mercoledì 14 maggio 2008

La distruzione delle mangrovie fra le cause del disastro birmano

Lo ha ammesso anche la giunta militare
"Il mare non ha trovato alcuna barriera naturale" "La distruzione delle mangrovie
fra le cause del disastro birmano"
di GIORGIO CAPPOZZO


Non solo gli ostacoli burocratici agli aiuti umanitari e la lentezza del regime militare birmano. Ad aggravare il drammatico bilancio del ciclone Nargis, ha contribuito il disboscamento delle foreste di mangrovia, barriera naturale contro la furia del mare.

Per stessa ammissione del governo, il maggior numero di vittime del ciclone va imputato, più che al forte vento (180 chilometri orari), alle gigantesche onde che si sono abbattute sul delta del fiume Irrawaddy, senza che vi fosse nulla a impedirlo.

A cominciare dalle mangrovie. La distruzione delle foreste costiere di questo albero robusto e sempreverde risale a 150 anni fa, in piena epoca coloniale, quando si decise di destinare l'intera area alla coltivazione del riso e all'allevamento di pesci e gamberi. Situazione aggravata, negli ultimi decenni, dal sorgere spregiudicato di villaggi e impianti di estrazione petrolifera.

Surin Pitsuwan, segretario generale dell'Asean (l'associazione delle nazioni del sud est asiatico), riunita a Singapore, ha indicato nell'intervento umano una delle principali cause del disastro birmano. "La presenza delle mangrovie nei delta dei fiumi è strategica - ha sottolineato Pitsuwan - oltre a proteggere dalle onde, evita che l'acqua salata inondi i terreni fertili dell'entroterra. Distruggendo le barriere naturali, abbiamo permesso alla natura di appropriarsi di tante vite umane". Dalle 62mila alle 100mila, stando agli ultimi dati delle Nazioni Unite.

A dimostrazione dell'utilità delle foreste di mangrovia sulle coste asiatiche, la testata inglese Indipendent ricorda il caso di un villaggio dello Sri Lanka colpito dallo tsunami del dicembre 2004; lì, grazie alle barriere naturali, morirono solo due persone, a fronte delle oltre 6mila di un villaggio vicino, non protetto.

Anche per questo, molti governi di paesi che affacciano sull'Oceano indiano sono corsi ai ripari, stanziando fondi per il reimpianto di foreste e di altre difese naturali. Delegando alla mangrovia, e alla sua solida radice, il naturale compito di scongiurare future ecatombe.

(la repubblica, 13 maggio 2008)

giovedì 8 maggio 2008

Osram crea la prima lampada Oled, Early Future

La lampada OLED

Nasce la prima lampada da tavolo basata su Led organici: bassissimo consumo e lunga durata sono le caratteristiche principali.

[ZEUS News - www.zeusnews.it - 01-05-2008]
Osram crea la prima lampada Oled, Early Future

Early Future Lamp (la Lampada del Prossimo Futuro) è il primo esemplare di lampada basata sulla tecnologia Oled, cioè diodi organici a emissione di luce. La particolarità degli Oled è la capacità di emettere luce propria: pertanto non necessitano di una fonte di luce esterna.

Sfruttando queste caratteristiche, Osram ha prodotto una lampada che sembra un alberello, ha una lunga durata ed è estremamente efficiente dal punto di vista energetico, consumando meno delle attuali lampadine a risparmio energetico.

"Hanno un aspetto completamente diverso dalla sorgenti luminose tradizionali. Non hanno bisogni di riflettori che rivolgano la luce nella direzione giusta né di ingombranti alloggiamenti ha detto Ingo Maurer, l'ideatore di Early Future.

Per la Osram, questa lampada è solo l'inizio: si prevede un'era in cui la tecnologia Oled diventerà la principale sorgente luminosa delle case. "In futuro sarà possibile usare gli Oled come sorgenti di luce trasparenti o flessibili. Oled trasparenti su una finestra in un tetto permetterebero alla luce naturale di entrare durante il giorno e fornirebbero un'incantevole illuminazione della stanza di notte".

Promo:

I dati sui redditi erano già accessibili, offline

Anche se fosse confermato il divieto di pubblicare i redditi on line, conoscere tali dati era e rimane semplice.

da: [ZEUS News - www.zeusnews.it - 30-04-2008]

Ipotizziamo che, per effetto di una decisione definitiva del Garante o di una modifica legislativa, sia proibita la pubblicazione, on line o offline, delle dichiarazioni dei redditi. Siamo certi che non sia possibile arrivare ugualmente, attraverso un'aggregazione di dati già pubblici, a ricostruire il reddito verosimile di moltissimi italiani?

Innanzitutto, già oggi, tutti quelli che chiedono un prestito a una banca o a una finanziaria, sanno già che verrà verificato - attraverso banche dati per l'accertamento dei rischi - quali conti correnti hanno e quanto vi hanno in deposito, eventuali prestiti già in corso e rate che si pagano, redditi di impresa e da lavoro dipendente, se ci sono, proprietà immobiliari.

C'è chi sostiene che la mafia potrebbe approfittare di questi dati. Ma se è vero che la mafia controlla imprese e perfino banche o finanziarie, allora avere questi dati su chiunque in modo anche che non risulti non è un problema. I dati del reddito di un'impresa, quelli del catasto delle case e del registro pubblico automobilistico come del registro navale e areonautico sono accessibili a tutti e per tutti, per legge, già oggi.

Chi poi non può sfuggire assolutamente sono i lavoratori dipendenti: nel caso lavorino per lo Stato o per aziende private, il loro reddito principale è determinato da contratti di lavoro nazionali e aziendali pubblici, depositati presso il Cnel e visibili on line.

Di ogni lavoratore, conoscendo più o meno l'anzianità di servizio aziendale, è possibile sapere quanto guadagna; anche dei premi individuali si può ricavare una media per settore, da cui il singolo lavoratore non si discosta molto, a cui si aggiungono o detraggono i carichi familiari, anch'essi determinati per legge.

Per i top manager è possibile ricavare i dati sul reddito da bilanci certificati delle stesse imprese. Per il lavoratore autonomo, professionista, artigiano, commerciante che sia è, invece, molto più complesso calcolare volume d'affari, tariffe praticate, numero di clienti: esistono gli studi di settore ma non è la stessa cosa di una busta paga.

Il problema non è quindi tanto di privacy e di tutela della stessa da malintenzionati ma politico. Si entra così nella dialettica politica tra chi ritiene che nel nostro Paese vi sia eccessiva evasione fiscale e che questa si annidi soprattutto nel lavoro autonomo e chi, invece, sostiene che la pressione fiscale sia eccessiva soprattutto per il lavoro autonomo e che l'amministrazione fiscale si serva di mezzi troppo invasivi e inquisitivi fino a prefiguare una sorta di Grande Fratello fiscale.

perchè il metro di Parma costa la metà di quello di Brescia?

Appaltato il metro di Parma per 306 milioni di euro

visto che è simile a quello di Brescia come lunghezza e quello di Brescia costa almeno 750 milioni....

per saperne di più:

http://www.stopmetro.org

mercoledì 7 maggio 2008

Verona: quale pena per chi aggredisce, uccide o rende invalido?

Uno stralcio dall'articolo di Enrico Benerandi, pubblicato da "La Repubblica" di lunedi 5 maggio:
"Un fascista, un nazista? Sicuramente un invasato e un prepotente. Ma al responsabile della Digos veronese, Luciano Iaccarino, Raffaele si è presentato sfatto e in lacrime, come se gli fosse cascato il mondo addosso. "Perché ha capito quello che rischia", commenta il magistrato. Se Nicola Tommasoli, la sua vittima, sopravviverà, gli anni di carcere potrebbero essere solo 3 o 4 (per il reato di lesioni gravissime). Ma se, come è purtroppo probabile, il disegnatore meccanico di Negrar dovesse morire, l´imputazione diventerebbe omicidio preterintenzionale, e la pena salirebbe anche a 14 anni. "Una sanzione rigorosa sarebbe auspicabile", commenta il procuratore aggiunto di Verona, Mario Giulio Schinaia."

