martedì 11 gennaio 2011

il caso Fiat - Guido Viale e le mie sensazioni


su www.ilmanifesto.it un interessante articolo di Guido Viale e un commento di un lettore.
In coda alcune considerazioni mie sull'argomento, che ho scritto qualche giorno fa, come se fossi ancora in servizio e dovessi spiegare ai miei colleghi che cosa ho capito della faccenda.
A mio parere il punto centrale è questo:
Non sono riuscito a trovare nell’accordo una data di scadenza. A mio avviso questa invece è importante ai fini della modifica delle previsioni occupazionali: l’azienda quando smetterà di NON assumere persone e far fare straordinari? Quando smetterà di utilizzare esclusivamente precari?
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Guido Viale
L'irrealizzabile modello Marchionne
Ci sarà pur una ragione per cui la totalità dell'establishment italiano, dal Foglio della ex coppia Berlusconi-Veronica a Pietro Ichino - quel che resta della componente pensante di un partito ormai decerebrato) - converge nel chiamare «modernizzazione» il diktat di Marchionne («o così, o si chiude»). Che per gli operai di Mirafiori (età media, 48 anni; ridotte capacità lavorative - provocate dal lavoro alle linee - 1500 su 5200; molte donne) vuol dire: 18 turni; tre pause di dieci minuti per soddisfare - in coda - i bisogni fisiologici (a quell'età la prostata comincia a pesare; e nessuno lo sa meglio dell'establishment italiano, ormai alla grande sopra i 60); mensa anche a fine turno (otto ore di lavoro senza mangiare); 120 ore di straordinario obbligatorio, divieto di ammalarsi in prossimità delle feste, più - è un altro discorso, ma non meno importante - divieto di sciopero per chi non accetta e «rappresentanti» degli operai scelti tra, e da, chi è d'accordo con il padrone. Mentre «converge», l'establishment nel chiamare invece «conservazione» - o anche «reazione»; così Giovanni Sartori sul Corriere dell'8 gennaio - la scelta di opporsi a questo massacro. Nessuno di quei sostenitori della modernità si è però chiesto se il progetto «Fabbrica Italia» della Fiat, nel cui nome viene imposto questa nuova disciplina del lavoro, ha qualche probabilità di essere realizzato.


Vediamo. Nessuno - tranne Massimo Mucchetti - ha rilevato che i 20 miliardi dell'investimento investimento non sono in bilancio e non si sa da dove verranno. Nessuno può né deve sapere a chi e che cosa saranno destinati. Per ora le promesse sono 1.700 milioni di «investimenti» per due fabbriche, 10.700 lavoratori e tre nuovi «modelli» di auto, per una produzione complessiva di circa mezzo milione di vetture all'anno. Fanno, poco più di 150mila euro per addetto e, supponendo che un modello resti in produzione circa tre anni, poco più di mille euro per vettura (calcolando una media, tra Suv, Alfa e Panda, di 20mila euro a vettura, il 5 per cento del loro prezzo). Se una parte dei nuovi impianti, come è ovvio, servirà anche per i modelli successivi, l'investimento per vettura è ancor meno. Non gran che.

Nessuno - o quasi - si è chiesto quante possibilità ha Marchionne di vendere in Europa un milione all'anno in più delle vetture che promette di produrre in Italia. Di fronte a un mercato di sostituzione, nella migliore delle ipotesi, stagnante, vuol dire sottrarre almeno un milione di vendite alla Volkswagen o alle imprese francesi ben sostenute dal loro governo. Difficile crederci proprio ora che Fiat perde colpi e quote di mercato sia in Italia che in Europa. Per riuscire a piazzare mezzo milione all'anno di Alfa (vetture, non marchio), è già stato detto che dovrà venderle sulla Luna. Che le quotazioni della Fiat crescano è solo il segno che la Borsa è ormai una bisca fatta per pelare il «risparmiatore». Nessuno - nemmeno Giovanni Sartori, che pure «aveva previsto tutto» ed è molto in ansia per le sorti del pianeta - si è veramente chiesto che futuro abbia, tra picco del petrolio, contenimento delle emissioni e misure anticongestione e inquinamento, l'industria dell'automobile in Europa e nel mondo.

