ETICA E CONSUMI
Alla ricerca della dieta sostenibile: è nato in Internet un nuovo centro studi sugli stili alimentari e il loro impatto sull'ambiente
La salute del pianeta Terra legata a quella del suo inquilino uomo. Un circolo chiuso, in simbiosi, nel bene e nel male. In tempi di cambiamenti climatici e d'investimento di ogni ordine e grado, la specie umana gioca un ruolo determinante per la sopravvivenza propria e l'altrui.
Scendono in campo anche i sindaci d'Europa, reclutati dalla Commissione Europea per la lotta contro le alterazioni della biosfera e il riscaldamento globale. Il Patto dei sindaci, che prevede entro il 2020 la riduzione di oltre il 20 per cento delle emissioni di CO2 in 100 metropoli, comprese 15 capitali, per ora consiste solo in contatti "informali" tra città comunitarie.
Incontri virtuali
Lavora con rapporti "informatici" invece il trust internazionale di scienziati che si è riunito su Internet per salvare il micro e il macrocosmo. Sul banco telematico degli imputati, c'è la produzione di alcuni alimenti, accusata dì nuocere all'ambiente e all'organismo umano. L'antidoto al cibo inquinante è materia di studio degli internauti che, nel web, hanno formato il Neic-Centro internazionale di ecologia della nutrizione, per raccogliere in un sito multilingue (www.nutritionecology.org) i dati relativi all'influenza degli stili alimentari su clima, nutrizione e costi di produzione. Il pool astratto alla ricerca della dieta "sostenibile" è nato grazie all'incontro concreto tra il chimico Massimo Tettamanti, specializzato in valutazione di impatto ambientale e "nutrizione e benessere", e l'ingegnere Marina Berati, esperta di tutela dell'habitat e degli animali. Navigando in rete si sono imbattuti in una nuova scienza interdisciplinare concepita dall'università tedesca di Giessen.
«Il lavoro è iniziato nel 1986 ma la nährungsökologie è rimasta relegata agli ambienti universitari della Germania, mentre a noi è venuta l'idea di renderla alla portata di tutti e di costruire interventi concreti», racconta Tettamanti, ora presidente del Centro, cui fa eco la socia-fondatrice del Neic, promotrice anche di Vivo, Comitato per un consumo consapevole (www.consumo-consapevole.org): «L'Ecologia della nutrizione ci è piaciuta subito per i contenuti e soprattutto per il nome. Due sole parole racchiudono informazioni importanti e fanno capire quanto complesso sia il rapporto tra quello che scegliamo di mangiare e il suo effetto sul pianeta».
Il primo volo nell'iperspazio informatico è avvenuto per mezzo della Life Cycle Assessment (Valutazione del ciclo di vita), con cui hanno lanciato uno studio sull'impatto ambientale secondo tre tipi di dieta, onnivora, vegetariana, vegana e diversi metodi di produzione, ovvero allevamento intensivo e agricoltura convenzionale e gii equivalenti biologici. Ovviamente in testa alla classifica si sono piazzati l'alimentazione vegana e i prodotti senza chimica. In seguito al successo ottenuto e all'interesse dei media, gli studiosi hanno continuato la ricognizione certosina in
Internet e ben presto sì sono accorti che esistevano molti documenti in materia che, però, non venivano mai catalogati come Ecologia della nutrizione. A questo punto, la svolta. Tettamanti e Berati hanno preso contatto con i loro alter ego in ogni angolo del globo perché dessero contributi professionali e divulgassero il "verbo", creando di fatto, lo scorso febbraio 2007, il Centro internazionale di Ecologia della nutrizione.
L'unione fa la forza
I primi a essere convocati nel web sono stati alcuni ricercatori italiani. I fondatori del Neic avevano contatti con la nutrizionista Luciana Baroni, in quanto collaboratori e soci della Ssnv-società scientifica di nutrizione Vegetariana (www.scienzavegetariana.it ) di cui la dottoressa è presidente. La comunione d'intenti, espressi nelle Linee guida italiane per una corretta Alimentazione a Base Vegetale (www.vegpyramid.info), ha portato la Baroni a dedicarsi al panel "Nutrizione e benessere" del Neic. Nel mirino della studiosa sono finiti i vegetariani italiani, dei quali viene esaminato anche il profilo psicologico, oltre alle condizioni di salute e alla composizione della dieta. Da anticipazioni su questa analisi emergerebbe che i "non carnivori" sono persone equilibrate, dotate di un forte senso etico e attente alla propria salute e che la qualità della loro dieta è migliore di quella di chi mangia carne. Sulle malefatte di "Latte e latticini nella dieta", secondo il "credo" del Neic, invece indaga Alessandro Borgini, consulente dell'Arpa-Lombardia e dell'Istituto nazionale tumori, per l'epidemiologia ambientale. Benché i tre eternauti originari si connettano al web da Milano, al biologo programmatore, che applica la modellistica a simulazioni metaboliche, Tettamanti e Berati sono arrivati per caso (avevano chiesto una consulenza giuridica a suo fratello avvocato).
Attenti agli animali
Nel programma di Net non manca il panel "Sofferenza animale", che viene seguito a video da Monica Bertini, responsabile del Gruppo di studio sulle tradizioni violente e collaboratrice dell' Oncology Institute of Southern Switzerland. Gli elvetici sondano le informazioni sugli allevamenti intensivi, lo sfruttamento degli animali nei circhi e la riabilitazione delle cavie di laboratorio, con particolare riguardo alle indagini più moderne che correlano la violenza sugli animali a quella umana, alla bioetica e alle conseguenze su alimenti, lavoratori e consumatori. Sulla "Sperimentazione animale" invece è stata coinvolta l'indiana Shiranee Pereira, zoologa e biologa acquatica, scelta anche perché coordina I-Care {Centro internazionale per le alternative nella ricerca e nella didattica): il suo controllo informatico permette di scartare i risultati degli studi su animali che, a parere del Afe/c, non possono essere estrapolati e trasferiti all'essere umano a causa di differenze metaboliche, genetiche e biochimiche. La Pereira ha poi segnalato la biologa Maria Webb, PhD in Fitochimica e presidente della Società per l'antropozoologia del Portogallo, che così ha ricevuto la conduzione del panel "Impatto ambientale". Così il Neic ha iniziato a occuparsi anche di flussi di risorse e di gestione degli ecosistemi, verificando continuamente il grado di distruzione delle foreste equatoriali di Centro e Sud America.
Il filantropo interfaccia
Completato lo staff, gli studiosi del Net sono passati a far conoscere il loro Centro virtuale agli ambienti scientifici. Un veterinario indiano, un biologo romeno e un economista inglese, senza accordi preventivi, hanno inviato separatamente un primo comunicato sul Net, riservato agli specialisti, al filantropo Phil Wollen, vincitore del premio
"Australiano dell'anno" 2007 e di una Medaglia dell'Ordine dell'Australia "per i servizi resi a livello internazionale a favore del benessere delle persone e degli animali. Entusiasta del progetto, Wollen, che aiuta attivamente 300 organizzazioni meritevoli nel mondo, ha messo la sua interfaccia a disposizione dei fondatori italiani guadagnandosi la gestione del panel "Denutrizione e malnutrizione nel mondo" e si è anche autoinvestito del ruolo di "patron" dell'iniziativa, diffondendo le tematiche del Centro in varie parti del mondo.
In quattro dimensioni
Da non confondersi con l'econutrizione", che si limita a studiare le interazioni tra alimentazione e habitat, l’Ecologia della nutrizione vuole proteggere la salute della collettività e della Terra individuando i "punti critici" di inquinamento dei diversi cibi per indurre il minimo delle modifiche alimentari e ottenere il massimo del beneficio. Le quattro dimensioni, sociale, economica, salutistica e ambientale, considerate dal Net, sono il presupposto per giudicare la sostenibilità di un regime alimentare, che implica un tipo di sviluppo in grado di soddisfare le necessità attuali senza ridurre la possibilità per le generazioni future di godere delle stesse opportunità. Dal punto di vista della nutrizione, la sostenibilità è legata a stili di vita improntati su un'equa distribuzione delle risorse alimentari e sulla scelta di una qualità e quantità di cibo tali da assicurare una dieta adeguata rispettando l'ecosistema. Secondo il Net. per esempio, il depauperamento delle sorgenti idriche e da addebitare per il 70 per cento alla zootecnia, il 20 per cento all'industria e il 10 per cento alla popolazione. L'acqua utilizzata in un anno da una famiglia di quattro persone corrisponderebbe a quella adoperata per ottenere 5 chili di carne rossa. La produzione di proteine animali richiederebbe 26 volte più acqua e da 6 a 17 volte più terra rispetto a quella di proteine vegetali, meno dispendiosa anche per consumo di energia. Per ricavare proteine dal grano servirebbero 2,2 kcalorie per ogni caloria prodotta come cibo; per il pollo, 4 kcalorie, per latte e maiale 14, per uova 39 e per manzo 40. Precisa Tettamanti: «Per trasformare i consumi a livello mondiale, vogliamo suggerire cambiamenti economici, soprattutto a sostegno dell'agricoltura che offre prodotti meno inquinanti e più salutari». La prima iniziativa, quindi, è la proposta di far cessare i finanziamenti europei, per miliardi di euro all'anno, all'industria dell'allevamento e della pesca. Così, pensano i membri del Centro, sarà possibile incentivare il consumo di cibi con materia prima vegetale, ritenuti più sani e a basso impatto ambientale.
Politica verde
A supporto di questa tesi, c'è uno studio dei ricercatori britannici della Faculty of Public Health: migliaia di decessi prematuri avvenuti in Europa a seguito di patologie come diabete e infarto, associate a una dieta squilibrata, sarebbero in rapporto con la Politica agricola comune (Pac), che influenza in modo negativo le scelte alimentari individuali. Per più di 40 anni, questa, senza tener conto delle ripercussioni sulla salute dei cittadini, avrebbe sovvenzionato la produzione di carne rossa, latte e zucchero, e permesso la distruzione di enormi quantità di frutta e verdura, per mantenere alti i prezzi. L'aumento della richiesta di carne e latte sta interessando anche Paesi come India e Cina dove, nel giro di pochi anni, 400 milioni di soggetti raggiungeranno il potere di acquisto e il modello alimentare dell'Occidente. Il fenomeno è in controtendenza rispetto alle raccomandazioni dei nutrizionisti. Dopo 7.000 studi, condotti in 40 anni, la Fondazione mondiale sulla ricerca del cancro ha messo in relazione alcune neoplasie, tra cui quelle di seno, esofago, pancreas e reni, con un'eccessiva assunzione di carne e salumi. «Questo tipo di alimentazione è il presupposto di un duplice problema di malnutrizione: nei Paesi poveri, per la mancanza di cibo e acqua che riguarda più di 800 milioni dì persone; nei Paesi ricchi, per il surplus di proteine e grassi animali, tra i principali fattori di malattie mortali», puntualizza Marina Berati. «Le "fabbriche di proteine alla rovescia", che mutano cereali e leguminose in animali e pesci, costano tanto per dare in cambio poco cibo. Le Nazioni Unite stimano che il 70 per cento dei terreni a pascolo siano in via di desertificazione. In Amazzonia, l’88 per cento della foresta è stato abbattuto per avere pascoli e, nelle zone semiaride, come l'Africa, lo sfruttamento dei suoli per l'allevamento per l'esportazione in Occidente, riduce a zero la loro produttività».
Amici della terra
Nei prossimi anni, denuncia la rivista The Lancet, 1/5 delle emissioni di gas serra, che contribuiscono al cambiamento climatico, sarebbe a carico delle attività agricole. Gli scienziati delle università di Australia, Gran Bretagna e Cile invitano le istituzioni ad agire contro il disastro ambientale e gli attentati alla salute dell'uomo con la contrazione dei consumi e una convergenza verso un livello sostenibile. «Lancet invita a ridurre i prodotti animali nei Paesi industrializzati e a fissare una soglia per quelli in via di sviluppo, verso cui dovrebbero essere dirottati i raccolti», spiega Luciana Baroni. «Poiché la media globale della porzione giornaliera di carne è di 100 g a testa, con differenze anche di 10 volte tra le nazioni, si dovrebbe passare a non più di 90 g quotidiani procapite. In Italia, occorre arrivare a un consumo pari al 40 per cento di quello attuale, di circa 224 g al giorno», continua Baroni. «Chi eccede con la carne di solito mangia meno frutta e verdura i cui phitochemicals proteggono l'organismo». L’ American Dietetic Association, per esempio, suggerisce alimenti "amici della terra"- come le specie autoctone- e i prodotti ottenuti con pochi interventi. Inoltre propone la costruzione di fattorie urbane e il riciclaggio di avanzi e contenitori del cibo e collega la biodiversità alla sicurezza alimentare. Quest'ultimo concetto supporta quello del Neic sugli Ogm, che non sarebbero in grado di proteggere l'ambiente, ridurre la povertà e garantire la sicurezza alimentare, come sostengono alcune industrie biotecnologiche. A giudizio dell'ecologia della Nutrizione, i semi geneticamente modificati sono stati sviluppati per incrementare non i raccolti ma il profitto, e lasciano intatti i mali dell'agricoltura moderna.
SEMPRE MENO PESTICIDI
In un rendez-vous in Franciacorta. sei filiere agricole biologiche hanno stretto un alleanza per sperimentare un sistema naturale di coltura più salubre e sostenibile che abbassi l'impatto ambientale e il bisogno di fertilizzanti, pesticidi e acqua delle coltivazioni, E porti prodotti con maggiori contenuti di antiossidanti e proprietà organolettiche migliori. La padrona di casa, I’Azienda vinicola Muratori, è stata la prima ad avviare una produzione-pilota di viti le cui radici sono state inoculate con microrganismi benefici per il suolo e il vegetale stesso. Ogni pianta e contraddistinta da un "consorzio" microbiologico specifico, composto da IO milioni di funghi e batteri diversi per grammo di terreno, che vive in associazione della sua parte apicale, le fa assorbire meglio i nutrienti e aumenta la sua capacita di fitosintesi. mentre arricchisce il terreno di sostanze organiche. Il ricorso alla "rizosfera", che rende ì vegetali più resistenti e ne definisce la fisiologia, interessa la produzione di olio d'oliva, pasta, verdure. erbe aromatiche e anche carne, rappresentata nel gruppo da La Granda. I! consorzio, che si e dotato dì un rigido protocollo e rispetta il benessere animale, allevato senza forzature, prevede l’inoculazione di microrganismi per i foraggi, coltivati in proprio. Ad altri partner, come l’lstituto per io studio e la cura dei tumori di Milano, spetta il compito di monitorare e certificare i prodotti delle sei filiere, i cui livelli superiori di antiossidanti verranno verificati dal Cnr di Pisa.
ACQUE (Ri)PULITE
Il possesso prezioso e sempre più raro dell'acqua sarà la scintilla in grado di scatenare guerre in un futuro non molto lontano, come e accaduto in passato per il petrolio. Litri di "oro liquido" trasparente sono indispensabili per realizzare anche solo 10 grammi di proteine commestibili: 130 per frumento, mais e legumi; 250 per latte e uova: 480 per la carne di maiale e 1.000 per quella di manzo. Per questo motivo, diventa categorico non sciuparne nemmeno una goccia. Ali ultimo convegno Cia-Chimica industria & ambiente ai Politecnico di Milano, è stata presentata una tecnologia innovativa per depurare e dissalare le acque reflue. Il processo di filtrazione a membrana, studiato da 35 anni, e perfettamente applicabile agli allevamenti e all'industria alimentare . informa Augusto Campanelli, professore di chimica industriale ali università di Genova e coordinatore del progetto e di un master sul tema. II processo non altera i prodotti naturali di partenza ma purifica l'acqua da composti nocivi, come i cloruri, e da corpuscoli estranei fino all'ordine di grandezza dei virus. Con la microfiltrazione. a costi contenuti si riequilibrano il bilancio idrico e la composizione salina dei terreni, riciclando I acqua sporca che, diventata sterile e di pregio, potrebbe essere destinata anche al consumo umano, come avviene in Australia.
Per la potabilizzazione delle acque di scarto municipali. TX! edizione di Ecomondo, salone tematico della Fiera di Rimini. ha lanciato due proposte. Il trattamento dell’ acqua con raggi UV. a Passo impatto ambientale. per cui e previsto un Osservatorio permanente del settore, riesce a disinfettare il liquido e ne assicura un ossidazione avanzata e la rimozione di contaminanti organici. Invece la Casa dell’ acqua, un piccolo e colorato chiosco da inserire nel contesto urbano, riprende l'idea delle antiche fontane di paese ed erosa dai suoi rubinetti tre tipologie di potabile. m alternativa alle minerali. Con risparmio di trasporti e di bottiglie di plastica da smaltire, altamente inquinanti, dalia rete idrica comunale i cittadini possono attingere liberamente 3.000 litri al giorno di acqua filtrata, >n versione naturale, gassata e persino refrigerata.
di Rosanna Ercole Mellone , la Rpubblica dele donne 8 marzo 2008
domenica 11 ottobre 2009
Flexi Time
Uffici pieni in orari fissi? Solo in Italia.
L’Europa sperimenta da anni nuove forme di organizzazione.
Che offrono vantaggi ai dipendenti. E fanno guadagnare di più le aziende
Nell'economia di oggi, non conta più quanto si sta in un luogo preciso. Conta soltanto ciò che si fa. Non c'è più spazio per la rigidità, neppure negli orari di lavoro. Perché il flexitime, come viene chiamato, in realtà fa bene all'azienda. E non in senso generico: la fa proprio guadagnare di più. Oltre a generare risparmi per la collettività, in termini di traffico, benzina, inquinamento. Questo hanno scoperto sia in Europa, sia in molti Paesi del mondo sviluppato.
E nelle sei imprese straniere che ci hanno spiegato la loro scelta. Mentre l'Italia pensa ancora agli uffici pieni in orari fissi. E interpreta la flessibilità come un beneficio graziosamente elargito dal datore di lavoro al singolo dipendente. Oppure come metodo di sfruttamento. Mascherato.
I risparmi dei teleworker
Brìtish Telecom, Gran Bretagna. Su 106 mila dipendenti, sono 80 mila, dal senior executive al programmatore, quelli che lavorano da casa o con orari "non standard" suddivisi in due, tre o quattro giorni a settimana. Secondo Caroline Waters, responsabile delle risorse umane, «oggi la competizione è agguerrita, occorre dare risposte rapide. L'orario dalle nove alle cinque non funziona più».
Primo effetto: l'assenteismo è sceso al 3,1%, mentre la media nazionale è all'8,5%, E sono diminuite anche le spese per gli uffici. Ogni dipendente che lavora da casa produce un risparmio di 6 mila sterline l'anno. Quasi nessuno si licenzia più, tanto che la mancata spesa alla voce "selezione del personale" determina un risparmio che è stato stimato in oltre cinque milioni di sterline. Prima, erano in fuga soprattutto le donne: in Gran Bretagna, oltre la metà di loro dopo la maternità lascia il lavoro. In British Telecom invece tornano. La senior project manager Rachel Baker, per esempio, a due anni dalla nascita del figlio Rueben spiega: «Ho scelto di lavorare tre giorni a settimana da casa. Quando la stanza comincia a starmi stretta, vado in uno degli uffici che l'impresa ha messo a disposizione per chi opera come me». E ora l'azienda pubblicizza il suo contributo sociale: ogni anno, evita il consumo di 12 milioni di litri di benzina e l'emissione di 54 mila tonnellate di CO2. Mentre i teleworker producono il 30% in più degli altri dipendenti.
