lunedì 31 ottobre 2011

Ecco cosa resterà di Silvio Berlusconi


Bello e illuminante questo dizionario. il problema è che  Lui  non è ancora finito (del resto punta all'immortalità, ma se questo obiettivo fallisse ha già preparata la legge che cambia il diritto di famiglia sulle successioni, dopo avere fatto la legge che detassa le successioni stesse.....).
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Ecco cosa resterà di Silvio Berlusconi. Ecco come ha cambiato la lingua, la grammatica e la politica italiane, dalla a di Arcore alla u di utilizzatore finale, alla z delle zie suore.
ARCORE. Ci si andava per scalare le classi sociali e per risolvere i conflitti politici: «Venite con le signore». Addirittura Matteo Renzi ci andò per far carriera a sinistra. È anche il luogo della iniziale finta felicità familiare alla Mulino Bianco e delle tristi orge finali, il tempio del Berlusconi-Satyricon. Persino certe mamme e certi fratelli erano fieri del "mestieraccio", purché esercitato ad Arcore. È stata la capitale immorale dell´Italia e della prostituzione di Stato e non tornerà ad essere mai più soltanto un paesino della Brianza. Sicuramente sarà il posto dove più si accanirà la deberlusconizzazione: il sangue e la radici, come Predappio per Mussolini.
BANDANA. La vergogna di avere la pelata, la bandiera del giovanilismo senile.
BARBA. Odiata perché eversiva e spirituale. Ai suoi deputati passava la mano sul viso per controllare che si fossero sbarbati. La più disprezzata è stata quella di Cacciari: la barba della cultura, e per di più galeotta.
BARZELLETTA. Una volta la classe dirigente citava Tacito e Cicerone, le loro "barzellette", le trovate per sdrammatizzare erano gli aforismi acuti e le intelligenze geniali di Cesare, di Napoleone, di Bismarck... Non è vero che le barzellette di Berlusconi hanno reso disinvolte le istituzioni. La barzelletta infatti è il motto di spirito del poveraccio, è l´intrattenimento spirituale di chi non ha spirito, come la povera patata. D´ora in avanti la barzelletta in politica sarà ricordata come il salvagente del disadattato, l´estremo rifugio dell´inadeguato, proprio come le corna e il cucù, la politica estera apotropaica e tarantolata non di un allegro mattacchione ma di un provinciale primitivo.
BUNGA BUNGA. Indefinibile pratica orgiastica da impotente sostenuto da protesi.
CALZA. Una volta fasciava le gambe delle donne. Con lui è stata usata per velare gli obiettivi delle telecamere e spianargli le rughe del viso.
COMUNISTI. Sono stati i suoi mulini a vento. Quelli veri li ama moltissimo (Putin, Lukascenko, Ferrara).
CONFLITTO DI INTERESSI. Ha una radice nobile nella Ricchezza delle nazioni di Adam Smith e nel nostro Risorgimento quando Cavour lo usò per fare l´Italia. Berlusconi ne ha abusato per disfarla. E´ diventato il cancro della nostra democrazia. E il sospetto è che parte della sinistra lo abbia garantito per riservarsi di usarlo in futuro. In questo senso il nascente Terzo Polo è già berlusconiano.
CRIBBIO. Fu la prima esclamazione di disappunto, da vecchio salotto merletti e rosolio. Ora preferisce la bestemmia e «Paese di merda!».
DOTTORE. Cosi lo chiamano i privilegiati della prima cerchia. Ha mille nomi ,soprannomi e nomi d´arte : Berluskaz (Bossi), il Berlusca, il Silvio, il Cavaliere, l´Amor nostro e il Cav (gli arguti cantori del Foglio), Ciao Pres (le sue ministre) . E poi: Caimano, Cainano, Banano, Ottavo nano, Cavalier Pompetta, Cavalier Patonza, O Buscone, Culo Flaccido (la Minetti arrabbiata).
