sabato 13 dicembre 2008

bio low cost?

Si punta troppo
sull'import. Ma è ecologica una mela prodotta dall'altra parte del mondo?
« Roberta Carlini
Al supermercato ho preso un barattolo di miele biologico: che bello, mi sono detta, il bio anche al discount. Poi ho letto l'etichetta: era fatto metà in Cina, metà in Ungheria, importato da un distributore tedesco. Tutto con certificazione bio garantita. Ma quanti chilometri e quante mani ha attraversato quel miele, prima di arrivare sullo scaffale?». Giulia, consumatrice milanese, non è sola col suo dilemma. Sì pongono la stessa domanda anche altri consumatori "responsabili". Che, stretti tra gli allarmi sulla salute alimentare e la crisi economica, si chiedono: arriverà anche qui il biologico low cost d'importazione? E potrà rientrare nella "spesa giusta"? A guardare i numeri del mercato bio, sembra di stare su un altro pianeta. Altro che crisi e recessione: nella prima metà del 2008, il consumo di alimenti biologici in Italia è salito del 6% rispetto allo stesso periodo del 2007. Insomma: mentre la spesa alimentare tradizionale stagna o addirittura scende, questa sale. Cos'è, il lusso ai tempi della crisi? «Non esattamente. Negli ultimi anni prima l'euro e poi il caro-petrolio, hanno fatto salire soprattutto i prezzi dei prodotti tradizionali», dice Andrea Ferrante, presidente dell'Aiab, consorzio di produttori e consumatori bio. In altre parole: col rincaro di pasta e pane, perfino il costoso biologico diventa più competitivo. Anche se i prezzi restano più alti degli altri. «Allo stesso tempo però è salita l'attenzione per la salute alimentare», aggiunge Ferrante, ricordando i tanti allarmi e scandali, dalle mucche ai polli, dal vino al latte. Qualunque sia il motivo, è certo che la domanda bio continua a crescere. Ma a tanta effervescenza corrisponde una calma stagnante sull'offerta. «Negli ultimi due anni la produzione è rimasta quasi ferma», dice Pina Eramo, presidente di Anabio, ramo biologico della Confederazione italiana degli agricoltori (Cia). Se la domanda sale più della produzione, è evidente che da qualche parte i prodotti devono arrivare. E arrivano dall'estero: da quei Paesi dove il biologico è certificato in modo equivalente ai parametri europei (Argentina, Australia, Costa Rica, India, Israele, Svizzera, Nuova Zelanda) e da tutti gli altri che vengono di volta in volta autorizzati dal ministero dell'Agricoltura. È il caso dei fagioli cinesi, dell'olio tunisino, delle arance del Marocco e del grano ucraino. Un altro numero in rapida crescita è quello degli importatori: erano 67 nel 2000, adesso se ne contano 254. Quadruplicati. Mentre invece, negli stessi anni, i produttori sono scesi, da 51.000 a circa 45.000. Una certa preoccupazione comincia quindi a serpeggiare: stiamo diventando un Paese importatore, anche nel bio? «L'Italia resta un grande produttore e primo esportatore europeo», dice Ferrante, «però è vero che l'import cresce. Ed è preoccupante che si vada verso un mercato biologico globalizzato. Guardate cos'è successo negli Usa, dove è stato divorato dal sistema agroindustriale e il prodotto è in gran parte importato. Anche l'Europa rischia di diventare un mercato dove si consuma ma non si produce». Com'è successo in tanti settori dell'economia. Ma con un paradosso in più, visto che il biologico nasce su valori ambientalisti, gli stessi che fanno a pugni con l'idea di mangiare una zuppa di fagioli che viene dall'altra parte del mondo. E dunque contiene più petrolio che proteine. «Un conto è importare banane, o noci brasiliane, insomma prodotti che qui non si possono produrre, tipici di altri posti. Un altro è importare l'olio: se ne trovo uno biologico tunisino a 5 euro, qualcosa non va. Dietro, probabilmente, c'è sfruttamento del lavoro, speculazione commerciale», dice Marco Camilli, presidente di Anagri-bios-CoIdiretti.
La grande distribuzione, che gestisce circa la metà del biologico in Italia, minimizza: «L'italianità è vissuta come un valore importante: potrà esserci un maggior ricorso all'import per alcuni prodotti nel breve periodo, ma non la vedo come tendenza», spiega Fabrizio Ceccarelli, brand manager della linea bio delle Coop. Che fornisce alcuni dati: sul biologico a marchio Coop (che copre 1'85% del biologico che loro distribuiscono) 1'85% è italiano. Il resto sono prodotti tipici di altri Paesi, come caffè e zucchero di canna. La Sma-Auchan fa sapere che il loro bio, pur restando prodotto di nicchia, è in crescita ed è tutto in mani italiane. Forse allora l'aumento delle importazioni si concentra nei negozi specializzati, che vogliono dare più scelta ai consumatori, e nei discount. Ma resta l'interrogativo: se l'importato può abbassare i prezzi, perché non accettarlo? Molti spiegano che il made in Italy in questo campo è non solo giusto ma conveniente. Perché è la distanza che fa risparmiare: «La vera chiave di volta è tagliare i costì ambientali e di trasporto, con i gruppi di acquisto e i mercati di prossimità», dice Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. «Sull'import non è che i consumatori risparmino molto, semmai a guadagnarci sono gli intermediari», puntualizza Pina Eramo. Secondo Ferrante: «Spesso importiamo per necessità, più che per convenienza. L'anno scorso c'è stata un'emergenza per le pere biologiche: ne abbiamo avute poche per motivi climatici e quindi c'è stata una grossa importazione dall'Argentina». Il discorso però non convince tutti: «Se un anno scarseggiano le pere, mangerò altra frutta. Sempre meglio che affidarmi a un prodotto colto acerbo, imballato e trasportato per migliaia di chilometri prima di arrivare a casa mia». Per Valeria Manna, cofondatrice di un gruppo di acquisto, quella del biologico dev'essere una scelta di vita.