Idee a spasso sotto il sole
Walter de Gruyter Publishers, Germania. Niente più cartellini da timbrare. Nessun badge. Nessun controllo. Nella sede berlinese di questa casa editrice, ognuno decide giorno per giorno quante ore lavorerà. Deve solo rispettare le scadenze dei progetti in cui è impegnato. La società, che oggi ha circa 200 dipendenti e un volume d'affari di 40 milioni di euro l'anno, è arrivata a questo risultato per superare una crisi: erano gli anni Novanta e il management decise che orari di lavoro più flessibili avrebbero aiutato. Da allora, ognuno gestisce il suo "conto orario" settimanale tra le sette del mattino e le otto di sera. Il dipartimento a cui fa capo deve garantire, nel suo insieme, un'unica presenza dalle nove alle tre e mezzo del pomeriggio. Sta quindi ai dipendenti annotarsi le ore lavorate e non superare il tetto stabilito dal contratto. Il modello è basato sulla fiducia e sull'adesione volontaria.
Carsten Burfeind, 39 anni, editor e project manager di un'enciclopedia della Bibbia, è entusiasta: «Quando sento di non trovare l'energia per lavorare al meglio e mi sembra di perdere tempo, esco. Durante la Berlinale sono andato a vedermi un paio di film che iniziavano presto" e se sbuca il sole, vado a farmi un giro. Le idee vengono anche cosi. In più, quando arrivo tardi o vado via presto mentre altri colleghi sono lì al lavoro, non mi sento più in colpa».
Wolfgang Bottner, del Consiglio d'amministrazione, fa il bilancio del cambiamento: «Riduzione dei costi degli straordinari, oltre a ricadute positive sul clima in azienda e sulla produttività». Entro fine 2008, sarà coinvolta anche la tipografia.
Yoga e tuttofare
Rmsi Geospatial Information, India. Specializzata in servizi di mappatura del sistema informativo geografico conosciuto come Gis, l'azienda è stata fondata nel 1992 da tre giovani appena tornati a casa dopo aver conseguito la laurea negli Stati Uniti. Ora ci lavorano quasi duemila persone. Gagan Yot, responsabile del personale, descrive la filosofia dell'impresa: «Le iniziative per favorire l'equilibrio tra attività professionale e impegni personali non riducono affatto la produttività, anzi». Per prima cosa, però, c'è la continua messa a punto dei carichi di lavoro, con un monitoraggio mensile che verifica gli squilibri e ridistribuisce compiti e responsabilità ogni volta che è necessario. Per i dipendenti, oltre alla possibilità di lavorare da casa o con orari ridotti, c'è a disposizione un "tuttofare" dedicato alle incombenze private: dai servizi postali alle pratiche in banca, agli appuntamenti con l'elettricista e l'idraulico. Al momento, se ne servono in 450. Riempiono un modulo e il giorno stesso un addetto sì presenta. Pronto ad aiutarli. Infine, ogni settimana e durante l'orario dì lavoro, ai dipendenti vengono offerti corsi di yoga per alleviare lo stress. È questa la cosa che piace di più a Kavita Yadav, ingegnere trentunenne: «Prima mi capitava di avere un fastidioso mal di schiena. Dopo i suggerimenti dell'istruttore di yoga, mi sento molto sollevata, anche su un piano psichico». E resta fedele all'azienda che l'ha assunta, due anni fa.
La borsa del tempo
Grupo Lacera, Spagna. Mai riunioni dopo le cinque, uffici vuoti il venerdì pomeriggio. D'estate, giornate a orario "compresso". E questo vale per duemila dipendenti, senza distinzioni. Sono cinque anni che l'azienda di pulizie e manutenzioni di Oviedo ha introdotto il "piano Concilia", pensato dal governo per favorire la flessibilità. E, nel 2006, è arrivato il premio del ministero del Lavoro. Anche perché grazie a Concilia, l'addetta alle pulizie Isabel Fernan-dez Galves, che alla Lacera lavora da 16 anni, ha finalmente potuto avere un turno pomeridiano. «La mattina», spiega, «posso accompagnare mio figlio a scuola, occuparmi della casa. Vado al lavoro quando torna mio marito». Grazie al monte ore mensili della "borsa del tempo", la signora Galves può anche prendere permessi, ridurre l'orario. E recuperare in seguito. L'impiegata Rachel, invece, può seguire le sue lezioni d'italiano e andare in palestra «senza il rischio di dover saltare un corso già pagato perché il capo convoca all'ultimo minuto una riunione non programmata». Il capo ora non può più farle, le riunioni "al volo". E, dal 2007, nuove misure favoriscono i congedi di paternità. Il manager Marcos Suarez è soprattutto consapevole dei benefici economici: «La nostra impresa non è una ong. Non agiamo secondo principi altruistici. Il fatturato cresce con costanza, l'indice di rotazione del personale e l'assenteismo diminuiscono e la produttività aumenta».
Fasi della vita
Allied Irìsh Bank, Irlanda. Su 24 mila dipendenti, al momento circa 1.800 sono in flexitime.
Ronan J. Sheridan, responsabile della comunicazione, spiega: «Abbiamo introdotto la flessibilità nel '95. Quei 1.800 sfruttano il job-sharing, dividendo l'impegno di un contratto a tempo pieno in due, oppure scelgono l'orario personalizzato o le pause di minimo sei mesi dei career break». L'opzione più popolare è quella dell'orario personalizzato: da un minimo di 14 ore a settimana divise in due giorni, fino a 31 ore da fare in quattro giorni. All'inizio la banca era abbastanza rigida e dopo la prima richiesta, per ottenere un secondo cambiamento di ritmi dovevano trascorrere alcuni anni. «Con il tempo però», prosegue Sheridan, «ci siamo resi conto che nella vita le persone attraversano diverse fasi e hanno bisogno di cambiamenti continui». Di fatto, dopo alcune resistenze del management, tutti si sono accorti che è meglio così. Le difficoltà sono finite. E in questo periodo quasi seicento impiegati sono in career break. Potrebbero tornare anche fra cinque anni.
Salvate i senior
Aria Foods, Danimarca, Nell'impresa lattiero-casearia che oggi impiega circa 18 mila dipendenti, il "progetto Senior" esiste dal '95. L'obiettivo? Che gli over 55 possano restare attivi all'interno dell'impresa. Lars Kaae, del dipartimento risorse umane, racconta come funziona: «Si concordano le modalità con cui la persona trascorrerà ì suoi anni da senior in azienda durante un primo colloquio, poi il dipendente segue un corso di formazione tenuto da medici, volontari, legali e rappresentanti dei fondi pensione». Buona parte dei senior sceglie di lavorare 3 o 4 giorni a settimana. Il bilancio è positivo: migliorate sia l'efficienza, sia la soddisfazione. «Ma soprattutto», sottolinea Kaae, «l'iniziativa ci ha permesso di continuare a tenere le persone, le loro competenze e il loro sapere all'interno dell'impresa».
ECCELLENZE SCANDINAVE
A scoprire il paradosso del flexitime che fa bene ai profìtti è stata Eurofound. la fondazione della Commissione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Un'indagine su oltre 21 mila imprese, pubblicata nel 2007, ha scoperto che le più dinamiche sono quelle che hanno ampliato l'uso di orari personalizzati e avviato misure per gestire la permanenza in azienda e il passaggio verso ia pensione dei lavoratori maturi. Il 19% di quelle aziende è in condizioni economiche ottime. Fra chi usa gli straordinari, invece, la collocazione nelle "ottime* scende a quota 13%. Finlandia e Svezia sono i Paesi dove la tendenza è più sviluppata, con il 33 e il 32% di aziende con flexitime e buoni profitti. La media europea è del 14%. L'Italia è all'11% - e non ci sono dettagli sugli effetti economici. In compenso, da noi un'azienda su quattro conosce bene la flessibilità" degli straordinari che chiede ai dipendenti. F.P.
IL CAPO ITALIANO? MANIACO DEL CONTROLLO SOCIALE
In Italia quella parola, flexitime, quasi non si conosce. La colpa? In buona parte, sta nella mentalità dei dirigenti. Parola di Paolo Criterio, presidente dell'Associazione dei direttori delle risorse umane italiani (Gidp). Duemila iscritti, tutti con poteri lievemente Inquietanti: sono loro, in genere, ad avere l'ultima parola su tanti destini personali. Ma è pur vero che sono sempre loro a conoscere meglio di tutti le dinamiche interne. «Da noi», spiega Citterio, «c'è un bisogno di controllo sociale dei capì sui subordinati. Li vogliono vedere lì intorno. Non capiscono che bisogna valutare le persone per gli obiettivi raggiunti, non per le prestazioni di tempo, fisiche, che forniscono. E poi c'è la pigrizia mentale. C'è il "si è sempre fatto così”. L'anno scorso la Gidp ha fatto un'indagine sul telelavoro, per scoprire che in Italia si usa morto poco. Gli ostacoli, vale la pena ripeterlo, sono nella mentalità di chi dirige: guadagna abbastanza da amare l'azienda e volerci vivere dentro, ma pretende lo stesso atteggiamento da chi guadagna morto meno». Da direttore del personale, Citterio ha introdotto varie innovazioni nell'impresa dove lavorava in passato. Palestra, sportello bancario e postale, addetti per le pratiche burocratiche personali. «Sono favorevole da sempre. Ma credo ci voglia anche un aiuto da parte di governo e sindacati, li primo potrebbe finanziare le spese di start up del telelavoro e rivedere, insieme ai secondi, certi limiti dello straordinario. Qui non parliamo delle fabbriche. Ma in settori come il terziario, gli obblighi di legge su riposi dopo lo straordinario, sabati lavorati e simili, andrebbero superati. L'ideale sarebbe permettere una certa autonomia di patti aziendali». Alessandra Baduel
La repubblica delle donne
15 MARZO 2008
L’Europa sperimenta da anni nuove forme di organizzazione.
Che offrono vantaggi ai dipendenti. E fanno guadagnare di più le aziende
Nell'economia di oggi, non conta più quanto si sta in un luogo preciso. Conta soltanto ciò che si fa. Non c'è più spazio per la rigidità, neppure negli orari di lavoro. Perché il flexitime, come viene chiamato, in realtà fa bene all'azienda. E non in senso generico: la fa proprio guadagnare di più. Oltre a generare risparmi per la collettività, in termini di traffico, benzina, inquinamento. Questo hanno scoperto sia in Europa, sia in molti Paesi del mondo sviluppato.
E nelle sei imprese straniere che ci hanno spiegato la loro scelta. Mentre l'Italia pensa ancora agli uffici pieni in orari fissi. E interpreta la flessibilità come un beneficio graziosamente elargito dal datore di lavoro al singolo dipendente. Oppure come metodo di sfruttamento. Mascherato.
I risparmi dei teleworker
Brìtish Telecom, Gran Bretagna. Su 106 mila dipendenti, sono 80 mila, dal senior executive al programmatore, quelli che lavorano da casa o con orari "non standard" suddivisi in due, tre o quattro giorni a settimana. Secondo Caroline Waters, responsabile delle risorse umane, «oggi la competizione è agguerrita, occorre dare risposte rapide. L'orario dalle nove alle cinque non funziona più».
Primo effetto: l'assenteismo è sceso al 3,1%, mentre la media nazionale è all'8,5%, E sono diminuite anche le spese per gli uffici. Ogni dipendente che lavora da casa produce un risparmio di 6 mila sterline l'anno. Quasi nessuno si licenzia più, tanto che la mancata spesa alla voce "selezione del personale" determina un risparmio che è stato stimato in oltre cinque milioni di sterline. Prima, erano in fuga soprattutto le donne: in Gran Bretagna, oltre la metà di loro dopo la maternità lascia il lavoro. In British Telecom invece tornano. La senior project manager Rachel Baker, per esempio, a due anni dalla nascita del figlio Rueben spiega: «Ho scelto di lavorare tre giorni a settimana da casa. Quando la stanza comincia a starmi stretta, vado in uno degli uffici che l'impresa ha messo a disposizione per chi opera come me». E ora l'azienda pubblicizza il suo contributo sociale: ogni anno, evita il consumo di 12 milioni di litri di benzina e l'emissione di 54 mila tonnellate di CO2. Mentre i teleworker producono il 30% in più degli altri dipendenti.
Idee a spasso sotto il sole
Walter de Gruyter Publishers, Germania. Niente più cartellini da timbrare. Nessun badge. Nessun controllo. Nella sede berlinese di questa casa editrice, ognuno decide giorno per giorno quante ore lavorerà. Deve solo rispettare le scadenze dei progetti in cui è impegnato. La società, che oggi ha circa 200 dipendenti e un volume d'affari di 40 milioni di euro l'anno, è arrivata a questo risultato per superare una crisi: erano gli anni Novanta e il management decise che orari di lavoro più flessibili avrebbero aiutato. Da allora, ognuno gestisce il suo "conto orario" settimanale tra le sette del mattino e le otto di sera. Il dipartimento a cui fa capo deve garantire, nel suo insieme, un'unica presenza dalle nove alle tre e mezzo del pomeriggio. Sta quindi ai dipendenti annotarsi le ore lavorate e non superare il tetto stabilito dal contratto. Il modello è basato sulla fiducia e sull'adesione volontaria.
Carsten Burfeind, 39 anni, editor e project manager di un'enciclopedia della Bibbia, è entusiasta: «Quando sento di non trovare l'energia per lavorare al meglio e mi sembra di perdere tempo, esco. Durante la Berlinale sono andato a vedermi un paio di film che iniziavano presto" e se sbuca il sole, vado a farmi un giro. Le idee vengono anche cosi. In più, quando arrivo tardi o vado via presto mentre altri colleghi sono lì al lavoro, non mi sento più in colpa».
Wolfgang Bottner, del Consiglio d'amministrazione, fa il bilancio del cambiamento: «Riduzione dei costi degli straordinari, oltre a ricadute positive sul clima in azienda e sulla produttività». Entro fine 2008, sarà coinvolta anche la tipografia.
Yoga e tuttofare
Rmsi Geospatial Information, India. Specializzata in servizi di mappatura del sistema informativo geografico conosciuto come Gis, l'azienda è stata fondata nel 1992 da tre giovani appena tornati a casa dopo aver conseguito la laurea negli Stati Uniti. Ora ci lavorano quasi duemila persone. Gagan Yot, responsabile del personale, descrive la filosofia dell'impresa: «Le iniziative per favorire l'equilibrio tra attività professionale e impegni personali non riducono affatto la produttività, anzi». Per prima cosa, però, c'è la continua messa a punto dei carichi di lavoro, con un monitoraggio mensile che verifica gli squilibri e ridistribuisce compiti e responsabilità ogni volta che è necessario. Per i dipendenti, oltre alla possibilità di lavorare da casa o con orari ridotti, c'è a disposizione un "tuttofare" dedicato alle incombenze private: dai servizi postali alle pratiche in banca, agli appuntamenti con l'elettricista e l'idraulico. Al momento, se ne servono in 450. Riempiono un modulo e il giorno stesso un addetto sì presenta. Pronto ad aiutarli. Infine, ogni settimana e durante l'orario dì lavoro, ai dipendenti vengono offerti corsi di yoga per alleviare lo stress. È questa la cosa che piace di più a Kavita Yadav, ingegnere trentunenne: «Prima mi capitava di avere un fastidioso mal di schiena. Dopo i suggerimenti dell'istruttore di yoga, mi sento molto sollevata, anche su un piano psichico». E resta fedele all'azienda che l'ha assunta, due anni fa.
La borsa del tempo
Grupo Lacera, Spagna. Mai riunioni dopo le cinque, uffici vuoti il venerdì pomeriggio. D'estate, giornate a orario "compresso". E questo vale per duemila dipendenti, senza distinzioni. Sono cinque anni che l'azienda di pulizie e manutenzioni di Oviedo ha introdotto il "piano Concilia", pensato dal governo per favorire la flessibilità. E, nel 2006, è arrivato il premio del ministero del Lavoro. Anche perché grazie a Concilia, l'addetta alle pulizie Isabel Fernan-dez Galves, che alla Lacera lavora da 16 anni, ha finalmente potuto avere un turno pomeridiano. «La mattina», spiega, «posso accompagnare mio figlio a scuola, occuparmi della casa. Vado al lavoro quando torna mio marito». Grazie al monte ore mensili della "borsa del tempo", la signora Galves può anche prendere permessi, ridurre l'orario. E recuperare in seguito. L'impiegata Rachel, invece, può seguire le sue lezioni d'italiano e andare in palestra «senza il rischio di dover saltare un corso già pagato perché il capo convoca all'ultimo minuto una riunione non programmata». Il capo ora non può più farle, le riunioni "al volo". E, dal 2007, nuove misure favoriscono i congedi di paternità. Il manager Marcos Suarez è soprattutto consapevole dei benefici economici: «La nostra impresa non è una ong. Non agiamo secondo principi altruistici. Il fatturato cresce con costanza, l'indice di rotazione del personale e l'assenteismo diminuiscono e la produttività aumenta».
Fasi della vita
Allied Irìsh Bank, Irlanda. Su 24 mila dipendenti, al momento circa 1.800 sono in flexitime.
Ronan J. Sheridan, responsabile della comunicazione, spiega: «Abbiamo introdotto la flessibilità nel '95. Quei 1.800 sfruttano il job-sharing, dividendo l'impegno di un contratto a tempo pieno in due, oppure scelgono l'orario personalizzato o le pause di minimo sei mesi dei career break». L'opzione più popolare è quella dell'orario personalizzato: da un minimo di 14 ore a settimana divise in due giorni, fino a 31 ore da fare in quattro giorni. All'inizio la banca era abbastanza rigida e dopo la prima richiesta, per ottenere un secondo cambiamento di ritmi dovevano trascorrere alcuni anni. «Con il tempo però», prosegue Sheridan, «ci siamo resi conto che nella vita le persone attraversano diverse fasi e hanno bisogno di cambiamenti continui». Di fatto, dopo alcune resistenze del management, tutti si sono accorti che è meglio così. Le difficoltà sono finite. E in questo periodo quasi seicento impiegati sono in career break. Potrebbero tornare anche fra cinque anni.
Salvate i senior
Aria Foods, Danimarca, Nell'impresa lattiero-casearia che oggi impiega circa 18 mila dipendenti, il "progetto Senior" esiste dal '95. L'obiettivo? Che gli over 55 possano restare attivi all'interno dell'impresa. Lars Kaae, del dipartimento risorse umane, racconta come funziona: «Si concordano le modalità con cui la persona trascorrerà ì suoi anni da senior in azienda durante un primo colloquio, poi il dipendente segue un corso di formazione tenuto da medici, volontari, legali e rappresentanti dei fondi pensione». Buona parte dei senior sceglie di lavorare 3 o 4 giorni a settimana. Il bilancio è positivo: migliorate sia l'efficienza, sia la soddisfazione. «Ma soprattutto», sottolinea Kaae, «l'iniziativa ci ha permesso di continuare a tenere le persone, le loro competenze e il loro sapere all'interno dell'impresa».