In pratica, "se la vittima sopravviverà", non importa come, se rimane paralizzato o altro, il suo aggressore se la cava con tre o 4 anni? Magari con qualche sconto...? E' un po' lo stesso discorso delle vittime di guerra, di attentati o incidenti: si contano i morti, ma tutti si dimenticano dei feriti, dei sopravvissuti, come se fosse una fortuna, per loro e per i loro carnefici, che siano sopravvissuti...

lunedì 5 maggio 2008

Caccia agli evasori, la «via italiana» alla trasparenza

Oltre il «voyeurismo fiscale»
Caccia agli evasori, la «via italiana» alla trasparenza

Mai una volta che scegliamo la strada normale. La via italiana verso la convivenza civile è piena di buche, salti, scossoni, scontri, frenate e ripartenze. La nostra è una democrazia- rally, e la vicenda dei «redditi in Rete» ne è la prova. Non l'unica, né l'ultima. La più recente.

La retromarcia dell'Agenzia delle entrate, bacchettata dal Garante della privacy e indagata dalla procura di Roma, è tardiva: gli elenchi sono stati scaricati e adesso girano allegramente sulla Rete attraverso siti di condivisione, detti «p2p» («peer to peer», «da pari a pari»). È facile immaginare sviluppi della faccenda: aspettiamoci elenchi, per città o per professioni. Chi vorrà, saprà.

È solo «voyeurismo fiscale», o c'è dell'altro? La diffusione di quei dati è certamente irrituale, un altro modo per dire: discutibile. E, infatti, stiamo discutendo. Non perché «così si aiuta la criminalità organizzata », un argomento debole, che curiosamente accomuna Beppe Grillo, comico benestante, e Roberto Speciale, ex comandante della Guardia di finanza, ora parlamentare Pdl. I criminali, in certe parti d'Italia, guardano ai patrimoni reali, non ai redditi dichiarati.

Il motivo di perplessità è un altro. Molti cittadini considerano il reddito un «dato riservato», come un'informazione sanitaria o sessuale. Da anni i redditi vengono pubblicati dai giornali di provincia, nel silenzio del Garante e per la goduria dei provinciali. Ma questo non conta, apparentemente. Ora c'è Internet, che rende facile la consultazione. Quindi, stop! Fra trasparenza e riservatezza, tanti italiani scelgono la riservatezza. Molti di loro vanno capiti: perché un modesto 730 dev'essere di dominio pubblico? Anche gli uffici del personale sono irritati: il gioco del «divide et impera», basato sul segreto retributivo, diventa complicato. Ma più di tutti sono scocciati quelli che portano a casa 300 e dichiarano 40. Sono loro l'oggetto della curiosità e dell'indignazione: le migliaia di professionisti che dichiarano poco più della segretaria, non qualche dozzina di calciatori. È la stramba via italiana alla normalità, che passa attraverso le eccezioni. Per ripulire il calcio e la Banca d'Italia, s'è resa necessaria l'indiscutibile barbarie delle intercettazioni. Per arrivare alla decenza fiscale, dobbiamo passare attraverso l'indecenza dei dati in Rete?

Altra via non si vede. Non sono i controlli e le punizioni che spingono uno scandinavo, uno scozzese o un californiano a pagare le tasse. È la pressione sociale. La vergogna d'essere considerato — dai parenti, dai consoci al Lions Club, dagli amici del figlio — un evasore. Uno che costringe un altro a pagare di più. Uno che fornisce al fisco la giustificazione per alzare le aliquote, complicare le norme, aumentare i controlli. Uno che ti sorride, ma ti frega.

Chi s'arrabbia per la pubblicazione dei redditi va capito. Ma prima di regalargli la vostra solidarietà, chiedetegli — privatamente, s'intende — quanto dichiara, quante case ha in giro e che auto tiene in garage. La privacy è importante, ma è altrettanto importante rompere un'imbarazzante tradizione: l'Italia è l'unica, tra le grandi democrazie, dove l'evasione è epidemica. Forse per questo negli Usa e in Gran Bretagna nessuno s'è mai sognato di mettere i redditi in Rete. Forse per questo ogni sondaggio (compreso quello di Corriere.it) dice la stessa cosa: la maggioranza, probabilmente a malincuore, è a favore della pubblicazione dei redditi. Tutti guardoni? Non credo.

Beppe Severgnini
www.corriere.it/italians
04 maggio 2008

mercoledì 30 aprile 2008

Perché l’occidente non va a sinistra

Giorgio Ruffolo -
Perché l’occidente non va a sinistra
da "La Repubblica" del martedì 29 aprile 2008

Francesco Algarotti, umanista insigne, racconta, in una novella bizzarra di quel fischio che si congelò in inverno per rifischiare allegro in primavera. Più di venti anni fa, su Micromega, ripresi quello scherzo come metafora di una sinistra che mi sembrava congelata augurandomi, ma con qualche dubbio, che riprendesse a fischiare in una nuova primavera politica. Quel rifischio non l´abbiamo mai sentito. Anzi, in un libro intitolato Il mostro mite Raffaele Simone, riferendosi proprio a quel mio articolo, ne riprende il tema, sviluppandolo in una analisi rigorosa e impietosa, nella quale si domanda «perché l´Occidente non va a sinistra».
Per rispondere alla domanda è impossibile evitare quella che viene prima, ovvia e abusata. Ha ancora significato quella distinzione tra destra e sinistra? Io credo di sì (e il miglior modo di rivelarla è proprio quello di porre questa domanda. Si può stare sicuri che chi risponde che quella distinzione non ha significato è di destra). Ma credo anche che abbia mutato significato. Per circa due secoli, dalla rivoluzione francese in poi, la destra è stata identificata con la conservazione, la sinistra con l´innovazione.

Da tempo non è più così
. Si sarebbe tentati dal pensare che le parti si siano invertite. La destra è carica di spiriti irruenti, sedotta dall´innovazione, votata alla crescita, incline alla competizione, anelante al successo. La sinistra richiama l´osservanza delle regole, la fedeltà alle istituzioni, l´ordine della convivenza, la moderazione degli "animal spirits" in nome dell´eguaglianza. Insomma, la destra è all´attacco, la sinistra è sulla difensiva.
Di solito l´indebolimento politico della sinistra – poiché di questo si tratta – è attribuito ai suoi errori e ai suoi orrori.