Eppure il tema meriterebbe qualche riflessione. In Europa c'è già un eccesso di capacità produttiva del 30-40 per cento; negli Stati Uniti anche: Il sole24ore del 6 gennaio ci informa che "nei prossimi cinque anni" anche in Cina - la nuova frontiera del mercato automobilistico mondiale - ci sarà una sovracapacità produttiva del 20 per cento.
Per il momento - la Repubblica, 7 gennaio - apprendiamo che «Pechino soffoca tra i gas» (e per ingorghi e congestione); tanto che sono stati contingentati e sottoposti a un sorteggio i permessi di circolazione. E qualche tempo fa una coda di cento chilometri alle porte di Pechino si è sciolta dopo un mese. Non sono buone notizie per l'industria automobilistica. Ma anche il governo della «locomotiva del mondo» comincia a pensare ai suoi guai «La desertificazione è il problema ecologico più grave del paese» ha affermato Liu Tuo, capo dell'ufficio cinese per il controllo della desertificazione (il manifesto, 6 gennaio). Niente a che fare con la produzione e la messa in circolazione di 17 milioni di auto, aggiuntive, non sostitutive, in un anno?

La conclusione è chiara: la «modernizzazione» al sostegno della quale è sceso in campo, con spirito militante, tutto l'establishment italiano, è questa: una corsa verso il basso delle condizioni di chi lavora, facendo delle maestranze di ogni fabbrica una truppa in guerra contro le maestranze della concorrenza (sono peggiorate molto anche quelle degli operai tedeschi e francesi, nonostante i salari più alti: basta considerare l'aumento delle malattie professionali) e, come premio per tanti sacrifici, la desertificazione del pianeta Terra.
Se questa è la «modernizzazione» - e che altro, se no? - diventa anche chiaro che cosa significa opporsi alla sua sostanza e alle sue conseguenze.
Non la «conservazione» dell'esistente - sarebbe troppo comodo - come sostengono i fautori delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, ma la progettazione, la rivendicazione e la realizzazione di un mondo totalmente altro, dove la condivisione sostituisce la competizione e la cura dei beni comuni sostituisce la corsa all'appropriazione privata di tutto e di tutti: il che ovviamente non è questione di un giorno o di un anno - e in parte nemmeno di uno o due decenni - né di una semplice dichiarazione di intenti, per quanto articolata e documentata possa essere.

Quel mondo va costruito pezzo per pezzo. A partire quasi da zero. Ma sapendo che nel mondo una «moltitudine inarrestabile» composta da migliaia di comunità e da milioni e forse miliardi di esseri umani), ciascuno a modo suo, cioè secondo le condizioni specifiche in cui si trova a operare e a cooperare con il suo prossimo, aspira e già lavora in questa stessa direzione. Nello stesso numero citato de Il sole24ore, un articolo dal titolo "Tra gli operai, un sì per il futuro" (ma il testo dice esattamente l'opposto) registra una condanna unanime del nuovo accordo (nessuno lo considera, come fa invece l'establishment, un passo avanti); ma tutti piegano la testa dicendo che non c'è alternativa. «Però - sostiene un quadro della Fiom - la posta in palio è il lavoro, e chi si fa blandire dalle sirene degli estremismi e dalle ideologie sbaglia strada». «O sa - aggiunge - di avere qualche alternativa pronta».

Il problema è proprio questo. Non ci sono «alternative pronte». Quindi bisogna approntarle e non è un lavoro da poco. Ma ormai, che l'alternativa è la conversione ecologica del sistema industriale e innanzitutto, per il suo peso, il suo ruolo e le sue devastazioni, dell'industria automobilistica - che non vuol dire automobili ecologiche, che è un ossimoro, ma mobilità sostenibile - lo ha capito anche la Fiom. La «modernizzazione» di Marchionne sta cambiando a passi forzati il ruolo dei sindacati. Quelli firmatari hanno scelto per sé la funzione di guardiani del regime di fabbrica: che era quella dei sindacati «sovietici» ed è quella dei sindacati della Cina «comunista».
Cambia anche il ruolo dei sindacati che non rinunciano alla difesa dei lavoratori e al conflitto. Che per mantenere la sua indipendenza deve cercare sostegno e offrire una prospettiva anche a chi si batte fuori delle fabbriche Così il raggruppamento Uniti contro la crisi, a cui aderiscono anche molti membri della Fiom, ha convocato per il 22 e il 23 a Marghera un primo seminario per discuterne e affrontare il problema della riconversione. È un progetto che intende coinvolgere la totalità dei movimenti ambientalisti, gran parte dei comitati e dei collettivi che si sono battuti in questi anni per «un altro mondo possibile». E, soprattutto, un movimento degli studenti, dei ricercatori e dei docenti schierati contro la distruzione della scuola, dell'università, della ricerca e della cultura imposta dal governo, che su questi temi può trovare il terreno più fertile per dare continuità e respiro strategico al proprio impegno.
(www.guidoviale.blogspot.com).