ECCELLENZE SCANDINAVE
A scoprire il paradosso del flexitime che fa bene ai profìtti è stata Eurofound. la fondazione della Commissione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Un'indagine su oltre 21 mila imprese, pubblicata nel 2007, ha scoperto che le più dinamiche sono quelle che hanno ampliato l'uso di orari personalizzati e avviato misure per gestire la permanenza in azienda e il passaggio verso ia pensione dei lavoratori maturi. Il 19% di quelle aziende è in condizioni economiche ottime. Fra chi usa gli straordinari, invece, la collocazione nelle "ottime* scende a quota 13%. Finlandia e Svezia sono i Paesi dove la tendenza è più sviluppata, con il 33 e il 32% di aziende con flexitime e buoni profitti. La media europea è del 14%. L'Italia è all'11% - e non ci sono dettagli sugli effetti economici. In compenso, da noi un'azienda su quattro conosce bene la flessibilità" degli straordinari che chiede ai dipendenti. F.P.
IL CAPO ITALIANO? MANIACO DEL CONTROLLO SOCIALE
In Italia quella parola, flexitime, quasi non si conosce. La colpa? In buona parte, sta nella mentalità dei dirigenti. Parola di Paolo Criterio, presidente dell'Associazione dei direttori delle risorse umane italiani (Gidp). Duemila iscritti, tutti con poteri lievemente Inquietanti: sono loro, in genere, ad avere l'ultima parola su tanti destini personali. Ma è pur vero che sono sempre loro a conoscere meglio di tutti le dinamiche interne. «Da noi», spiega Citterio, «c'è un bisogno di controllo sociale dei capì sui subordinati. Li vogliono vedere lì intorno. Non capiscono che bisogna valutare le persone per gli obiettivi raggiunti, non per le prestazioni di tempo, fisiche, che forniscono. E poi c'è la pigrizia mentale. C'è il "si è sempre fatto così”. L'anno scorso la Gidp ha fatto un'indagine sul telelavoro, per scoprire che in Italia si usa morto poco. Gli ostacoli, vale la pena ripeterlo, sono nella mentalità di chi dirige: guadagna abbastanza da amare l'azienda e volerci vivere dentro, ma pretende lo stesso atteggiamento da chi guadagna morto meno». Da direttore del personale, Citterio ha introdotto varie innovazioni nell'impresa dove lavorava in passato. Palestra, sportello bancario e postale, addetti per le pratiche burocratiche personali. «Sono favorevole da sempre. Ma credo ci voglia anche un aiuto da parte di governo e sindacati, li primo potrebbe finanziare le spese di start up del telelavoro e rivedere, insieme ai secondi, certi limiti dello straordinario. Qui non parliamo delle fabbriche. Ma in settori come il terziario, gli obblighi di legge su riposi dopo lo straordinario, sabati lavorati e simili, andrebbero superati. L'ideale sarebbe permettere una certa autonomia di patti aziendali». Alessandra Baduel
La repubblica delle donne
15 MARZO 2008
venerdì 9 ottobre 2009
Guadagnare meno per vivere di più
«Scelta da parte di diverse figure di lavoratori di giungere a una libera, volontaria e consapevole riduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero».
Via dal traffico, dalle città costose e dai lavori stressanti. Nel mondo oltre 16 milioni pronti a «scalare marcia»
Simone voleva uscire dall’ingorgo. La macchina era immobile da almeno mezz’ora, in coda con le altre sul Grande raccordo anulare. Sole a picco, aria condizionata che boccheggia. I telefonini che suonano all’impazzata. Dai finestrini delle altre auto, giacche e cravatte, facce stressate che riflettono la sua. «Così non va», disse. Fu allora, da fermo, che decise di scalare una marcia.
Era un manager. Ultimo incarico presso la Boston Consulting, prima era capo delle Relazioni esterne Sisal (quella del Superenalotto), un passaggio anche nell’editoria, Rcs. Ci ha messo dieci anni, per uscire da quell’ingorgo che era diventata la sua vita. Oggi Simone Perotti risponde al telefonino dalla sua casetta nelle campagne tra La Spezia e le Cinque Terre. Sono le 15 di una calda giornata feriale di inizio ottobre. È seduto su un tronco, pantaloncini corti e torso nudo. Ha appena finito di zappare l’orto. Questa sera deve «scendere» a mare per tenere un corso di vela. In mezzo, leggerà un libro, scriverà qualcosa. Non ha programmi. «Prima, la mia vita era completamente pianificata. Con un margine di ragionevole certezza avrei potuto immaginare tutto quel che mi sarebbe successo nei prossimi cinque anni».
Downshifting, si chiama così. L’anglismo è reso meno insopportabile per il fatto che su Internet ormai è questo il nome che identifica una pratica traducibile come scalare marcia, rallentare. In Australia, che ne è un po’ la patria, lo chiamano anche Sea-changing, parafrasando una fiction dove la protagonista molla il suo lavoro redditizio e superstressante per andare a vivere in un piccolo villaggio rurale. Da Wikipedia: «Scelta da parte di diverse figure di lavoratori di giungere a una libera, volontaria e consapevole riduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero».
La definizione è corretta ma riduttiva. Del resto solo ora la pratica dello «scalare marcia» sta cominciando ad essere registrata dai radar di sociologi e studiosi dei comportamenti di massa. Datamonitor, agenzia londinese che si occupa di ricerche di mercato, stima che in tutto il mondo i lavoratori potenzialmente inclini a fare downshifting sarebbero 16 milioni. Ogni anno, circa 260 mila cittadini britannici fanno una scelta di vita che va in quella direzione. Nel 2008, il ministero dei Servizi sociali australiani ha stimato che sono almeno un milione le persone, tutte comprese nella fascia di età tra i 25 e i 45 anni, che hanno deciso di scalare una marcia. La stragrande maggioranza (circa il 79 per cento) lo ha fatto non solo cambiando lavoro e quindi regime di vita, ma anche scegliendo di abbandonare la città a favore di località costiere e di campagna. Non a caso, in Francia li chiamano néo-ruraux, neorurali, termine che però non si limita alla mera decisione di vivere in campagna, ma implica l’accettazione di ritmi diversi, l’appropriarsi del proprio tempo libero.
Centomila nel 2007, quasi il triplo nel 2008, secondo uno studio di Ipsos France che precisa come per rientrare nella categoria sia necessario non solo aver cambiato domicilio, ma anche lavoro. «Per quanto mi riguarda, il downshifting è però qualcosa di più di un abbassamento del salario in cambio di maggiore tempo libero. Si tratta di un cambio di vita netto, sia verso se stessi, sia verso il mondo dei consumi, per accedere alla libertà. Essere liberi, oggi, nel sistema occidentale, può rivelarsi estremamente difficile». Perotti ha scritto un libro, «Adesso basta» (edizioni Chiarelettere, nelle librerie da oggi) che può benissimo essere considerato come il primo vademecum italiano per chi vuole lasciare lavoro e cambiare vita senza però per questo essere costretto a inseguire irraggiungibili utopie. Ci vuole metodo, ci vuole costanza. Qualcosa di molto diverso dal sogno del chiosco sull’isola deserta, del 6 al Superenalotto, dell’eredità milionaria da una zia sconosciuta.
Il cammino verso la semplicità è a sua volta un lavoraccio, da pianificare con cura lavorando principalmente su se stessi. Ognuno dei molti siti dedicati al tema sottolinea questo aspetto. Lo studio «Getting a life: understanding the downshifting phenomenon in Australia» rivela come coloro che ci provano vengano sottoposti all’ostilità dell’ambiente che si preparano a lasciare, proprio per la loro scelta di rompere codici predefiniti e uscire dal gioco in anticipo. Coloro che restano aldiquà della linea li considerano anomalie. C’è da affrontare la solitudine, gli amici lavorano come sempre, tu sei alle prese con la gestione del tempo libero inframmezzata da piccoli lavori, tutta un’altra cosa. Lo scalino più alto è appunto quello economico. Guadagnare facendo ciò che si ama, e non sempre una persona ha le idee chiare in proposito.
Scalare una marcia è possibile soltanto al termine di un processo di risparmio, dell’accumulo di un gruzzolo che poi verrà lentamente eroso. Il cambio di città è motivato quasi sempre con la necessità di trovare posti dove il costo della vita sia più basso. La propensione al risparmio deve diventare ferrea, e questo significa cambiare pelle rinunciando alla naturale propensione al consumismo. Occorre essere molto sicuri di sé, perché non avere più lo stipendio fa paura.
La libertà da lavori e vite totalizzanti ha molto a che fare con i conti della serva più che con il gabbiano Jonathan Livingston. E il piano necessita di tempo per essere realizzato, downshifting non è l’equivalente inglese di colpo di testa, tutt’altro. Basta guardare quanto ci si mette a realizzare la propria fuga da Alcatraz. Dieci anni per Perotti, addirittura 15 per John Drake, autore di «Downshifting: how to work less and enjoy life more», uno dei libri di riferimento per chi sta pensando alla rivoluzione esistenziale. «Downshifters, Guide to re-location », «The essential downshifter», «Downshift to the good life», nel Regno Unito il racconto in prima persona sta diventando un sottogenere letterario, segno di una domanda decisamente in crescita.
Su 19 libri a tema pubblicati tra il 2007 e il 2009, solo due raccontano l’esperienza di una famiglia. Avere figli è uno spartiacque importante che rende l’impresa non impossibile ma senz’altro più difficile. La marcia da scalare riguarda un profilo di persona abbastanza definito. Media borghesia almeno, in possesso di un lavoro stressante e redditizio al tempo stesso, possibilmente con una buona rendita a disposizione, di natura ereditaria o dal risparmio.
Ne viene fuori il ritratto di una generazione, a ben vedere. I quarantenni di oggi. Quando è venuto allo scoperto, Perotti ha mandato una mail a tutti e 1.600 i contatti della sua agenda. Amici, colleghi, conoscenti. Gli hanno risposto tutti, alcuni increduli, almeno 800 ammirati, invidiosi, comunque d’accordo con la scelta che il quasi ex manager stava per fare. «Curioso: siamo passati dallo yuppismo interiore a cui abbiamo devoluto tutto a una forma di rifiuto per quello che abbiamo conquistato. Abbiamo creato un meccanismo dal quale siamo stati strangolati, e siamo la prima generazione che se ne sta rendendo conto. Quelli che hanno maggiormente goduto di questo sistema, alla fine non sono felici. Così nasce un nuovo fenomeno sociale».
Ci vuole coraggio, e si può sempre tornare indietro. Alcuni lo fanno, con il cappello in mano, vivendola come una sconfitta. La scorsa settimana, Simone Perotti ha ricevuto una telefonata. Era uno dei più grandi cacciatori di teste presenti in Italia. Gli stava offrendo the big one, l’offerta di lavoro a cui non si può rinunciare. Gli ha risposto nel corso della conversazione, e la risposta era «no». La prossima volta, potrebbe non essere così, potrebbero esserci ripensamenti. «Per il momento, sono libero da vincoli e costrizioni, e libero di gestire il mio tempo. Scalare una marcia significa questo». Mentre parla, in sottofondo si sente il rumore del mare.
Marco Imarisio corriere della sera
08 ottobre 2009
Via dal traffico, dalle città costose e dai lavori stressanti. Nel mondo oltre 16 milioni pronti a «scalare marcia»
Simone voleva uscire dall’ingorgo. La macchina era immobile da almeno mezz’ora, in coda con le altre sul Grande raccordo anulare. Sole a picco, aria condizionata che boccheggia. I telefonini che suonano all’impazzata. Dai finestrini delle altre auto, giacche e cravatte, facce stressate che riflettono la sua. «Così non va», disse. Fu allora, da fermo, che decise di scalare una marcia.
Era un manager. Ultimo incarico presso la Boston Consulting, prima era capo delle Relazioni esterne Sisal (quella del Superenalotto), un passaggio anche nell’editoria, Rcs. Ci ha messo dieci anni, per uscire da quell’ingorgo che era diventata la sua vita. Oggi Simone Perotti risponde al telefonino dalla sua casetta nelle campagne tra La Spezia e le Cinque Terre. Sono le 15 di una calda giornata feriale di inizio ottobre. È seduto su un tronco, pantaloncini corti e torso nudo. Ha appena finito di zappare l’orto. Questa sera deve «scendere» a mare per tenere un corso di vela. In mezzo, leggerà un libro, scriverà qualcosa. Non ha programmi. «Prima, la mia vita era completamente pianificata. Con un margine di ragionevole certezza avrei potuto immaginare tutto quel che mi sarebbe successo nei prossimi cinque anni».
Downshifting, si chiama così. L’anglismo è reso meno insopportabile per il fatto che su Internet ormai è questo il nome che identifica una pratica traducibile come scalare marcia, rallentare. In Australia, che ne è un po’ la patria, lo chiamano anche Sea-changing, parafrasando una fiction dove la protagonista molla il suo lavoro redditizio e superstressante per andare a vivere in un piccolo villaggio rurale. Da Wikipedia: «Scelta da parte di diverse figure di lavoratori di giungere a una libera, volontaria e consapevole riduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero».
La definizione è corretta ma riduttiva. Del resto solo ora la pratica dello «scalare marcia» sta cominciando ad essere registrata dai radar di sociologi e studiosi dei comportamenti di massa. Datamonitor, agenzia londinese che si occupa di ricerche di mercato, stima che in tutto il mondo i lavoratori potenzialmente inclini a fare downshifting sarebbero 16 milioni. Ogni anno, circa 260 mila cittadini britannici fanno una scelta di vita che va in quella direzione. Nel 2008, il ministero dei Servizi sociali australiani ha stimato che sono almeno un milione le persone, tutte comprese nella fascia di età tra i 25 e i 45 anni, che hanno deciso di scalare una marcia. La stragrande maggioranza (circa il 79 per cento) lo ha fatto non solo cambiando lavoro e quindi regime di vita, ma anche scegliendo di abbandonare la città a favore di località costiere e di campagna. Non a caso, in Francia li chiamano néo-ruraux, neorurali, termine che però non si limita alla mera decisione di vivere in campagna, ma implica l’accettazione di ritmi diversi, l’appropriarsi del proprio tempo libero.
Centomila nel 2007, quasi il triplo nel 2008, secondo uno studio di Ipsos France che precisa come per rientrare nella categoria sia necessario non solo aver cambiato domicilio, ma anche lavoro. «Per quanto mi riguarda, il downshifting è però qualcosa di più di un abbassamento del salario in cambio di maggiore tempo libero. Si tratta di un cambio di vita netto, sia verso se stessi, sia verso il mondo dei consumi, per accedere alla libertà. Essere liberi, oggi, nel sistema occidentale, può rivelarsi estremamente difficile». Perotti ha scritto un libro, «Adesso basta» (edizioni Chiarelettere, nelle librerie da oggi) che può benissimo essere considerato come il primo vademecum italiano per chi vuole lasciare lavoro e cambiare vita senza però per questo essere costretto a inseguire irraggiungibili utopie. Ci vuole metodo, ci vuole costanza. Qualcosa di molto diverso dal sogno del chiosco sull’isola deserta, del 6 al Superenalotto, dell’eredità milionaria da una zia sconosciuta.
Il cammino verso la semplicità è a sua volta un lavoraccio, da pianificare con cura lavorando principalmente su se stessi. Ognuno dei molti siti dedicati al tema sottolinea questo aspetto. Lo studio «Getting a life: understanding the downshifting phenomenon in Australia» rivela come coloro che ci provano vengano sottoposti all’ostilità dell’ambiente che si preparano a lasciare, proprio per la loro scelta di rompere codici predefiniti e uscire dal gioco in anticipo. Coloro che restano aldiquà della linea li considerano anomalie. C’è da affrontare la solitudine, gli amici lavorano come sempre, tu sei alle prese con la gestione del tempo libero inframmezzata da piccoli lavori, tutta un’altra cosa. Lo scalino più alto è appunto quello economico. Guadagnare facendo ciò che si ama, e non sempre una persona ha le idee chiare in proposito.
Scalare una marcia è possibile soltanto al termine di un processo di risparmio, dell’accumulo di un gruzzolo che poi verrà lentamente eroso. Il cambio di città è motivato quasi sempre con la necessità di trovare posti dove il costo della vita sia più basso. La propensione al risparmio deve diventare ferrea, e questo significa cambiare pelle rinunciando alla naturale propensione al consumismo. Occorre essere molto sicuri di sé, perché non avere più lo stipendio fa paura.
La libertà da lavori e vite totalizzanti ha molto a che fare con i conti della serva più che con il gabbiano Jonathan Livingston. E il piano necessita di tempo per essere realizzato, downshifting non è l’equivalente inglese di colpo di testa, tutt’altro. Basta guardare quanto ci si mette a realizzare la propria fuga da Alcatraz. Dieci anni per Perotti, addirittura 15 per John Drake, autore di «Downshifting: how to work less and enjoy life more», uno dei libri di riferimento per chi sta pensando alla rivoluzione esistenziale. «Downshifters, Guide to re-location », «The essential downshifter», «Downshift to the good life», nel Regno Unito il racconto in prima persona sta diventando un sottogenere letterario, segno di una domanda decisamente in crescita.
Su 19 libri a tema pubblicati tra il 2007 e il 2009, solo due raccontano l’esperienza di una famiglia. Avere figli è uno spartiacque importante che rende l’impresa non impossibile ma senz’altro più difficile. La marcia da scalare riguarda un profilo di persona abbastanza definito. Media borghesia almeno, in possesso di un lavoro stressante e redditizio al tempo stesso, possibilmente con una buona rendita a disposizione, di natura ereditaria o dal risparmio.
Ne viene fuori il ritratto di una generazione, a ben vedere. I quarantenni di oggi. Quando è venuto allo scoperto, Perotti ha mandato una mail a tutti e 1.600 i contatti della sua agenda. Amici, colleghi, conoscenti. Gli hanno risposto tutti, alcuni increduli, almeno 800 ammirati, invidiosi, comunque d’accordo con la scelta che il quasi ex manager stava per fare. «Curioso: siamo passati dallo yuppismo interiore a cui abbiamo devoluto tutto a una forma di rifiuto per quello che abbiamo conquistato. Abbiamo creato un meccanismo dal quale siamo stati strangolati, e siamo la prima generazione che se ne sta rendendo conto. Quelli che hanno maggiormente goduto di questo sistema, alla fine non sono felici. Così nasce un nuovo fenomeno sociale».
Ci vuole coraggio, e si può sempre tornare indietro. Alcuni lo fanno, con il cappello in mano, vivendola come una sconfitta. La scorsa settimana, Simone Perotti ha ricevuto una telefonata. Era uno dei più grandi cacciatori di teste presenti in Italia. Gli stava offrendo the big one, l’offerta di lavoro a cui non si può rinunciare. Gli ha risposto nel corso della conversazione, e la risposta era «no». La prossima volta, potrebbe non essere così, potrebbero esserci ripensamenti. «Per il momento, sono libero da vincoli e costrizioni, e libero di gestire il mio tempo. Scalare una marcia significa questo». Mentre parla, in sottofondo si sente il rumore del mare.
Marco Imarisio corriere della sera
08 ottobre 2009
mercoledì 7 ottobre 2009
vacanze in organic farm
Vacanze in fattorie in cambio di lavoro.
Interessante sarebbe monitorare espereinze di questo tipo.
http://www.wwoof.com/
lunedì 5 ottobre 2009
Bauman: se la vita diventa consumo
Un brano da “Consumo, dunque sono” di Zygmunt Bauman (Laterza, pagg. 199, euro 15)
Al giorno d' oggi la prassi manageriale di provocare un' atmosfera di urgenza o di presentare come stato di emergenza una situazione probabilmente normale è considerata un metodo molto efficace, spesso il metodo preferito, per persuadere chi viene gestito ad accettare tranquillamente anche cambiamenti drammatici che colpiscano al cuore le sue ambizioni e prospettive o il suo stesso stile di vita.
