"La Grande Bugia è una bugia così enorme da far credere alla gente che nessuno potrebbe avere l’impudenza di distorcere la verità in modo così infame” - (Adolf Hitler, “Mein Kampf”)
Tangenti, “furbetti” e Calciopoli, le verità che non avremmo saputo
di Liana Milella da Repubblica del 12 giugno 2009
Intercettazioni, ecco come la riforma toglie spazio ai pm e limita la stampa. Da Lady Asl agli immobiliaristi: l’obbligo di indizi “evidenti” impedirebbe molti controlli.
Roma - Gli orrori della clinica Santa Rita di Milano? Sarebbero rimasti ben segreti.
Le partite truccate di Calciopoli? Avrebbero continuato a essere giocate.
L’odioso stupro della Caffarella? Gli autori sarebbero ancora liberi.
Il sequestro dell’imam Abu Omar? I pm di Milano non l’avrebbero mai scoperto. E gli agenti del Sismi che collaborarono con la Cia non avrebbero mai lasciata impressa sul nastro la fatidica frase “quell’operazione è stata illegale”.
Lady Asl e la truffa della sanità nel Lazio? La cupola degli amministratori regionali avrebbe continuato ad operare indisturbata.
I furbetti del quartierino? Per le scalate Antonveneta e Bnl forse non ci sarebbero stati gli “evidenti indizi di colpevolezza” per mettere i telefoni sotto controllo.
A rischio le inchieste potentine di Henry John Woodcock, Vallettopoli, Savoiopoli, affaire Total, tangenti Inail, dove i nastri hanno continuato a girare per otto-nove mesi prima di produrre prove, e quelle calabresi (Poseidone, Toghe lucane, Why not) dell’ormai deputato europeo Luigi De Magistris.
Una moria impressionante, in cui cadono processi famosi e meno famosi, in cui le indagini sulla mafia sono messe a rischio perché non si potrà più mettere sotto controllo telefoni per truffa ed estorsione.
Si salva Parmalat dove, come assicurano i pm di Milano e di Parma, le intercettazioni non furono determinanti né per arrestare Calisto Tanzi in quel dicembre 2003, né per accertare ragioni e colpevoli del crack.
Ha detto e continua a dire l’Anm con una frase ad effetto, “è la morte della giustizia penale in Italia”.
Nelle stesse ore in cui alla Camera, con il concorso dell’opposizione nonostante l’appello del giorno prima a Napolitano di Pd, Idv, Udc, si approva la legge sugli ascolti, nelle procure italiane, tra lo sconcerto e l’irritazione delle toghe, si fanno i conti delle intercettazioni che non si potranno più fare in futuro e di quelle che, in un passato recente, non sarebbero mai state possibili.
E, anche se fossero state fatte, non si sarebbero mai potute pubblicare, né nella versione integrale, né tanto meno per riassunto.
Le indagini cadono su due punti chiave della legge: “evidenti indizi di colpevolezza” per ottenere un nastro, solo 60 giorni per registrare.
Così schiatta l’indagine sulla clinica Santa Rita che parte con una truffa ai danni dello Stato per via dei rimborsi gonfiati e finisce per rivelare che si operava anche quando non era necessario.
Non solo sarebbero mancati gli “evidenti indizi” (se ci fossero stati i pm Pradella e Siciliano avrebbero proceduto con gli arresti), ma non si sarebbe andati avanti per undici mesi, dal 4 luglio 2007 al 24 giugno 2008.
Giusto a metà, era settembre, ecco le prime allusioni a un reparto dove accadevano “fatti gravi”.
Niente ascolti, niente testi sui giornali, niente versione integrale letta al processo, niente clinica costretta a cambiare nome per la vergogna.
Cambia corso il caso Abu Omar, nato come un sequestro di persona semplice contro ignoti. Solo due mesi di tape. Ma la telefonata chiave, quando l’imam libero per una settimana racconta alla moglie la dinamica del sequestro, giunge solo allo scadere dei 12 mesi d’ascolto.
In più la signora, in quanto vittima, non avrebbe mai dato l’ok a sentire il suo telefono, come stabilisce la nuova legge.
Per un traffico organizzato di rifiuti a Milano, dove arrivava abusivamente anche la monnezza della Campania, hanno fatto 1.500 intercettazioni per sei mesi. Solo dopo i primi due s’è scoperto cosa arrivava dal Sud. In futuro impossibile.
Come gli accertamenti che fanno scoprire i mafiosi.
A Palermo hanno intercettato l’imprenditore Benedetto Valenza per quattro mesi: dalla truffa e dalla frode nelle pubbliche forniture sono arrivati a scoprire che riciclava i soldi del clan Vitale e forniva cemento depotenziato pure agli aeroporti di Birgi e Punta Raisi.
Idem per l’inchiesta contro gli amministratori di Canicattì e Comitini che inizia per abuso d’ufficio e corruzione e approda a un maxi processo contro le cosche di Agrigento. Telefoni sotto controllo per sei mesi, ormai niente da fare.
“La gente sarà meno sicura” dicono i magistrati. E citano lo stupro della Caffarella d’inizio anno.
Due arresti sbagliati (i rumeni Ractz e Loyos), il vanto di aver fatto tutto “senza intercettazioni”, poi il ricorso all’ascolto sul telefono rubato alla vittima. Domani impossibile perché in un delitto contro ignoti si può intercettare solo il numero “nella disponibilità della persona offesa”.
Assurdo? Contraddittorio? Sì, ma ormai è legge.
mercoledì 17 giugno 2009
la luna e l'antica grecia
Quarant'anni fa, la prima passeggiata umana sul satellite della Terra. Ma, come il fisico Carlo Rovelli racconterà a Massenzio, il viaggio era
iniziato secoli prima, quando i filosofi avevano cominciato a misurare grandezze e distanze nel cosmo. Dando prova di smisurato ingegno
Uno scienziato rievoca lo sbarco, punto di partenza: l'antica Grecia
di ALEX SARAGOSA
Il fisico teorico Carlo Rovelli, docente all'Università di Marsiglia (e, prima, alla Sapienza, all'Imperial College di Londra e a Yale) si occupa di cose molto astruse per noi comuni mortali, come unificare matematicamente la relatività generale alla meccanica quantistica. Al Festival delle Letterature di Massenzio (Roma) parlerà però di un oggetto molto concreto, la Luna, filo conduttore scelto dalla manifestazione romana, in omaggio al quarantennale dal primo sbarco dell'uomo sul satellite (20 luglio 1969). La chiave scelta dal ricercatore veronese, da sempre appassionato di storia della scienza, è però molto particolare. Per ricordare la missione Apollo, ha deciso di parlare della scienza nel mondo greco ed ellenistico fra il VI secolo avanti Cristo e il 11 dopo Cristo. Perché? «L'impresa Apollo, a chi come quelli della mia età (classe 1956 ndr) l'ha seguita da ragazzo, ha aperto un mondo di sogni e speranze. Nell'antica Grecia si doveva respirare un'aria simile, via via che si accumulavano incredibili scoperte. E se la Luna è stata la motivazione dell'impresa Apollo, fu anche il motore della prima rivoluzione scientifica: nel V secolo avanti Cristo il filosofo Anassagora spiegò il meccanismo delle eclissi. Su questa prima pietra i greci, popolo di liberi pensatori, costruirono poi un fantastico castello intellettuale».
Quale fu il passo successivo in questo percorso? «Una volta capito che a oscurare la Luna durante le eclissi non era un prodigio soprannaturale, ma semplicemente l'ombra della Terra, Aristotele arrivò a una conclusione fondamentale: dato che l'ombra sulla Luna ha la forma di un cerchio durante tutta l'eclisse, la Terra non può che essere una sfera. A questo punto, applicando i principi della geometria elaborati dagli stessi greci, si iniziò addirittura a misurare il Cosmo».
Un'impresa ambiziosa...
«Dovuta in gran parte al grande astronomo Aristarco, che nel III secolo avanti Cristo, partendo dalla considerazione che l'ombra che la Terra proietta sulla Luna dovesse essere grande più o meno come la Terra stessa, la misurò e concluse che la Terra è tre volte la Luna. Poi calcolò quanto la Luna dista da noi. Per farlo, misurò quanto doveva allontanare da sé una moneta perché apparisse grande come la Luna nel cielo. Risultò un rapporto diametro-distanza di 114».
