apparecchiare nuove leggi vergogna che
risparmino la latitanza a Berlusconi. L’ha ammesso,
in un lampo di lucidità, Stefania Craxi: “Gli italiani
non credettero a Bettino, ma oggi credono a
Berlusconi”. Ma perché credano a Berlusconi su
Craxi, ne devono ancora passare di acqua sotto i
ponti e di balle in televisione. Stando a tutti i
sondaggi, la stragrande maggioranza degli italiani
di destra, di centro e di sinistra è contraria a
celebrare Craxi, come è contraria all’i mmunità
parlamentare e alle leggi ad personam prossime
venture. Forse gli italiani sono ancora migliori di
chi dice di rappresentarli. E allora, tanto peggio
tanto meglio. Si dedichino pure a Craxi
monumenti equestri, targhe votive, busti bronzei,
strade, piazze, vicoli, parchi e soprattutto
tangenziali. Dopodiché si passi a Mangano (sono
ancora in tempo: anche lui scomparve
prematuramente nel 2000). Così sarà chiaro a tutti
chi sono i “loro ” eroi. Noi ci terremo i nostri e da
domani chiameremo i lettori a sceglierli. A
Mangano preferiamo ancora Falcone e Borsellino.
A Craxi e a Berlusconi, politici diversi ma limpidi
come De Gasperi e Berlinguer. Ieri, poi, ci è venuta
un’inestinguibile nostalgia per Luigi Einaudi e
Sandro Pertini.

Il Fatto quotidiano 19 gennaio 2010

domenica 17 gennaio 2010

nucleare: inganni e bugie radioattive

INGANNI E BUGIE RADIOATTIVE
di Gianni Tamino
un dossier sul nucleare apparso nella rivista Tera e Acqua - gennaio 2010