«Dichiara lo stato di emergenza e continua a comandare», sembra essere la ricetta manageriale sempre più in voga per esercitare un dominio indiscusso e far passare gli attacchi più spiacevoli e devastanti al benessere dei dipendenti, o per liberarsi della forza-lavoro che non si vuol più tenere, lavoratori in esubero a causa delle operazioni di «razionalizzazione» o scorporo delle attività che si susseguono.
Forse nemmeno l' apprendimento e l' oblio sfuggono alle conseguenze della «tirannia del momento», favorita e istigata dal continuo stato di emergenza, e del tempo perso in una successione di «nuovi inizi» disparati e apparentemente (ma ingannevolmente) scollegati tra loro.
La vita di consumo non può essere altro che una vita di apprendimento rapido, ma ha anche bisogno di essere una vita di oblio altrettanto rapido.
Dimenticare è importante come, se non più, che imparare.
C' è un «non si può» per ogni «si deve», e quale di questi due aspetti riveli il vero obiettivo del ritmo vertiginoso di rinnovamento e rimozione, quale dei due sia invece solo una misura ausiliaria per assicurare che l' obiettivo sia raggiunto, è una questione cronicamente opinabile e irrisolta. (...) Siamo di nuovo alla questione dell' uovo e della gallina...
Devi «buttar via» il beige per preparare il viso a ricevere i nuovi, vivaci colori, oppure sono questi ultimi che stanno inondando il reparto cosmetici dei supermarket per garantire che le scorte inutilizzate di beige vengano effettivamente «buttate via, immediatamente»? Molte delle donne che a milioni stanno buttando via il beige per riempire la borsetta di cosmetici a colori vivaci direbbero molto probabilmente che cestinare il beige è un effetto secondario, deprecabile ma inevitabile, del rinnovamento e miglioramento del make-up, un sacrificio triste ma necessario per stare al passo con il progresso. Ma tra le migliaia di direttori di negozio che stanno inviando ordini per il nuovo assortimento qualcuno ammetterebbe, in un momento di sincerità, che se gli scaffali dei cosmetici si sono riempiti di colori vivaci ciò è accaduto per la necessità di abbreviare la vita utile del beige, facendo in modo che il traffico nei grandi magazzini rimanga intenso, che l' economia continui ad andare avanti e che i profitti crescano.
Il Pil, indice ufficiale del benessere della nazione, non si misura forse dalla quantità di denaro che passa di mano? La crescita economica non è forse alimentata dall' energia e dall' attività dei consumatori? E il consumatore che non si dà da fare per liberarsi di cose consumate o obsolete (o, meglio, di tutto ciò che rimane degli acquisti di ieri) è un ossimoro: come un vento che non soffi o un fiume che non scorra... Sembra che entrambe le risposte di cui sopra siano giuste: esse sono complementari, non contraddittorie.
In una società di consumatori e in un' era in cui la «politica della vita» sta sostituendo la Politica con la iniziale maiuscola un tempo ostentata con fierezza, il vero «ciclo economico», quello che veramente fa andare avanti l' economia, è il ciclo del «compra, godi e butta via». Che due risposte apparentemente contraddittorie possano essere entrambe giuste nello stesso tempo è precisamente la grande impresa compiuta dalla società dei consumatori: e, probabilmente, la chiave della sua stupefacente capacità di auto-riproduzione ed espansione.
La vita di un consumatore, la vita di consumo, non consiste nel l' acquisire e possedere. E non consiste nemmeno nel liberarsi di ciò che era stato acquisito l' altro ieri e orgogliosamente ostentato ieri. Consiste piuttosto, in primo luogo e soprattutto, nel rimanere in movimento.
Se aveva ragione Max Weber affermando che il principio etico della vita di produzione era (e doveva essere sempre, se lo scopo era una vita di produzione) il rinvio della gratificazione, allora la linea-guida etica della vita di consumo (se l' etica di una vita simile può essere presentata sotto forma di un codice di comportamento prescritto) dev' essere il rimanere insoddisfatti. (...)
Col passare del tempo, in effetti, non abbiamo più bisogno di essere spinti o trascinati per sentirci così e agire in base a questo sentire. Non è rimasto più niente da desiderare? Niente da inseguire? Niente da sognare sperando che al risveglio il sogno sia diventato realtà? Si è condannati ad accettare una volta per tutte ciò che si ha (e dunque, per procura, ciò che si è)? Non c' è più niente di nuovo e straordinario che si faccia strada verso il palcoscenico per ricevere attenzione, e niente, sulla stessa scena, da eliminare e di cui sbarazzarsi?
Una situazione di questo tipo - di breve durata, si spera - si può chiamare solo con il suo nome: «noia».
Gli incubi che ossessionano l' Homo consumens sono le cose, animate o inanimate, o le loro ombre - i ricordi delle cose, animate o inanimate - che minacciano di trattenersi più del dovuto e occupare la scena... (...) L' economia dei consumi e il consumismo sono mantenuti in vita in quanto i bisogni di ieri sono sminuiti e svalutati, e i loro oggetti ridicolizzati e sfigurati come ormai obsoleti, e ancor più è l' idea stessa che la vita di consumo debba essere guidata dalla soddisfazione dei bisogni a essere screditata.
Il trucco beige, che la scorsa stagione era segno di sicurezza, ormai è solo un colore che sta passando di moda, spento e brutto, e per giunta un marchio di disonore, segno di ignoranza, indolenza, inettitudine o complesso di inferiorità; l' atto che fino a poco tempo fa denotava generalmente ribellione e azzardo e confermava che si era «un passo avanti a chi fa tendenza» diventa ben presto sintomo di pigrizia o codardia («Non è trucco, è una coperta di sicurezza»), segno che ci si trova ormai in coda, che si è persino al verde...
Ricordiamoci del verdetto della cultura consumistica: gli individui che si accontentano di avere un insieme finito di bisogni, che agiscono solo in base a ciò di cui pensano di avere bisogno e non cercano mai nuovi bisogni che potrebbero suscitare un piacevole desiderio di soddisfazione sono consumatori difettosi, vale a dire il tipo di emarginati sociali specifici della società dei consumatori. La minaccia e la paura dell' ostracismo e dell' esclusione aleggiano anche su chi è soddisfatto dell' identità che possiede e su chi si accontenta di ciò che i suoi «altri che contano» lo portano a essere. La cultura consumistica è contrassegnata dalla costante pressione a essere qualcun altro. I mercati dei beni di consumo sono imperniati sulla svalutazione delle loro precedenti offerte, in modo da creare nella domanda del pubblico uno spazio che sarà riempito dalle nuove offerte. Essi alimentano l' insoddisfazione nei confronti dei prodotti usati dai consumatori per soddisfare i propri bisogni, e coltivano un perenne scontento verso l' identità acquisita e verso l' insieme di bisogni attraverso i quali viene definita.
Cambiare identità, liberarsi del passato e ricercare nuovi inizi, lottando per rinascere: tutto ciò viene incoraggiato da quella cultura come un dovere camuffato da privilegio. - ZYGMUNT BAUMAN
Repubblica — 07 novembre 2008 pagina 48 sezione: CULTURA
Al giorno d' oggi la prassi manageriale di provocare un' atmosfera di urgenza o di presentare come stato di emergenza una situazione probabilmente normale è considerata un metodo molto efficace, spesso il metodo preferito, per persuadere chi viene gestito ad accettare tranquillamente anche cambiamenti drammatici che colpiscano al cuore le sue ambizioni e prospettive o il suo stesso stile di vita.
«Dichiara lo stato di emergenza e continua a comandare», sembra essere la ricetta manageriale sempre più in voga per esercitare un dominio indiscusso e far passare gli attacchi più spiacevoli e devastanti al benessere dei dipendenti, o per liberarsi della forza-lavoro che non si vuol più tenere, lavoratori in esubero a causa delle operazioni di «razionalizzazione» o scorporo delle attività che si susseguono.
Forse nemmeno l' apprendimento e l' oblio sfuggono alle conseguenze della «tirannia del momento», favorita e istigata dal continuo stato di emergenza, e del tempo perso in una successione di «nuovi inizi» disparati e apparentemente (ma ingannevolmente) scollegati tra loro.
La vita di consumo non può essere altro che una vita di apprendimento rapido, ma ha anche bisogno di essere una vita di oblio altrettanto rapido.
Dimenticare è importante come, se non più, che imparare.
C' è un «non si può» per ogni «si deve», e quale di questi due aspetti riveli il vero obiettivo del ritmo vertiginoso di rinnovamento e rimozione, quale dei due sia invece solo una misura ausiliaria per assicurare che l' obiettivo sia raggiunto, è una questione cronicamente opinabile e irrisolta. (...) Siamo di nuovo alla questione dell' uovo e della gallina...
Devi «buttar via» il beige per preparare il viso a ricevere i nuovi, vivaci colori, oppure sono questi ultimi che stanno inondando il reparto cosmetici dei supermarket per garantire che le scorte inutilizzate di beige vengano effettivamente «buttate via, immediatamente»? Molte delle donne che a milioni stanno buttando via il beige per riempire la borsetta di cosmetici a colori vivaci direbbero molto probabilmente che cestinare il beige è un effetto secondario, deprecabile ma inevitabile, del rinnovamento e miglioramento del make-up, un sacrificio triste ma necessario per stare al passo con il progresso. Ma tra le migliaia di direttori di negozio che stanno inviando ordini per il nuovo assortimento qualcuno ammetterebbe, in un momento di sincerità, che se gli scaffali dei cosmetici si sono riempiti di colori vivaci ciò è accaduto per la necessità di abbreviare la vita utile del beige, facendo in modo che il traffico nei grandi magazzini rimanga intenso, che l' economia continui ad andare avanti e che i profitti crescano.
Il Pil, indice ufficiale del benessere della nazione, non si misura forse dalla quantità di denaro che passa di mano? La crescita economica non è forse alimentata dall' energia e dall' attività dei consumatori? E il consumatore che non si dà da fare per liberarsi di cose consumate o obsolete (o, meglio, di tutto ciò che rimane degli acquisti di ieri) è un ossimoro: come un vento che non soffi o un fiume che non scorra... Sembra che entrambe le risposte di cui sopra siano giuste: esse sono complementari, non contraddittorie.
In una società di consumatori e in un' era in cui la «politica della vita» sta sostituendo la Politica con la iniziale maiuscola un tempo ostentata con fierezza, il vero «ciclo economico», quello che veramente fa andare avanti l' economia, è il ciclo del «compra, godi e butta via». Che due risposte apparentemente contraddittorie possano essere entrambe giuste nello stesso tempo è precisamente la grande impresa compiuta dalla società dei consumatori: e, probabilmente, la chiave della sua stupefacente capacità di auto-riproduzione ed espansione.
La vita di un consumatore, la vita di consumo, non consiste nel l' acquisire e possedere. E non consiste nemmeno nel liberarsi di ciò che era stato acquisito l' altro ieri e orgogliosamente ostentato ieri. Consiste piuttosto, in primo luogo e soprattutto, nel rimanere in movimento.
Se aveva ragione Max Weber affermando che il principio etico della vita di produzione era (e doveva essere sempre, se lo scopo era una vita di produzione) il rinvio della gratificazione, allora la linea-guida etica della vita di consumo (se l' etica di una vita simile può essere presentata sotto forma di un codice di comportamento prescritto) dev' essere il rimanere insoddisfatti. (...)
Col passare del tempo, in effetti, non abbiamo più bisogno di essere spinti o trascinati per sentirci così e agire in base a questo sentire. Non è rimasto più niente da desiderare? Niente da inseguire? Niente da sognare sperando che al risveglio il sogno sia diventato realtà? Si è condannati ad accettare una volta per tutte ciò che si ha (e dunque, per procura, ciò che si è)? Non c' è più niente di nuovo e straordinario che si faccia strada verso il palcoscenico per ricevere attenzione, e niente, sulla stessa scena, da eliminare e di cui sbarazzarsi?
Una situazione di questo tipo - di breve durata, si spera - si può chiamare solo con il suo nome: «noia».
Gli incubi che ossessionano l' Homo consumens sono le cose, animate o inanimate, o le loro ombre - i ricordi delle cose, animate o inanimate - che minacciano di trattenersi più del dovuto e occupare la scena... (...) L' economia dei consumi e il consumismo sono mantenuti in vita in quanto i bisogni di ieri sono sminuiti e svalutati, e i loro oggetti ridicolizzati e sfigurati come ormai obsoleti, e ancor più è l' idea stessa che la vita di consumo debba essere guidata dalla soddisfazione dei bisogni a essere screditata.
Il trucco beige, che la scorsa stagione era segno di sicurezza, ormai è solo un colore che sta passando di moda, spento e brutto, e per giunta un marchio di disonore, segno di ignoranza, indolenza, inettitudine o complesso di inferiorità; l' atto che fino a poco tempo fa denotava generalmente ribellione e azzardo e confermava che si era «un passo avanti a chi fa tendenza» diventa ben presto sintomo di pigrizia o codardia («Non è trucco, è una coperta di sicurezza»), segno che ci si trova ormai in coda, che si è persino al verde...
Ricordiamoci del verdetto della cultura consumistica: gli individui che si accontentano di avere un insieme finito di bisogni, che agiscono solo in base a ciò di cui pensano di avere bisogno e non cercano mai nuovi bisogni che potrebbero suscitare un piacevole desiderio di soddisfazione sono consumatori difettosi, vale a dire il tipo di emarginati sociali specifici della società dei consumatori. La minaccia e la paura dell' ostracismo e dell' esclusione aleggiano anche su chi è soddisfatto dell' identità che possiede e su chi si accontenta di ciò che i suoi «altri che contano» lo portano a essere. La cultura consumistica è contrassegnata dalla costante pressione a essere qualcun altro. I mercati dei beni di consumo sono imperniati sulla svalutazione delle loro precedenti offerte, in modo da creare nella domanda del pubblico uno spazio che sarà riempito dalle nuove offerte. Essi alimentano l' insoddisfazione nei confronti dei prodotti usati dai consumatori per soddisfare i propri bisogni, e coltivano un perenne scontento verso l' identità acquisita e verso l' insieme di bisogni attraverso i quali viene definita.
Cambiare identità, liberarsi del passato e ricercare nuovi inizi, lottando per rinascere: tutto ciò viene incoraggiato da quella cultura come un dovere camuffato da privilegio. - ZYGMUNT BAUMAN
Repubblica — 07 novembre 2008 pagina 48 sezione: CULTURA
baremboim: fare musica
La musica, per molti aspetti, è una sfida alle leggi fìsiche: una di esse è il rapporto con il silenzio.
La principale differenza tra una sinfonia di Beethoven e i sonetti di Shakespeare è che, sebbene le parole, così come sono scritte nel libro, siano un'annotazione dei pensieri di Shakespeare, allo stesso modo in cui la partitura non è altro che un'annotazione di ciò che Beethoven immaginava, la differenza sta nel fatto che i pensieri esistevano nella mente di Shakespeare e anche nella mente del lettore. Ma nelle sinfonie di Beethoven c'è un elemento aggiuntivo, portare questi suoni nel mondo: in altre parole, i suoni della Quinta sinfonia non esistono nella partitura.
Questa è la fenomenologia del suono: il fatto che il suono sia effimero, che il suono abbia un rapporto molto concreto con il silenzio. Spesso lo paragono alla legge di gravità: proprio come gli oggetti sono attratti al suolo, così i suoni sono attratti dal silenzio e viceversa. E se si accetta questo, allora si coglie l'intera dimensione delle inevitabilità fìsiche che, come musicista, puoi tentare di sfidare. Ecco perché il coraggio è parte integrante del fare musica. Beethoven era coraggioso non soltanto perché era sordo, ma anche perché dovette affrontare sfide sovrumane.
Il semplice atto di fare musica è un atto di coraggio, perché nel compierlo cerchi di sfidare molte leggi della fisica. La prima è una questione di silenzio. Se vuoi mantenere il suono e vuoi creare la tensione che nasce da un suono tenuto, il momento iniziale del rapporto è tra il primo suono e il silenzio che lo precede, e il momento successivo è quello tra la prima e la seconda nota e così via all'infinito. Per ottenere questo, sfidi la legge di natura: non permetti al suono di morire, come farebbe naturalmente. E perciò, nel corso dell'esecuzione, oltre a conoscere la musica e a comprenderla, la prima cosa importante che deve capire un musicista è: come funziona il suono quando lo porti in questo mondo, quando lo porti in questo spazio? In altre parole, cos'è il riverbero? Che cos'è il prolungamento del suono ?
E l'arte di fare musica per mezzo del suono è, per me, l'arte dell'illusione. Quello che crei con il piano è l'illusione di essere capace di fare crescere il suono su una nota, cosa che il piano è completamente incapace di fare, fisicamente. È una sfida. Crei questa illusione per mezzo del fraseggio, con l'uso del pedale, in molti altri modi. Crei l'illusione della crescita di un tono, che non esiste, e puoi creare anche l'illusione di rallentare la diminuzione del volume. Con l'orchestra è diverso perché alcuni strumenti possono ottenere questi effetti. Ma il primo elemento che mi colpisce in un'esecuzione è l'arte dell'illusione e l'arte di sfidare le leggi fisiche. Ed è proprio questo che dobbiamo preparare e provare: ma non certo per arrivare a una formula dell'esecuzione, cosa che, disgraziatamente, a mio avviso, accade molto spesso.
DI DANIEL BARENBOIM
La principale differenza tra una sinfonia di Beethoven e i sonetti di Shakespeare è che, sebbene le parole, così come sono scritte nel libro, siano un'annotazione dei pensieri di Shakespeare, allo stesso modo in cui la partitura non è altro che un'annotazione di ciò che Beethoven immaginava, la differenza sta nel fatto che i pensieri esistevano nella mente di Shakespeare e anche nella mente del lettore. Ma nelle sinfonie di Beethoven c'è un elemento aggiuntivo, portare questi suoni nel mondo: in altre parole, i suoni della Quinta sinfonia non esistono nella partitura.
Questa è la fenomenologia del suono: il fatto che il suono sia effimero, che il suono abbia un rapporto molto concreto con il silenzio. Spesso lo paragono alla legge di gravità: proprio come gli oggetti sono attratti al suolo, così i suoni sono attratti dal silenzio e viceversa. E se si accetta questo, allora si coglie l'intera dimensione delle inevitabilità fìsiche che, come musicista, puoi tentare di sfidare. Ecco perché il coraggio è parte integrante del fare musica. Beethoven era coraggioso non soltanto perché era sordo, ma anche perché dovette affrontare sfide sovrumane.
Il semplice atto di fare musica è un atto di coraggio, perché nel compierlo cerchi di sfidare molte leggi della fisica. La prima è una questione di silenzio. Se vuoi mantenere il suono e vuoi creare la tensione che nasce da un suono tenuto, il momento iniziale del rapporto è tra il primo suono e il silenzio che lo precede, e il momento successivo è quello tra la prima e la seconda nota e così via all'infinito. Per ottenere questo, sfidi la legge di natura: non permetti al suono di morire, come farebbe naturalmente. E perciò, nel corso dell'esecuzione, oltre a conoscere la musica e a comprenderla, la prima cosa importante che deve capire un musicista è: come funziona il suono quando lo porti in questo mondo, quando lo porti in questo spazio? In altre parole, cos'è il riverbero? Che cos'è il prolungamento del suono ?