Cioè un cerchio di un centimetro di diametro appare grande come la Luna in cielo quando è a 114 centimetri dal nostro occhio. «Esatto, e secondo le regole della geometria, questo rapporto vale anche per la Luna, che doveva essere quindi distante da noi 114 volte il suo diametro. Ma, visto che per Aristarco la Luna era un terzo della Terra, essa doveva distare da noi 114/3 volte il diametro della Terra. Successivamente, l'altro grande astronomo greco, Ipparco, perfezionò i calcoli, concludendo, con maggiore precisione, che la Terra è grande quattro volte la Luna». A questo punto, per sapere quanto fosse lontana la Luna, occorreva misurare la Terra. «Al tempo di Ipparco, il II secolo avanti Cristo, ci era già riuscito Eratostene, misurando a mezzogiorno dello stesso giorno l'altezza del Sole (attraverso le ombre proiettate, ndr) in due punti distanti dell'Egitto. Da notare che anche i cinesi fecero lo stesso esperimento nell'antichità ma, pensando che la Terra fosse piatta, sbagliarono completamente l'interpretazione. Invece i greci arrivarono a conoscere forma e grandezza di Luna e Terra e quanto distassero fra loro» (E cioè 39.690 chilometri la circonferenza terrestre (-87 km rispetto a quella reale), 9.920 chilometri quella lunare (-1000 km rispetto alla reale) e 360.000 km la distanza fra le due (-21.000 km rispetto alla distanza media reale, ndr)».
Con la diffusione del Cristianesimo, quello che il mondo greco aveva scoperto viene dimenticato per mille anni. «La Luna però torna protagonista con Galileo, che ne osserva le montagne con il suo cannocchiale e capisce che non è un corpo etereo, ma è simile alla Terra, e che quindi le leggi matematiche che regolano i cieli forse sono le stesse che valgono quaggiù. A dimostrarlo sarà poi Newton, che riesce a definire le leggi del moto e calcola la forza, la gravità, che tiene legate Terra e Luna, scoprendo che è la stessa che Galileo aveva misurato per gli oggetti che cadono al suolo. Quindi le leggi fisiche sono universali. E la Luna fa da levatrice alla scienza moderna».
E dopo? «Negli anni Sessanta del Novecento la Luna diventa l'obiettivo dello straordinario sforzo scientifico e tecnico del progetto Apollo. Se non ci fosse stata lei, la prospettiva di posare il piede su un altro corpo celeste sarebbe stata remota, quindi l'avventura spaziale, con tutte le ricadute tecnologiche e gli enormi orizzonti di conoscenza che ci ha aperto, sarebbe avvenuta molto, molto più lentamente».
ALEX SARAG0SA
Venerdi di repubblica 12 giugno 2009
iniziato secoli prima, quando i filosofi avevano cominciato a misurare grandezze e distanze nel cosmo. Dando prova di smisurato ingegno
Uno scienziato rievoca lo sbarco, punto di partenza: l'antica Grecia
di ALEX SARAGOSA
Il fisico teorico Carlo Rovelli, docente all'Università di Marsiglia (e, prima, alla Sapienza, all'Imperial College di Londra e a Yale) si occupa di cose molto astruse per noi comuni mortali, come unificare matematicamente la relatività generale alla meccanica quantistica. Al Festival delle Letterature di Massenzio (Roma) parlerà però di un oggetto molto concreto, la Luna, filo conduttore scelto dalla manifestazione romana, in omaggio al quarantennale dal primo sbarco dell'uomo sul satellite (20 luglio 1969). La chiave scelta dal ricercatore veronese, da sempre appassionato di storia della scienza, è però molto particolare. Per ricordare la missione Apollo, ha deciso di parlare della scienza nel mondo greco ed ellenistico fra il VI secolo avanti Cristo e il 11 dopo Cristo. Perché? «L'impresa Apollo, a chi come quelli della mia età (classe 1956 ndr) l'ha seguita da ragazzo, ha aperto un mondo di sogni e speranze. Nell'antica Grecia si doveva respirare un'aria simile, via via che si accumulavano incredibili scoperte. E se la Luna è stata la motivazione dell'impresa Apollo, fu anche il motore della prima rivoluzione scientifica: nel V secolo avanti Cristo il filosofo Anassagora spiegò il meccanismo delle eclissi. Su questa prima pietra i greci, popolo di liberi pensatori, costruirono poi un fantastico castello intellettuale».
Quale fu il passo successivo in questo percorso? «Una volta capito che a oscurare la Luna durante le eclissi non era un prodigio soprannaturale, ma semplicemente l'ombra della Terra, Aristotele arrivò a una conclusione fondamentale: dato che l'ombra sulla Luna ha la forma di un cerchio durante tutta l'eclisse, la Terra non può che essere una sfera. A questo punto, applicando i principi della geometria elaborati dagli stessi greci, si iniziò addirittura a misurare il Cosmo».
Un'impresa ambiziosa...
«Dovuta in gran parte al grande astronomo Aristarco, che nel III secolo avanti Cristo, partendo dalla considerazione che l'ombra che la Terra proietta sulla Luna dovesse essere grande più o meno come la Terra stessa, la misurò e concluse che la Terra è tre volte la Luna. Poi calcolò quanto la Luna dista da noi. Per farlo, misurò quanto doveva allontanare da sé una moneta perché apparisse grande come la Luna nel cielo. Risultò un rapporto diametro-distanza di 114».
Cioè un cerchio di un centimetro di diametro appare grande come la Luna in cielo quando è a 114 centimetri dal nostro occhio. «Esatto, e secondo le regole della geometria, questo rapporto vale anche per la Luna, che doveva essere quindi distante da noi 114 volte il suo diametro. Ma, visto che per Aristarco la Luna era un terzo della Terra, essa doveva distare da noi 114/3 volte il diametro della Terra. Successivamente, l'altro grande astronomo greco, Ipparco, perfezionò i calcoli, concludendo, con maggiore precisione, che la Terra è grande quattro volte la Luna». A questo punto, per sapere quanto fosse lontana la Luna, occorreva misurare la Terra. «Al tempo di Ipparco, il II secolo avanti Cristo, ci era già riuscito Eratostene, misurando a mezzogiorno dello stesso giorno l'altezza del Sole (attraverso le ombre proiettate, ndr) in due punti distanti dell'Egitto. Da notare che anche i cinesi fecero lo stesso esperimento nell'antichità ma, pensando che la Terra fosse piatta, sbagliarono completamente l'interpretazione. Invece i greci arrivarono a conoscere forma e grandezza di Luna e Terra e quanto distassero fra loro» (E cioè 39.690 chilometri la circonferenza terrestre (-87 km rispetto a quella reale), 9.920 chilometri quella lunare (-1000 km rispetto alla reale) e 360.000 km la distanza fra le due (-21.000 km rispetto alla distanza media reale, ndr)».
Con la diffusione del Cristianesimo, quello che il mondo greco aveva scoperto viene dimenticato per mille anni. «La Luna però torna protagonista con Galileo, che ne osserva le montagne con il suo cannocchiale e capisce che non è un corpo etereo, ma è simile alla Terra, e che quindi le leggi matematiche che regolano i cieli forse sono le stesse che valgono quaggiù. A dimostrarlo sarà poi Newton, che riesce a definire le leggi del moto e calcola la forza, la gravità, che tiene legate Terra e Luna, scoprendo che è la stessa che Galileo aveva misurato per gli oggetti che cadono al suolo. Quindi le leggi fisiche sono universali. E la Luna fa da levatrice alla scienza moderna».
E dopo? «Negli anni Sessanta del Novecento la Luna diventa l'obiettivo dello straordinario sforzo scientifico e tecnico del progetto Apollo. Se non ci fosse stata lei, la prospettiva di posare il piede su un altro corpo celeste sarebbe stata remota, quindi l'avventura spaziale, con tutte le ricadute tecnologiche e gli enormi orizzonti di conoscenza che ci ha aperto, sarebbe avvenuta molto, molto più lentamente».