Agli orrori del comunismo, certo: mai una rivoluzione emersa come potenza liberatrice si è rovesciata e corrotta nella più tetra e lugubre delle oppressioni. Che qualcuno ne nutra nostalgia è materia non di politica ma di psichiatria. Anche agli errori e agli eccessi di un´invadenza statalistica e sindacale che hanno guastato in parte il successo peraltro grandioso del solo socialismo realizzato: quello delle socialdemocrazie e del welfare state.
Ma né gli orrori né gli errori della sinistra spiegano il vero e proprio "rovesciamento della prassi" politica intervenuto nel recente mezzo secolo. La causa principale del quale sta nella scomparsa della "questione sociale" dal centro della scena politica: del conflitto storico tra capitalisti e operai, dovuta a una rivoluzione del modo di produrre e del modo di pensare.
Il formidabile aumento della produttività ha consentito di ridurre la pressione capitalistica sul lavoro spostandola sulle risorse naturali attraverso un gigantesco aumento dei consumi (Reichlin lo ha ben spiegato in un suo recente articolo). La massa omogenea del proletariato industriale si è articolata in un mondo del lavoro dotato di miriadi di competenze specifiche. L´effetto combinato di queste due correnti pesanti ha causato uno spostamento del fulcro dell´economia dal lavoro al consumo e dal lavoro collettivo al lavoro individuale.
Questa torsione del modo di produrre ha generato nelle grandi masse un nuovo modo di pensare. Mentre l´antagonismo dei rapporti di lavoro si riduceva, aumentava l´interesse comune al consumismo. Mentre nel nuovo mondo di un lavoro eterogeneo si attenuava la spinta alla solidarietà, si accentuava l´attrazione verso la cornucopia permissiva traboccante dai mille specchi della pubblicità. Ciò che la neodestra propone – dice in sostanza Simone – è un patto con un diavolo sorridente, con un "mostro mite", che promette di tutto e di più mentre offre un lavoro che può spingersi fino ai limiti del trastullo; come fa Google quando raccomanda ai suoi "ospiti" (come chiamarli altrimenti? lavoratori?) di dedicare almeno un quinto del tempo di lavoro a sane distrazioni. Tocqueville, che aveva previsto proprio tutto, pronosticò l´avvento di un governo «che vuole che i cittadini se la godano, purché non pensino ad altro che a godersela» un governo; che – aggiunge Simone – «assicuri al maggior numero di persone un fascio di esperienze gradevoli e vitalizzanti, che accrescano il loro benessere fisico e psicologico, ma soprattutto le inducano a consumare». Nel suo immaginario non c´è posto né per il padrone delle ferriere né per l´ingegner Taylor col suo cronometro che scandiva le ore piene e i minuti vuoti, ma per quel tempo preso dal divertimento che è diventato l´essenza del lavoro, un sempre più prolungato e affollato weekend.

In questa economia del consumo, si forma sì, un (sotto) proletariato, ma ai margini della società, come "rifiuto", «non certo come scuola di solidarietà e di fratellanza, ma come fonte di inquinante turbolenza in quelle discariche che sono diventate le periferie metropolitane. La massa del ceto medio, quello che meglio si definirebbe il ceto di massa, condivide con l´élite plutocratica valori privati: il postulato di superiorità (io sono il primo tu non sei nessuno); il postulato di proprietà (questo è mio e nessuno me lo tocca); il postulato di licenza (io faccio quello che voglio e come voglio); il postulato di non intrusione dell´altro (non ti immischiare negli affari miei); il postulato che tutti li riassume, di superiorità del privato sul pubblico (fino all´abuso del pubblico come cosa privata). Non può stupire allora che al centro della scena politica sia subentrata alla questione sociale la questione fiscale: il conflitto tra Stato e contribuenti che pretendono servizi pubblici sempre più costosi (perché a differenza di quelli privati non possono essere fronteggiati con aumenti significativi della produttività) ma non tollerano che siano finanziati "mettendo le mani nelle loro tasche".

Questo privatismo è l´opposto dell´individualismo. Mentre quello è espressione di personalità forti, caratterizzate, aperte alle relazioni con gli altri; questo, incerto e timoroso di contatti interpersonali (come chi evita persino le strette di mano) si esprime politicamente non attraverso la discussione, che aborre, ma in quell´attruppamento infatuato attorno a capi carismatici in cui si riconosce la forma moderna del populismo.

Populismo e privatismo si fondono perfettamente nell´ideologia apolitica della neodestra. Sono l´espressione di una formidabile tendenza alla disgregazione sociale che qualcuno (Bauman) traduce nella metafora della "liquefazione". Marx denunciò per primo la tendenza dissolvente insita nel capitalismo: «Tutto ciò che è solido si disperde nell´aria». Questo è appunto uno dei rischi supremi del nostro tempo: quello di una società polverizzata esposta ai venti delle mobilitazioni irrazionali. L´altro, all´altra estremità di una società privatistica e consumistica, è la distruzione del capitale naturale provocata da una crescita economica illimitata e dissennata.

A questi due supremi rischi cui il mite mostro della nuova destra espone l´umanità del nostro tempo, la sinistra non sa opporre che una sterile contestazione o una mimesi compiacente: un pensiero debole. Fino a quando non saprà costruire in un pensiero forte le fondamenta istituzionali di un nuovo ordine mondiale che sia in grado di reggere e regolare la poderosa complessità della globalizzazione, il campo sarà pericolosamente aperto ai demagoghi del mite inganno.


di Giorgio Ruffolo da la Repubblica del 29 aprile 2008

giovedì 10 aprile 2008

viabilità a Brescia

(lettera inviata al Direttore del Giornale di Brescia ma MAI PUBBLICATA))
Tra i temi della campagna elettorale, emerge quello della viabilità. Ritengo che forse il principale problema della giunta uscente sia stato il trovarsi a voler realizzare contemporaneamente un po’ troppe cose: Lam, metropolitana, messa in sicurezza degli incroci sostituiti dalle rotonde, piste ciclabili, la viabilità della “Freccia Rossa” e del comparto Milano, alle quali si sono sommati e ancora si sommano i lavori programmati dalla Provincia in territorio comunale di ampliamento della tangenziale. Sono imprese che avrebbero messo in crisi qualsiasi città anche se affrontati uno per volta, figuriamoci tutti insieme.
La stretta interdipendenza di questi fattori è dimostrata dal fatto che gli ingorghi non sono costanti: dipendono dall’evoluzione dei cantieri (vedi ad esempio al mattino ore 8.00, tratto via Maggia /incrocio della Volta: talvolta file interminabili, altre tutto va via liscio).
E ovviamente c’è chi, in questa campagna elettorale, se eletto vorrebbe ribaltare tutto: riaprire il centro cittadino al traffico, in nome della presunta italica libertà di fare ognuno quello che gli pare, rimuovere piste ciclabili e le corsie LAM per gli autobus. Come si dice a Brescia, fare e disfare è tutto lavorare….Ho più di cinquant’anni e ben mi ricordo il traffico allucinante che c’era in Corso Martiri e in Via Pace, il parcheggio in Piazza Loggia, l’orribile situazione in Corso Garibaldi intasata dalle auto. E il favoleggiato traffico ad “onda verde” di Via XX Settembre andava a chiudersi ad imbuto, ieri come oggi, quando si trattava di congiungersi con Via Diaz.
Per quanto riguarda le ZTL, forse sarebbe opportuno ricordare che esistono da tempo, solo che…era difficile farle rispettare: il polverone è nato quando è stato introdotto un metodo (un po’ complicato, per la verità) di controllo degli accessi automatizzato e sono cominciate le multe senza guardare in faccia nessuno.
E’ curioso inoltre notare che proprio sul sito web del candidato sindaco più avverso alla loro esistenza compare un sondaggio nel quale su 289 votanti è in testa con il 29,8% chi le ritiene “importanti per la tutela del nostro centro”, seguito dal 19% che pensa siano “una giusta scelta ambientale”, e solo il 14,5% le ritiene “una penalizzazione per i commercianti “ (dati alle 21.23 del 9 aprile 2008).
Forse, più che seguire slogan dallo scarso respiro e la cui realizzazione costerebbe ancora soldi ai cittadini sarebbe opportuno che il nuovo Consiglio Comunale prevedesse, terminati tutti i lavori, di potenziare veramente la rete dei trasporti pubblici (la metropolitana coprirà solo una piccola parte della città) in modo che i bresciani siano veramente invogliati a lasciare a casa l’auto. Progetti realizzati ci sono , in tutta Europa: basta cercare in internet “mobilità sostenibile”, e non c’è neppure bisogno di scomodare costosi consulenti….
Giorgio Gregori - Brescia

Il grano è impazzito e il mondo ha fame

9 aprile 2008
Il grano è impazzito e il mondo ha fame
Paul Krugman - La Repubblica

Ma sono a dir poco devastanti nei Paesi poveri, dove il cibo costituisce molto spesso oltre la metà della spesa di un nucleo famigliare.