IL REFERENDUM E ARRIVATO A NUCLEARE GIÀ FALLITO
Dicono che è colpa del referendum del 1987 se si è persa una quantità enorme di energia. Ma nel 1986 la centrale di Caorso era già chiusa, non era in grado di funzionare, la centrale del Garigliano non era mai entrata in funzione, ma ha consumato un sacco di energia producendo un sacco di radioattività nella zona. Di fatto con il referendum abbiamo sancito il fallimento dell'avventura nucleare italiana che ha consumato più energia di quella prodotta.
Inoltre abbiamo collaborato con la Francia per il Superphoenix, che è stato un fallimento e costruito il Pec del Brasi-mone e l'impianto di Latina: potete capire lo spreco che abbiamo fatto e riproporre oggi un avventura del genere vuol dire ignorare il fallimento italiano. Abbiamo chiuso un sistema antieconomico e non abbiamo perso alcuna opportunità.
IL FALSO RISPARMIO DEL NUCLEARE
La centrale nucleare ha costi enormi e tempi lunghissimi. Per la centrale in costruzione in Finlandia i tempi si stanno dilatando e i costi stanno più che raddoppiando. In ogni caso sono tempi e costi ben più ampi di quelli annunciati dal governo italiano. Se non ci riescono i finlandesi, non si capisce come dovrebbe riuscirci il governo italiano, che ha già fallito.
Se si valutano i costi reali di una centrale si vede che anche il mito del risparmio del nucleare è una falsità. Se la centrale non dura 35 anni è un fallimento e dobbiamo aggiungere i costi dello smantellamento. L'unico esempio di smantellamento è in America ed è costato il doppio della costruzione: i lavoratori che devono smantellare un impianto così pericoloso devono fare in fretta, lavorare una giornata e poi avere ampi periodi di sosta per cercare di tutelare la loro salute. L'UE, per smantellare una centrale in Lituania ha previsto costi doppi della costruzione.
SE È COSÌ ANTIECONOMICO PERCHÉ VIENE PROPOSTO?
A parte alcuni che vogliono costruirsi una bomba o che vogliono sostituire impianti esistenti - vedi la Francia - nel mondo oggi nessuno propone più il nucleare. La Germania ha scelto che le centrali che si esauriscono non vengano sostituite. In Asia è stata annunciata, a gennaio, la decisione di chiudere in anticipo una centrale perché non aveva senso continuare a mantenerla attiva, e non sì è deciso la costruzione di nuovi impianti. Quindi in Europa, salvo la Finlandia e una ipotesi in Francia, non si sta assistendo a nessuna scelta di questo tipo. In America non si stanno proponendo nuove centrali dal 1979. Quelle che sono state costruite erano già in programma; Bush aveva provato a dare degli incentivi a chi voleva costruirne,
nessuno li ha chiesti e Obama li ha eliminati ricordando i costi enormi del deposito dei rifiuti nucleari. Nessuno al mondo ne ha mai realizzati. Gli unici al mondo che ci stanno provando sono li Stati Uniti con enormi difficoltà, pur avendo deserti e luoghi molto più idonei dei nostri. Alle condizioni attuali, l'uranio, per alimentare le centrali esistenti, durerà meno di petrolio e metano e, se costruiamo centrali in più, si esaurirà ancora prima. Dal punto di vista energetico, il bilancio è negativo: quanto costa tenere, per migliaia di anni, i depositi di rifiuti? C'è un enorme consumo di energia non elettrica (che oggi è fossile) in tutte le fasi (dall'estrazione nelle miniere, allo smantellamento delle centrali) e il deposito scorie.
Perciò, che il nucleare riduca l'emissione di C02, vale per la centrale, ma se si valutano tutta l'energia utilizzata, dalla miniera al deposito dei rifiuti, non si può certo dire che una centrale nucleare produce il 50% in meno di emissioni di una centrale a fossili. Più il tenore in uranio nelle rocce diminuisce e aumentano i sistemi di sicurezza, la produzione di C02 si avvicina a quella di una centrale classica.
Se oggi decido una centrale nucleare, ci vogliono dai 12 ai 15 anni come minino perché entri in funzione (non siamo certo più bravi degli altri) e, in tutta questa fase, usiamo energia fossile che aumenta la C02. L'emissione di C02 eventualmente risparmiata, ci sarà non prima di 35 anni, ma il problema dei cambiamenti climatici deve essere risolto molto prima.
L'AFFARE NUCLEARE ALL'EST
Costruire centrali oggi sarebbe un fallimento economico, sanitario, energetico e dal punto di vista delle emissioni di C02. Allora perché qualcuno propone di farlo? L'Enel possiede più di 6 centrali nucleari: 2 in Slovacchia, 4 in Spagna e una partecipazione in Francia. L'accordo tra Francia e Italia è una sorta di pour-parlertra due capi di stato per fare gli interessi di due aziende private. Il vero business è realizzarne qualcuna anche in Italia, ma soprattutto nuove centrali nei paesi dell'Est in sostituzione delle vecchie centrali tipo Cer-nobyl,come quelle dell'Enel in Slovacchia e altre nuove centrali per Serbia e Albania: lì non hanno nessun tipo di controllo, mancano le strutture idonee. Realizzarlo lì è follia totale. Ci dobbiamo opporre alle centrali nucleari dovunque, non solo nel nostro territorio.
A CERNOBYL NON È FINITA
Il problema di Cernobyl andrà avanti per decenni perché non è certo risolto. Avete visto i bambini che giungono da quei luoghi e sappiamo le migliaia di morti: la AIEA, che è pro-nucleare, conferma che finora 1800 bambini sono stati colpiti da cancro alla tiroide). La centrale
sta sprofondando e rischia di creare disastri ben maggiori, il sarcofago entro 190 anni non terrà più, dovrà essere fatto qualcos'altro, ma i costi sono pazzeschi e nessuno vuole intervenire.
I "NORMALI" INCIDENTI IN FRANCIA
Ma parliamo anche della normale attività: ricorderete l'incidente in Francia l'anno scorso a Tricastin. Io ero casualmente là e l'impresa francese disse non era successo niente, in realtà si trattava di una quantità enorme di acqua contaminata da uranio radioattivo: dopo 20 giorni l'Ente di controllo francese ha chiuso l'impianto. Noi dovremmo costruire con una società che n*ga i pericoli di fronte all'evidenza
IN QUALI SITI?
Per essere raffreddata, una centrale nucleare da 1.600 megawatt ha un bisogno d'acqua enormemente maggiore di un
centrale termoelettrica. Con la siccità del 2008 bisognava decidere se usare l'acqua per le centrali idroelettriche o per l'agricoltura.
Se ci fossero state centrali nucleari sul Po, avremmo dovuto chiuderle, con un costo economico e un rischio ambientale enormi: le operazioni più rilevanti per una centrale nucleare sono spegnere e accendere. Una persona che non sia folle non proporrebbe mai di costruire una centrale nucleare in un posto con tali potenziali condizioni di siccità. In Italia probabilmente le centrali si possono costruire solo sul mare; vedo solo o il delta Po o sul mare, tipo Montalto (sito già approvato).
LA FRANCIA SVENDE L'ENERGIA
I filo-nucleari dicono che abbiamo un costo dell'energia elettrica molto più alta dei francesi; è sia vero che falso.
II costo dell'energia elettrica italiana è dovuto all'inadeguatezza del nostro sistema elettrico in particolare delle nostre linee: abbiamo linee che hanno uno spreco del 12,13 % nel trasferimento dell'energia elettrica. Importiamo energia elettrica dalla Francia perchè le centrali nucleari sono "rigide", producono energia anche quando non serve; perciò di notte ce la vendono sotto-costo. Il cosiddetto basso costo del nucleare francese è un sottoprodotto del nucleare militare, la "force de frappe" voluta dal gen. De Gaulle. L'Italia, con i bacini idroelettrici, ha maggiore flessibilità, possiamo modulare la produzione, e ci conviene importare l'energia elettrica quando è "buttata via". Non si dice però che anche noi esportiamo energia elettrica alla Francia. L'Italia ha una potenza superiore al consumo di punta, ed è in grado di fronteggiare la domanda. La Francia invece produce molta energia elettrica ma è vulnerabile nel picco. La Francia ha imposto a molte aziende il riscaldamento con energia elettrica e, in un inverno freddo come quest'anno, non è stata in grado di coprire il suo fabbisogno, sono intervenute Germania e Italia.
Gennaio - Febbraio 2010
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giovedì 7 gennaio 2010