ALEX SARAG0SA
Venerdi di repubblica 12 giugno 2009
effetto crisi: tornano parsimonia e sobrietà di costumi
NUOVI VALORI
di Federico Rampini, La repubblica delle donne,
13 GIUGNO 2009
La più celebre columnist del Wall Street Journal, Peggy Noonan, acuta osservatrice della società americana, sostiene che quando saremo usciti dalla crisi globale un'eredità durevole sarà "la scomparsa di un certo spirito, un modo di vedere la vita che è irrimediabilmente superato".
Lo choc colpisce in pieno la generazione dei baby-boomer (i 40enni, SOenni e 60enni di oggi), i suoi modelli di comportamento, la sua percezione del futuro. "Dal 1968 al 2008 - osserva la Noonan - i baby-boomer sono stati l'esercito di formiche che ha generato e goduto la Grande Abbondanza. Ma si accorgono che quell'era che loro costruirono si è chiusa, qualcosa di nuovo sta cominciando, qualcosa di più sobrio, sottotono, e al tempo stesso misterioso. Le vecchie manifestazioni esteriori del successo - denaro, status, potere - non avranno più esattamente lo stesso appeal di prima".
L'editorialista del Wall Street Journal è convinta che la frugalità sia il "nuovo chic" e che le ripercussioni di questa svolta si sentiranno in ogni sfera delia vita personale, fino a capovolgere le nostre immagini personali. "Dalle case in cui abitiamo alle vetrine dei negozi -scrive - tutto luccicherà meno, si spenderà meno per l'apparenza. Ivi compresa l'apparenza umana. Saremo di nuovo autorizzati a invecchiare. Ci saranno meno chirurgie plastiche, meno lifting estetici, meno Botox, meno capelli tinti o fìnti. Uomini e donne assomiglieranno un po' di più a quelli di una volta, prima che iniziasse l'èra della perfezione". Da Boulder Point (Colorado) a Sand-point (Idaho), decine di cittadine americane aderiscono al movimento delle
Transition Town, che all'inizio del 2009 ha già reclutato 150 Comuni in tutto il mondo. L'idea delle Transition Town è quella di pilotare una transizione verso stili di vita a basso consumo energetico: per esempio promuovendo l'alimentazione a base di prodotti locali, e aiutando l'artigianato di prossimità, per ridurre il ricorso al trasporto merci su lunghe distanze che è molto inquinante. Non sono ricette nuove, il movimento Slow Food le sostiene da tempo. L'originalità delle Transition Town è un'altra. È un tentativo di inventare una via gioiosa alla frugalità. Anziché colpevolizzare il consumatore, invece di spaventarlo con visioni apocalittiche del futuro, nelle Transition Town la comunità locale si unisce alla ricerca di nuovi stili di vita condivisi. L'idea è che cambiare abitudini tutti insieme è più facile, più virtuoso, meno ansiogeno. Non si creano tensioni fra gli ambientalisti radicali e gli altri, non ci si divide tra buoni e cattivi, si lavora tutti insieme per definire le nuove regole del gioco, convinti che alla fine il risultato sarà una migliore qualità della vita per tutti.
Il New York Times osserva che l'esperimento delle Transition Town riscopre un volto antico dell'America, l'etica puritana dei padri fondatori. Inoltre sembra di rivivere a due secoli di distanza l'avventura del "fourierismo", il movimento socialista-utopista lanciato dal filosofo francese Charles Fourier nell'800. Fourier, con un linguaggio di sorprendente attualità, denunciava gli eccessi della rivoluzione industriale del suo tempo e ce l'aveva in particolare con i banchieri. Un capitalismo malato di finanza secondo lui avrebbe portato agl'asservimento degli esseri umani déntro le grandi imprese: un "feudalesimo industriale". Per salvare la società, anziché predicare rivoluzioni violente o dittature del proletariato, Fourier proponeva il cambiamento dal basso, una comunità alla volta. I suoi "falansteri" dovevano essere i micro-laboratori locali dove sperimentare laboratori più equi. Oggi il consumismo è in ritirata sotto la pressione di uno stato di necessità. Gli squilibri provocati da anni di indebitamento facile hanno innescato dei contro-aggiustamenti rapidi. In poco tempo la massa delle famiglie americane, facendo di necessità virtù, ha riscoperto una parola che sembrava dimenticata: risparmio. E questo rinsavimento collettivo è agevolato dai mass media, dall'industria della comunicazione, che sfornano nuove ideologie e nuovi trend per accompagnare l'evoluzione dei comportamenti. Martha Olney, economista dell'Università di Berkeley e studiosa della Grande Depressione degli anni 30, dice che è tipico di queste crisi storiche il repentino ribaltamento dei valori: "La parsimonia e una nuova sobrietà di costumi riemergono come le virtù di quesfepoca".
di Federico Rampini, La repubblica delle donne,
13 GIUGNO 2009
La più celebre columnist del Wall Street Journal, Peggy Noonan, acuta osservatrice della società americana, sostiene che quando saremo usciti dalla crisi globale un'eredità durevole sarà "la scomparsa di un certo spirito, un modo di vedere la vita che è irrimediabilmente superato".
Lo choc colpisce in pieno la generazione dei baby-boomer (i 40enni, SOenni e 60enni di oggi), i suoi modelli di comportamento, la sua percezione del futuro. "Dal 1968 al 2008 - osserva la Noonan - i baby-boomer sono stati l'esercito di formiche che ha generato e goduto la Grande Abbondanza. Ma si accorgono che quell'era che loro costruirono si è chiusa, qualcosa di nuovo sta cominciando, qualcosa di più sobrio, sottotono, e al tempo stesso misterioso. Le vecchie manifestazioni esteriori del successo - denaro, status, potere - non avranno più esattamente lo stesso appeal di prima".
L'editorialista del Wall Street Journal è convinta che la frugalità sia il "nuovo chic" e che le ripercussioni di questa svolta si sentiranno in ogni sfera delia vita personale, fino a capovolgere le nostre immagini personali. "Dalle case in cui abitiamo alle vetrine dei negozi -scrive - tutto luccicherà meno, si spenderà meno per l'apparenza. Ivi compresa l'apparenza umana. Saremo di nuovo autorizzati a invecchiare. Ci saranno meno chirurgie plastiche, meno lifting estetici, meno Botox, meno capelli tinti o fìnti. Uomini e donne assomiglieranno un po' di più a quelli di una volta, prima che iniziasse l'èra della perfezione". Da Boulder Point (Colorado) a Sand-point (Idaho), decine di cittadine americane aderiscono al movimento delle
Transition Town, che all'inizio del 2009 ha già reclutato 150 Comuni in tutto il mondo. L'idea delle Transition Town è quella di pilotare una transizione verso stili di vita a basso consumo energetico: per esempio promuovendo l'alimentazione a base di prodotti locali, e aiutando l'artigianato di prossimità, per ridurre il ricorso al trasporto merci su lunghe distanze che è molto inquinante. Non sono ricette nuove, il movimento Slow Food le sostiene da tempo. L'originalità delle Transition Town è un'altra. È un tentativo di inventare una via gioiosa alla frugalità. Anziché colpevolizzare il consumatore, invece di spaventarlo con visioni apocalittiche del futuro, nelle Transition Town la comunità locale si unisce alla ricerca di nuovi stili di vita condivisi. L'idea è che cambiare abitudini tutti insieme è più facile, più virtuoso, meno ansiogeno. Non si creano tensioni fra gli ambientalisti radicali e gli altri, non ci si divide tra buoni e cattivi, si lavora tutti insieme per definire le nuove regole del gioco, convinti che alla fine il risultato sarà una migliore qualità della vita per tutti.
Il New York Times osserva che l'esperimento delle Transition Town riscopre un volto antico dell'America, l'etica puritana dei padri fondatori. Inoltre sembra di rivivere a due secoli di distanza l'avventura del "fourierismo", il movimento socialista-utopista lanciato dal filosofo francese Charles Fourier nell'800. Fourier, con un linguaggio di sorprendente attualità, denunciava gli eccessi della rivoluzione industriale del suo tempo e ce l'aveva in particolare con i banchieri. Un capitalismo malato di finanza secondo lui avrebbe portato agl'asservimento degli esseri umani déntro le grandi imprese: un "feudalesimo industriale". Per salvare la società, anziché predicare rivoluzioni violente o dittature del proletariato, Fourier proponeva il cambiamento dal basso, una comunità alla volta. I suoi "falansteri" dovevano essere i micro-laboratori locali dove sperimentare laboratori più equi. Oggi il consumismo è in ritirata sotto la pressione di uno stato di necessità. Gli squilibri provocati da anni di indebitamento facile hanno innescato dei contro-aggiustamenti rapidi. In poco tempo la massa delle famiglie americane, facendo di necessità virtù, ha riscoperto una parola che sembrava dimenticata: risparmio. E questo rinsavimento collettivo è agevolato dai mass media, dall'industria della comunicazione, che sfornano nuove ideologie e nuovi trend per accompagnare l'evoluzione dei comportamenti. Martha Olney, economista dell'Università di Berkeley e studiosa della Grande Depressione degli anni 30, dice che è tipico di queste crisi storiche il repentino ribaltamento dei valori: "La parsimonia e una nuova sobrietà di costumi riemergono come le virtù di quesfepoca".