Nel mondo sono già scoppiati disordini per la crisi alimentare. I Paesi che esportano cereali – dall´Ucraina all´Argentina – stanno ponendo un limite alle esportazioni nel tentativo di tutelare i loro consumatori, suscitando così le forti e irate proteste dei coltivatori e peggiorando la situazione nei Paesi costretti necessariamente a importare i generi alimentari di cui hanno bisogno.

Come si è arrivati a tanto? Troviamo risposta a questo interrogativo nel convergere di trend a lungo termine, calamità naturali e pessime politiche.

Iniziando a esaminare i fattori non imputabili a nessuno, dobbiamo prima di ogni altra cosa tener conto dell´"avanzare" della massa di cinesi che consumano carne, ovvero del crescente numero di individui delle economie emergenti che per la prima volta sono abbastanza ricchi da potersi nutrire come gli occidentali. Poiché per produrre una bistecca che fornisce 100 calorie occorre una quantità di mangimi animali pari a 700 calorie, questo semplice cambiamento nel regime alimentare umano comporta un aumento della domanda complessiva di cereali.

Secondo: il prezzo del petrolio. Le moderne tecniche agricole richiedono un notevole dispendio energetico: si utilizzano molte Btu (British Termal Unit, unità di misura dell´energia usata nei Paesi anglosassoni che non adottano il nostro Joule; una Btu è la quantità di calore necessaria ad alzare la temperatura di 454 grammi di acqua da 60 a 61 gradi Fahrenheit, NdT) per produrre i fertilizzanti, far funzionare i trattori e, non ultimo, trasportare ai consumatori i prodotti agricoli. Con il petrolio che rimane costantemente sopra ai 100 dollari al barile, i costi energetici sono diventati una delle cause principali dell´aumento delle spese agricole. L´alto costo del petrolio – a proposito – ha molto a che vedere con la crescita della Cina e di altre economie emergenti: direttamente e indirettamente queste potenze economiche in ascesa si stanno mettendo in concorrenza con noi per accaparrarsi risorse ormai scarse, compresi il petrolio e la terra coltivabile, e ciò incide sui prezzi delle materie prime di ogni tipo che naturalmente aumentano.

Terzo, nelle principali aree di produzione dei cereali si è registrato un susseguirsi di calamità naturali. In particolare l´Australia, di norma il secondo Paese al mondo per le esportazioni di grano, sta vivendo una siccità spaventosa.

Pur avendo premesso che questi fattori alle radici della crisi alimentare non sono imputabili a nessuno, non è proprio così: l´ascesa della Cina e di altre economie emergenti è sì la causa primaria dell´aumento del prezzo del petrolio, ma l´invasione dell´Iraq – che secondo chi la volle avrebbe dovuto al contrario portare a un abbassamento notevole del costo del petrolio – ha oltretutto ridotto significativamente le scorte di greggio, molto più di quanto non sarebbe avvenuto altrimenti.

Le avverse condizioni climatiche, specialmente la siccità in Australia, probabilmente sono in relazione al cambiamento del clima, pertanto le leadership politiche e i governi che hanno intralciato le iniziative miranti a ridurre le emissioni di gas serra sono in effetti responsabili quanto meno in parte delle penurie alimentari.

Dove sono quanto mai evidenti le pessime politiche, tuttavia, è nella crescita del "demone" etanolo e di altri biocarburanti. Si presumeva che la conversione delle colture in combustibile, promossa tramite i sussidi, dovesse favorire l´indipendenza energetica e contribuire a ridurre il riscaldamento globale. Invece questa promessa – per dirla con le parole categoriche di Time Magazine – era "una truffa".

Ciò è quanto mai vero per l´etanolo ottenuto dal mais: perfino dalle stime più ottimistiche risulta che per produrre dal mais un gallone di etanolo è necessaria una quantità di energia pari alla maggior parte di quella che il gallone stesso assicura. Si è anche scoperto che le politiche apparentemente "buone" di sussidi ai biocarburanti – quali l´uso da parte del Brasile di etanolo ottenuto dalla canna da zucchero, per esempio – accelera il ritmo col quale si determina il cambiamento climatico perché incentiva la deforestazione.

Nel frattempo, la terra utilizzata per coltivare la materia prima dei biocarburanti non è ovviamente utilizzabile per coltivare prodotti destinati all´alimentazione umana e di conseguenza i sussidi ai carburanti sono un fattore determinante nella crisi alimentare. Possiamo anche metterla in questi termini: in Africa la gente muore di fame affinché i politici americani possano andare in cerca di voti negli Stati agricoli americani.

Nel caso ve lo stiate domandando: tutti i candidati rimasti che aspirano alla presidenza degli Stati Uniti sono tremendi, da questo punto di vista. Un´altra cosa ancora: una delle ragioni per le quali la crisi alimentare è diventata così grave, in così poco tempo e con tale rapidità, è che i principali attori del mercato dei cereali sono diventati compiacenti.

I governi e i rivenditori indipendenti di cereali erano soliti in tempi normali tenere da parte ingenti scorte, nel caso in cui un cattivo raccolto avesse provocato una penuria improvvisa. Nel corso degli anni, però, tali scorte precauzionali poco alla volta si sono rimpicciolite, soprattutto perché tutti erano ormai pervenuti a ritenere che i Paesi colpiti da un´insufficienza di raccolti potessero in ogni caso importare gli alimenti di cui avevano bisogno.

Ciò ha reso l´equilibrio alimentare mondiale quanto mai vulnerabile nei confronti di una crisi che colpisce molti Paesi a uno stesso tempo – nell´identico modo in cui la vendita di complessi titoli finanziari che si presumeva dovessero allontanare i rischi diversificandoli, ha conciato male i mercati finanziari globali, rendendoli fortemente vulnerabili a un grande shock di sistema.

Che fare, adesso? La necessità più impellente è aiutare le popolazioni colpite dalla crisi alimentare: il Programma Alimentare mondiale delle Nazioni Unite ha lanciato un disperato appello per reperire maggiori finanziamenti. Dobbiamo altresì ripudiare i biocarburanti che si sono rivelati un errore madornale. Non è chiaro, nondimeno, quanto si possa concretamente fare in merito. Forse gli alimenti a buon mercato sono una cosa del passato, ormai, proprio come il petrolio a buon mercato.


© 2008 The New York Times
Traduzione di Anna Bissanti

giovedì 27 marzo 2008

robert kennedy e il pil

Quarant’anni fa, Robert Kennedy tenne un discorso sulla reale ricchezza delle Nazioni e sul PIL. Tre mesi dopo fu assassinato.
Cos’è il PIL, il Prodotto Interno Lordo? Il misuratore della crescita della società? La trasformazione in denaro, un concetto astratto, della nostra salute, del nostro tempo, dell’ambiente? Nessuno ha mai calcolato il COSTO del PIL. I danni dei capannoni vuoti, delle merci inutili, dei camion che girano vuoti come insetti impazziti, della distruzione del pianeta. Nessuno ha mai stimato il valore del tempo perduto per le code, per gli anni sprecati a lavorare per produrre oggetti inutili. Per gli anni buttati per comprare oggetti inutili creati dalla pubblicità. Il tempo, la Terra, la vita, la famiglia (gli unici importanti) sono concetti troppo semplici per il PIL. Un mostro che divora il mondo. Lo mangia e lo accumula. Lo digerisce e lo trasforma in nulla. L’equazione PIL = ricchezza è un incantesimo. I prodotti inutili non diventano utili perché qualcuno li compra.

“Solo quando l'ultimo fiume sarà prosciugato
quando l'ultimo albero sarà abbattuto
quando l'ultimo animale sarà ucciso
solo allora capirete che il denaro non si mangia."
Profezia Creek.