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un post relativo all'articolo di Viale:
Non penso che questo articolo di Viale (come sempre!) dica cose sbagliate, tutt' altro; come minimo, segnala problemi reali e scenari futuribili molto interessanti. Partendo, infatti, dalla specifica vicenda FIAT / Mirafiori, Viale finisce per ampliare di molto la discussione, allargando enormemente il campo. Tuttavia, quando si cerca di fare un discorso generale e molto di "prospettiva", come quello proposto da Viale, si finisce inevitabilmente per additare problemi noti e stranoti per i quali, però, le soluzioni proposte sono solo futuribili ed incerte. E' vero che c' è una sovra-produzione ovunque, ovvero c’ è una capacità produttiva in eccesso a livello globale, ma anche a livello locale; qui, l’ attuale crisi economica, potrebbe aver solo peggiorato le cose…E’ anche vero che ci sono troppe auto e quelle che i consumatori occidentali comprano sono solo per sostituire i vecchi modelli oramai a fine vita, mentre solo nei paesi emergenti si ha ancora un mercato in vertiginosa crescita. Per quanto ancora, però? Poi, chi non si lamenta del traffico? Praticamente ovunque è un disastro, ma in Cina recentemente c’ è stata una coda di un centinaio di chilometri che si è risolta dopo moltissimi giorni!!! …E non vogliamo metterci anche il problema ecologico, con la CO2 emessa (anche) dalle auto che ci ammorba a livello planetario e la relativa desertificazione indotta? E allora ... le soluzioni? E di Mirafiori e degli altri stabilimenti del gruppo FIAT, che tra lavoratori ed indotto occupano molta gente, che vogliamo farne?

Vediamo un po' le soluzioni e le strade proposte:

1) Puntare sulla qualità: ottima idea, ma per farlo occorre avere la tecnologia da un lato, ma anche disporre di una gamma percepita come “premium”. Questo non è il caso sicuramente di FIAT, che vende auto “piccole”, da sempre. Paradossalmente, ma non troppo, sono convinto che se anche FIAT producesse un’ ottima berlina di fascia alta, farebbe poi molta fatica a venderla. Perché? Non è quella l’ immagine di FIAT e ci vorrebbero anni per modificarla in tale senso. Nel frattempo, come riuscire a vendere le auto in numero sufficiente a sopravvivere?

2) Politica industriale inesistente: Tutto vero, ma quando mai l’ Italia ha potuto contare su governi illuminati, lungimiranti, capaci di “visione”, di indicare una strada per il paese, ecc. CON QUESTA CLASSE POLITICA, POI (sia di destra che di sinistra)??? Il massimo che si può sperare, ad oggi, è che non facciano altri enormi danni; certo, le aziende di Germania e Francia hanno alle loro spalle governi e nazioni poderosi ma, per l’ appunto, noi siamo l’ Italia – con tutti i suoi limiti e difetti!

3) Promesse fumose di FIAT, ovvero AD OGGI solo 1,7 Miliardi di Euro in campo, a fronte di 20 totali, ma solo futuribili. Ad oggi è così, ma chi metterebbe una simile cifra al buio, garantendola fino all’ ultimo centesimo, prima di qualsiasi contrattazione con la contro-parte? Sarà anche vero poi che il costo del lavoro non incide più di tanto sul totale di un auto, ma occorre ricordarsi da un lato che gli stabilimenti italiani sono di gran lunga i meno efficienti del gruppo e dall’ altro che gli altri paesi eventualmente candidati a sostituire Mirafiori e le altre fabbriche FIAT farebbero carte false per riuscire nell’ impresa;

4) Investimenti di FIAT comunque bassi, sia in assoluto, sia in rapporto al numero di addetti che al numero atteso di auto prodotte: forse sarà anche così, ma ancora una volta, anche i ricavi attesi x auto sono relativamente bassi (20K Euro per FIAT, indubbiamente molto più alti per VW, AUDI, BMW, ecc.) ed inoltre i soldi non crescono mica sugli alberi: questo è ciò che passa il convento qui da noi.