E l'arte di fare musica per mezzo del suono è, per me, l'arte dell'illusione. Quello che crei con il piano è l'illusione di essere capace di fare crescere il suono su una nota, cosa che il piano è completamente incapace di fare, fisicamente. È una sfida. Crei questa illusione per mezzo del fraseggio, con l'uso del pedale, in molti altri modi. Crei l'illusione della crescita di un tono, che non esiste, e puoi creare anche l'illusione di rallentare la diminuzione del volume. Con l'orchestra è diverso perché alcuni strumenti possono ottenere questi effetti. Ma il primo elemento che mi colpisce in un'esecuzione è l'arte dell'illusione e l'arte di sfidare le leggi fisiche. Ed è proprio questo che dobbiamo preparare e provare: ma non certo per arrivare a una formula dell'esecuzione, cosa che, disgraziatamente, a mio avviso, accade molto spesso.
DI DANIEL BARENBOIM
lunga vita al servizio sanitario nazionale
Il sottoscritto oggi si è sentito male in ufficio: sensazione di svenimento, palpitazioni, faccia che formicola, ecc.
Abbiamo chiamato l'ambulanza della croce rossa che è arrivata in minuti 2, mi hanno portato alla Poliambulanza dove, dopo una attesa di 10 minuti, mi hanno visitato, fatto un prelievo, fatto una lastra al torace, un'altra visita, ricoverato in osservazione monitorato con pressione, cardiogramma, ecc. Il dottore mi ha visitato due volte, fatto ecografia alle carotidi e al cuore. Il tutto in un'ora.
Dopo 4 ore tranquillo mi hanno dato un té coi biscotti e mi hanno dimesso, dicendomi di cambiare vita...
IL tutto a costo ZERO, pagato dal servizio sanitario nazionale al quelle verso le tasse al 100% e sono contento di farlo, finchè funziona così.
Altro che gli States!
Grazie alla croce rossa e a tutto lo staff del Dr. Pasqua alla Poliambulanza di Brescia.
domenica 27 settembre 2009
il fotovoltaico inquina?
dal bollettino del wwf di settembre 2009:
Ciao sono Angela e vi scrivo dalla sezione di Lomellina dove stiamo portando avanti con altre Associazioni e con singoli la battaglia contro la costruzione di una centrale ad olio di palma a Vigevano. Nel dibattito i detrattori del. fotovoltaico e sostenitori di questo impianto, sostengono che lo smaltimento dei pannelli fotovoltaici creerà un forte impatto ambientale, dicono che il silicio presente nel pannello è fortemente tossico. Potreste farmi saper con una certa urgenza come è la questione: è vero? non è vero?
Le tesi di chi avversa il fotovoltaico sono abbastanza note e appaiono sufficientemente infondate proprio dal punto di vista tecnico.
È evidente che nessuna attività umana possa essere considerata ad impatto zero, ma diversi studi hanno dimostrato come i benefici ambientali di questa tecnologia siano enormemente superiori rispetto ai potenziali effetti negativi (peraltro decisamente limitati). A tale proposito potremmo affermare che non esiste confronto tra fotovoltaico e bioenergìe (di cui l'olio di palma è un esempio). Il fotovoltaico presenta dei bilanci energetici (ma anche ambientali) • nettamente vantaggiosi. Per quanto riguarda le fasi di smaltimento dei pannelli fotovoltaici il problema è già stato affrontato dagli stessi produttori che hanno costituito un apposito consorzio finalizzato proprio al riciclaggio delle diverse componenti degli impianti. Occorre infatti dire che i moduli fotovoltaici sono costituiti da materiali (silicio, vetro, plastica, ecc.) generalmente non pericolosi e prevalentemente riciclabili che è possibile reimpiegare anche nello stesso settore fotovoltaico.
Se visiti il sito http://www.pvcycle.org/ potrai trovare tutta una serie di informazioni utili in proposito e anche qualche studio interessante. Di fronte al devastante impatto di certe fonti di energia (si veda a puro titolo di esempio http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/ra pporti/olio-di-palma), appaiono veramente ridicole (oltre che infondate) le accuse mosse contro il fotovoltaico.
SOS tartarughe marine
Ciao, sono socia da molti anni e ho voluto visitare
la splendida isola di Lampedusa anche per vedere
da vicino il vostro lavoro in difesa delle tartarughe
marine.
Sono andata a vedere il nuovo centro di recupero
WWF e avrei voluto dare una mano anche io ai
Ciao sono Angela e vi scrivo dalla sezione di Lomellina dove stiamo portando avanti con altre Associazioni e con singoli la battaglia contro la costruzione di una centrale ad olio di palma a Vigevano. Nel dibattito i detrattori del. fotovoltaico e sostenitori di questo impianto, sostengono che lo smaltimento dei pannelli fotovoltaici creerà un forte impatto ambientale, dicono che il silicio presente nel pannello è fortemente tossico. Potreste farmi saper con una certa urgenza come è la questione: è vero? non è vero?
Le tesi di chi avversa il fotovoltaico sono abbastanza note e appaiono sufficientemente infondate proprio dal punto di vista tecnico.
È evidente che nessuna attività umana possa essere considerata ad impatto zero, ma diversi studi hanno dimostrato come i benefici ambientali di questa tecnologia siano enormemente superiori rispetto ai potenziali effetti negativi (peraltro decisamente limitati). A tale proposito potremmo affermare che non esiste confronto tra fotovoltaico e bioenergìe (di cui l'olio di palma è un esempio). Il fotovoltaico presenta dei bilanci energetici (ma anche ambientali) • nettamente vantaggiosi. Per quanto riguarda le fasi di smaltimento dei pannelli fotovoltaici il problema è già stato affrontato dagli stessi produttori che hanno costituito un apposito consorzio finalizzato proprio al riciclaggio delle diverse componenti degli impianti. Occorre infatti dire che i moduli fotovoltaici sono costituiti da materiali (silicio, vetro, plastica, ecc.) generalmente non pericolosi e prevalentemente riciclabili che è possibile reimpiegare anche nello stesso settore fotovoltaico.
Se visiti il sito http://www.pvcycle.org/ potrai trovare tutta una serie di informazioni utili in proposito e anche qualche studio interessante. Di fronte al devastante impatto di certe fonti di energia (si veda a puro titolo di esempio http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/ra pporti/olio-di-palma), appaiono veramente ridicole (oltre che infondate) le accuse mosse contro il fotovoltaico.
SOS tartarughe marine
Ciao, sono socia da molti anni e ho voluto visitare
la splendida isola di Lampedusa anche per vedere
da vicino il vostro lavoro in difesa delle tartarughe
marine.
Sono andata a vedere il nuovo centro di recupero
WWF e avrei voluto dare una mano anche io ai
il pane fatto in casa
conviene fare il pane in casa? Mah!
Dal punto di vista economico, ho seri dubbi. Se si è in molti in famiglia, il forno lo si scalda una volta sola per una quantità di, mettiamo, due chili. Se si è in pochi, si possono fare panini un po' speciali (tipo al finocchio, o con farina più o meno bruna) e metterli nel congelatore. (...)
Il lavoro non è poco; se lo si fa con le "macchine del pane", fanno tutto loro ma la lievitazione è scarsa e il risultato una "cassetta" un pò anonima.
Io sto sperimentando soluzioni "veloci" con un misto tra la miscelazione fatta dalla macchina del pane e la cottura in forno.
Una lezione su come si fa il pane VERO si trova:
http://espresso.repubblica.it/food/dettaglio/pane-il-gusto-di-farlo-a-casa/2110671?ref=rephpsp4
Dal punto di vista economico, ho seri dubbi. Se si è in molti in famiglia, il forno lo si scalda una volta sola per una quantità di, mettiamo, due chili. Se si è in pochi, si possono fare panini un po' speciali (tipo al finocchio, o con farina più o meno bruna) e metterli nel congelatore. (...)
Il lavoro non è poco; se lo si fa con le "macchine del pane", fanno tutto loro ma la lievitazione è scarsa e il risultato una "cassetta" un pò anonima.
Io sto sperimentando soluzioni "veloci" con un misto tra la miscelazione fatta dalla macchina del pane e la cottura in forno.
Una lezione su come si fa il pane VERO si trova:
http://espresso.repubblica.it/food/dettaglio/pane-il-gusto-di-farlo-a-casa/2110671?ref=rephpsp4
sabato 26 settembre 2009
bauman: se la crisi passa
I centri commerciali sono stati appositamente ridisegnati con l'obiettivo di irretire e sedurre gli "acquirenti accidentali", i "compratori impulsivi": coloro che dopo essere entrati in un negozio per acquistare, diciamo, una nuova pentola con cui sostituirne una vecchia, o semplicemente per fare due passi e ammirare i colori sgargianti della merce esposta, attratti magari dalla musica e da aromi inebrianti, finivano improvvisamente per soccombere di fronte a qualcosa di cui sino a quel momento non immaginavano nemmeno di aver bisogno. E la compravano.
Siamo usciti dalla recessione? E se non ne siamo ancora usciti, manca molto?
Uomini e donne, giovani e anziani se lo domandano ogni giorno -nei Paesi ricchi come in quelli poveri. In realtà le risposte non mancano: a darcele sono gli economisti (che dovrebbero intendersene, non vi pare?), i politici del governo e dell'opposizione, e altri oracoli ufficiali - o che tali si definiscono.
Peccato che con la recente batosta ancora ben impressa nella memoria, siamo ormai consapevoli che le previsioni possono dimostrarsi tanto esatte quanto erronee, e che la linea che separa la fiducia dalla credulità è molto sottile, e non ce modo di sapere in anticipo dove conduce. Non c'è da sorprendersi allora se siamo diventati cauti. "I consumatori", ripetono i giornali, "si dimostrano riluttanti a spendere".
Prima della crisi, per esempio, negli Stati Uniti le spese dei consumatori ammontavano al 70 per cento dell'attività economica complessiva (un dato che si basa sulla quantità di denaro che passa di mano). La quantità di denaro che passava dalle mani dei consumatori a quelle dei rivenditori era quindi enorme; per questo, se anche solo una piccola percentuale di consumatori si rifiuta di spendere il denaro guadagnato - o che spera di guadagnare -, tale comportamento avrà ripercussioni immediate sulle statistiche della "condizione economica", scatenando un nuovo senso di panico, o facendo apparire ancora più remota la possibilità dì emergere dalla situazione causata dalla precedente ondata di panico.
I rivenditori si lamentano in particolare del fatto che i consumatori abbiano perso l'abitudine (acquisita con il tempo) a "comprare di impulso", sulla quale i teorici e gli esperti del marketing facevano il massimo affidamento. I centri commerciali sono stati appositamente ridisegnati con l'obiettivo di irretire e sedurre gli "acquirenti accidentali", i "compratori impulsivi": coloro che dopo essere entrati in un negozio per acquistare, diciamo, una nuova pentola con cui sostituirne una vecchia, o semplicemente per fare due passi e ammirare i colori sgargianti della merce esposta, attratti magari dalla musica e da aromi inebrianti, finivano improvvisamente per soccombere di fronte a qualcosa di cui sino a quel momento non immaginavano nemmeno di aver bisogno. E la compravano. Oggi invece, come spiega rammaricato Pat Bennett, commesso della catena di grandi magazzini Macy's, i clienti arrivano nel negozio annunciando di aver bisogno di "un paio di mutande", dopo di che le comprano e se ne vanno. Non capita più molto spesso di vedere qualcuno che, intento a cercare altro, si innamora di una camicia e decide di comprarla.
Quello di sostituire nei consumatori la vecchia abitudine a comprare qualcosa solo per soddisfare una necessità o placare un desiderio con la tendenza ad acquistare di impulso, sulla scia di un capriccio e in maniera inconsulta, rappresenta di fatto il maggior successo mai messo a segno dell'economia del consumismo dilagante.
È la trovata che ha fatto da volano alla sua espansione. La scomparsa di tale abitudine si tradurrebbe per quella economia in un cataclisma assoluto. Gli acquisti motivati dalla necessità sono - naturalmente - limitati; quelli che nascono dal desiderio richiedono una prolungata, complessa e costosa opera di convincimento/addestramento/persuasione... ma quando si compra per capriccio non esistono limiti. Per lo meno cosi ci sembrava, quando abitavamo in un mondo illusorio dove il credito a disposizione si dilatava inesauribilmente e gli indici dei mercati azionari apparivano in perpetua crescita. Quando cioè, ci sentivamo più ricchi di quanto il nostro reddito lo consentisse, ed eravamo convinti che la pacchia sarebbe andata avanti per sempre.
Un mondo in cui evitavamo la resa dei conti per perseverare in una strategia ispirata al motto "godi adesso, paga dopo"; Be', quel "dopo", il giorno della resa dei conti, alla fine è arrivato. Deve essere stato uno shock. E gli shock causano traumi i cui effetti si protraggono nel tempo più a lungo delle cause che li hanno provocati. La profondità e la durata di un trauma non sono uguali per tutti coloro che lo subiscono. Oggi la maggior parte di noi si dimostra reticente a riprendere quell'incauto comportamento, a spendere denaro che non abbiamo guadagnato.
Ma per tornare alla domanda di quanto a lungo dovremmo attenerci alle sgradevoli limitazioni con cui il destino ha posto fine alla nostra baldoria consumistica, le opinioni sono discordi. In Inghilterra ad esempio, i londinesi sono tre volte più inclini a ritenere che l'economia si stia "aggiustando" e che nel corso del prossimo anno migliorerà, rispetto agli abitanti della zona industriale delle Midlands. Una discrepanza che non stupisce, se si considera che ci è voluto del tempo prima che la recessione si riversasse dalle banche della City alle fabbriche delle Midlands, e che - analogamente - ci vorrà più tempo per allontanarla dalle case degli operai disoccupati di quanto ne sarà necessario per risollevare i dividendi bancari, generosamente sovvenzionati, e i ricavi delle industrie che si rivolgono a un pubblico di ricchi.
Un'altra discrepanza è quella che si coglie tra il modo in cui vecchie e giovani generazioni percepiscono la situazione attuale. Un ultrasessantacinquenne su quattro ritiene che l'economia migliorerà entro il prossimo anno; un'aspettativa che tra coloro che di anni ne hanno trenta è condivisa solo da una persona su venti. Non c'è da sorprendersi: spesso chi ha superato i 65 anni è al di fuori del mercato del lavoro. I più giovani vedono di fronte a sé un futuro costellato da umiliazioni e privazioni, fatto di esclusione, disoccupazione, ristrettezze imposte da lunghi periodi di inattività e interminabili file davanti alle agenzie d'impiego.
Sperano invano che il corso degli eventi si capovolga e permetta loro di riprendere il passo. I più giovani tra i giovani si trovano inoltre ad affrontare per la prima volta il mondo del lavoro. Nulla, nella loro gioventù - trascorsa relativamente serena nel Paese della prosperità - li aveva preparati a questo mercato così inospitale. A chi di anni ne ha anche solo due o tre in più, il mercato era sembrato accessibile, benevolo, ricco di opportunità. Diverso da quello di oggi, dove le offerte sono rare e i rifiuti frequenti; un mercato abituato a dettare le proprie condizioni, avaro di privilegi e prodigo di crudeltà, il cui mutevole andamento distribuisce sciagure con letale equanimità. Le carte si mescolano di continuo, e nessuno può dire come andrà la prossima mano. Se solo riuscissimo a trarre da queste esperienze una lezione capace di illuminarci più in là della prossima capatina al centro commerciale, e più in profondità... Forse riusciremmo a evitare che situazioni simili si ripresentino a noi e ai nostri figli. (Traduzione di Marzia Porta)
Zygmunt Bauman, la repubblica delle donne, 19 SETTEMBRE 2009
Siamo usciti dalla recessione? E se non ne siamo ancora usciti, manca molto?
Uomini e donne, giovani e anziani se lo domandano ogni giorno -nei Paesi ricchi come in quelli poveri. In realtà le risposte non mancano: a darcele sono gli economisti (che dovrebbero intendersene, non vi pare?), i politici del governo e dell'opposizione, e altri oracoli ufficiali - o che tali si definiscono.
Peccato che con la recente batosta ancora ben impressa nella memoria, siamo ormai consapevoli che le previsioni possono dimostrarsi tanto esatte quanto erronee, e che la linea che separa la fiducia dalla credulità è molto sottile, e non ce modo di sapere in anticipo dove conduce. Non c'è da sorprendersi allora se siamo diventati cauti. "I consumatori", ripetono i giornali, "si dimostrano riluttanti a spendere".
Prima della crisi, per esempio, negli Stati Uniti le spese dei consumatori ammontavano al 70 per cento dell'attività economica complessiva (un dato che si basa sulla quantità di denaro che passa di mano). La quantità di denaro che passava dalle mani dei consumatori a quelle dei rivenditori era quindi enorme; per questo, se anche solo una piccola percentuale di consumatori si rifiuta di spendere il denaro guadagnato - o che spera di guadagnare -, tale comportamento avrà ripercussioni immediate sulle statistiche della "condizione economica", scatenando un nuovo senso di panico, o facendo apparire ancora più remota la possibilità dì emergere dalla situazione causata dalla precedente ondata di panico.
I rivenditori si lamentano in particolare del fatto che i consumatori abbiano perso l'abitudine (acquisita con il tempo) a "comprare di impulso", sulla quale i teorici e gli esperti del marketing facevano il massimo affidamento. I centri commerciali sono stati appositamente ridisegnati con l'obiettivo di irretire e sedurre gli "acquirenti accidentali", i "compratori impulsivi": coloro che dopo essere entrati in un negozio per acquistare, diciamo, una nuova pentola con cui sostituirne una vecchia, o semplicemente per fare due passi e ammirare i colori sgargianti della merce esposta, attratti magari dalla musica e da aromi inebrianti, finivano improvvisamente per soccombere di fronte a qualcosa di cui sino a quel momento non immaginavano nemmeno di aver bisogno. E la compravano. Oggi invece, come spiega rammaricato Pat Bennett, commesso della catena di grandi magazzini Macy's, i clienti arrivano nel negozio annunciando di aver bisogno di "un paio di mutande", dopo di che le comprano e se ne vanno. Non capita più molto spesso di vedere qualcuno che, intento a cercare altro, si innamora di una camicia e decide di comprarla.
Quello di sostituire nei consumatori la vecchia abitudine a comprare qualcosa solo per soddisfare una necessità o placare un desiderio con la tendenza ad acquistare di impulso, sulla scia di un capriccio e in maniera inconsulta, rappresenta di fatto il maggior successo mai messo a segno dell'economia del consumismo dilagante.
È la trovata che ha fatto da volano alla sua espansione. La scomparsa di tale abitudine si tradurrebbe per quella economia in un cataclisma assoluto. Gli acquisti motivati dalla necessità sono - naturalmente - limitati; quelli che nascono dal desiderio richiedono una prolungata, complessa e costosa opera di convincimento/addestramento/persuasione... ma quando si compra per capriccio non esistono limiti. Per lo meno cosi ci sembrava, quando abitavamo in un mondo illusorio dove il credito a disposizione si dilatava inesauribilmente e gli indici dei mercati azionari apparivano in perpetua crescita. Quando cioè, ci sentivamo più ricchi di quanto il nostro reddito lo consentisse, ed eravamo convinti che la pacchia sarebbe andata avanti per sempre.