addio, beniamino placido


Una decina di anni fa, mi trovai a pensare:"se volessi essere qualcun altro, chi vorrei essere?"
Sono passate davanti agli occhi molte persone, musicisti, attori, registi......e alla fine, la mia risposta è stata: Beniamino Placido.
La sua grande cultura e curiosità, trattata con grazia e leggerezza, la sua capacità di fare sintesi di letture plurilingue......fantastico Beniamino, ho avuto alcune volte la tentazione di scriverti...poi sei scomparso, ora ho saputo il perchè, della tua grave malattia.
Se ne è andato un altro grande, spero che raccolgano in un volume i suoi articoli.
in allegato due poesie che amava.



L' ULTIMO SALUTO A BENIAMINO PLACIDO

CAMBRIDGE - I familiari e gli amici di Beniamino Placido hanno salutato ieri lo scrittore, intellettuale e giornalista di Repubblica scomparso il 6 gennaio all' età di 80 anni. È stata una cerimonia intimae privata, secondo lo stilee la volontà di Beniamino, nel Crematorium della città universitaria inglese, dove Placido si era trasferito alcuni mesi fa per stare vicino alla figlia Barbara e ai nipoti, dopo la lunga malattia che lo aveva colpito. Sarà seguita, il 5 febbraio, a Roma, da una commemorazione pubblica, in cui colleghi e amici ricorderanno una delle figure più importanti del giornalismo e della vita intellettuale italiana. L' addio che la famiglia gli ha dato ieri a Cambridge è stato il prologo, nello spirito appassionato e critico, profondo e leggero, che ha caratterizzato l' opera di Placido. Alla presenza della madre di Barbara, la scrittrice Nadia Fusini, dell' amico, poeta e collega di Repubblica Franco Marcoaldi, di parenti e amici che hanno condivisoi suoi molteplici interessi, sono stati letti brani di lettere di Beniamino e ricordati la sua ironia, la sua dolcezza, la sua vivacissima intelligenza. La figlia Barbara ha letto una lettera in cui Placido le parlava della sua infanzia a Rionero in Vulture, in Basilicata, e la sua militanza nel Partito d' azione, attraverso una favoletta il cui messaggio era che gli uomini devono, possono «provare a volare», pur sapendo che ci sono le leggi di gravità. Il genero Robert, italianista alla Cambridge University, ha letto una poesia che Beniamino amava, Digging, di Seamus Heaney. Un' amica di famiglia ne ha letta un' altra, che Placido teneva appesa al muro della sua casa di Orbetello: I giusti, di Borges. E alla fine Barbara ha rivelato un piccolo «segreto»: gli studi di ebraico che Beniamino faceva da autodidatta all' Università Gregoriana di Roma, raccontando la sua interpretazione di una frase del Talmud in cui Dio forse dice «io sono» e forse «ci sono». Canzoni di Tenco e Vanoni hanno accompagnato la cerimonia, conclusa da un brano particolarmente caro a Beniamino e alla figlia: «My heart belongs to daddy», cantata da Marilyn Monroe. - ENRICO FRANCESCHINI