EDITTO DI SOFIA. Non gli sono riusciti il Ponte di Messina, la Tav, le autostrade del mare, la rivoluzione liberale... Sarà però ricordato per la cacciata di Santoro, Luttazzi e Biagi.
EGEMONIA CULTURALE. Nel 1994 i professori Colletti, Vertone, Melograni, Rebuffa e Pera furono la risposta all´egemonia della sinistra. Hanno ceduto il posto ai nuovi machiavelli patonzolari Lele Mora, Tarantini, Lavitola, Signorini , Santaché e Minzolini.
ESCORT (Vedi VELINE).
FEDE. È il paradosso del nome che si è mutato nel suo contrario. È il servitore che si è servito, l´asino fatto mulo che ha preso a calci il padrone.
FIORI. Le peonie furono la cornice della sua discesa in campo. Si vanta di conoscere i nomi delle piante in latino. E come Imelda Marcos collezionava scarpe lui colleziona cactus (ha la testa sempre là).
FOTO. Un volta si scattavano, adesso si sganciano. Sono stecche, mazzette, bottino.
GNOCCA. Con sarcasmo oltraggioso ha immaginato "Forza Gnocca" come nome della sua Repubblica Sociale, il partito dei duri e puri. Al di là della battuta, ha mestamente ragione: quelli erano i figli dell´aquila e questi i figli della gnocca. L´inno del terribile crepuscolo mussoliniano fu «le donne non ci vogliono più bene...» e l´inno del misero crepuscolo berlusconiano lo ha cantato la Mussolini in radio: «E forza gnocca / perché siamo tantissime». Berlusconi smentisce Marx: non è vero che «la prima volta è tragedia e la seconda è farsa». La seconda è bordello.
IGIENE. Ai suoi deputati ordinava di masticare mentine alla violetta e di pulire il bagno con i fazzoletti detergenti. Lui li aveva usati anche per pulire la tavola della tazza dopo il passaggio di Craxi ammalato alla prostata.
INGLESE. Delle tre I berlusconiane è la lingua maccheronica del cretino cognitivo di Mediaset, da brand a "non fare il randomico", a "sentirsi in charge" e "flagare", sino al "briffare" con il quale la Minetti istruiva e dominava le ragazze. La convention sostituì il congresso e il club la sezione, e agli attivisti non vennero più dati colla e manifesti ma il kit. Così il militante divenne employee, staff.
JOGGING. Polo, pantaloncini e scarpette bianche: fu il rito di iniziazione, il cerchio di fuoco staraciano vissuto come americanata alla Sordi. E´ davvero indimenticabile la corsetta degli attempati cummenda. C´erano Letta, Confalonieri, Dell´Utri con gli occhiali, il calvo Galliani e in testa Silvio in versione Attimo fuggente: "o capitano mio capitano".
LETTONE DI PUTIN. E´ l´inizio della sua seconda vecchiaia, lì sono cominciate le cose turche (saune e gasdotti).
LODO. Ciarrapico, Mondadori, Schifani, Alfano... La parola lodo è il suo abracadabra, la sublimazione del mito nazionalpopolare del condono che agli italiani serve ad aggiustare la cantinetta e la soffitta mentre a lui serve a rendere legittimo un impero illegittimo. Il lodo è la casamatta dell´illegalità.
MARINELLA. E´ l´unica ad avergli detto in faccia la verità su Tarantini. Nel bunker di fine epoca si fida solo di lei e del cuoco Michele che lo protegge dagli effetti nefasti dell´aglio. Hanno persino il diritto di criticarlo e gli mettono pure soggezione.
MI CONSENTA. Fu il suo biglietto da visita, la bandiera della discesa in campo. Fu la sua marcia su Roma.
MONDADORI. Da Thomas Mann a Sandro Bondi.