Quello che sui giornali non leggerete più
Ecco un po' di esempi di intercettazioni gustose....Comunque la si giri e la si volti, questa legge serve soltanto a contenere le angosce del premier e dei suoi amici, a proteggere le loro relazioni e i loro passi, a salvaguardare il malaffare dovunque sia diffuso e radicato. Per il cittadino che chiede sicurezza e vuole essere informato di quel che accade nel Paese è soltanto una sconfitta che lo rende più debole, più indifeso, più smarrito.
di GIUSEPPE D'AVANZO
"Se escono fuori registrazioni lascio questo Paese". Lo disse Berlusconi l'anno scorso, ad Ancona, e così annunciò la sua offensiva contro le intercettazioni. Più che un'offensiva, la distruzione risolutiva di uno strumento d'indagine essenziale per la sicurezza del Paese e del cittadino. "Permetteremo le intercettazioni - disse nelle Marche quel giorno, era aprile - soltanto per reati di terrorismo e criminalità organizzata e ci saranno cinque anni di carcere per chi le ordina, per chi le fa, per chi le diffonde, oltre a multe salatissime per gli editori che le pubblicano".
Come d'abitudine, il Cavaliere la spara grossa, grossissima, consapevole che quel che ha in mente è un obiettivo più ridotto, ma tuttavia adeguato alla volontà di togliere dalla cassetta degli attrezzi della magistratura e delle polizie un arnese essenziale al lavoro. E, dagli strumenti dell'informazione, un utensile che, maneggiato con cura (e non sempre lo è stato), si è dimostrato molto efficace per raccontare le ombre del potere. La possibilità di essere ascoltato nelle sue conversazioni - magari perché il suo interlocutore era sott'inchiesta, come gli è accaduto nei colloqui con Agostino Saccà o, in passato, con Marcello Dell'Utri - è per il Cavaliere un'ossessione, un'ansia, una fobia. Ci è incappato più d'una volta.
Nel Capodanno 1987, alle ore 20,52 dalla villa di Arcore (Berlusconi festeggia con Fedele Confalonieri e Bettino Craxi).
Berlusconi. Iniziamo male l'anno!
Dell'Utri. Perché male?
Berlusconi. Perché dovevano venire due [ragazze] di Drive In che ci hanno fatto il bidone! E anche Craxi è fuori dalla grazia di Dio!
Dell'Utri. Ah! Ma che te ne frega di Drive In?
Berlusconi. Che me ne frega? Poi finisce che non scopiamo più! Se non comincia così l'anno, non si scopa più!
Dell'Utri. Va bene, insomma, che vada a scopare in un altro posto!
La conversazione racconta la familiarità tra il tycoon e un presidente del consiglio allora in carica che gli confeziona, per i suoi network televisivi, un decreto legge su misura, poi bocciato dalla Corte Costituzionale.
Già l'anno prima, il giorno di Natale del 1986, il nome di Berlusconi era saltato fuori in un'intercettazione tra un mafioso, Gaetano Cinà, e il fratello di Marcello Dell'Utri, Alberto.
Cinà. Lo sai quanto pesava la cassata del Cavaliere?
Dell'Utri. No, quanto pesava, quattro chili?
Cinà. Sì, va be'! Undici chili e ottocento!
Dell'Utri. Minchione! E che gli arrivò, un camion gli arrivò?
Cinà. Certo, ho dovuto far fare una cassa dal falegname, altrimenti si rompeva!
Perché un mafioso di primo piano come Cinà si prendesse il disturbo di regalare un monumento di glassa al Cavaliere rimane ancora un enigma, ma documenta quanto meno il tentativo di Cosa Nostra di ingraziarselo.
Al contrario, è Berlusconi che sembra promettere un beneficio ad Agostino Saccà, direttore di RaiFiction quando, il 6 luglio 2007, gli dice: "Io sai che poi ti ricambierò dall'altra parte, quando tu sarai un libero imprenditore, mi impegno a ... eh! A darti un grande sostegno". Che cosa chiedeva il premier? Il favore di un ingaggio per una soubrette utile a conquistare un senatore e mettere sotto il governo Prodi. O magari...
Ancora uno stralcio:
Saccà. Lei è l'unica persona che non mi ha mai chiesto niente, voglio dire...
Berlusconi. Io qualche volta di donne... e ti chiedo... per sollevare il morale del Capo (ridendo).
E in effetti, con molto tatto, Berlusconi chiede di sistemare o per lo meno di prendere in considerazione questa o quella attrice. Qualcuna "perché sta diventando pericolosa".
È l'ascolto di queste conversazioni, disvelatrici dei rapporti con una politica corrotta, con il servizio pubblico televisivo in teoria concorrente, addirittura con poteri criminali, che il premier vuole rendere da oggi irrealizzabile per la magistratura e vietato alla pubblicazione, anche la più rispettosa della privacy.
Per scardinare, nell'opinione pubblica, la convinzione che gli ascolti telefonici, ambientali, telematici servano e non siano soltanto una capricciosa bizzarria di toghe intriganti e sollazzo indecente per cronisti ficcanaso, Berlusconi ha costruito nel tempo una narrazione dove si sprecano numeri iperbolici ed elaborate leggende. Dice: "Si parla di 350 mila intercettazioni, è un fatto allucinante, inaccettabile in una democrazia". Fa dire al suo ministro di Giustizia che gli italiani intercettati sono addirittura "30 milioni" mentre sono 125 mila le utenze sotto ascolto (le utenze telefoniche, non gli italiani intercettati). Alla procura di Milano, per fare un esempio, su 200 mila fascicoli penali all'anno, le indagini con intercettazioni restano sotto il 3 per cento (6136).
Altra bubbola del ministro è che gli ascolti si "mangiano" il 33 per cento del bilancio della giustizia mentre invece sfiorano soltanto il 3 per cento di quel bilancio (per la precisione il 2,9 per cento, 225 milioni di costo contro i 7 miliardi e mezzo del bilancio annuale della giustizia). Senza dire che, per inerzia del governo, lo Stato paga al gestore telefonico 26 euro per ogni tabulato, 1,6 euro al giorno per intercettare un telefono fisso, 2 euro al giorno per in cellulare e 12 per un satellitare e l'esecutivo non ha tentato nemmeno di ottenere dalle compagnie telefoniche un pagamento a forfait o tariffe agevolate in cambio della concessione pubblica (accade all'estero).
Nonostante questa inerzia, le intercettazioni si pagano da sole, anche con una sola indagine. Il caso di scuola è l'inchiesta Antonveneta. Costo dell'indagine, 8 milioni di euro. Denaro incassato dallo Stato con il patteggiamento dei 64 indagati, 340 milioni. Il costo di un anno di intercettazioni e avanza qualche decina di milioni da collocare a bilancio, come è avvenuto, per la costruzione di nuovi asili.
Comunque la si giri e la si volti, questa legge serve soltanto a contenere le angosce del premier e dei suoi amici, a proteggere le loro relazioni e i loro passi, a salvaguardare il malaffare dovunque sia diffuso e radicato. Per il cittadino che chiede sicurezza e vuole essere informato di quel accade nel Paese è soltanto una sconfitta che lo rende più debole, più indifeso, più smarrito.
Se la legge dovesse essere confermata così com'è al Senato, i pubblici ministeri potranno chiedere di intercettare un indagato soltanto quando hanno già ottenuto quei "gravi indizi di colpevolezza" che giustificherebbero il suo arresto. E allora che bisogno c'è delle intercettazioni? Forse è davvero la morte della giustizia penale, come scrive l'associazione magistrati. Certo, è l'eclissi di un segmento rilevante dell'informazione. Da oggi si potranno soltanto proporre dei "riassuntini" dell'inchiesta e delle prove raccolte. Non si potrà pubblicare più alcun documento, nessun testo di intercettazione.