Un mondo in cui evitavamo la resa dei conti per perseverare in una strategia ispirata al motto "godi adesso, paga dopo"; Be', quel "dopo", il giorno della resa dei conti, alla fine è arrivato. Deve essere stato uno shock. E gli shock causano traumi i cui effetti si protraggono nel tempo più a lungo delle cause che li hanno provocati. La profondità e la durata di un trauma non sono uguali per tutti coloro che lo subiscono. Oggi la maggior parte di noi si dimostra reticente a riprendere quell'incauto comportamento, a spendere denaro che non abbiamo guadagnato.
Ma per tornare alla domanda di quanto a lungo dovremmo attenerci alle sgradevoli limitazioni con cui il destino ha posto fine alla nostra baldoria consumistica, le opinioni sono discordi. In Inghilterra ad esempio, i londinesi sono tre volte più inclini a ritenere che l'economia si stia "aggiustando" e che nel corso del prossimo anno migliorerà, rispetto agli abitanti della zona industriale delle Midlands. Una discrepanza che non stupisce, se si considera che ci è voluto del tempo prima che la recessione si riversasse dalle banche della City alle fabbriche delle Midlands, e che - analogamente - ci vorrà più tempo per allontanarla dalle case degli operai disoccupati di quanto ne sarà necessario per risollevare i dividendi bancari, generosamente sovvenzionati, e i ricavi delle industrie che si rivolgono a un pubblico di ricchi.
Un'altra discrepanza è quella che si coglie tra il modo in cui vecchie e giovani generazioni percepiscono la situazione attuale. Un ultrasessantacinquenne su quattro ritiene che l'economia migliorerà entro il prossimo anno; un'aspettativa che tra coloro che di anni ne hanno trenta è condivisa solo da una persona su venti. Non c'è da sorprendersi: spesso chi ha superato i 65 anni è al di fuori del mercato del lavoro. I più giovani vedono di fronte a sé un futuro costellato da umiliazioni e privazioni, fatto di esclusione, disoccupazione, ristrettezze imposte da lunghi periodi di inattività e interminabili file davanti alle agenzie d'impiego.
Sperano invano che il corso degli eventi si capovolga e permetta loro di riprendere il passo. I più giovani tra i giovani si trovano inoltre ad affrontare per la prima volta il mondo del lavoro. Nulla, nella loro gioventù - trascorsa relativamente serena nel Paese della prosperità - li aveva preparati a questo mercato così inospitale. A chi di anni ne ha anche solo due o tre in più, il mercato era sembrato accessibile, benevolo, ricco di opportunità. Diverso da quello di oggi, dove le offerte sono rare e i rifiuti frequenti; un mercato abituato a dettare le proprie condizioni, avaro di privilegi e prodigo di crudeltà, il cui mutevole andamento distribuisce sciagure con letale equanimità. Le carte si mescolano di continuo, e nessuno può dire come andrà la prossima mano. Se solo riuscissimo a trarre da queste esperienze una lezione capace di illuminarci più in là della prossima capatina al centro commerciale, e più in profondità... Forse riusciremmo a evitare che situazioni simili si ripresentino a noi e ai nostri figli. (Traduzione di Marzia Porta)
Zygmunt Bauman, la repubblica delle donne, 19 SETTEMBRE 2009
Auschwitz: moon boot nell’indicibile
Da Carpi ai lager, un treno di studenti italiani disorientati: «Troppo da ricordare»
Lo chiamano viaggio della memoria, questo che stiamo per fare, e alla stazione di Carpi è tutto un chiedere di ricordare.
Le madri inseguono i figli con gli ultimi promemoria, gli accompagnatori chiedono ai ragazzi se si sono ricordati la coperta per il viaggio. Quando arrivo sono tutti pronti, guanti e cappelli indosso quasi fossimo già in Polonia.
Passo davanti a due ragazzi che mi fanno notare che stanno facendo un'intervista.
Mi scuso. «Cosa ti aspetti da Auschwitz?», chiedono puntando una videocamera su un ragazzo. «La verità», risponde lui. Un suo compagno, pasticciandosi le mani imbarazzato, aggiunge «E però anche un po' di sofferenza».
Poi si fa avanti una ragazza, l'espressione seria: «È un dolore troppo grande perché si possa dire qualcosa. Entrare ad Auschwitz è un'esperienza sconvolgente». I suoi compagni dicono che è vero. Annuiscono, precisano, parlano di «Indicibile».
Dopo aver ascoltato le loro risposte chiedo se ci sono già stati, ad Auschwitz. Mi dicono di no. «E come fate a dire che è sconvolgente?», chiedo. «È la Storia».
Così poi partiamo, dodici vagoni (siamo oltre seicento tra ragazzi e adulti) e ventidue ore davanti. Il viaggio è un andirivieni di ragazzi sul treno, sembra la partenza di una gita.
A dieci minuti dal via sfilano le pizzette, qualcuno si lamenta dei compagni di scompartimento. Lo sparuto gruppo di pensionati presenti si ritira come una tartaruga nello scompartimento. Un ragazzo agguanta la filodiffusione, dice stupidaggini che sentiamo per tutto il treno. E il viaggio se ne va tutto via così, il treno che prima esplode di grida, poi finisce dentro improvvisi laghi di silenzio. Fuori passa l'Austria, e noi le passiamo in mezzo. Poi ci svegliamo con la brina ceca e un attimo dopo è già Polonia.
A Cracovia il treno si ferma, e poco dopo è rimasto vuoto sul binario. Una ragazza mi chiede «Ci andiamo subito, al campo?». Al campo di sterminio di Birkenau ci entriamo senza parlare. I pullman che ci hanno trasportato fin lì sono fermi all'ingresso, spenti. Entriamo così, guardinghi, passiamo sotto la porta del campo e qualcuno si volta indietro, guarda gli altri che sono ancora fuori.
Ci dividono in gruppi, ognuno la sua guida, e il cartello con sopra scritto il numero del pullman, I ragazzi si guardano intorno e non trovano appigli, cercano di far corrispondere quell'erba e quel fango di inizio gennaio con l'indicibile che sta scritto sopra i libri.
Cercano di trovare in quell'erba la Storiar, a follia criminale, il male assoluto, quel baratro del Novecento di cui tutti gli parliamo, di cui provo a dirgli anch'io, senza però trovare parole della giusta taglia. Si voltano di continuo come se avessero perso qualcosa, irrequieti. Hanno in faccia uno smarrimento a metà, la speranza di chi si aspetta che la verità si accenda come un cerino all'improvviso, e insieme la delusione di chi continua a non trovarla. Li guardo, con i loro diciott'anni, schivare le pozzanghere, aggiustarsi il cappello in testa, fare fotografie col telefonino. Ma tutt'intorno a loro ci sono solo erba e fango, erba e fango fin quasi dove si può vedere.
C'è un po' di vento, e ci sono queste povere baracche di mattoni, qualche baracca di legno, qualche camino che dalla terra viene su, mucchi di neve, una manciata di piccoli laghi ghiacciati
Tutt'intorno al campo c'è il filò spinato, c'è il monumento di commemorazione, e in fondo alla strada c'è la torretta che hanno visto sul libro di storia.
Hanno preso alla lettera le indicazioni della Fondazione Fossoli (vestirsi come ci si veste per sciare) e così si aggirano per il campo con i Moon Boot, sembrano paperi teneri e goffi che cercano una strada.
La guida che ci accompagna per il campo di Birkenau ha un amplificatore appeso al collo e un microfono che la fa disperare. Se lo aggiusta, continua a ripetere «Si sente? Si sente?». I ragazzi lo rassicurano, si sente benissimo. Ce n'è uno che mi sta sempre accanto, non mi molla mai. «Tutti dicono che non dobbiamo dimenticare», mi dice. «Ma cos'è che non dobbiamo dimenticare, visto che non lo ricordiamo?». Poi la sera e il gelo arrivano all'improvviso sul campo di Birkenau. Auschwitz II, tecnicamente. Il freddo arrossa le facce, fa notte la vediamo arrivare da lontano.
Oltre il campo si accende tutto, si accende la città che gli sta intorno, i lampioni sulla strada, le finestre sulle facciate delle case. Intorno c'è una città, ed è strano constatarlo. Arrivando in pullman abbiamo visto delle persone, lungo la strada, si sono voltate a guardarci. Dentro quel buio così freddo, poi, abbiamo preso parte alle cerimonie per la Giornata della memoria. Mi sono sentito a disagio, da italiano. Mi è venuto da guardare da un'altra parte, quando è arrivato un gruppo di ex deportati, ognuno con la sua candela da poggiare in terra. Uno tremava, l'ha rovesciata in terra, l'ha ritirata su.
Una ragazza mi ha detto che per lei la Giornata della memoria è una cosa strana, una cosa come mettersi un promemoria sul telefonino. «Forse abbiamo troppe cose da ricordare», mi ha detto. Poi ha aggiunto «Scusa, ho detto una stupidaggine». Le ho sorriso. Me lo ha detto con il viso già tutto dentro quell'aria così scura. Il buio poi ha preso da sotto i ragazzi, gli è salito su dai piedi, lungo le gambe, li ha presi in faccia. Li guardo e mi sembra che stiano annegando, dentro questa notte, in mezzo alla Polonia, i doposcì dentro il fango di un campo di sterminio.
Per tutto il giorno molti di loro mi hanno detto che si sentono in colpa perché non riescono a provare emozioni forti. Mi hanno chiesto se è grave, se li considero superficiali. Mi è venuto da pensare a come sia difficile ricordare i ricordi degli altri, usare un'altra memoria, trasferire l'orrore. Me l'hanno chiesto con una strana angoscia in faccia, guardando l'erba e il fango, quelle carcasse della storia. Gli ho detto di no, che non sono superficiali. Me l'ha chiesto anche la ragazza che prima di partire diceva che entrare ad Auschwitz è sconvolgente. Dopo un po' l'ho vista piangere, poco più in là, dentro il buio. Le ho chiesto cosa succedeva. Mi ha detto «Non lo so».E fuori dal campo c'è una piazzola. Qualcuno ci fa manovra, ci ferma anche l'autobus.
Andrea Bajani, Sole 24 ore, 1 febbraio 2009
Lo chiamano viaggio della memoria, questo che stiamo per fare, e alla stazione di Carpi è tutto un chiedere di ricordare.
Le madri inseguono i figli con gli ultimi promemoria, gli accompagnatori chiedono ai ragazzi se si sono ricordati la coperta per il viaggio. Quando arrivo sono tutti pronti, guanti e cappelli indosso quasi fossimo già in Polonia.
Passo davanti a due ragazzi che mi fanno notare che stanno facendo un'intervista.
Mi scuso. «Cosa ti aspetti da Auschwitz?», chiedono puntando una videocamera su un ragazzo. «La verità», risponde lui. Un suo compagno, pasticciandosi le mani imbarazzato, aggiunge «E però anche un po' di sofferenza».
Poi si fa avanti una ragazza, l'espressione seria: «È un dolore troppo grande perché si possa dire qualcosa. Entrare ad Auschwitz è un'esperienza sconvolgente». I suoi compagni dicono che è vero. Annuiscono, precisano, parlano di «Indicibile».
Dopo aver ascoltato le loro risposte chiedo se ci sono già stati, ad Auschwitz. Mi dicono di no. «E come fate a dire che è sconvolgente?», chiedo. «È la Storia».
Così poi partiamo, dodici vagoni (siamo oltre seicento tra ragazzi e adulti) e ventidue ore davanti. Il viaggio è un andirivieni di ragazzi sul treno, sembra la partenza di una gita.
A dieci minuti dal via sfilano le pizzette, qualcuno si lamenta dei compagni di scompartimento. Lo sparuto gruppo di pensionati presenti si ritira come una tartaruga nello scompartimento. Un ragazzo agguanta la filodiffusione, dice stupidaggini che sentiamo per tutto il treno. E il viaggio se ne va tutto via così, il treno che prima esplode di grida, poi finisce dentro improvvisi laghi di silenzio. Fuori passa l'Austria, e noi le passiamo in mezzo. Poi ci svegliamo con la brina ceca e un attimo dopo è già Polonia.
A Cracovia il treno si ferma, e poco dopo è rimasto vuoto sul binario. Una ragazza mi chiede «Ci andiamo subito, al campo?». Al campo di sterminio di Birkenau ci entriamo senza parlare. I pullman che ci hanno trasportato fin lì sono fermi all'ingresso, spenti. Entriamo così, guardinghi, passiamo sotto la porta del campo e qualcuno si volta indietro, guarda gli altri che sono ancora fuori.
Ci dividono in gruppi, ognuno la sua guida, e il cartello con sopra scritto il numero del pullman, I ragazzi si guardano intorno e non trovano appigli, cercano di far corrispondere quell'erba e quel fango di inizio gennaio con l'indicibile che sta scritto sopra i libri.
Cercano di trovare in quell'erba la Storiar, a follia criminale, il male assoluto, quel baratro del Novecento di cui tutti gli parliamo, di cui provo a dirgli anch'io, senza però trovare parole della giusta taglia. Si voltano di continuo come se avessero perso qualcosa, irrequieti. Hanno in faccia uno smarrimento a metà, la speranza di chi si aspetta che la verità si accenda come un cerino all'improvviso, e insieme la delusione di chi continua a non trovarla. Li guardo, con i loro diciott'anni, schivare le pozzanghere, aggiustarsi il cappello in testa, fare fotografie col telefonino. Ma tutt'intorno a loro ci sono solo erba e fango, erba e fango fin quasi dove si può vedere.
C'è un po' di vento, e ci sono queste povere baracche di mattoni, qualche baracca di legno, qualche camino che dalla terra viene su, mucchi di neve, una manciata di piccoli laghi ghiacciati
Tutt'intorno al campo c'è il filò spinato, c'è il monumento di commemorazione, e in fondo alla strada c'è la torretta che hanno visto sul libro di storia.
Hanno preso alla lettera le indicazioni della Fondazione Fossoli (vestirsi come ci si veste per sciare) e così si aggirano per il campo con i Moon Boot, sembrano paperi teneri e goffi che cercano una strada.
La guida che ci accompagna per il campo di Birkenau ha un amplificatore appeso al collo e un microfono che la fa disperare. Se lo aggiusta, continua a ripetere «Si sente? Si sente?». I ragazzi lo rassicurano, si sente benissimo. Ce n'è uno che mi sta sempre accanto, non mi molla mai. «Tutti dicono che non dobbiamo dimenticare», mi dice. «Ma cos'è che non dobbiamo dimenticare, visto che non lo ricordiamo?». Poi la sera e il gelo arrivano all'improvviso sul campo di Birkenau. Auschwitz II, tecnicamente. Il freddo arrossa le facce, fa notte la vediamo arrivare da lontano.
Oltre il campo si accende tutto, si accende la città che gli sta intorno, i lampioni sulla strada, le finestre sulle facciate delle case. Intorno c'è una città, ed è strano constatarlo. Arrivando in pullman abbiamo visto delle persone, lungo la strada, si sono voltate a guardarci. Dentro quel buio così freddo, poi, abbiamo preso parte alle cerimonie per la Giornata della memoria. Mi sono sentito a disagio, da italiano. Mi è venuto da guardare da un'altra parte, quando è arrivato un gruppo di ex deportati, ognuno con la sua candela da poggiare in terra. Uno tremava, l'ha rovesciata in terra, l'ha ritirata su.
Una ragazza mi ha detto che per lei la Giornata della memoria è una cosa strana, una cosa come mettersi un promemoria sul telefonino. «Forse abbiamo troppe cose da ricordare», mi ha detto. Poi ha aggiunto «Scusa, ho detto una stupidaggine». Le ho sorriso. Me lo ha detto con il viso già tutto dentro quell'aria così scura. Il buio poi ha preso da sotto i ragazzi, gli è salito su dai piedi, lungo le gambe, li ha presi in faccia. Li guardo e mi sembra che stiano annegando, dentro questa notte, in mezzo alla Polonia, i doposcì dentro il fango di un campo di sterminio.
Per tutto il giorno molti di loro mi hanno detto che si sentono in colpa perché non riescono a provare emozioni forti. Mi hanno chiesto se è grave, se li considero superficiali. Mi è venuto da pensare a come sia difficile ricordare i ricordi degli altri, usare un'altra memoria, trasferire l'orrore. Me l'hanno chiesto con una strana angoscia in faccia, guardando l'erba e il fango, quelle carcasse della storia. Gli ho detto di no, che non sono superficiali. Me l'ha chiesto anche la ragazza che prima di partire diceva che entrare ad Auschwitz è sconvolgente. Dopo un po' l'ho vista piangere, poco più in là, dentro il buio. Le ho chiesto cosa succedeva. Mi ha detto «Non lo so».E fuori dal campo c'è una piazzola. Qualcuno ci fa manovra, ci ferma anche l'autobus.
Andrea Bajani, Sole 24 ore, 1 febbraio 2009
Ballard: alla fine dell’uomo
I tre grandi scrittori che negli anni Cinquanta e nei primissimi Sessanta hanno scelto come loro campo la fantascienza non l'hanno fatto per una vocazione alla letteratura di genere e al suo vasto mercato. L'hanno fatto perché quel genere permetteva loro di scavare non solo nelle storture di una società
(a questo sarebbe potuto bastare il miglior noir o la spy-story, come dimostra lo scrittore politicamente più acuto tra i contemporanei inglesi di Ballard, John Le Carré, con il quale Ballard sembra intrattenere uno strano dialogo a distanza, anche se nessuno parla dell'altro) e perché permetteva loro di scrutare nelle sue linee di tendenza, in ciò che di novità, perlopiù conturbante e minacciosa, il presente andava affermando ma che non tutti riuscivano a vedere. Per esempio i romanzieri loro contemporanei,fossero essi eredi del realismo dell'8oo o del freudismo, della sociologia dell'uomo-massa o della scuola modernista.
A loro modo, gli americani Vonnegut e Dick furono anche sociologi (il secondo in veste di sciamano), come Ballard, che spiega nelle bellissime memorie solide e serene, perché scelse la fantascienza, nel lontano 1961 (con II mondo sommerso) e perché teorizzò, contro la fantascienza allora dominante, la conquist aper il genere, esaurite le fantasie sul futuro extraterrestre, dell'inner space, inteso non tanto come spazio dell'interiorità quanto come spazio interno al pianeta che ci ha prodotto, all'«aiuola che ci fa tanto feroci».
Non è un caso se Ballard, in I miracoli della vita, titolo che dimostra come Ballard sia un uomo sostanzialmente fiducioso e non misantropo, parli della sua opera letteraria soprattutto in riferimento al suo . capolavoro, L'impero del sole (1984, l'anno di Orwell) che evoca non un mondo oltre l'immediato percepibile, ma la sua infanzia a Shanghai e la prigionia subita da bambino in un campo giapponese, esperienze di iniziazione alla crudeltà della storia e alla verità dell'uomo, e ai due più sconcertanti e avventurati dei suoi libri declinati al futuro prossimo, La mostra delle atrocità (2001) e Crash (2004).
Grande estimatore dell'opera di Dalì e di Bacon, Ballard si riferisce al fondo della mutazione dell'uomo e anticipa le teorie del post-umano che conseguono a quelle dél post-moderno. Egli dà meno rilievo ai suoi scritti non così estremi, ma altrettanto importanti e non meno utili per capire quel che bolle sotto le apparenze, quel che il presente ci prospetta di futuro, e che è ormai del tutto evidente. Tra questi titoli vanno ricordati almeno II condominio, Millennium People eRegno a venire fondamentali per la comprensione dello spostamento del disagio sociale sui ceti medi, aggrediti dall'alto e dal basso e pronti a future rivolte, e il racconto lungo Un gioco da bambini, che tutti i genitori e gli educatori dovrebbero leggere.
di Goffredo Fofi
Sole 24 ore domenica 9 febbraio 2009
(a questo sarebbe potuto bastare il miglior noir o la spy-story, come dimostra lo scrittore politicamente più acuto tra i contemporanei inglesi di Ballard, John Le Carré, con il quale Ballard sembra intrattenere uno strano dialogo a distanza, anche se nessuno parla dell'altro) e perché permetteva loro di scrutare nelle sue linee di tendenza, in ciò che di novità, perlopiù conturbante e minacciosa, il presente andava affermando ma che non tutti riuscivano a vedere. Per esempio i romanzieri loro contemporanei,fossero essi eredi del realismo dell'8oo o del freudismo, della sociologia dell'uomo-massa o della scuola modernista.