Digging




Between my finger and my thumb
The squat pen rests; as snug as a gun.

Under my window a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds
Bends low, comes up twenty years away
Stooping in rhythm through potato drills
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade,
Just like his old man.

My grandfather could cut more turf in a day
Than any other man on Toner's bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, digging down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mold, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I've no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I'll dig with it.

Seamus Heaney


I GIUSTI di Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges
"La cifra"
traduzione dallo spagnolo
di Domenico Porzio
collana Lo Specchio
editore Mondadori
1982

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.





martedì 5 gennaio 2010

La pena di morte è un fallimento

L'influente "American Law Institute" ridefinisce il sistema della pena capitale
E' lo stesso istituto che ha creato e difeso questo modello di condanna
"La pena di morte è un fallimento"
Storica frenata dei giuristi Usa
Per gli abolizionisti è un primo passo verso il cambiamento

"La pena di morte è un fallimento" Storica frenata dei giuristi Usa
NEW YORK - In autunno l'American Law Institute, un istituto giuridico molto influente composto da oltre quattromila membri tra giudici, avvocati e professori universitari, e che oltre 50 anni fa aveva creato la struttura di base del moderno sistema che regola l'applicazione della pena capitale, ha definito ufficialmente lo stesso sistema "un fallimento" e ne ha preso le distanze. Per gli abolizionisti è un passo decisivo verso la fine delle esecuzioni capitali negli Stati Uniti.

Il 23 ottobre 2009, l'American Law Institute (ALI) aveva infatti votato a grande maggioranza una sostanziale marcia indietro: con solo poche astensioni, infatti, il consiglio dell'Istituto ha ritirato una sezione del suo modello sulla pena di morte (la sezione 210.6) alla luce "degli attuali insolubili ostacoli istituzionali e strutturali, e nel tentativo di garantire un sistema più adeguato alla gestione della pena di morte". Un compromesso, e alcuni membri avrebbero voluto che il consiglio si pronunciasse contro la pena di morte completamente. Ma un importante segnale.

Secondo quanto scrive il New York Times, il passo è "epico". Ci sono stati infatti importanti sviluppi sulla pena capitale durante l'anno. Il numero delle sentenze è diminuito, l'Ohio ha cambiato la composizione chimica dell'iniezione letale e il Nuovo Messico l'ha definitivamente abrogata. Ma il primo segnale veramente importante verso l'abolizione è quello arrivato dall'Ali.

"L'istituto è fondamentale e molto influente" ha spiegato Franklin E. Zimring, professore di legge all'università californiana di Berkeley. "I giuristi che lo compongono sono stati fino ad oggi la sola voce intelletualmente rispettabile a supporto della pena capitale". La retromarcia è dunque significativa. L'Ali disegnò la moderna struttura del sistema capitale nel 1962 e la Corte suprema americana ne adottò il modello quando reinstituì la pena di morte nel 1976 nel caso Gregg contro Georgia. Il modello dell'Insituto fu poi adottato da molti stati federali, compreso il Tennessee. Il tentativo dell'istituto era stato quello di gestire l'arbitrarietà delle decisione in base a una serie di attenuanti e aggravanti.