Discorso di Robert Kennedy, 18 marzo 1968, Università del Kansas:
"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani."
Tratto dal blog di Beppe Grillo www.beppegrillo.it

lunedì 24 marzo 2008

Riuscirebbe al Cina a vietare il colore arancione?

Unisciti in difesa dei diritti umani in Cina

Invitiamo a sostenere il progetto «Colore Arancione» con cui mostrare al regime tota­li­tario cinese, durante i Giochi Olimpici nell’agosto 2008, che siamo in molti a rilevare la vio­­lazione dei diritti umani in quel paese.

L’idea del progetto è semplice e sottile. Attraverso l’uso del colore arancione, durante i Giochi Olimpici, in Cina e fuori dei suoi confini, richiamiamo l’attenzione che qualcosa di veramente criticabile avviene in Cina. Le occasioni sono innumerevoli: cappello aran­cione, contenitore della macchina fotografica, cravatta, carta, vestiario, borsa ecc. in arancione. Infatti, in particolari occasioni il semplice sbucciare un’arancia può farsi rimar­chevole allusione.

se ti va di diffondere l'iniziativa vai a:

http://www.thecolororange.net/uk/page63_it

domenica 9 marzo 2008

acqua gratis al ristorante?

In Francia, quando si entra al ristorante, ti mettono sul tavolo una brocca (la “carafe”) di acqua del rubinetto.
Sarebbe bello se anche in Italia le associazioni ambientaliste e i ristoratori si mettessero insieme per promuovere un bollino degli esercizi amici dell’acqua del rubinetto da apporre sulle porte dei ristoranti, sui menù, sul web e nelle guide. Una specie di marchio “slow food” dell’acqua con due obiettivi: riduzione dell’inquinamento e riduzione dei rifiuti.
Attenzione anche alle brocche di acqua filtrata che ti fanno pagare come se fosse minerale: no grazie, l’accettiamo (forese) solo se gratis, anche perchè potrebbe essere peggiore di quella del rubinetto: vai all'inchiesta di altroconsumo del 2004....

http://www.verdementa.org/archivio/2004_08_acqua_microfiltrata_ristoranti.pdf
Per maggiori informazioni sulla campagna:

http://www.imbrocchiamola.org/

domenica 17 febbraio 2008

Quanto ci costerebbe (in lire) il ritorno del Cavaliere

AIla vigilia del possibile, probabile, quasi certo ritorno di Silvio Berlusconi al potere, s'avanza nelle file del popolo di sinistra uno strano sentimento, racchiuso in una domanda: che cosa il Cavaliere può combinare di peggio rispetto all'ultima volta? Prima della breve interruzione del governo Prodi, aveva governato per cinque anni. Un periodo nefasto per l'economia, dannoso per i conti pubblici, disastroso per la cultura. Pericoloso in politica estera, con il progressivo allontanamento dall'Europa e il ritorno del Paese al ruolo di colonia degli Usa, testimoniato dall'adesione da sudditi alla sciagurata avventura in Iraq.
In compenso, Berlusconi aveva sistemato quasi tutti i suoi affari, messo sotto schiaffo la giustizia, cancellato i reati per cui era processato, consolidato il potere del gruppo e reso «naturale» il dominio assoluto sui media. Nonostante l'evidente illegalità del sistema, confermato dall'ultima sentenza europea sul monopolio delle frequenze.
Quali altri danni può fare, allora, nei prossimi cinque anni? La risposta purtroppo è: molti, e molto più gravi. Questa è almeno l'opinione diffusa nei circoli economici europei. A partire da grandi organi d'informazione conservatori, come l'Eco-nomìst e il Financial Times. Secondo i quali, il prossimo governo Berlusconi completerà l'opera d'isolamento dell'Italia rispetto all'Europa, fino alle estreme conseguenze. Compresa una, che sembra oggi fantascienza: l'uscita dall'area dell'euro.
La polemica contro la moneta unica, causa di tutti i mali, dall'aumento dei prezzi fino al carico fiscale, è stato il principale argomento degli ultimi due anni di Berlusconi al governo. Liberarsi dal vincolo esterno della Ue per il populismo della destra significherebbe mano libera nelle politiche fiscali, una bella pioggia assistenzialista da Prima Repubblica Con il risultato a medio termine di uno tsunami economico, ma, in tempi brevi, gli unici che interessano ormai, di un forte recupero di consensi.
L'ideale per il populismo di Berlusconi sarebbe l'uscita dall'euro e la possibilità di tornare all'allegro indebitamento e alle svalutazioni selvagge. In teoria, l'accordo dell'euro non prevede vie d'uscita e ritorni alla moneta nazionale. Ma in pratica, osservano i commentatori stranieri, l'Italia di Berlusconi potrebbe fare di tutto per farsi «buttare fuori» e poi imputare le colpe alla rigidità della Ue.
Alla fine di questa strada, per l'Italia ci sarebbe un poster dell'Argentina con Juan Perón che allarga le braccia, per darci il benvenuto in Sudamerica. Fantasie? Ossessioni antiberlusconiane della perfida Albione? Chi vivrà vedrà.

Curzio Maltese, il venerdi di repubblica, 8 febbraio 2008

sabato 16 febbraio 2008

IL programma di Veltroni

Un mix tra economia e ambiente, distribuzione di risorse e più ricchezza. "L'Italia deve lasciarsi alle spalle il passato e scegliere il nuovo, smettere di accontentarsi e volere di più, ricercare la felicità" dice Veltroni.

"Modernizzare l'Italia". E' la prima parola d'ordine. Per realizzarla le priorità sono almeno tre: le infrastrutture, valorizzare il trasporto ferroviario che non è solo alta velocità ma "aumento del 50 per cento delle tratte ferroviarie nel trasporto regionale"; e la qualità ambientale. "Produrre il 20 per cento di energia con il sole e con il vento - spiega Veltroni - significa risparmiare miliardi di euro sulle importazioni di petrolio; migliorare l'efficienza energetica significa più competitività per le imprese e risparmio per le famiglie". Infine la terza priorità: via libera a impianti per produrre energia pulita, rigassificatori, termovalorizzatori e altri impianti per il trattamento dei rifiuti.

Far crescere il Mezzogiorno. Basta con la dispersione di risorse e di fondi in decine e decine di programmi che poi non si sa più che fine fanno. "Occorre procedere a una loro drastica revisione e all'accentramento delle risorse su pochi, quantificabili e qualificabili obiettivi" dice Veltroni. La priorità, ancora una volta, sono le infrastrutture: "Entro il 2013 occorre portare il sistema dei trasporti a livello europeo".

Stop alla spesa pubblica. E' il terzo grande obiettivo di innovazione. Il governo Prodi, che pure si era trovato tra minori entrate e maggiori uscite 3 punti e mezzo di pil da finanziare, "per la prima volta in dieci anni era riuscito a mettere sotto controllo la spesa corrente primaria passata dal 39,9 del 2005 al 39,3 del 2007". Si può fare, dunque, si può "spendere meno e spendere meglio". Veltroni promette "risparmi sugli acquisti di beni e servizi ricorrendo a grandi piattaforme di acquisto". Sarà aumentata l'efficienza del lavoro pubblico "collegando l'effettiva produttività alla dinamica delle retribuzioni" e "valutando il raggiungimento degli obiettivi". I cittadini dovranno avere la possibilità di "giudicare i servizi ricevuti". E basta con le sovrapposizioni di uffici, si invece "all'accorpamento in un'unica sede provinciale di tutti gli uffici periferici dello Stato".