5) Altro tema, ovvero la conversione ecologica: COSTA! Convertire un sistema produttivo verso il “GREEN” è ENOREMENTE COSTOSO! Questa operazione può essere solo una tendenza molto lenta e progressiva, che avanza a piccolissimi passi, sostituendo gradualmente ed in piccola parte l’ esistente “vecchio, sporco e cattivo”. Si tratta al massimo di tendenze epocali e chi favoleggia di colpi di spugna dall’ oggi al domani semplicemente racconta balle, in buona o cattiva fede;

6) Stile di vita più sobrio ed “altro”: E’ una bella idea, ma temo sia solo uno slogan; eventualmente, sarebbe applicabile solo ad alcune piccole elite molto “illuminate”, che rappresentano una netta minoranza in termini numerici e di consumi. Come la mettiamo con i paesi emergenti? Loro hanno ancora tanta di quella fame arretrata da smaltire! Inoltre, questo stile di vita più spartano è qualcosa che si può solo scegliere individualmente. Come “imporlo”, infatti, alle masse smisurate dei consumatori? Servirebbe allo scopo, forse, molta cultura, conoscenza ed auto-coscienza. Chi dispone di tali “risorse”, se non una parte infinitesimale della popolazione???

7) Un tema che non viene quasi mai evocato da nessuna parte, ma che aggiungo io: con la popolazione mondiale che cresce sempre più i problemi si possono solo acuire. Soluzione (vietatissima!!! da dire, specie in Italia – Vaticano docet!): CONTROLLO DELLE NASCITE. Sarà molto inelegante dirlo e molto poco “politically correct”, ma perché mettere al mondo un numero spropositato di figli nei paesi del terzo e quarto mondo condannandoli, salvo rare eccezioni, ad una vita di stenti e di miseria?

Insomma, Viale indica alcune prospettive anche molto interessanti, ma non sottovaluterei affatto neppure le enormi forze materiali e di sistema che “spingono” in direzioni totalmente opposte a quelle da lui auspicate.

Infine, un commento personale: tutti gli attori della vicenda FIAT sembrano preoccuparsi ed affannarsi solo a tirare l’ acqua al proprio mulino: Marchionne e la Confindustria approfittano della crisi per cercare di cambiare lo “status-quo-ante” delle relazioni industriali; il governo latita, non avendo grandi idee da proporre e preoccupandosi solo di sopravvivere; l’ opposizione fa pura propaganda, avendo ancora meno idee da mettere in campo; anche la FIOM decide di non andare oltre il proprio naso: forse ci sarà un peggioramento (relativo, dopo tutto!) delle condizioni di lavoro, ma decide a sua volta d’ ignorare e prescindere completamente dai nuovi dati di sistema, cambiati da un lato dalla grave crisi economica tutt’ ora in corsa e dalla globalizzazione, dall’ altro.

Insomma, tutti a difendere accanitamente il proprio piccolo e sempre più misero orticello …

Alla fine, quale sarà l’ inevitabile risultato? SOLO IL DECLINO DEL BELPAESE…

Che dire, ancora? Speriamo solo che almeno non sia troppo rapido e profondo!!!… 10-01-2011 21:04 - Fabio Vivian

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le mie considerazioni sul caso Fiat

La Fiat vende sempre meno auto: - 39,5% nell’ottobre  2010. Acquistare auto, e in particolare Fiat non è obbligatorio: nessuno acquista per patriottismo, i ricambi non costano meno degli altri, e altre marche offrono assistenza qualificata.
Il risultato è che la Fiat, per non licenziare, ha messo vari operai in cassa integrazione.
Ipotizziamo quindi che un operaio avesse uno stipendio da Contratto Nazionale di 1300 euro; in cassa integrazione ne prende 1000, almeno fino a quando dura la cassa integrazione. Quando questa finisce, che succede?

A questo punto Marchionne potrebbe chiudere le fabbriche italiane e andare all’estero, oppure investire dei soldi nelle fabbriche italiane ma con certe condizioni.
A me sembra che la condizione principale sia: non si licenzia, ma neppure si assume.
Ovvero: schematicamente, in passato il sindacato, a fronte di un potenziale aumento della produzione, diceva: “la produzione aumenterà del 5% l’anno, in tre anni vogliamo vengano assunti il 15% in più di operai”.
Oggi la Fiat dice: NO, niente assunzioni nuove. Se si vuole aumentare la produzione, devono lavorare di più quelli che ci sono, al limite si utilizzano lavoratori precari (punto10 dell’accordo).
E quindi si possono obbligare i dipendenti a fare 130 ore di straordinario all’anno, più altre 80 se necessario, previa verifica  con in sindacati.
Nella pratica, il lavoratore che oggi in teoria avrebbe diritto ad una paga di 1300 ma in pratica in cassa integrazione ne prende 1000, un domani a fabbrica rilanciata viene riammesso al lavoro a tempo pieno a 1300 euro ma facendo straordinari in pratica ne potrebbe guadagnare fino a 1600.
E quindi se attualmente purtroppo guadagna di fatto 1000, domani potrebbe arrivare a  1600.