L'Ali ha fatto quindi una dichiarazione storica definendo il sistema giuridico capitale 'fallato'. Uno studio commissionato dallo stesso istituto su decenni di sentenze ha dimostrato l'inconciliabilità tra le decisioni individuali su chi debba essere punito con la pena di morte e la giustizia alla base del sistema. L'arbitrarietà diventa così una falla impossibile da istituire a legge. Troppi elementi concorrono a rendere dispari le condizioni necessarie perché la pena capitale sia effettuata. La razza, la mediocrità di avvocati poco pagati, e il rischio di condannare persone innocenti resta ancora troppo alto.

"Gli studenti di legge dal 2010 in poi - ha detto Samuel Gross, professore di legge all'Università del Michigan - impareranno che gli stessi giudici e illustri avvocati, gli stessi che dovranno studiare e leggere ogni giorno, hanno definito il sistema di pena di morte statunitense che hanno contribuito a creare, un fallimento. Reale e morale".

La repubblica web, 4 gennaio 2010

vaccini: 5 domande per uno scandalo

LE DOMANDE 5 PUNTI PER UNO SCANDALO
1) Perché il governo già nel 2005 ha
stipulato dei contratti per 6 milioni di
euro con tre aziende per la produzione
di vaccino in caso di pandemia?
2) Perché il contratto con la Novartis ha
clausole così vessatorie, come: la
mancanza di penalità in caso di ritardata
consegna dei vaccini, e la sollevazione
per Novartis da responsabilità legali
tranne che per difetti di fabbricazione?
3) Perché paghiamo il vaccino H1N1
quasi il doppio del normale vaccino
antinfluenzale?
4) Perché l’Organizzazione mondiale
della sanità a inizio 2009 ha cambiato la
definizione di una pandemia,
eliminando il criterio dell’“enorme
numero di morti”?
5) Cosa ci facciamo ora con 23 milioni di
vaccini inutilizzati?

da: "il fatto", 5 gennaio 2009

lunedì 4 gennaio 2010

inceneritori - dichiarazioni di Patrizia Gentilini

dal blog www.beppegrillo.it (gennaio 2009)
Le affermazioni dell'oncologa Patrizia Gentilini sono gravissime. Fa riferimento a falsificazioni di documenti utilizzati da pubbliche associazioni per negare gli effetti degli inceneritori sulla salute. Per occultare le nuove fabbriche di tumori.