A loro modo, gli americani Vonnegut e Dick furono anche sociologi (il secondo in veste di sciamano), come Ballard, che spiega nelle bellissime memorie solide e serene, perché scelse la fantascienza, nel lontano 1961 (con II mondo sommerso) e perché teorizzò, contro la fantascienza allora dominante, la conquist aper il genere, esaurite le fantasie sul futuro extraterrestre, dell'inner space, inteso non tanto come spazio dell'interiorità quanto come spazio interno al pianeta che ci ha prodotto, all'«aiuola che ci fa tanto feroci».
Non è un caso se Ballard, in I miracoli della vita, titolo che dimostra come Ballard sia un uomo sostanzialmente fiducioso e non misantropo, parli della sua opera letteraria soprattutto in riferimento al suo . capolavoro, L'impero del sole (1984, l'anno di Orwell) che evoca non un mondo oltre l'immediato percepibile, ma la sua infanzia a Shanghai e la prigionia subita da bambino in un campo giapponese, esperienze di iniziazione alla crudeltà della storia e alla verità dell'uomo, e ai due più sconcertanti e avventurati dei suoi libri declinati al futuro prossimo, La mostra delle atrocità (2001) e Crash (2004).
Grande estimatore dell'opera di Dalì e di Bacon, Ballard si riferisce al fondo della mutazione dell'uomo e anticipa le teorie del post-umano che conseguono a quelle dél post-moderno. Egli dà meno rilievo ai suoi scritti non così estremi, ma altrettanto importanti e non meno utili per capire quel che bolle sotto le apparenze, quel che il presente ci prospetta di futuro, e che è ormai del tutto evidente. Tra questi titoli vanno ricordati almeno II condominio, Millennium People eRegno a venire fondamentali per la comprensione dello spostamento del disagio sociale sui ceti medi, aggrediti dall'alto e dal basso e pronti a future rivolte, e il racconto lungo Un gioco da bambini, che tutti i genitori e gli educatori dovrebbero leggere.
di Goffredo Fofi
Sole 24 ore domenica 9 febbraio 2009
martedì 22 settembre 2009
bravissimo Tilman Hoppstock
Veramente un bel concerto, venerdi sera a Rovato.
Il programma accattivante, esecuzione splendida, il suono molto buono a centro chiesa anche se non amplificato (una rarità, di questi tempi), e soprattutto un concerto brioso, simpatico, con alcune parole di presentazione e spiegazione dei brani nonostante l'italiano un pò incerto.
Tutto il contrario di certi pallossissimi concerti alla "ammirate il mio virtuosismo e partecipate al mio travaglio interiore, oh come mi struggo", che a mio parere allontanano i giovani ( e meno giovani) dai concerti di musica classica.
Un altro appunto: chissà perchè ai concerti di chitarra classica, quelli che mancano tra il pubblico sono proprio i chitarristi classici.....? Tutto il contrario del pubblico di manifestazioni come "Acoustic Franciacorta", dove ogni musicista è curioso di quanto fa l'altro e dove tutti sono disponibili a scambiarsi esperienze!
Per ulteriori info: http://www.t-hoppstock.de/engl/frameset-e.html
Il programma accattivante, esecuzione splendida, il suono molto buono a centro chiesa anche se non amplificato (una rarità, di questi tempi), e soprattutto un concerto brioso, simpatico, con alcune parole di presentazione e spiegazione dei brani nonostante l'italiano un pò incerto.
Tutto il contrario di certi pallossissimi concerti alla "ammirate il mio virtuosismo e partecipate al mio travaglio interiore, oh come mi struggo", che a mio parere allontanano i giovani ( e meno giovani) dai concerti di musica classica.
Un altro appunto: chissà perchè ai concerti di chitarra classica, quelli che mancano tra il pubblico sono proprio i chitarristi classici.....? Tutto il contrario del pubblico di manifestazioni come "Acoustic Franciacorta", dove ogni musicista è curioso di quanto fa l'altro e dove tutti sono disponibili a scambiarsi esperienze!
Per ulteriori info: http://www.t-hoppstock.de/engl/frameset-e.html
TECNOTRUCCHI
Il cellulare è bagnato? Mettilo nel barattolo di riso
I rimedi della nonna applicato alla tecnologia. Come stampare con una cartuccia vuota, come provare ad aggiustare l'hard-disk in crash... di MAURIZIO RICCI
(nota mia: anche il mio cellulare era caduto nel water...)
Per decenni, in un mondo più semplice, è stato il pezzo forte delle riviste femminili. Come fare per far sparire le incrostazioni di calcare? Con l'aceto, naturalmente. Candele e rocchetti di filo, in queste rubriche della nonna o della zia Petronilla, assumevano poteri e capacità sorprendenti e affascinanti. L'era pigra del supermercato ha cancellato, in un rutilare di bombolette spray e polveri miracolose, capaci di far fronte ad ogni evenienza, questi distillati di esperienza secolare. Ad affidarsi all'inventiva , per far fronte alle emergenze del mondo moderno, sono rimasti i giapponesi, ancora fedeli all'arte dell'"urawaza" (scorciatoia, trucco segreto), per risolvere l'insolubile.
Fate conto, ad esempio, di essere una ragazza che ha rotto con il fidanzato, gli ha restituito anelli e regali, ha cancellato tutte le sue foto sul computer, ma non riesce a scrostare quelle maledette foto adesive (di lui), incollate sullo specchio del bagno. Come fare?
Elementare, dice l'urawaza: prendete della maionese, spremetela su un tovagliolo di carta e passate il tovagliolo sull'adesivo. L'olio della maionese dissolve la colla. A questo punto, con un coltello o anche un altro tovagliolino potete staccare la foto. Oppure, avete rotto un bicchiere sul tappeto, avete tolto tutti i pezzi grossi di vetro, ma come per i più piccoli, con il rischio di ritrovarseli nei piedini del piccolo di casa? Semplice: premete leggermente delle fette di pane morbido nei punti incriminati. I pezzettini di vetro si incastreranno nel pane e li potete togliere senza difficoltà.
Ma queste sono soluzioni ingegnose per problemi semplici, dove l'alternativa è, di solito, perdere un po' di tempo in più (o prendere un aspirapolvere, nel caso del bicchiere). Le vere emergenze di oggi sono altre: tecnologie che non capiamo e non capiremo mai, che ci lasciano a terra in momenti chiave e che siamo meno attrezzati a risolvere, anche di una candela sporca nel motore. Ci servono trucchi semplici per un mondo complesso. Petronilla non c'è più, ma il New York Times sì. Ecco la urawaza per i frustrati della tecnologia.
"La cartuccia è vuota"
Così, almeno, dichiara la vostra stampante. Solo che è notte e non volete aspettare domattina. E pensare che vi mancano solo tre-quattro pagine per finire il lavoro.
Allora, togliete la cartuccia dalla stampante e portate l'asciugacapelli dal bagno. Scaldate la cartuccia per due-tre minuti e rimettela nella stampante ancora calda. L'inchiostro secco ha tappato i buchini della cartuccia, scaldandola potete riuscire a far uscire ancora un po' d'inchiostro, quanto basta per tre-quattro pagine.
"Il cellulare è sempre scarico"
Se lo tenete in tasca, è probabile. Il calore del corpo scalda la batteria, accelera i processi chimici che la fanno funzionare e si scarica più in fretta. Tenete il telefonino in borsa o alla cintura. E, se avete dimenticato il caricatore a casa in un viaggio, potete riuscire a salvare, con lo stesso principio, almeno le ultime telefonate. Spegnete il cellulare e fategli passare la notte nel frigorifero. Vi rimarrà un po' di carica in più.
"Oops, guarda dove mi è caduto il telefonino"
Cioè nel water. Tiratelo fuori ed estraete subito la batteria, per evitare un corto circuito letale per il cellulare. Poi, dopo aver asciugato il telefonino, mettetelo in un barattolo con del riso crudo. L'umidità si trasferirà naturalmente dal cellulare al riso, per la stessa ragione per cui pochi chicchi di riso tengono asciutto il sale.
"Wi-fi in ogni angolo"
Avete l'Adsl in salotto, ma il router Wi-fi non riesce a trasmettere il segnale a banda larga fino in camera da letto, negandovi la possibilità di chattare da sotto le coperte. Prima di andare a comprare qualche costoso ripetitore, provate con il sacchetto delle patatine. E' un foglio di alluminio e, senza bisogno di cavi, batterie o quant'altro è tutto quello che vi serve per costruire un riflettore di onde radio.
Montate, con qualche pezzo di legno, il foglio di alluminio, in modo che assomigli un po' alla parabola satellitare che Sky vi ha messo sul tetto (schemi e disegni su www.freeantennas.com). Mettetelo dietro il router. Rifletterà il segnale wi-fi verso la camera da letto, impedendo che si disperda in cerchio dove non vi serve (ad esempio, attraverso la parete, in casa del vicino).
"Senza fruscio, senza saltelli"
Il cd o il dvd che avete lasciato a coprirsi di polvere e ditate. Esistono, naturalmente, ottimi prodotti industriali per pulire cd e dvd. Però il whisky va altrettanto bene, dato che l'alcool è un ottimo solvente. Non occorre che sia un doppio malto, naturalmente: impregnatene una pezzetta e pulite il cd. Attenzione, per il vecchio vinile (i gloriosi lp) va benissimo l'acqua distillata.
Come per tutti i rimedi casarecci, non è detto che funzionino davvero. Ad esempio, se l'hard disk del vostro pc fra crash e diventa inservibile, potete provare a metterlo nel congelatore. Quando lo ritirate fuori e lo riportate a temperatura ambiente, è possibile che le parti che hanno perso l'allineamento si siano risistemate un po' e riusciate a recuperare qualcosa. E' possibile, appunto. Ma, provare, che vi costa?
(22 settembre 2009) www.repubblica.it
I rimedi della nonna applicato alla tecnologia. Come stampare con una cartuccia vuota, come provare ad aggiustare l'hard-disk in crash... di MAURIZIO RICCI
(nota mia: anche il mio cellulare era caduto nel water...)
Per decenni, in un mondo più semplice, è stato il pezzo forte delle riviste femminili. Come fare per far sparire le incrostazioni di calcare? Con l'aceto, naturalmente. Candele e rocchetti di filo, in queste rubriche della nonna o della zia Petronilla, assumevano poteri e capacità sorprendenti e affascinanti. L'era pigra del supermercato ha cancellato, in un rutilare di bombolette spray e polveri miracolose, capaci di far fronte ad ogni evenienza, questi distillati di esperienza secolare. Ad affidarsi all'inventiva , per far fronte alle emergenze del mondo moderno, sono rimasti i giapponesi, ancora fedeli all'arte dell'"urawaza" (scorciatoia, trucco segreto), per risolvere l'insolubile.
Fate conto, ad esempio, di essere una ragazza che ha rotto con il fidanzato, gli ha restituito anelli e regali, ha cancellato tutte le sue foto sul computer, ma non riesce a scrostare quelle maledette foto adesive (di lui), incollate sullo specchio del bagno. Come fare?
Elementare, dice l'urawaza: prendete della maionese, spremetela su un tovagliolo di carta e passate il tovagliolo sull'adesivo. L'olio della maionese dissolve la colla. A questo punto, con un coltello o anche un altro tovagliolino potete staccare la foto. Oppure, avete rotto un bicchiere sul tappeto, avete tolto tutti i pezzi grossi di vetro, ma come per i più piccoli, con il rischio di ritrovarseli nei piedini del piccolo di casa? Semplice: premete leggermente delle fette di pane morbido nei punti incriminati. I pezzettini di vetro si incastreranno nel pane e li potete togliere senza difficoltà.
Ma queste sono soluzioni ingegnose per problemi semplici, dove l'alternativa è, di solito, perdere un po' di tempo in più (o prendere un aspirapolvere, nel caso del bicchiere). Le vere emergenze di oggi sono altre: tecnologie che non capiamo e non capiremo mai, che ci lasciano a terra in momenti chiave e che siamo meno attrezzati a risolvere, anche di una candela sporca nel motore. Ci servono trucchi semplici per un mondo complesso. Petronilla non c'è più, ma il New York Times sì. Ecco la urawaza per i frustrati della tecnologia.
"La cartuccia è vuota"
Così, almeno, dichiara la vostra stampante. Solo che è notte e non volete aspettare domattina. E pensare che vi mancano solo tre-quattro pagine per finire il lavoro.
Allora, togliete la cartuccia dalla stampante e portate l'asciugacapelli dal bagno. Scaldate la cartuccia per due-tre minuti e rimettela nella stampante ancora calda. L'inchiostro secco ha tappato i buchini della cartuccia, scaldandola potete riuscire a far uscire ancora un po' d'inchiostro, quanto basta per tre-quattro pagine.
"Il cellulare è sempre scarico"
Se lo tenete in tasca, è probabile. Il calore del corpo scalda la batteria, accelera i processi chimici che la fanno funzionare e si scarica più in fretta. Tenete il telefonino in borsa o alla cintura. E, se avete dimenticato il caricatore a casa in un viaggio, potete riuscire a salvare, con lo stesso principio, almeno le ultime telefonate. Spegnete il cellulare e fategli passare la notte nel frigorifero. Vi rimarrà un po' di carica in più.
"Oops, guarda dove mi è caduto il telefonino"
Cioè nel water. Tiratelo fuori ed estraete subito la batteria, per evitare un corto circuito letale per il cellulare. Poi, dopo aver asciugato il telefonino, mettetelo in un barattolo con del riso crudo. L'umidità si trasferirà naturalmente dal cellulare al riso, per la stessa ragione per cui pochi chicchi di riso tengono asciutto il sale.
"Wi-fi in ogni angolo"
Avete l'Adsl in salotto, ma il router Wi-fi non riesce a trasmettere il segnale a banda larga fino in camera da letto, negandovi la possibilità di chattare da sotto le coperte. Prima di andare a comprare qualche costoso ripetitore, provate con il sacchetto delle patatine. E' un foglio di alluminio e, senza bisogno di cavi, batterie o quant'altro è tutto quello che vi serve per costruire un riflettore di onde radio.
Montate, con qualche pezzo di legno, il foglio di alluminio, in modo che assomigli un po' alla parabola satellitare che Sky vi ha messo sul tetto (schemi e disegni su www.freeantennas.com). Mettetelo dietro il router. Rifletterà il segnale wi-fi verso la camera da letto, impedendo che si disperda in cerchio dove non vi serve (ad esempio, attraverso la parete, in casa del vicino).
"Senza fruscio, senza saltelli"
Il cd o il dvd che avete lasciato a coprirsi di polvere e ditate. Esistono, naturalmente, ottimi prodotti industriali per pulire cd e dvd. Però il whisky va altrettanto bene, dato che l'alcool è un ottimo solvente. Non occorre che sia un doppio malto, naturalmente: impregnatene una pezzetta e pulite il cd. Attenzione, per il vecchio vinile (i gloriosi lp) va benissimo l'acqua distillata.
Come per tutti i rimedi casarecci, non è detto che funzionino davvero. Ad esempio, se l'hard disk del vostro pc fra crash e diventa inservibile, potete provare a metterlo nel congelatore. Quando lo ritirate fuori e lo riportate a temperatura ambiente, è possibile che le parti che hanno perso l'allineamento si siano risistemate un po' e riusciate a recuperare qualcosa. E' possibile, appunto. Ma, provare, che vi costa?
(22 settembre 2009) www.repubblica.it
lunedì 21 settembre 2009
wildlife photographer of the year a Brescia
Dall'11 settembre al 25 ottobre, al Museo di Scienze Naturali www.comune.brescia.it/museoscienzenaturali
Il piccolo cinema paradiso
C'è un piccolo bellisssimo cinema a Brescia: puoi trovare la programmazione su:
www.silvanoagosti.com
www.silvanoagosti.com
domenica 20 settembre 2009
darwin e dio
La domanda dello scienziato è sul «che cosa e come accade», quella del filosofo e del teologo è sul «perché e sul fine» della realtà.
All'arcivescovo Gianfranco Ravasi, vorrei tornare su un argomento quest'anno di molto abusato, quello riguardante la Chiesa e Darwin.
Come tanti altri teologi, lei ha sostanzialmente ribadito la compatibilità di una concezione scientifica evoluzionista con una concezione teologica cristiana, purché si salvaguardino i due diversi statuti epistemologici o approcci.
Detto in altri termini, la stessa realtà umana è sottoposta ad analisi da due angoli di visuale differenti.
A questo punto non è rilevante interrogarci sulla fede o sull'ateismo di uno scienziato (questione che riguarda la sua individualità personale), ma la correttezza o meno delle sue rilevazioni e del metodo adottato.
Mi pare, però, che la Chiesa cerchi spesso di allegare al suo campo scienziati, quasi fossero un supporto alla sua dottrina che deve, invece, sostenersi da sé, coi suoi criteri propri.
Così non è rilevante che Darwin abbia - come lei, invece, ha voluto sottolineare in più di un suo articolo (anche su questo giornale) - aggiunto, nella conclusione della seconda edizione (1860) dell'Origine delle specie, alle «considerazioni sulla vita e alle sue varie facoltà» la frase «che furono impresse dal Creatore in poche forme o anche una sola».
Ferdinando Scaglione - Mestre
Risponde mons. Ravasi:
Francamente non avrei quasi nulla da eccepire su quanto osserva acutamente il nostro lettore: le sue osservazioni sulla distinzione dei ruoli dello scienziato e del teologo sono pertinenti, così come la necessità di "sguardi" diversi per decifrare pienamente una realtà tanto complessa come l'essere umano o, più ingenerale, l'essere vivente e, infine, l'intero essere.
La domanda dello scienziato è sul «che cosa e come accade», quella del filosofo e del teologo è sul «perché e sul fine» della realtà.
Interrogativi, quindi, da un lato «fisici» e dall'altro «metafisici». La chiarezza semplifìcatoria di quanto abbiamo finora detto non elimina, però, la fatica concreta delle relazioni tra i due attori, proprio perché essi hanno lo stesso oggetto di analisi e non è sempre così lineare distinguere i due protocolli.
Non voglio ripetere qui riflessioni spesso proposte sulla complessità del rapporto scienza-fede, soprattutto nelle tematiche antropologiche.
A questo proposito, desidero rimandare a un volumetto suggestivo, che abbiamo già avuto occasione di citare un'altra volta, di uno studioso di entrambi i settori, proprio sul nesso tra fede, evoluzione ed etica: “Darwin e Dio” di Simone Morandini (Morcelliana, pagg. 208, €15,00) oppure il saggio del grande biologo e filosofo statunitense Francisco J. Ayala, “Il dono di Darwin alla scienza e alla religione” (JacaBook-San Paolo, pagg. 308, €24,00). Desidererei, invece, aggiungere una piccola nota sul rapporto di Darwin con la fede, che certamente non può essere "accaparrato" tra i credenti per quella frase né,però, iscritto come membro d'onore nell'albo degli atei.