La cronaca, queste cronache del potere, però, non sono soltanto il racconto di imprese delittuose. Non deve esserci necessariamente un delitto, una responsabilità penale in questi affreschi. Spesso al contrario possono rendere manifesto e pubblico soltanto un disordine sociale, un dispositivo storto che merita di essere raccontato quanto e più di un delitto perché, più di un delitto, attossica l'ordinato vivere civile.
Immaginate che ci sia un dirigente della Rai che, in una sera elettorale, chiama al telefono un famoso conduttore e gli chiede di lasciar perdere con gli exit poll che danno un risultato molesto per "il Capo". Immaginate che il dirigente Rai per essere più convincente con il conduttore spiega che quello è "un ordine del Capo". Non c'è nulla di penale, è vero, ma davvero è inutile, irrilevante raccontare ai telespettatori che la scena somministrata loro, quella sera, era truccata?
Bene, ammesso che questa sia stata una conversazione intercettata recentemente in un'inchiesta giudiziaria, non la leggerete più perché l'ossessione del premier, diventata oggi legge dello Stato, la vieta. Chi ci guadagna è soltanto chi ha il potere. Chi deve giudicarlo non ne avrà più né gli strumenti né l'occasione.
(11 giugno 2009)
di GIUSEPPE D'AVANZO
"Se escono fuori registrazioni lascio questo Paese". Lo disse Berlusconi l'anno scorso, ad Ancona, e così annunciò la sua offensiva contro le intercettazioni. Più che un'offensiva, la distruzione risolutiva di uno strumento d'indagine essenziale per la sicurezza del Paese e del cittadino. "Permetteremo le intercettazioni - disse nelle Marche quel giorno, era aprile - soltanto per reati di terrorismo e criminalità organizzata e ci saranno cinque anni di carcere per chi le ordina, per chi le fa, per chi le diffonde, oltre a multe salatissime per gli editori che le pubblicano".
Come d'abitudine, il Cavaliere la spara grossa, grossissima, consapevole che quel che ha in mente è un obiettivo più ridotto, ma tuttavia adeguato alla volontà di togliere dalla cassetta degli attrezzi della magistratura e delle polizie un arnese essenziale al lavoro. E, dagli strumenti dell'informazione, un utensile che, maneggiato con cura (e non sempre lo è stato), si è dimostrato molto efficace per raccontare le ombre del potere. La possibilità di essere ascoltato nelle sue conversazioni - magari perché il suo interlocutore era sott'inchiesta, come gli è accaduto nei colloqui con Agostino Saccà o, in passato, con Marcello Dell'Utri - è per il Cavaliere un'ossessione, un'ansia, una fobia. Ci è incappato più d'una volta.
Nel Capodanno 1987, alle ore 20,52 dalla villa di Arcore (Berlusconi festeggia con Fedele Confalonieri e Bettino Craxi).
Berlusconi. Iniziamo male l'anno!
Dell'Utri. Perché male?
Berlusconi. Perché dovevano venire due [ragazze] di Drive In che ci hanno fatto il bidone! E anche Craxi è fuori dalla grazia di Dio!
Dell'Utri. Ah! Ma che te ne frega di Drive In?
Berlusconi. Che me ne frega? Poi finisce che non scopiamo più! Se non comincia così l'anno, non si scopa più!
Dell'Utri. Va bene, insomma, che vada a scopare in un altro posto!
La conversazione racconta la familiarità tra il tycoon e un presidente del consiglio allora in carica che gli confeziona, per i suoi network televisivi, un decreto legge su misura, poi bocciato dalla Corte Costituzionale.
Già l'anno prima, il giorno di Natale del 1986, il nome di Berlusconi era saltato fuori in un'intercettazione tra un mafioso, Gaetano Cinà, e il fratello di Marcello Dell'Utri, Alberto.
Cinà. Lo sai quanto pesava la cassata del Cavaliere?
Dell'Utri. No, quanto pesava, quattro chili?
Cinà. Sì, va be'! Undici chili e ottocento!
Dell'Utri. Minchione! E che gli arrivò, un camion gli arrivò?
Cinà. Certo, ho dovuto far fare una cassa dal falegname, altrimenti si rompeva!
Perché un mafioso di primo piano come Cinà si prendesse il disturbo di regalare un monumento di glassa al Cavaliere rimane ancora un enigma, ma documenta quanto meno il tentativo di Cosa Nostra di ingraziarselo.
Al contrario, è Berlusconi che sembra promettere un beneficio ad Agostino Saccà, direttore di RaiFiction quando, il 6 luglio 2007, gli dice: "Io sai che poi ti ricambierò dall'altra parte, quando tu sarai un libero imprenditore, mi impegno a ... eh! A darti un grande sostegno". Che cosa chiedeva il premier? Il favore di un ingaggio per una soubrette utile a conquistare un senatore e mettere sotto il governo Prodi. O magari...
Ancora uno stralcio:
Saccà. Lei è l'unica persona che non mi ha mai chiesto niente, voglio dire...
Berlusconi. Io qualche volta di donne... e ti chiedo... per sollevare il morale del Capo (ridendo).
E in effetti, con molto tatto, Berlusconi chiede di sistemare o per lo meno di prendere in considerazione questa o quella attrice. Qualcuna "perché sta diventando pericolosa".
È l'ascolto di queste conversazioni, disvelatrici dei rapporti con una politica corrotta, con il servizio pubblico televisivo in teoria concorrente, addirittura con poteri criminali, che il premier vuole rendere da oggi irrealizzabile per la magistratura e vietato alla pubblicazione, anche la più rispettosa della privacy.
Per scardinare, nell'opinione pubblica, la convinzione che gli ascolti telefonici, ambientali, telematici servano e non siano soltanto una capricciosa bizzarria di toghe intriganti e sollazzo indecente per cronisti ficcanaso, Berlusconi ha costruito nel tempo una narrazione dove si sprecano numeri iperbolici ed elaborate leggende. Dice: "Si parla di 350 mila intercettazioni, è un fatto allucinante, inaccettabile in una democrazia". Fa dire al suo ministro di Giustizia che gli italiani intercettati sono addirittura "30 milioni" mentre sono 125 mila le utenze sotto ascolto (le utenze telefoniche, non gli italiani intercettati). Alla procura di Milano, per fare un esempio, su 200 mila fascicoli penali all'anno, le indagini con intercettazioni restano sotto il 3 per cento (6136).
Altra bubbola del ministro è che gli ascolti si "mangiano" il 33 per cento del bilancio della giustizia mentre invece sfiorano soltanto il 3 per cento di quel bilancio (per la precisione il 2,9 per cento, 225 milioni di costo contro i 7 miliardi e mezzo del bilancio annuale della giustizia). Senza dire che, per inerzia del governo, lo Stato paga al gestore telefonico 26 euro per ogni tabulato, 1,6 euro al giorno per intercettare un telefono fisso, 2 euro al giorno per in cellulare e 12 per un satellitare e l'esecutivo non ha tentato nemmeno di ottenere dalle compagnie telefoniche un pagamento a forfait o tariffe agevolate in cambio della concessione pubblica (accade all'estero).
Nonostante questa inerzia, le intercettazioni si pagano da sole, anche con una sola indagine. Il caso di scuola è l'inchiesta Antonveneta. Costo dell'indagine, 8 milioni di euro. Denaro incassato dallo Stato con il patteggiamento dei 64 indagati, 340 milioni. Il costo di un anno di intercettazioni e avanza qualche decina di milioni da collocare a bilancio, come è avvenuto, per la costruzione di nuovi asili.
Comunque la si giri e la si volti, questa legge serve soltanto a contenere le angosce del premier e dei suoi amici, a proteggere le loro relazioni e i loro passi, a salvaguardare il malaffare dovunque sia diffuso e radicato. Per il cittadino che chiede sicurezza e vuole essere informato di quel accade nel Paese è soltanto una sconfitta che lo rende più debole, più indifeso, più smarrito.