NAVE. L´ha usata per girare l´Italia in campagna elettorale ed è al piano bar delle navi che lavorava da ragazzo. E´ stata scuola quadri, officina di vita e di eccessi amatori, trincea di guerra. E infatti è il se stesso cantate da nave che ora rivede in Apicella, suo doppio e vero vicepremier. La nave sta al berlusconismo come l´Ecole nationale d´administration sta alla Francia. L´Ena è stata la fucina dei Servitori dello Stato, la nave è stata la fucina dei topi di Stato.
OBAMA ABBRONZATO. E´ la gaffe peggiore ma è anche la più sincera. Verrà ricordata e studiata nei manuali di politica internazionale. E´ la più stupida ma è forse la sola che gli sia scappata in buona fede. Certamente è quella che gli somiglia di più. L´abbronzatura infatti è il valore estetico del berlusconismo. Doppiopetto scuro su camicie scure aperte sul torace: il nero è il colore della casa perché sfila, nasconde le rotondità, attenua i rotoli di grasso. E´ l´estetica da cinema col pop corn. Berlusconi, che si veste come un buttafuori da discoteca, voleva davvero fargli un complimento. E non c´è riuscito.
OPERAIO. Con il casco divenne «il presidente operaio». Con il fazzoletto rosso fu «il presidente partigiano». Dopo Noemi «il presidente in mutande». Alle ragazze del bunga bunga ora dice di essere «presidente a tempo perso».
PAPI. E´ ormai per sempre la versione italiana di "sugar daddy", il vecchio ricco che allunga le mani sulle bambine.
PARI OPPORTUNITA´. «Come Mara». Farcela «come Mara» è stato il sogno, l´ossessione di tutte le lupe di Arcore.
PATONZA. E´ la buca keynesiana, il contante da far girare.
ROSA. La mamma vantava le spalle del proprio figliolo come se fossero le ali del più splendido aquilotto: «Tutte le donne in spiaggia non avevano occhi che per lui». Mamma Rosa era la destinataria della sua vanità, è la custode della sua virilità.
SANTITA´. L´uomo della Provvidenza dell´immaginario mussoliniano è diventato l´unto del Signore. E l´epifania venne celebrata quando Bruno Vespa si inginocchiò per baciargli la mano e inebriarsi di santità. Come esibizione di ruffianeria e di padrinato il baciamano fu poi perfezionato con lo storico omaggio a Gheddafi. E l´unto divenne l´untuoso.
STALLIERE. Una volta evocava lamante di Lady Chatterley, in Italia sarà per sempre "l´eroe" mafioso del "nenti vitti e nenti sacciu".
TOMBA. Nel Satyricon, quello di Petronio, il gran cafone cerca una guardia che si impegni a custodirgli il monumento funebre. Trimalcione, almeno, era consapevole che la tomba imperiale sarebbe un giorno diventata bersaglio dell´oltraggio popolare: "ne in monumentum meum populus cacatum currat (affinché il popolo non corra a cacare sul mio monumento funebre)".
TOPOLANEK. La parte per il tutto. Il nome esotico di un capo di stato designerà in eterno l´organo sessuale maschile.
UTILIZZATORE FINALE. L´apoteosi dell´eufemismo. Non potendo dire rattuso, ricottaro, maniaco, cliente, puttaniere... il genio assoldato dell´ufficio legale Ghedini inventò questo capolavoro di burocratese sessuale. L´immoralità e la malafede hanno prodotto un raffinatissimo, oscuro stilema che invece di nascondere svela la depravazione.
VELINE (Vedi ESCORT).
VESPA. Lo scriba con il quale firmò il contratto con gli italiani, capolavoro dell´imbonimento televisivo.
ZIE. Ne aveva quattro ed erano suore. Erano macchine da preghiera, la sua industria domestica di indulgenze. Gli assicurano la compiacenza dei cieli mentre consuma i suoi tristi peccati.
Fonte: la Repubblica, di Francesco Merlo domenica 9 ottobre 2011