"Sono Patrizia Gentilini, un medico, un oncologo, appartengo all’Associazione dei Medici per l’Ambiente e sono qui per spiegare il nostro comunicato stampa del 25 novembre scorso, in occasione del nostro ventennale. Vogliamo portare alla conoscenza di tutti e denunciare il fatto che sono stati modificati i risultati di studi scientifici in documenti in uso ad associazioni pubbliche, per attestare la presunta innocuità degli impianti di incenerimento dei rifiuti.
Ci rifacciamo a un documento: il Quaderno N. 45 di ingegneria ambientale. Il documento a firma di Umberto Veronesi, Michele Giugliano, Mario Grasso e Vito Foà, è stato ripreso dalla Regione Sicilia e da altre Regioni, quali la Regione Toscana e altre Province in Italia. L’impatto sanitario è sviluppato a pag. 54/55 a firma di Vito Foà, nel documento sono presi in esame 4 studi, tutti riportati in maniera non corretta. In particolare per lo studio condotto in Inghilterra, di Elliot, in prossimità di 72 inceneritori, è riferito che non è stata trovata alcuna diversità di incidenza e mortalità per cancro nei 7,5 chilometri di raggio circostanti gli impianti di incenerimento e in pratica non si è riscontrata nessuna diminuzione nel rischio mano a mano che ci si allontanava dalla sorgente emissiva.
Quello scritto nel lavoro originale di Elliot è esattamente il contrario, perché viene riportata, per l’esattezza, una diminuzione statisticamente significativa, mano a mano ci si allontanava dall’impianto di incenerimento per tutti i cancri: il tumore allo stomaco, al colon retto, al fegato e al polmone, quindi mano a mano che ci si allontanava dagli impianti il rischio diminuiva.
Nella versione italiana è stata aggiunta una negazione in modo da capovolgere il significato del lavoro.
Un altro esempio è lo studio condotto in prossimità dei due impianti di incenerimento di Coriano a Forlì e anche in questo caso è riportata solo la frase iniziale delle conclusioni, in cui si dice che lo studio non ha messo in evidenza eccessi di mortalità generale e di incidenza per tutti i tumori, è un’interpretazione molto parziale. Vi spiego come stanno le cose: lo studio di Coriano è stato condotto valutando l’esposizione a metalli pesanti, secondo una mappa di ricaduta di questi inquinanti, questa è la mappa che riguarda lo studio di Coriano (vedi video) fatta per valutare le ricadute sulla popolazione in base alle emissioni dei due impianti di incenerimento. I due inceneritori sono questi due continui al centro (vedi video) : 1) per i rifiuti urbani; 2) per rifiuti ospedalieri; è stata considerata l’emissione di metalli pesanti in aria e la loro ricaduta nel territorio. L’area più scura è dove è massima la ricaduta, poi via, via i livelli sfumano, fino a un colore giallo più chiaro preso come livello di riferimento.
E’ stata analizzata la popolazione residente per circa 14 anni, dal 1990 al 2003/2004, e i risultati che ci sono stati sono stati estremamente importanti per quanto riguarda le donne. Nel grafico ho riportato l’andamento della mortalità per cancro nel sesso femminile in funzione dell’esposizione, quindi in funzione dei livelli della mappa precedente.
In pratica questo è l’andamento del rischio di morte in funzione del livello di esposizione (vedi video), questo è l’andamento della mortalità per tutti i tipi di tumore nel loro complesso nel sesso femminile, che arriva fino a un aumento del 54%, questo l’andamento della mortalità per cancro alla mammella, al colon retto, per cancro allo stomaco, vedete che c’è una coerenza innegabile tra aumento del rischio e aumento del livello di esposizione, questo risultato certamente molto importante viene sottaciuto nel paragrafo che riguarda l’impatto sanitario dell’incenerimento, in modo da sottostimare questo rischio che è di fatto assolutamente di rilievo.
Cosa vogliamo dire con il nostro documento e con il nostro comunicato stampa? Abbiamo voluto ricordare la nascita delll’Associazione dei Medici per l’Ambiente, che la nostra associazione ha come finalità di fornire strumenti di conoscenza al servizio di tutti i cittadini e di essere coerenti in questo, seguendo il nostro grande maestro, purtroppo scomparso: Lorenzo Tomatis che ci ha insegnato che medicina e scienza devono essere al servizio dell’uomo, della salute e non degli interessi economici. Abbiamo voluto ricordare che non è la prima volta che l’uso pure artefatto, strumentale degli studi scientifici è servito e ha costituito l’alibi per non adottare delle misure di protezione della salute pubblica, con un carico di sofferenze, di morti, malattia che si poteva evitare. Noi non vogliamo che questo si ripeta anche con l’incenerimento dei rifiuti che è una pratica assolutamente da bandire, dobbiamo riciclare, recuperare la materia e non bruciarla.
Vorrei ricordare che la nostra associazione è indipendente, non è necessario essere medici, tutti possono iscriversi, potete andare sul nostro sito, tutti possono associarsi, non godiamo di finanziamenti da parte di terzi, ci autososteniamo. Nell’ambito del tema della gestione dei rifiuti, vorrei ricordare un nostro libro come strumento di conoscenza per le amministrazioni, per i cittadini, le associazioni. Nessuno di noi ha diritti, quindi non è una promozione commerciale.
Come associazione siamo interessati a una variegata presenza di problemi come per esempio: telefonini, Ogm, pesticidi, inquinamento dell’aria. Problemi cruciali per la salute di tutti, siamo convinti che solo con la conoscenza, con la partecipazione e con l’impegno di tutti, si riuscirà a trovare soluzioni per la tutela della salute, della vita e del futuro di tutti noi." Patrizia Gentilini