Se la legge dovesse essere confermata così com'è al Senato, i pubblici ministeri potranno chiedere di intercettare un indagato soltanto quando hanno già ottenuto quei "gravi indizi di colpevolezza" che giustificherebbero il suo arresto. E allora che bisogno c'è delle intercettazioni? Forse è davvero la morte della giustizia penale, come scrive l'associazione magistrati. Certo, è l'eclissi di un segmento rilevante dell'informazione. Da oggi si potranno soltanto proporre dei "riassuntini" dell'inchiesta e delle prove raccolte. Non si potrà pubblicare più alcun documento, nessun testo di intercettazione.
La cronaca, queste cronache del potere, però, non sono soltanto il racconto di imprese delittuose. Non deve esserci necessariamente un delitto, una responsabilità penale in questi affreschi. Spesso al contrario possono rendere manifesto e pubblico soltanto un disordine sociale, un dispositivo storto che merita di essere raccontato quanto e più di un delitto perché, più di un delitto, attossica l'ordinato vivere civile.
Immaginate che ci sia un dirigente della Rai che, in una sera elettorale, chiama al telefono un famoso conduttore e gli chiede di lasciar perdere con gli exit poll che danno un risultato molesto per "il Capo". Immaginate che il dirigente Rai per essere più convincente con il conduttore spiega che quello è "un ordine del Capo". Non c'è nulla di penale, è vero, ma davvero è inutile, irrilevante raccontare ai telespettatori che la scena somministrata loro, quella sera, era truccata?
Bene, ammesso che questa sia stata una conversazione intercettata recentemente in un'inchiesta giudiziaria, non la leggerete più perché l'ossessione del premier, diventata oggi legge dello Stato, la vieta. Chi ci guadagna è soltanto chi ha il potere. Chi deve giudicarlo non ne avrà più né gli strumenti né l'occasione.
(11 giugno 2009)
4 calunnie o 4 bugie?
Quelle 4 "calunnie" sono 4 bugie del premier
di Giuseppe D'Avanzo
Chissà se qualcuno accuserà l'autore di "demonizzare" B., se si limita a mettere in evidenza le sue reiterate bugie. La Repubblica, 14 giugno 2009
Dice Berlusconi a Santa Margherita Ligure: «Su quattro calunnie messe in fila - veline, minorenni, Mills e voli di Stato - è stata fatta una campagna che è stata molto negativa per l´immagine all´estero dell´Italia».
Il significato di calunnia è «diceria o imputazione, coscientemente falsa e diretta ad offendere l´integrità o la reputazione altrui» (Devoto e Oli).
Per comprendere meglio quali siano, per il premier, le «dicerie o imputazioni coscientemente false» raccolte contro la sua reputazione bisogna leggere il Corriere della sera di ieri. Nel colloquio il Cavaliere spiega quali sono le quattro menzogne, strumenti del fantasioso «progetto eversivo». Qui si vuole verificare, con qualche fatto utile e ostinato, se la lamentazione del Cavaliere ha fondamento e chi alla fine mente, se Berlusconi o chi oppone dei rilievi alla "verità" del capo del governo.
1 «Hanno iniziato scrivendo che c´erano "veline" nelle liste del Pdl alle Europee. Non erano "veline" e sono state tutte elette». (Berlusconi al Corriere, 13 giugno, pagina 9)
I ricordi del Cavaliere truccano quel che è accaduto e banalizzano una questione che, fin dall´inizio, è stata esclusivamente politica, per di più sollevata nel suo campo. Sono i quotidiani della destra, e quindi da lui controllati direttamente o indirettamente influenzati, a dar conto dell´affollamento delle "veline" nelle liste europee del Popolo della Libertà. Comincia il Giornale della famiglia Berlusconi, il 31 marzo. Ma è il 22 aprile, con il titolo «Gesto da Cavaliere. Le veline azzurre candidate in pectore» - sommario, «Silvio porta a Strasburgo una truppa di showgirl» - che Libero rivela i nomi del cast in partenza per Strasburgo: Angela Sozio, Elisa Alloro, Emanuela Romano, Rachele Restivo, Eleonora Gaggioli, Camilla Ferranti, Barbara Matera, Ginevra Crescenzi, Antonia Ruggiero, Lara Comi, Adriana Verdirosi, Cristina Ravot, Giovanna Del Giudice, Chiara Sgarbossa, Silvia Travaini, Assunta Petron, Letizia Cioffi, Albertina Carraro. Eleonora e Imma De Vivo e «una misteriosa signorina» lituana, Giada Martirosianaite.
Contro queste candidature muove la fondazione Farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini. Il pensatoio, diretto dal professor Alessandro Campi, denuncia l´«impoverimento della qualità democratica del paese» e, con un´analisi della politologa Silvia Ventura, avverte che «l´uso strumentale del corpo femminile (..) denota uno scarso rispetto (..) per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima» ( www. ffwebmagazine. it).
Queste scelte sono censurate, infine, anche da Veronica Lario che le definisce «ciarpame senza pudore del potere» ( Ansa, 29 aprile). Il "fuoco amico" consiglierà Berlusconi a gettare la spugna, nella notte del 29 aprile. In una telefonata da Varsavia alle 22,30 in viva voce con i tre coordinatori del Pdl, La Russa, Bondi e Verdini, il premier dice: «E va bene, bloccate tutto. Togliete quei nomi. Sostituitele». Molte "veline", in interviste pubbliche, diranno della loro amarezza per l´esclusione.
2 «Poi hanno tirato in ballo Noemi Letizia, come se fossi una persona che va con le minorenni. In realtà sono solo andato a una festa di compleanno, e per me - che vivo tra la gente - è una cosa normale». (Berlusconi al Corriere, 13 giugno, pagina 9).
Non c´è un grano di "normalità" nei rapporti tra il Cavaliere e i Letizia. Dopo 31 giorni, è ancora oscuro (e senza risposta) come sia nato il legame tra Berlusconi e la famiglia di Noemi. L´ultima versione ascoltata è contraddittoria come le precedenti. Elio Letizia sostiene di aver presentato la figlia al capo del governo in un luogo privato, nel suo studio a Palazzo Grazioli, alla vigilia del Natale del 2001. Berlusconi, nello stesso giorno, ha ricordato di averla conosciuta in un luogo pubblico, «a una sfilata». Ma la "diceria" che il capo del governo denuncia è di «andare con minorenni». E´ stata Veronica Lario per prima a svelare che il marito «frequenta minorenni» ( Repubblica, 3 maggio). La circostanza è stata confermata dall´ex-fidanzato di Noemi (Gino Flaminio) che colloca il primo contatto telefonico tra il capo del governo e la ragazza nell´autunno del 2008. Le parole di Gino costringono Berlusconi - contrariamente a quanto fino a quel momento aveva detto («Ho visto sempre Noemi alla presenza dei genitori») - ad ammettere di aver avuto Noemi ospite a Villa Certosa per dieci giorni a cavallo del Capodanno 2009, accompagnata da un´amica (Roberta O.) e senza i genitori. Nel gennaio del 2009, Noemi come Roberta, era minorenne. Dunque, è corretto sostenere che Berlusconi frequenti minorenni.
3 «Nel frattempo si sono scatenati sul "caso Mills", un avvocato che non conosco di persona» (Berlusconi al Corriere, 13 giugno, pagina 9)
Negli atti del processo contro David Mills (teste corrotto, condannato a 4 anni e 6 mesi di carcere) e Silvio Berlusconi (corruttore, ma immune per legge ad personam), sono dimostrati con documenti autografi, per ammissione dell´imputato, con le parole di testimoni indipendenti, gli incontri del Cavaliere con l´avvocato inglese che gli ha progettato e amministrato l´arcipelago delle società off-shore All Iberian, il «gruppo B di Fininvest very secret». Un documento scovato a Londra dà conto di un incontro al Garrick Club di Garrick Street (discutono delle società estere e Berlusconi autorizza Mills a trattenere 2 milioni e mezzo di sterline parcheggiati sul conto dell´Horizon Limited). Un altro documento sequestrato a Mills fa riferimento a una «telefonata dell´altra notte con Berlusconi». Mills, interrogato, ammette di aver parlato con il Cavaliere la notte del 23 novembre 1995. Ancora Mills, il 13 aprile 2007, conferma di aver incontrato Berlusconi ad Arcore. L´avvocato «descrive anche la villa» (dalla sentenza del tribunale di Milano).
