venerdì 2 settembre 2011

sogno di un paese innocente

Ungaretti, insieme a tanti "letterati del sonno", come Caldéron, Andersen e Cocteau, ci ricorda quanto sia imposrtante per una buona vita il saper sognare.
Mi piace moltissimo il racconto della cantina...


Pare di sentirla la voce diroccata di Ungaretti: «Cerco un paese / innocente». Quel paese è chiuso da bastioni. Il sogno è varcare la porta d'avorio. Cercare è sognare. Ogni tanto giunge notizia che una persona ha tentato di entrare, e c'è riuscita: quel tanto di buono che si vede intorno a noi è stato immaginato da qualcuno.

Molti psichiatri dicono che i sogni servono a buttare nel cestino ciò che non serve alla nostra memoria, e a conservare quanto è utile ai progetti dei giorni a venire, giorni che sono pieni di cose da scartare. Ci teniamo solo quello che non esiste ancora, e che probabilmente non esisterà mai. Concepire i sogni come qualcosa di impossibile, che non si realizzerà mai, è triste. Significa credere che la vita è triste. E basta. Per molti sarà pur vero, ma è sentimento poco originale. Ogni discorso finisce lì. È più allegro vedere il sogno come una verità travestita, che si vergogna di andare in giro nuda, perché fa scandalo. Sotto quegli abiti stravaganti c'è un corpo vivo. Non è il caso di scomodare Calderón o Nerval. I sogni abitano con noi, ci fanno compagnia. Se sei giù di corda, fermati, chiudi gli occhi e vaneggia un po', và lontano con la fantasia: spesso è guardando le stelle che siamo più vicini a noi stessi.

La strabiliante attualità dell'ingegnoso hidalgo ci racconta che le più impervie esplorazioni si compiono nello spazio domestico, tra cose che tutti possono vedere e toccare. Non c'è forse la reale battaglia di Lepanto nel romanzo di Cervantes? Non fu lì che egli venne gravemente ferito, tanto da perdere l'uso della mano sinistra? Il sogno di Don Chisciotte è una finestra spalancata per fare entrare la luce del giorno nei piccoli spazi della quotidianità, e scoprirne la vasta ricchezza. I sogni sono le opere che l'uomo vuol compiere, e, per dirla con Borges, appartengono alla memoria di tutti.

Non è poi così infantile pensare che la storia di tutta l'arte sia la raccolta cronologica dei sogni, legati, generazione dopo generazione, dal comune soffrire per un'assenza, per qualche cosa che aspettiamo e non arriva mai. Spesso sono racconti illusori o di delusioni. Un ignoto passante scrisse su un muro: «Il pessimismo conserviamolo per giorni migliori di questi!». Forse era uno di quegli incalliti ottimisti che fanno le parole crociate usando la penna. Ma è certo, questo sì, che nessuno può sognare se non crede in qualcosa di buono, nell'esistenza di un paese innocente. In giro c'è tanto orrore. Ma a creare felicità non basta una vita, non ne bastano mille. L'ottimismo e l'ottimo sono distanti, come il giorno dalla notte. Eppure sogno e ottimismo possono prendere l'aspetto di una ghiotta merce per chi campa di oratoria. Sono l'abito elegante della menzogna. I sette cieli promettono un mondo perfetto, e insieme una speranza. Ma in nome della felicità eterna si compiono più crimini che buone azioni. Ed è altrettanto delittuoso rincorrere la felicità di tutti ignorando quella di ognuno. È cieco chi vede solo tanti uomini insieme, e neanche uno che se ne sta solitario, per conto suo, a fantasticare. E com'è sgrammaticato versare più lacrime per mille morti che per uno soltanto.