Dato che queste regole sono una forzatura del contratto nazionale, questa forzatura deve essere concordata con i sindacati, che  si impegnano ovviamente a non scioperare contro le regole da loro stessi sottoscritte. E solo chi firma l’accordo  avrebbe tutti i diritti di rappresentare i lavoratori.
I Sindacati che non ci stanno si troverebbero invece fuori dalle regole della fabbrica.
L’azienda infatti, data l’esigenza avere di fronte un sindacato che rispetti gli impegni, non riconosce le RSU (rappresentanze sindacali unitarie) ma solo le RSA (cioè le rappresentanze di chi sottoscrive gli accordi). Solo queste quindi avrebbero diritto a permessi sindacali, alla trattenuta sindacale automatica, ecc.
Nota: le RSU però nel punto 7 sono riconosciute per l’applicazione della cassa integrazione…2011-2012 …..?!

Il problema è interessante a mio parere anche sotto un altro punto di vista, e cioè del ruolo dei sindacati rappresentativi nel privato e soprattutto nel pubblico. Spesso ci si è trovati nella scomoda e frustrante situazione di chi, durante le trattative, riusciva a trovare un accordo buono e “responsabile” che, mettiamo, faceva guadagnare un aumento di stipendio di 100.
In particolare nel settore pubblico, il minuto dopo l’accordo, saltava fuori qualche sindacatino pseudo autonomo che, facendo un qualche scioperino che riusciva a paralizzare qualche servizio importante, riusciva a strappare un euro in più. E poi dopo nasceva un altro sindacatino che portava a casa un altro euro. Dato che nel settore pubblico non gliene importava nulla a nessuno di quadrare i bilanci, questi ulteriori aumenti venivano concessi allegramente, facendo fare la figura dei fessi ai sindacati “responsabili”.
All’opposto, in particolare nel settore privato, c’erano invece sindacati che si rifiutavano di firmare qualsiasi cosa (Bertinotti si è sempre vantato di non avere mai firmato nulla. Che l’unica pensione che sia riuscito a garantire sia la sua di parlamentare è altro discorso). Dato che comunque gli aumenti contrattuali concordati dai sindacati “responsabili” erano erogati a tutti i lavoratori, iscritti a qualsiasi sindacato  e persino ai non iscritti, e i diritti sindacali erano garantiti a tutti indipendentemente dalla firma degli accordi, il giochino per i professionisti della “non-firma” era facile, come era facile  farsi passare per i veri difensori dei lavoratori: “noi avremmo voluto di più, ma gli altri hanno calato le braghe…però se ti iscrivi a noi magari la volta prossima…..”.

E’ questo che più preoccupa la CGIL: la fine del giochino. Sarebbe interessante vedere gli sviluppi nel settore pubblico, rispetto alle regole di rappresentanza e contrattazione.

Non sono riuscito a trovare nell’accordo una data di scadenza. A mio avviso questa invece è importante ai fini della modifica delle previsioni occupazionali: l’azienda quando smetterà di NON assumere persone e far fare straordinari? Quando smetterà di utilizzare esclusivamente precari?


L’accordo sicuramente mette regole più stringenti per le condizioni di lavoro (basti pensare alle varie clausole sull’assenteismo), ma al giorno d’oggi varrebbe la pena di farsi qualche domanda:

quale investitore privato ha il coraggio oggi di metter investire in una qualsiasi azienda italiana, vista la legge che depenalizza il falso in bilancio? Nota: il falso in bilancio è ancora reato ovviamente… ma il governo Berlusconi, con una riforma, ha inserito delle soglie di punibilità: al di sotto delle quali, il reato viene derubricato a illecito amministrativo

Quale investitore ha la voglia di investire in una azienda nella quale gli impegni presi tra azienda e sindacati non sono certi?

Finale: visto quello che è il mercato dell’auto, diventa ridicolo chi prospetta il boicottaggio dei prodotti fiat: se la fiat producesse buone macchine a buon prezzo , la gente le comprerebbe, altrimenti compra le auto prodotte da altri. O va a piedi con scarpe fatte nelle Filippine. O va in bici con bici fatte in Cina. O se ne sta a casa a scaldarsi col gas russo o algerino. In futuro con l’uranio del Congo.

(Noi, tanto per iniziare,  abbiamo fatto installare da un Gruppo di Acquisto italiano pannelli solari tedeschi, con inverter austriaco, che usano  il sole, patrimonio di tutti).

Giorgio Gregori