Sette motivi per cambiare
¦ PER I BAMBINI. L'università di Emory e Washington e Il Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta hanno verificato che i bambini che mangiano biologico non presentano tracce di malathion e chlorpyrifos, insetticidi che possono danneggiare il sistema nervoso.
¦ RIPRODUZIONE SANA. L'Associazione italiana endometriosi segnala nessi evidenti tra l'uso
di pesticidi e la diffusione di questa malformazione dell'utero. La teoria sugli effetti estrogenici di contaminanti come gli insetticidi, ipotizza che l'accumulazione di composti chimici, agenti come estrogeni, influenzi lo sviluppo fetale.
¦ SOS FERTILITÀ MASCHILE. Una ricerca dell'università di Pisa ha rilevato che la presenza d'inquinanti ambientali, come i fitofarmaci, riduce del 20% la mobilità degli spermatozoi e ne aumenta del 15% le anomalie rispetto a quelli di chi abita in aree pulite.
¦ MORBO DI PARKINSON. La causa? Fattori genetici e ambientali. Uno studio apparso su Mavement Disorders (Usa), collega l'esposizione ai fitofarmaci allo sviluppo della malattia.
¦ ACQUA, ENERGIA E C02. Nelle falde degli acquedotti italiani nel 2007 sono stati rilevati 119 tipi diversi di fitofarmaci. Uno studio dell'università di Cornell (Usa), ha verificato I vantaggi della coltivazione biologica del granoturco e della soia: consuma meno acqua e meno energia rispetto alle
analoghe colture convenzionali. 1 ettaro di terreno biologico assolte 1,5 tonnellate di C02 all'anno (Legambiente).
¦ BIODIVERSITÀ. Il legame tra la moria d'api e uso d'insetticidi è un dato acquisito, ma i danni riguardano molte specie. Una ricerca del Centre for Ecology & Hydrology di Lancaster con l'università di Oxford dice: «Stimiamo che i campi biologici contengano
dal 68 al 105% in più di specie vegetali e dal 74 al 153% in più di piante spontanee rispetto ai non biologici».
¦ CONTRO LA FAME. L'analisi di 114 progetti in 24 Paesi africani da parte dell'Onu ha rilevato rendimenti più che raddoppiati con l'uso di pratiche bio o integrate. E si risparmia sul costo dei fitofarmaci. Donatella Pavan
la repubblica delle donne 6 DICEMBRE 2008