Tutti i progetti nascono da una idea astratta, anche se si sa in partenza che basta una mosca a distruggere un chilo di crema pasticcera lavorata con fatica. Però si continua ad andare avanti lo stesso, e a ricominciare da capo.
Un anziano signore da quasi mezzo secolo collezionava vini di grande prestigio e valore. Li teneva nell'ampia cantina seminterrata. Quel che guadagnava finiva là sotto, in forma di bottiglie, che contemplava come icone preziose, e accudiva neanche fossero creature viventi. Nel silenzio di quegli umidi e oscuri locali udiva perfino le mute voci dei fermenti. E se ne beava. Erano vini di tutta una vita, costosi, francesi e italiani, alcuni di antica data: un sogno da aggiornare, vendemmia dopo vendemmia. Un brutto giorno, non era mai successo, venne giù il cielo inondando la regione e facendo straripare i fiumi. Dai finestroni alti si rovesciarono dentro la cantina ettolitri d'acqua piovana e fanghiglia. Passata la tempesta, il vecchio signore, incredulo, immerso fino alle ginocchia, la torcia elettrica in mano, osservava il disastro intorno a sé. Si consolò subito perché vide che ogni cosa era rimasta al suo posto. I turaccioli avevano perfettamente difeso tutte le bottiglie. Solo che sull'acqua navigavano, in beatitudine, in lungo e in largo, le etichette, che si disperdevano incrociandosi.

L'etichetta di un Romanée Conti del '27 sorpassava allegramente quella di un Barolo Vigna Cicala dell'89. Più in là un Léoville Barton dell'82 s'andava a incollare su un Rasteau del '64. E si avvicinava a lui, ondeggiando con dolcezza, l'etichetta di un magnifico Le Griffon del '99. Il nobile signore gettò un'occhiata alle bottiglie, erano tutte uguali, nude e infreddolite, allineate e senza nome, soldatini degradati e derelitti. Prima formavano un popolo con le sue gerarchie, adesso erano un'informe società di massa. Il vino s'era salvato, era rimasto lo stesso di prima, ma non valeva quasi niente. Il valore di ogni pezzo non si poteva più vedere a occhio nudo, dall'esterno, bisognava scoprirlo nella qualità intrinseca del suo contenuto, assaggiandolo e indovinandone i pregi.

Quella cantina s'era di colpo trasformata nella grotta di Prospero: le bottiglie erano solo fantasmi, si scioglievano nell'aria, nell'aria sottile. E noi siamo come quei vini, siamo della stessa stoffa dei sogni, e la nostra piccola vita è circondata dal sonno.

A occhi aperti diciamo: «Vieni, voglio mostrarti i fiori del mio giardino!». A occhi chiusi: «Vieni, voglio mostrarti ai miei fiori!». È con salti di prospettiva come questo che si scatena la fantasia, fino a farti scoprire, per esempio, l'energia cinetica dei fotoelettroni. Le teorie di Einstein erano un'intuizione, che alla fine gli fece dire: «Se io fossi stato Dio, avrei organizzato il mondo in questa maniera?». Una domanda che ha potuto porsi solo dopo aver messo il punto finale all'infinito fraseggio delle sue ricerche. I sogni sono insieme sfide e passatempi notturni, creazioni e sciarade da risolvere. Sono, dice Cocteau, la letteratura del sonno.

A più di due secoli dalla nascita di Hans Christian Andersen, che nelle favole disfa i brutti sogni e gioca con gli incubi, rimane intatta una voce narrante che fa parlare uomini, piante, bestie e cose, come se il mondo tutto fosse animato, abbattendo il confine tra vero e falso, tra sguardo e oggetto. Sono occhi, i suoi, che nella creaturalità osservano l'inenarrabile e cercano di metterlo in scena. «Favole per adulti», lui dice. Ma gli adulti non le vogliono, perché fanno paura. E perché non credono affatto che Andersen sia un adulto. Infatti non lo è mai stato, ha sempre conservato un'altra saggezza, quella capricciosa dei bambini. Una stessa legge che valga per i grandi e per i piccini è oppressiva. Le fantasie dello scrittore danese ruotano intorno a questo nodo inestricabile: non si può essere adulti e bambini nello stesso tempo. Il sogno, per lui, è riuscire a conciliare i principi di piacere e di realtà, cioè la favola con la vita. Se qualcuno gli avesse chiesto cos'è un sogno, avrebbe costruito un teatrino nella stanza dei bambini. Con i libri avrebbe formato un piccolo palcoscenico, munito di quinte e di fondale. Poi avrebbe aperto un cassetto qualsiasi per cercare gli attori. Ecco una testa di pipa e un guanto spaiato: possono essere padre e figlia. Un vecchio panciotto impersonerà il fidanzato. Non ha niente in tasca, questo è interessante, è già mezzo amore infelice. Un sogno nasce così, con due carabattole. Anche in questo semplice modo si può trovare il paese innocente. E se non si riesce a trovarlo, lo si può sempre costruire.

sole 24 ore, 14 agosto 2011