Ridurre le tasse. Veltroni strappa applausi quando illustra la ricetta per fermare la spesa pubblica. Ma soprattutto la platea si spella le mani quando indica il quarto obiettivo: "Ridurre davvero le tasse ai contribuenti leali, indipendenti e autonomi, e che pagano davvero troppo". Parole magiche: "Quello che non è mai stato fatto e che oggi è possibile fare". Il piano ruota intorno a un principio cardine: incremento della detrazione Irpef a favore dei lavoratori dipendenti. Da qui passa l'aumento di salari e stipendi. E' una manovra "in più fasi che parte dai redditi medio-bassi".

Il lavoro delle donne.
Bassi tassi di occupazione femminile, bassa natalità e alti tassi di povertà minorile sono "le tre grandi patologie che affliggono il modello sociale italiano". E', dice Veltroni, "un circolo vizioso che blocca la crescita economica, demografica e civile dell'Italia". La ricetta per rovesciare questo circolo vizioso passa da incentivi fiscali per il lavoro delle donne a quelli per promuovere i servizi sociali utili a "conciliare lavoro e maternità". E poi orari flessibili e lunghi negli asili, nelle scuole materne e negli uffici pubblici. Il segretario fa un esempio: "Gli asili dovranno chiudere una sola settimana a Ferragosto". E sia chiaro, aggiunge Veltroni, "la 194 è una buona legge" ma è una legge che "va difesa ed è un tema che va tenuto fuori dalla campagna elettorale". Il partito Democratico si "riprende" così, con chiarezza e lealtà, senza speculazioni, un tema che in queste ore e in questi giorni ha rischiato di perdere.

Più case in affitto. E' il sesto obiettivo del piano di innovazione ed è definito da numeri precisi: 700 mila unità abitative da mettere sul mercato a canoni compresi tra i 300 e i 500 euro grazie a un progetto di social housing realizzato da fondi immobiliari di tipo etico a controllo pubblico. E poi poter detrarre fino a 250 euro di affitto ogni mese.

Più bambini e più nascite.
Invertire il trend demografico è il settimo grande obiettivo del programma. Con alcuni punti cardine: la dote di 2.500 euro ogni anno sul primo figlio, dote che aumenta col numero dei figli ; l'asilo nido deve diventare un servizio universale "disponibile per chiunque ne abbia bisogno". Il piano prevede il raddoppio dei posti in cinque anni in modo da assicurare il servizio ad almeno il 20 per cento dei bambini. E quando si parla di bambini Veltroni impegna il programma del suo governo contro la pedofilia, "il più orrendo dei crimini, equiparabile ad un delitto perché è la vita di un piccolo innocente che si spezza".

Cento campus. Scuola, università e ricerca sono i destinatari dell'ottavo obiettivo. Si parla di scuole aperte nel pomeriggio, di attrezzature didattiche di qualità, di strumenti tecnologici e di impianti sportivi. Cento campus, scolastici e universitari, pronti entro il 2010.

Morti bianche.
Sicurezza sul lavoro e lotta alla precarietà sono il nono "grande obiettivo". Incidenti sul lavoro e precari: Veltroni li mette insieme, quasi a volerli mettere anche in relazione. Propone di creare un'Agenzia nazionale per la sicurezza sul lavoro "il luogo di indirizzo e coordinamento per l'attività ispettiva, preventiva e repressiva". E il compenso minimo legale, mille euro al mese. La logica è quella di "far costare di più i lavori atipici e favorire un percorso graduale verso il lavoro stabile e garantito".
Sicurezza dei cittadini (utilizzando anche le grandi tecnologie per un maggiore e più capillare controllo del territorio), giustizia più veloce e processo, sia civile che penale, in tempi certi ( intercettazioni sì ma divieto assoluto di pubblicazione fino al termine dell'udienza preliminare) sono il decimo e l'undicesimo obiettivo.
All'ultimo posto, Veltroni ci mette "una tivù di qualità" e "più libera". "Più libertà - spiega - significa superamento del duopolio grazie anche al digitale e correzione degli eccessi di concentrazione delle risorse economiche accrescendo così pluralismo e libertà di sistema".

34 applausi, mai il nome di "Berlusconi". Questo lo scheletro del programma. Seguirà una versione più organica e progettuale. "Sarà un testo più analitico - spiega Goffredo Bettini - e avrà uno schema del tipo punto di indirizzo ed esempio pratico". C'è anche tutta la parte delle riforme istituzionali, una sola camera, più poteri al premier, meno parlamentari, cambiare i regolamenti del parlamento. Sarà, questa, eventualmente, la parte da fare insieme, con le larghe intese. Un'ora e mezzo di discorso, trentaquattro interruzioni per altrettanti applausi, almeno venti volte la parola "nuovo". Ma mai Berlusconi.

All'avversario è concesso solo un riferimento, a pagina 39, con velenoso fair play: "Precipitati verso le elezioni con la bottiglie di champagne in mano, ora per effetto della nostra iniziativa vedono squadernare le loro divisioni e le loro lacerazioni". E il Pdl è "un partito o una lista elettorale, non si capisce", spostato a destra, "tra An e la signora Mussolini".

da La repubblica (16 febbraio 2008)

giovedì 14 febbraio 2008

affissioni abusive in campagna elettorale

La Lega Nord tappezza muri, centraline Asm e cabine telefoniche di manifesti abusivi con la scritta "Sicurezza e Legalità". Vorrei che mi spiegasse il suo senso della legalità dal momento che tali affissioni sono abusive.
E vorrei che il Comune di Brescia pubblicase un resoconto sulle affissioni abusive nella scorsa campagna elettorale, chi sono stati i colpevoli e SE le multe sono state pagate....

martedì 12 febbraio 2008

Londra riparte la guerra ai SUV

Tassate anche tutte le supercar e qualsiasi auto emetta più di 225 grammi di C02 per Km. Il sindaco ormai chiama i fuoristrada: "trattori" o "bombe ecologiche 4x4"
Londra, riparte la guerra ai Suv 33 euro per entrare al centro
di VINCENZO BORGOMEO

Nuova puntata della guerra ai Suv. Una guerra che sembrava ormai finita e che invece è riesplosa in tutta la sua violenza in Inghilterra: Ken Livingstone, il sindaco di Londra noto per le sue posizioni estremistiche (e per questo cacciato dal partito dei Labour nel 2000 salvo poi essere riammesso nel 2004, dopo che Blair lodò pubblicamente il suo operato), l'uomo della tassa contro il traffico, la congestion charge, ora lancia ufficialmente la crociata contro i Suv, che ormai lui chiama i "trattori di Chelsea".

"Ken il rosso", si sa, è a caccia di consensi perché deve essere rieletto sindaco e assume sempre posizioni forti (non dimentichiamo che lo scorso anno in un'intervista a 'The Independent' disse che nessuno della sua famiglia tirava lo sciacquone dopo aver fatto pipì per risparmiare acqua...), ma stavolta va giù davvero pesante: dal prossimo mese i proprietari "delle bombe ecologiche a quattro ruote motrici" come le chiama lui, o anche di Ferrari e Aston Martin dovranno sborsare 25 sterline al giorno (33,5 euro) per entrare nel centro della capitale, anche se residenti.

Un salasso che in un anno significa pagare 6.500 sterline (8.725 euro) per tornare a casa con la propria auto e che inciderà sul 17% del parco automobilistico londinese, i cui proprietari difficilmente avrebbero votato per Livingstone... E' solo l'ultimo atto della guerra ai Suv e alle auto supersportive, che però non trascura neanche i vecchi furgoni inquinanti che ora se vogliono entrare nel centro devono pagare multe salatissime.

Il punto è che molte delle idee di Ken Livingstone sono state poi applicate in molti altri Paesi europei, e la Congestion Charge di Milano ne è solo l'ultimo esempio. Ora Londra viene vista dal mondo intero come un laboratorio a cielo aperto dove sperimentare nuove idee per la mobilità. E se nel 2003 aveva suscitato scalpore il fatto di imporre il pagamento di 8 sterline a tutti i non residenti che volevano entrare nel cuore della capitale.