Due soci di Mills nello studio Withers, ascoltati da una corte inglese, così rispondono alla domanda: «C´è stata mai una riunione tra Mills e Berlusconi?». Jeremy LeM. Scott dice: «So che c´è stato un incontro per mettersi d´accordo sul dividendo». A Virginia Rylatt «torna in mente che lui [Mills] era ritornato dal signor Berlusconi». E´ una menzogna, forse la più spudorata, che il capo del governo non abbia mai conosciuto David Mills.
4 «Infine hanno montato un caso sui voli di Stato che uso solo per esigenze di servizio» (Berlusconi al Corriere, 13 giugno, pagina 9).
In una fotografia scattata dal fotografo Antonello Zappadu si vede lo stornellatore del Cavaliere, Mariano Apicella, scendere da un aereo di Stato. Dietro di lui, una ballerina di flamenco. Il fotoreporter sostiene che l´immagine è stata scattata il 24 maggio 2008. In quel giorno era ancora in vigore un decreto del governo Prodi che limitava l´uso degli aerei di Stato «esclusivamente alle personalità e ai componenti della delegazione della missione istituzionale». Si può sostenere che Apicella e la ballerina facevano parte di una «missione istituzionale»? E´ quanto dovrà accertare il Tribunale dei ministri sollecitato dalla Procura di Roma a verificare, per il capo del governo, l´ipotesi di abuso d´ufficio. Infatti soltanto due mesi dopo, il 25 luglio 2008, il presidente del consiglio ha cambiato le regole per i "voli di Stato" prevedendo «l´imbarco di personale estraneo alla delegazione», ma «accreditato su indicazione dell´Autorità in relazione alla natura del viaggio, al rango rivestito dalle personalità trasportate, alle esigenze protocollari e alla consuetudini anche di carattere internazionale». Il caso sui "voli di Stato", che è poi un´inchiesta giudiziaria dovrà accertare se musici, ballerine, giovani ospiti del presidente viaggiano in sua compagnia (con quale rango?) o addirittura in autonomia, nel qual caso l´abuso d´ufficio può essere evidente.
Quindi, quattro «calunnie» o quattro menzogne presidenziali? Si può concludere che Berlusconi, a Santa Margherita Ligure, ancora una volta ha precipitato coscientemente la vita pubblica nella menzogna nella presunzione di abolire l´idea stessa di verità.
di Giuseppe D'Avanzo
Chissà se qualcuno accuserà l'autore di "demonizzare" B., se si limita a mettere in evidenza le sue reiterate bugie. La Repubblica, 14 giugno 2009
Dice Berlusconi a Santa Margherita Ligure: «Su quattro calunnie messe in fila - veline, minorenni, Mills e voli di Stato - è stata fatta una campagna che è stata molto negativa per l´immagine all´estero dell´Italia».
Il significato di calunnia è «diceria o imputazione, coscientemente falsa e diretta ad offendere l´integrità o la reputazione altrui» (Devoto e Oli).
Per comprendere meglio quali siano, per il premier, le «dicerie o imputazioni coscientemente false» raccolte contro la sua reputazione bisogna leggere il Corriere della sera di ieri. Nel colloquio il Cavaliere spiega quali sono le quattro menzogne, strumenti del fantasioso «progetto eversivo». Qui si vuole verificare, con qualche fatto utile e ostinato, se la lamentazione del Cavaliere ha fondamento e chi alla fine mente, se Berlusconi o chi oppone dei rilievi alla "verità" del capo del governo.
1 «Hanno iniziato scrivendo che c´erano "veline" nelle liste del Pdl alle Europee. Non erano "veline" e sono state tutte elette». (Berlusconi al Corriere, 13 giugno, pagina 9)
I ricordi del Cavaliere truccano quel che è accaduto e banalizzano una questione che, fin dall´inizio, è stata esclusivamente politica, per di più sollevata nel suo campo. Sono i quotidiani della destra, e quindi da lui controllati direttamente o indirettamente influenzati, a dar conto dell´affollamento delle "veline" nelle liste europee del Popolo della Libertà. Comincia il Giornale della famiglia Berlusconi, il 31 marzo. Ma è il 22 aprile, con il titolo «Gesto da Cavaliere. Le veline azzurre candidate in pectore» - sommario, «Silvio porta a Strasburgo una truppa di showgirl» - che Libero rivela i nomi del cast in partenza per Strasburgo: Angela Sozio, Elisa Alloro, Emanuela Romano, Rachele Restivo, Eleonora Gaggioli, Camilla Ferranti, Barbara Matera, Ginevra Crescenzi, Antonia Ruggiero, Lara Comi, Adriana Verdirosi, Cristina Ravot, Giovanna Del Giudice, Chiara Sgarbossa, Silvia Travaini, Assunta Petron, Letizia Cioffi, Albertina Carraro. Eleonora e Imma De Vivo e «una misteriosa signorina» lituana, Giada Martirosianaite.
Contro queste candidature muove la fondazione Farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini. Il pensatoio, diretto dal professor Alessandro Campi, denuncia l´«impoverimento della qualità democratica del paese» e, con un´analisi della politologa Silvia Ventura, avverte che «l´uso strumentale del corpo femminile (..) denota uno scarso rispetto (..) per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima» ( www. ffwebmagazine. it).
Queste scelte sono censurate, infine, anche da Veronica Lario che le definisce «ciarpame senza pudore del potere» ( Ansa, 29 aprile). Il "fuoco amico" consiglierà Berlusconi a gettare la spugna, nella notte del 29 aprile. In una telefonata da Varsavia alle 22,30 in viva voce con i tre coordinatori del Pdl, La Russa, Bondi e Verdini, il premier dice: «E va bene, bloccate tutto. Togliete quei nomi. Sostituitele». Molte "veline", in interviste pubbliche, diranno della loro amarezza per l´esclusione.
2 «Poi hanno tirato in ballo Noemi Letizia, come se fossi una persona che va con le minorenni. In realtà sono solo andato a una festa di compleanno, e per me - che vivo tra la gente - è una cosa normale». (Berlusconi al Corriere, 13 giugno, pagina 9).
Non c´è un grano di "normalità" nei rapporti tra il Cavaliere e i Letizia. Dopo 31 giorni, è ancora oscuro (e senza risposta) come sia nato il legame tra Berlusconi e la famiglia di Noemi. L´ultima versione ascoltata è contraddittoria come le precedenti. Elio Letizia sostiene di aver presentato la figlia al capo del governo in un luogo privato, nel suo studio a Palazzo Grazioli, alla vigilia del Natale del 2001. Berlusconi, nello stesso giorno, ha ricordato di averla conosciuta in un luogo pubblico, «a una sfilata». Ma la "diceria" che il capo del governo denuncia è di «andare con minorenni». E´ stata Veronica Lario per prima a svelare che il marito «frequenta minorenni» ( Repubblica, 3 maggio). La circostanza è stata confermata dall´ex-fidanzato di Noemi (Gino Flaminio) che colloca il primo contatto telefonico tra il capo del governo e la ragazza nell´autunno del 2008. Le parole di Gino costringono Berlusconi - contrariamente a quanto fino a quel momento aveva detto («Ho visto sempre Noemi alla presenza dei genitori») - ad ammettere di aver avuto Noemi ospite a Villa Certosa per dieci giorni a cavallo del Capodanno 2009, accompagnata da un´amica (Roberta O.) e senza i genitori. Nel gennaio del 2009, Noemi come Roberta, era minorenne. Dunque, è corretto sostenere che Berlusconi frequenti minorenni.
3 «Nel frattempo si sono scatenati sul "caso Mills", un avvocato che non conosco di persona» (Berlusconi al Corriere, 13 giugno, pagina 9)
Negli atti del processo contro David Mills (teste corrotto, condannato a 4 anni e 6 mesi di carcere) e Silvio Berlusconi (corruttore, ma immune per legge ad personam), sono dimostrati con documenti autografi, per ammissione dell´imputato, con le parole di testimoni indipendenti, gli incontri del Cavaliere con l´avvocato inglese che gli ha progettato e amministrato l´arcipelago delle società off-shore All Iberian, il «gruppo B di Fininvest very secret». Un documento scovato a Londra dà conto di un incontro al Garrick Club di Garrick Street (discutono delle società estere e Berlusconi autorizza Mills a trattenere 2 milioni e mezzo di sterline parcheggiati sul conto dell´Horizon Limited). Un altro documento sequestrato a Mills fa riferimento a una «telefonata dell´altra notte con Berlusconi». Mills, interrogato, ammette di aver parlato con il Cavaliere la notte del 23 novembre 1995. Ancora Mills, il 13 aprile 2007, conferma di aver incontrato Berlusconi ad Arcore. L´avvocato «descrive anche la villa» (dalla sentenza del tribunale di Milano).