Lasciando tra parentesi la sua educazione protestante,frutto di un padre anglicano e di una madre della Chiesa unitaria (a cui aderì in passato lo stesso Newton), un'educazione che comprendeva una lettura quasi fondamentalista delle Scritture, è necessario ricordare che Darwin si laureò anche in teologia al Christ's College di Cambridge, conservando per lungo tempo la convinzione -come egli confessa nella sua Autobiografia - «della verità assoluta e letterale di ogni parola della Bibbia».
E dopo le sue rilevazioni scientifiche navigando sul «Beagle» dal 1831 al 1836 che egli approda a quella che definisce come una posizione dì
«agnostico».
Tra l'altro, è curioso notare che è stato un altro scienziato, contemporaneo di Darwin, Thomas Huxley, a coniare questo termine, ma con un significato paradossalmente religioso perché rimandava all'agnostos theós, al «Dio ignoto» adorato - secondo san Paolo nel suo discorso all'Areopago ateniese (Atti 17, 22-23) - dai Greci.
Si tratterebbe, quindi, di una sorta di teismo, sia pure sospeso.
In questa luce si può spiegare l'aggiunta, citata dal nostro lettore, all'Origine delle specie e soprattutto un fatto particolarmente significativo.
Nel 1881, al genero di Marx, il pensatore ateo Edward Aveling, che voleva usare questa parentela per coinvolgere Darwin in una presentazione di un suo saggio (Marx invierà, invece, a Darwin una copia autografata del suo Capitale), rispose: «Preferirei che la parte o il volume non fossero dedicati a me (benché vi sia grato per l'onore che intendete farmi), perché ciò suggerirebbe in certo modo la mia approvazione di tutta l'opera, che non conosco bene.
Benché io sia un fervido sostenitore della libertà di opinioni in ogni argomento, mi sembra (a ragione o a torto) che attacchi diretti contro il cristianesimo e il teismo abbiano assai scarso effetto sul pubblico; e che la libertà di pensiero possa meglio promuoversi con quell'illuminazione graduale dell'intelletto umano che consegue al progresso delle scienze. Perciò ho sempre evitato di scrivere sulla religione, e mi sono limitato allascienza».
Gianfranco Ravasi
La domenica del sole 24 ore13 settembre 2009
All'arcivescovo Gianfranco Ravasi, vorrei tornare su un argomento quest'anno di molto abusato, quello riguardante la Chiesa e Darwin.
Come tanti altri teologi, lei ha sostanzialmente ribadito la compatibilità di una concezione scientifica evoluzionista con una concezione teologica cristiana, purché si salvaguardino i due diversi statuti epistemologici o approcci.
Detto in altri termini, la stessa realtà umana è sottoposta ad analisi da due angoli di visuale differenti.
A questo punto non è rilevante interrogarci sulla fede o sull'ateismo di uno scienziato (questione che riguarda la sua individualità personale), ma la correttezza o meno delle sue rilevazioni e del metodo adottato.
Mi pare, però, che la Chiesa cerchi spesso di allegare al suo campo scienziati, quasi fossero un supporto alla sua dottrina che deve, invece, sostenersi da sé, coi suoi criteri propri.
Così non è rilevante che Darwin abbia - come lei, invece, ha voluto sottolineare in più di un suo articolo (anche su questo giornale) - aggiunto, nella conclusione della seconda edizione (1860) dell'Origine delle specie, alle «considerazioni sulla vita e alle sue varie facoltà» la frase «che furono impresse dal Creatore in poche forme o anche una sola».
Ferdinando Scaglione - Mestre
Risponde mons. Ravasi:
Francamente non avrei quasi nulla da eccepire su quanto osserva acutamente il nostro lettore: le sue osservazioni sulla distinzione dei ruoli dello scienziato e del teologo sono pertinenti, così come la necessità di "sguardi" diversi per decifrare pienamente una realtà tanto complessa come l'essere umano o, più ingenerale, l'essere vivente e, infine, l'intero essere.
La domanda dello scienziato è sul «che cosa e come accade», quella del filosofo e del teologo è sul «perché e sul fine» della realtà.
Interrogativi, quindi, da un lato «fisici» e dall'altro «metafisici». La chiarezza semplifìcatoria di quanto abbiamo finora detto non elimina, però, la fatica concreta delle relazioni tra i due attori, proprio perché essi hanno lo stesso oggetto di analisi e non è sempre così lineare distinguere i due protocolli.
Non voglio ripetere qui riflessioni spesso proposte sulla complessità del rapporto scienza-fede, soprattutto nelle tematiche antropologiche.
A questo proposito, desidero rimandare a un volumetto suggestivo, che abbiamo già avuto occasione di citare un'altra volta, di uno studioso di entrambi i settori, proprio sul nesso tra fede, evoluzione ed etica: “Darwin e Dio” di Simone Morandini (Morcelliana, pagg. 208, €15,00) oppure il saggio del grande biologo e filosofo statunitense Francisco J. Ayala, “Il dono di Darwin alla scienza e alla religione” (JacaBook-San Paolo, pagg. 308, €24,00). Desidererei, invece, aggiungere una piccola nota sul rapporto di Darwin con la fede, che certamente non può essere "accaparrato" tra i credenti per quella frase né,però, iscritto come membro d'onore nell'albo degli atei.
Lasciando tra parentesi la sua educazione protestante,frutto di un padre anglicano e di una madre della Chiesa unitaria (a cui aderì in passato lo stesso Newton), un'educazione che comprendeva una lettura quasi fondamentalista delle Scritture, è necessario ricordare che Darwin si laureò anche in teologia al Christ's College di Cambridge, conservando per lungo tempo la convinzione -come egli confessa nella sua Autobiografia - «della verità assoluta e letterale di ogni parola della Bibbia».
E dopo le sue rilevazioni scientifiche navigando sul «Beagle» dal 1831 al 1836 che egli approda a quella che definisce come una posizione dì
«agnostico».
Tra l'altro, è curioso notare che è stato un altro scienziato, contemporaneo di Darwin, Thomas Huxley, a coniare questo termine, ma con un significato paradossalmente religioso perché rimandava all'agnostos theós, al «Dio ignoto» adorato - secondo san Paolo nel suo discorso all'Areopago ateniese (Atti 17, 22-23) - dai Greci.
Si tratterebbe, quindi, di una sorta di teismo, sia pure sospeso.
In questa luce si può spiegare l'aggiunta, citata dal nostro lettore, all'Origine delle specie e soprattutto un fatto particolarmente significativo.
Nel 1881, al genero di Marx, il pensatore ateo Edward Aveling, che voleva usare questa parentela per coinvolgere Darwin in una presentazione di un suo saggio (Marx invierà, invece, a Darwin una copia autografata del suo Capitale), rispose: «Preferirei che la parte o il volume non fossero dedicati a me (benché vi sia grato per l'onore che intendete farmi), perché ciò suggerirebbe in certo modo la mia approvazione di tutta l'opera, che non conosco bene.
Benché io sia un fervido sostenitore della libertà di opinioni in ogni argomento, mi sembra (a ragione o a torto) che attacchi diretti contro il cristianesimo e il teismo abbiano assai scarso effetto sul pubblico; e che la libertà di pensiero possa meglio promuoversi con quell'illuminazione graduale dell'intelletto umano che consegue al progresso delle scienze. Perciò ho sempre evitato di scrivere sulla religione, e mi sono limitato allascienza».
Gianfranco Ravasi
La domenica del sole 24 ore13 settembre 2009
esercizi di filosofia su pellicola
È in uscita per Laterza «Stramaledettamente logico. Esercizi di filosofia su pellicola» (pagg. 144, € 15), con le analisi di Achille Varzi su «Terminator», di Roberto Casati su «Ricomincio da capo», di Nicla Vassallo su «Matrix» e di Claudia Bianchi su «Oltre il giardino». Di ognuno anticipiamo un piccolo assaggio insieme alla prefazione di Armando Massarenti, curatore del volume e autore del saggio conclusivo sui rapporti tra cinema e filosofia.
«Allora tutto il film della mia vita mi è passato davanti agli occhi in un istante. E io non ero nel cast!». Un mondo come quello immaginato da Woody Allen in questa sua celebre battuta potrà sembrare, dal punto di vista logico, il più stravagante dei mondi possibili.
Com'è possibile un mondo osservato dal mio punto di vista, che parla della mia vita, e che al tempo stesso non contempla la mia presenza?
Il fatto è che il punto di vista Stramaledettamente logico adottato dagli esercizi filosofici su pellicola contenuti in questo volume può trasformarsi, e proprio in forza di una esibita coerenza nella costruzione di mondi, nel suo esatto contrario. Fino a farci toccare con mano quella che Albert Camus chiamava l'esperienza dell'Assurdo, attraverso la quale arriviamo a percepire la vanità e l'assenza di senso che incombe sulle nostre stesse vite.
Secondo Thomas Nagel, che ha così reinterpretato l'idea di Camus, la vita ci pare assurda se la guardiamo da lontano. Vi è una tensione essenziale tra un punto di vista oggettivo e impersonale e uno soggettivo e personale. Viviamo tranquillamente, concentrati sulle nostre faccende piccole e grandi, quando a un certo punto ci capita di «fare un passo indietro», e di osservare noi stessi «dall'esterno». E allora ciò che da una prospettiva personale, interna, ci appariva importante, fondamentale, assoluto, finisce per perdere ogni senso.
Vista dal l'esterno, la nostra vita ci pare assurda. Non solo perché rispetto all'eternità e immensità del mondo ci appare in tutta la sua miseria e finitezza. Come quella di un topo.
No, il punto non sta nella limitatezza delle nostre vite. Se anche la vita fosse infinita, non avremmo risolto il problema: avremmo solo un'assurdità infinita. Che cosa allora ci può far pensare che la nostra vita abbia un senso e un valore diversi da quella di un topo?
Il punto sta proprio in quel «passo indietro», che noi, dotati di autocoscienza e capacità riflessive, siamo in grado di fare. La vita ci apparirà magari assurda, ma senza che questo ci conduca alla disperazione. Al contrario. In fondo, anche dopo quel «passo indietro», la vita continua.
Provate a fare questo esercizio: pensate a quante volte quel passo indietro lo avete fatto proprio guardando un bel film, e a quante volte invece ve lo ha fatto fare la filosofia. In entrambi i casi, la vita continua, ma qualcosa è cambiato. E in meglio. Prima prevaleva la nostra tendenza a prenderci sempre stramaledettamente sul serio. Ora abbiamo guadagnato una dimensione nuova: siamo più leggeri, raffinati, ironici, civili, tolleranti. Forse anche più logici. Anzi, stramaledettamente logici, e proprio per questo in grado di capire al volo la battuta di Woody Allen e, dunque, essere nel cast.
Terminator: Accadde nel futuro
di Achille Varzi
È successo. È già successo, quindi succederà: la storia non si può modificare. Così la pensa il sergente Kyle Reese, che nel 1984 si ritrova a ragionare sul destino dell'umanità dopo aver combattuto per la sua salvezza per ben nove anni, dal 2021 al 2029. Per lui il 29 agosto 1997, il Giorno del Giudizio, il giorno in cui le macchine prendono il sopravvento dando inizio a una lunga guerra per la sopravvivenza del genere umano, appartiene a un passato che è già stato scritto e come tale è inevitabile: il futuro è semplicemente un tempo verbale imposto dalle circostanze. Per Sarah Connor, che ascolta incredula le sue parole, il 29 agosto 1997 appartiene invece a un futuro che è ancora aperto. Dal suo punto di vista l'unico destino è quello che creiamo con le nostre mani e se davvero c'è il rischio di una catastrofe di portata apocalittica bisogna fare di tutto per evitare che succeda. È questa tensione tra due diversi modi di vedere la storia che definisce le coordinate della saga di Terminator, che offre spunti filosofici molto profondi concernenti la natura del tempo, le relazioni causa-effetto e il libero arbitrio. Così, se all'inizio del primo film sembra prevalere il punto di vista di Kyle, al termine del secondo sembra aver ragione Sarah mentre il terzo film della serie sembra concedere qualcosa a entrambi: si apprende infatti che gli sforzi per evitare la catastrofe annunciata per il 29 agosto 1997 hanno avuto successo, ma solo al punto da rinviare il Giorno del Giudizio a una data successiva, il 24 luglio 2004. Come la mettiamo? Fino a che punto ha ragione Kyle e fino a che punto ha ragione Sarah? E fino a che punto ha senso che Kyle si rechi nel passato per interagire con Sarah?
da : la domenica del sole 24 ore, 13 settembre 2009
«Allora tutto il film della mia vita mi è passato davanti agli occhi in un istante. E io non ero nel cast!». Un mondo come quello immaginato da Woody Allen in questa sua celebre battuta potrà sembrare, dal punto di vista logico, il più stravagante dei mondi possibili.
Com'è possibile un mondo osservato dal mio punto di vista, che parla della mia vita, e che al tempo stesso non contempla la mia presenza?
Il fatto è che il punto di vista Stramaledettamente logico adottato dagli esercizi filosofici su pellicola contenuti in questo volume può trasformarsi, e proprio in forza di una esibita coerenza nella costruzione di mondi, nel suo esatto contrario. Fino a farci toccare con mano quella che Albert Camus chiamava l'esperienza dell'Assurdo, attraverso la quale arriviamo a percepire la vanità e l'assenza di senso che incombe sulle nostre stesse vite.
Secondo Thomas Nagel, che ha così reinterpretato l'idea di Camus, la vita ci pare assurda se la guardiamo da lontano. Vi è una tensione essenziale tra un punto di vista oggettivo e impersonale e uno soggettivo e personale. Viviamo tranquillamente, concentrati sulle nostre faccende piccole e grandi, quando a un certo punto ci capita di «fare un passo indietro», e di osservare noi stessi «dall'esterno». E allora ciò che da una prospettiva personale, interna, ci appariva importante, fondamentale, assoluto, finisce per perdere ogni senso.
Vista dal l'esterno, la nostra vita ci pare assurda. Non solo perché rispetto all'eternità e immensità del mondo ci appare in tutta la sua miseria e finitezza. Come quella di un topo.
No, il punto non sta nella limitatezza delle nostre vite. Se anche la vita fosse infinita, non avremmo risolto il problema: avremmo solo un'assurdità infinita. Che cosa allora ci può far pensare che la nostra vita abbia un senso e un valore diversi da quella di un topo?
Il punto sta proprio in quel «passo indietro», che noi, dotati di autocoscienza e capacità riflessive, siamo in grado di fare. La vita ci apparirà magari assurda, ma senza che questo ci conduca alla disperazione. Al contrario. In fondo, anche dopo quel «passo indietro», la vita continua.
Provate a fare questo esercizio: pensate a quante volte quel passo indietro lo avete fatto proprio guardando un bel film, e a quante volte invece ve lo ha fatto fare la filosofia. In entrambi i casi, la vita continua, ma qualcosa è cambiato. E in meglio. Prima prevaleva la nostra tendenza a prenderci sempre stramaledettamente sul serio. Ora abbiamo guadagnato una dimensione nuova: siamo più leggeri, raffinati, ironici, civili, tolleranti. Forse anche più logici. Anzi, stramaledettamente logici, e proprio per questo in grado di capire al volo la battuta di Woody Allen e, dunque, essere nel cast.
Terminator: Accadde nel futuro
di Achille Varzi
È successo. È già successo, quindi succederà: la storia non si può modificare. Così la pensa il sergente Kyle Reese, che nel 1984 si ritrova a ragionare sul destino dell'umanità dopo aver combattuto per la sua salvezza per ben nove anni, dal 2021 al 2029. Per lui il 29 agosto 1997, il Giorno del Giudizio, il giorno in cui le macchine prendono il sopravvento dando inizio a una lunga guerra per la sopravvivenza del genere umano, appartiene a un passato che è già stato scritto e come tale è inevitabile: il futuro è semplicemente un tempo verbale imposto dalle circostanze. Per Sarah Connor, che ascolta incredula le sue parole, il 29 agosto 1997 appartiene invece a un futuro che è ancora aperto. Dal suo punto di vista l'unico destino è quello che creiamo con le nostre mani e se davvero c'è il rischio di una catastrofe di portata apocalittica bisogna fare di tutto per evitare che succeda. È questa tensione tra due diversi modi di vedere la storia che definisce le coordinate della saga di Terminator, che offre spunti filosofici molto profondi concernenti la natura del tempo, le relazioni causa-effetto e il libero arbitrio. Così, se all'inizio del primo film sembra prevalere il punto di vista di Kyle, al termine del secondo sembra aver ragione Sarah mentre il terzo film della serie sembra concedere qualcosa a entrambi: si apprende infatti che gli sforzi per evitare la catastrofe annunciata per il 29 agosto 1997 hanno avuto successo, ma solo al punto da rinviare il Giorno del Giudizio a una data successiva, il 24 luglio 2004. Come la mettiamo? Fino a che punto ha ragione Kyle e fino a che punto ha ragione Sarah? E fino a che punto ha senso che Kyle si rechi nel passato per interagire con Sarah?
da : la domenica del sole 24 ore, 13 settembre 2009
il giorno che avrei voluto vivere
MI sono piaciuti molto questi servizi del sole 24 ore: si possono trovare all'indirizzo:
http://www.ilsole24ore.com/dossier/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/giorno-avrei-voluto-vivere/
http://www.ilsole24ore.com/dossier/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/giorno-avrei-voluto-vivere/
un portale tutto verde per il g8 sul clima
Green Tg (www.greentg.it) è un interessante portale dedicato all'ambiente, ricco di informazioni multimediali. Il sito offre un web tg settimanale promosso da partner come Conai e Consorzio pannello ecologico, che hanno creduto, sostenendola, cinque anni fa alla scommessa di una giovane redazione multimediale che aveva scelto di puntare sull'ambiente.
Da settembre partirà una striscia informativa quotidiana verso il prossimo appuntamento del G8 sul clima a Copenaghen il prossimo dicembre 2009. Nella striscia ci saranno servizi, interviste, approfondimenti, tutto per raccontare, settimana dopo settimana, come ci si sta avvicinando a Copenaghen, quali scenari possono aprirsi non solo in virtù dei precedenti appuntamenti, ma anche con le novità che possono emergere nei mesi che ci separano da quella data. Molte sono le iniziative in previsione di Copenaghen, la più importante è lek lek Tck, sostenuta da Kofi Annan e Bob Geldof (www.tcktcktck.org), alla quale sono legati anche un disco e un video. La campagna, alla quale si può aderire sul web, è costruita sullo stile di quella di Obama ed è sostenuta dalle associazioni ambientaliste.
Da settembre partirà una striscia informativa quotidiana verso il prossimo appuntamento del G8 sul clima a Copenaghen il prossimo dicembre 2009. Nella striscia ci saranno servizi, interviste, approfondimenti, tutto per raccontare, settimana dopo settimana, come ci si sta avvicinando a Copenaghen, quali scenari possono aprirsi non solo in virtù dei precedenti appuntamenti, ma anche con le novità che possono emergere nei mesi che ci separano da quella data. Molte sono le iniziative in previsione di Copenaghen, la più importante è lek lek Tck, sostenuta da Kofi Annan e Bob Geldof (www.tcktcktck.org), alla quale sono legati anche un disco e un video. La campagna, alla quale si può aderire sul web, è costruita sullo stile di quella di Obama ed è sostenuta dalle associazioni ambientaliste.
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