Ora la cosa non fa più nessun effetto. Anzi, si guarda con interesse alle nuove idee del sindaco londinese che punta a tagliare del 60% le emissioni di Co2 a Londra entro il 2025 imponendo il plutocratico balzello a tutte le auto che generano 225 grammi di anidride carbonica per chilometri: una categoria in cui rientrano maxi Suv come Bmw X5, Mercedes ML, Range Rover o moltissime supercar.
(La Repubblica, 12 febbraio 2008)

domenica 10 febbraio 2008

salviamo la "tara vulgaris" dall'estinzione

Dato che tra pochi giorni è San Valentino, e capita magari di avere l'idea di comperare alla propria metà (e a se stessi...) un vassoietto di pastine, propongo un divertente giochino, già sperimentato da me in più di una occasione.
Ho notato che una specie in estinzione è la "tara vulgaris", introdotta nelle nostre contrade tempo fa ma che il regime berlusconiano dei condoni ecc. ha ancor più spinto verso l'estinzione.
Infatti , se si comperano le pastine "a peso" il commerciante dovrebbe mettere il vassoietto sulla bilancia, premere il tasto della tara, e poi
mettere le pastine sul vassoietto per poi pesarle con il peso netto. Questo viene fatto di solito nei supermercati, dove però le pastine costano meno ma non sono qualitativamente un granchè.
In varie pasticcerie, - anche se ci saranno sempre le lodevoli eccezioni - invece, soprattutto dove sono più buone e più care, i furbacchioni mettono le pastine nel vassoietto e poi pesano il tutto facendoti pagare il cartone al prezzo del bigné.
La cosa più simpatica è lasciarli fare, fare emettere lo scontrino , e poi dirgli "adesso me lo pesa al netto della tara, per favore?"...Il pasticcere diventa verde, con la mano tremante tira fuori tutte le pastine, le ripesa ...e voilà il prezzo diminuisce di 50 cent. Lo scherzo riesce benissimo quando ci sono molti clienti, e gli si dice che con uno scherzetto di questo genere lui sta rubando 50 cent per cliente.

martedì 5 febbraio 2008

mastella: cosa non si fa per la famiglia

Gira in internet questa storiella: sarà vera?...
scritto da Mauro Montanari-Corriere d'Italia/News ITALIA PRESS

Il Ministro della Giustizia, Clemente Mastella e sua moglie Sandra Lonardo hanno due figli, Elio e Pellegrino. Pellegrino è sposato a sua volta con Alessia Camilleri. Una bella famiglia come le altre, ma con qualcosa in più.

Per sapere cosa, partiamo dal partito di Clemente che, come i più informati hanno, si chiama Udeur. L'Udeur, in quanto partito votato dall'1,4% degli italiani adulti, ha diritto ad un giornale finanziato con denaro pubblico.

Si chiama 'Il Campanile', con sede a Roma, in Largo Arenula 34. Il giornale tira circa 5.000 copie, ne distribuisce 1.500, che in realtà vanno quasi sempre buttate. Lo testimoniano il collega Marco Lillo dell'Espresso, che ha fatto un'inchiesta specifica, sia un edicolante di San Lorenzo in Lucina, a due passi dal parlamento, sia un'altro nei pressi di Largo Arenula.

Dice ad esempio il primo: 'Da anni ne ricevo qualche copia. Non ne ho mai venduta una, vanno tutte nella spazzatura!'.

A che serve allora -direte voi- un giornale come quello? Serve soprattutto a prendere contributi per la stampa.

Ogni anno Il Campanile incassa 1.331.000euro. E che fara' di tutti quei soldi, che una persona normale non vede in una vita intera di lavoro? Insisterete ancora voi. Che fara'? Anzitutto l'editore, Clemente Mastella, farà un contratto robusto con un giornalista di grido, un giornalista con le palle, uno di quelli capace di dare una direzione vigorosa al giornale, un opinionista, insomma. E così ha fatto. Un contratto da 40.000 euro all'anno. Sapete con chi? Con Mastella Clemente, iscritto regolarmente all'Ordine dei Giornalisti, opinionista e anche segretario del partito. Ma è sempre lui, penserete! Che c'entra? Se è bravo! Non vogliamo mica fare discriminazioni antidemocratiche.

Ma andiamo avanti. Dunque, se si vuol fare del giornalismo serio, bisognerà essere presenti dove si svolgono i fatti, nel territorio, vicini alla gente. Quindi sarà necessario spendere qualcosa per i viaggi. Infatti Il Campanile ha speso, nel 2005, 98.000 euro per viaggi aerei e trasferte. Hanno volato soprattutto Sandra Lonardo Mastella, Elio Mastella e Pellegrino Mastella, nell'ordine. Tra l'altro, Elio Mastella è appassionato di voli. Era quello che fu beccato mentre volava su un aereo di Stato al gran premio di F1 di Monza, insieme al padre, Clemente Mastella, nella sua veste di amico del vicepresidente del Consiglio, Francesco Rutelli. Ed Elio Mastella, che ci faceva sull'aereo di Stato? L'esperto di pubbliche relazioni di Rutelli, quello ci faceva!

Quindi, tornando al giornale. Le destinazioni. Dove andranno a fare il loro lavoro i collaboratori de Il Campanile? Gli ultimi biglietti d'aereo (con allegato soggiorno) l'editore li ha finanziati per Pellegrino Mastella e sua moglie Alessia Camilleri Mastella, che andavano a raggiungere papà e mamma a Cortina, alla festa sulla neve dell'Udeur. Siamo nell'aprile del 2006. Da allora -assicura l'editore- non ci sono più stati viaggi a carico del giornale. Forse anche perché è cominciata la curiosità del magistrato Luigi De Magistris, sostituto procuratore della Repubblica a Catanzaro, il quale, con le inchieste Poseidon e Why Not, si avvicinava ai conti de Il Campanile.

Ve lo ricordate il magistrato De Magistris? Quello a cui il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, mandava tutti quei controlli, uno ogni settimana, fino a togliergli l'inchiesta? Ve lo ricordate? Bene, proprio lui!

Infine, un giornale tanto rappresentativo deve curare la propria immagine. Infatti Il Campanile ha speso 141.000 euro per rappresentanza e 22.000 euro per liberalità, che vuol dire regali ai conoscenti. Gli ordini sono andati tra gli altri alla Dolciaria Serio e al Torronificio del Casale, aziende di Summonte, il paese dei cognati del ministro:

Antonietta Lonardo (sorella di Sandra) e suo marito, il deputato Udeur Pasquale Giuditta.

Ma torniamo un attimo agli spostamenti. La Porsche Cayenne (4000 di cilindrata) di proprietà di Pellegrino Mastella fa benzina per 2.000 euro al mese, cioè una volta e mezzo quello che guadagna un metalmeccanico. Sapete dove? Al distributore di San Giovanni di Ceppaloni, vicino a Benevento, che sta proprio dietro l'angolo della villa del Ministro, quella con il parco intorno e con la piscina a forma di cozza. E sapete a chi va il conto? Al giornale Il Campanile, che sta a Roma. Miracoli dell'ubiquità.

La prossima volta vi racconto la favola della compravendita della sede del giornale. A quanto è stata comprata dal vecchio proprietario, l'Inail, e a quanto è stata affittata all'editore, Clemente Mastella. Chi l'ha comprata, chiedete? Due giovani immobiliaristi d'assalto: Pellegrino ed Elio Mastella.

lunedì 4 febbraio 2008

La bistecca fa male alla terra

Questo è un articolo visto ovviamente dal punto di vista ecologico, ovvero si tratta di consigliare di mangiare meno carne possibile. Dal punto di vista animalista, ovviamente, il consiglio è di diventare vegetariani.
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La bistecca fa male alla Terra, l'effetto serra ci cambia la dieta
di MARK BITTMAN

La produzione di bestiame mondiale è responsabile di più gas dell'intero sistema dei trasporti
Il consumo di carne raddoppierà entro il 2050, se non varieremo l'alimentazione

Un cambiamento epocale nell'uso di una risorsa che si dà per scontata potrebbe essere imminente. No, non si tratta di petrolio, ma di carne. Come il petrolio anche la carne è soggetta a una domanda crescente a mano a mano che le nazioni diventano più ricche e ciò ne fa salire il prezzo. E come il petrolio anche la carne è qualcosa che tutti sono incoraggiati a consumare in quantità minori.

La domanda globale di carne si è letteralmente impennata negli ultimi anni, sulla scia di un benessere crescente, alimentata dal proliferare di vaste operazioni di alimentazione forzata di animali d'allevamento. Queste vere e proprie catene di montaggio della carne, che partono dalle fattorie, consumano quantità smisurate di energia, inquinano l'acqua e i pozzi, generano significative quantità di gas serra, e richiedono sempre più montagne di mais, soia e altri cereali, un fatto che ha portato alla distruzione di vaste aree delle foreste pluviali tropicali.

Proprio questa settimana il presidente brasiliano ha annunciato provvedimenti di emergenza per fermare gli incendi controllati e l'abbattimento delle foreste pluviali del Paese per creare nuovi pascoli e aree di coltura. Negli ultimi cinque mesi soltanto, ha fatto sapere il governo, sono andate perse 1.250 miglia quadrate di foreste.

Nel 1961 il fabbisogno complessivo di carne nel mondo era di 71 milioni di tonnellate. Nel 2007 si stima che sia arrivato a 284 milioni di tonnellate. Il consumo pro-capite di carne è più che raddoppiato in questo arco di tempo. Nel mondo in via di sviluppo è cresciuto del doppio, ed è raddoppiato in venti anni. Il consumo mondiale di carne si prevede che sia destinato a raddoppiare entro il 2050.

Produrre carne comporta il consumo di tali e tante risorse che è una vera impresa citarle tutte. Ma si consideri: secondo la Fao, la Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite, le terre destinate all'allevamento del bestiame costituiscono il 30 per cento delle terre emerse non ricoperte da ghiacci del pianeta. Questa stessa produzione di bestiame è responsabile di un quinto delle emissioni di gas serra della Terra, più di quelle emesse dai trasporti nel loro complesso. Uno studio dello scorso anno dell'Istituto nazionale di scienze dell'allevamento in Giappone ha stimato che ogni taglio di carne di manzo da un chilogrammo è responsabile dell'equivalente in termini di diossido di carbonio alle emissioni di una vettura media europea ogni 250 chilometri circa e brucia l'energia sufficiente a tenere accesa per 20 giorni una lampadina da 100 watt.

Cereali, carne e perfino energia sono collegati tra loro in un rapporto di interdipendenza che potrebbe avere spaventose conseguenze. Benché circa 800 milioni di persone di questo pianeta soffrano la fame o siano affette da malnutrizione, la maggior parte dei raccolti di mais e soia coltivati finiscono a nutrire bestiame, maiali e galline. Ciò avviene malgrado un'implicita inefficienza: per produrre le stesse calorie assimilate tramite il consumo di carni di bestiame allevato e il consumo diretto di cereali occorrono da due a cinque volte più cereali, secondo quanto afferma Rosamond Naylor, docente associato di economia all'università di Stanford. Nel caso di bestiame allevato negli Stati Uniti con cereali questo dato deve essere moltiplicato ancora per dieci. Negli Stati Uniti l'agricoltura praticata per soddisfare la domanda di carne contribuisce, secondo l'Agenzia per la Protezione Ambientale, a circa tre quarti dei problemi di qualità dell'acqua che caratterizzano i fiumi e i corsi d'acqua della nazione.

Considerato poi che lo stomaco delle bestie allevate è fatto per digerire erba e non cereali il bestiame allevato a livello industriale prospera soltanto nel senso che acquista peso rapidamente. Questo regime alimentare ha reso possibile allontanare il bestiame dal suo ambiente naturale e incoraggiare l'efficienza dell'allevamento e della macellazione in serie. È tuttavia una prassi che provoca problemi di salute tali che la somministrazione di antibiotici è da ritenersi usuale, al punto da dar vita a batteri resistenti agli antibiotici.

Questi animali nutriti a cereali contribuiscono oltre tutto a una serie di problemi sanitari tra gli abitanti più benestanti del pianeta, quali malattie cardiache, alcuni tipi di cancro e diabete. La tesi secondo cui la carne fornisce un apporto proteico è giusta, purché le quantità siano limitate. L'esortazione americana quotidiana a consumare carne - del tipo "guai a te se non mangi la bistecca" - è negativa.

Che cosa si può fare? Risposte facili non ce ne sono. Tanto per cominciare occorre una migliore gestione degli sprechi. A ciò contribuirebbe l'abolizione dei sussidi: le Nazioni Unite stimano che questi costituiscono il 31 per cento dei guadagni globali dell'agricoltura. Anche migliori tecniche di allevamento sarebbero utili. Mark W. Rosengrant, direttore della tecnologia ambientale e della produzione presso l'istituto senza fini di lucro International Food Policy Research afferma: "Occorrerebbe investire nell'allevamento e nella gestione del bestiame, per ridurre la filiera necessaria a produrre un livello qualsiasi di carne".

E poi c'è la tecnologia. Israele e Corea sono tra i Paesi che stanno sperimentando tecniche di sfruttamento delle scorie e del letame animale per generare elettricità. Altro suggerimento utile potrebbe essere quello di far ritorno al pascolo. Mentre la domanda interna di carne è ormai uguale ovunque, la produzione industriale di bestiame è cresciuta due volte più rapidamente dei metodi di base di sfruttamento delle terre, secondo quanto risulta alle Nazioni Unite. I prezzi reali di carne bovina, di maiali e pollame si sono mantenuti costanti, forse sono perfino scesi, per 40 anni e più, anche se ora stiamo assistendo a un loro aumento di prezzo.

Se i prezzi elevati non costringono a cambiare le abitudini alimentari, forse sarà tutto l'insieme - la combinazione di deforestazione, inquinamento, cambiamento del clima, carestia, malattie cardiache e crudeltà sugli animali - a incoraggiare gradualmente qualcosa di molto semplice: mangiare più vegetali e meno animali.
Nel suo studio del 2006 sull'impatto dei consumi di carne sul pianeta, intitolato "La lunga ombra del bestiame", la Fao dice: "È motivo di ottimismo prendere atto che la domanda di prodotti animali e di servizi ambientali sono in conflitto tra loro ma possono essere riconciliate". Gli americani, in effetti, stanno comprando sempre più prodotti eco-compatibili, scegliendo carni, uova e latticini prodotti con metodi sostenibili. Il numero dei prodotti e dei mercati di questo tipo si è più che raddoppiato negli ultimi 10 anni.

Se gli attuali trend continueranno, invece, la carne diventerà una minaccia più che un'abitudine. Non diventerebbe del tutto insolito consumare carne, ma proprio come i SUV dovranno cedere il passo a vetture ibride, l'epoca dei 220 grammi al giorno di carne sarà giunta alla fine.
Forse, dopotutto, non sarà poi così drammatico.

(copyright The New York Times)
(Traduzione di Anna Bissanti)

www.repubblica.it

domenica 3 febbraio 2008

Brescia in bici - progetto Copernico

Grazie ai ragazzi del Copernico e all'insegnate Paolo Vitale è stato progettato e realizzato dal Comune un sottopassaggio della ferrovia Brescia - Cremona che rende molto più facile andare in bicicletta.

Guardate il video
http://it.youtube.com/watch?v=ItN9FrAAs3Y