Due soci di Mills nello studio Withers, ascoltati da una corte inglese, così rispondono alla domanda: «C´è stata mai una riunione tra Mills e Berlusconi?». Jeremy LeM. Scott dice: «So che c´è stato un incontro per mettersi d´accordo sul dividendo». A Virginia Rylatt «torna in mente che lui [Mills] era ritornato dal signor Berlusconi». E´ una menzogna, forse la più spudorata, che il capo del governo non abbia mai conosciuto David Mills.
4 «Infine hanno montato un caso sui voli di Stato che uso solo per esigenze di servizio» (Berlusconi al Corriere, 13 giugno, pagina 9).
In una fotografia scattata dal fotografo Antonello Zappadu si vede lo stornellatore del Cavaliere, Mariano Apicella, scendere da un aereo di Stato. Dietro di lui, una ballerina di flamenco. Il fotoreporter sostiene che l´immagine è stata scattata il 24 maggio 2008. In quel giorno era ancora in vigore un decreto del governo Prodi che limitava l´uso degli aerei di Stato «esclusivamente alle personalità e ai componenti della delegazione della missione istituzionale». Si può sostenere che Apicella e la ballerina facevano parte di una «missione istituzionale»? E´ quanto dovrà accertare il Tribunale dei ministri sollecitato dalla Procura di Roma a verificare, per il capo del governo, l´ipotesi di abuso d´ufficio. Infatti soltanto due mesi dopo, il 25 luglio 2008, il presidente del consiglio ha cambiato le regole per i "voli di Stato" prevedendo «l´imbarco di personale estraneo alla delegazione», ma «accreditato su indicazione dell´Autorità in relazione alla natura del viaggio, al rango rivestito dalle personalità trasportate, alle esigenze protocollari e alla consuetudini anche di carattere internazionale». Il caso sui "voli di Stato", che è poi un´inchiesta giudiziaria dovrà accertare se musici, ballerine, giovani ospiti del presidente viaggiano in sua compagnia (con quale rango?) o addirittura in autonomia, nel qual caso l´abuso d´ufficio può essere evidente.
Quindi, quattro «calunnie» o quattro menzogne presidenziali? Si può concludere che Berlusconi, a Santa Margherita Ligure, ancora una volta ha precipitato coscientemente la vita pubblica nella menzogna nella presunzione di abolire l´idea stessa di verità.
mercoledì 10 giugno 2009
martedì 9 giugno 2009
rock, politica , testi
un mio intervento su www.accordo.it
Se vogliamo vedere cosa vuole dire "politica", significa fare scelte utili alla "polis", ovvero alla città, alla società. Chi si disinteressa alla politica in questo senso, decide di subire le scelte di altri.
Ciò predetto, ci possono essere musiche e canzoni che influiscono nella società, in modo esplicito o indiretto.
Le canzoni di Woody Guthrie, ad esempio, sono bellissime (consiglio il libro appena uscito, e grazie ad Alessio Ambrosi per il festival di Sarzana di quest'anno dedicato a Woody!), molte esplicitamente politiche, per sostenere lavoratori sfruttati.
Se andiamo a vedere quanto hanno influito nella società i beatles, invece, cambia il discorso. Perchè a mio parere negli anni 1964-1968 hanno contribuito ad una vera rivoluzione e apertura dei costumi....ma in Italia ascoltavamo le musiche, dei testi non capivamo un cazzo (ed era anche meglio così, per i primi LP!!!). Si era parlato del presunto impegno di "revolution", ma prima era stata fatta la rivoluzione nel modo di vivere, poi Lennon & Yoko si sono dati da fare veramente in politica, tanto che John amava definirsi proveniente dalla working class.
Quanti, dei Pink Floyd, apprezzavano la parte musicale, senza capire nulla dei testi? In Italia, penso moltissimi negli anni pre-wall, e mi sa ancora oggi. E mi ci metto anch'io, fan di Gilmour. C'è un DVD su come è stato fatto "Dark Side of the Moon" dove lui fa degli esempietti in studio con una scioltezza e una pulizia....senza parole...
In Italia, solo i più giovani oggi possono permettersi una conoscenza dell'inglese che consente di capire i testi mentre vengono cantati. Una volta....le parole erano solo parte della musica, c'era "Ciao 2001" e rivistine che una volta ogni tanto traducevano i testi.
Il problema è che non si possono mettere tutte in uno stesso cesto mele e pere, Inti Illimani (che suonavano benissimo, e visto che ci siamo invito ad ascoltare un bellissimo CD di Daniele Sepe dedicato a Victor Jara, ucciso dal regime di Pinochet) Hendrix a Woostock (nel film, lui suona nel festival dove tutto cominciò, ma la sensazione è che tutto stava disperatamente già finendo) e il cantautorato italiano. Bello ricordare Bertoli, ma mi permetto un invito: andare a scoprire il lavoro "politico" svolto da Vittoria Savona del Quartetto Cetra, quelli della "Vecchia Fattoria Hia Hia Ho"......Ha fatto libri e LP dedicati ai canti dell'emigrazione, molto attuali, purtroppo!
Ma comunque, suonare politicizzato & incazzato non è obbligatorio, per fortuna. La "rivoluzione" (chissà cosa vuol dire...) si può fare anche con la poesia e la fermezza, Gandhi insegna.
Se vogliamo vedere cosa vuole dire "politica", significa fare scelte utili alla "polis", ovvero alla città, alla società. Chi si disinteressa alla politica in questo senso, decide di subire le scelte di altri.
Ciò predetto, ci possono essere musiche e canzoni che influiscono nella società, in modo esplicito o indiretto.
Le canzoni di Woody Guthrie, ad esempio, sono bellissime (consiglio il libro appena uscito, e grazie ad Alessio Ambrosi per il festival di Sarzana di quest'anno dedicato a Woody!), molte esplicitamente politiche, per sostenere lavoratori sfruttati.
Se andiamo a vedere quanto hanno influito nella società i beatles, invece, cambia il discorso. Perchè a mio parere negli anni 1964-1968 hanno contribuito ad una vera rivoluzione e apertura dei costumi....ma in Italia ascoltavamo le musiche, dei testi non capivamo un cazzo (ed era anche meglio così, per i primi LP!!!). Si era parlato del presunto impegno di "revolution", ma prima era stata fatta la rivoluzione nel modo di vivere, poi Lennon & Yoko si sono dati da fare veramente in politica, tanto che John amava definirsi proveniente dalla working class.
Quanti, dei Pink Floyd, apprezzavano la parte musicale, senza capire nulla dei testi? In Italia, penso moltissimi negli anni pre-wall, e mi sa ancora oggi. E mi ci metto anch'io, fan di Gilmour. C'è un DVD su come è stato fatto "Dark Side of the Moon" dove lui fa degli esempietti in studio con una scioltezza e una pulizia....senza parole...
In Italia, solo i più giovani oggi possono permettersi una conoscenza dell'inglese che consente di capire i testi mentre vengono cantati. Una volta....le parole erano solo parte della musica, c'era "Ciao 2001" e rivistine che una volta ogni tanto traducevano i testi.
Il problema è che non si possono mettere tutte in uno stesso cesto mele e pere, Inti Illimani (che suonavano benissimo, e visto che ci siamo invito ad ascoltare un bellissimo CD di Daniele Sepe dedicato a Victor Jara, ucciso dal regime di Pinochet) Hendrix a Woostock (nel film, lui suona nel festival dove tutto cominciò, ma la sensazione è che tutto stava disperatamente già finendo) e il cantautorato italiano. Bello ricordare Bertoli, ma mi permetto un invito: andare a scoprire il lavoro "politico" svolto da Vittoria Savona del Quartetto Cetra, quelli della "Vecchia Fattoria Hia Hia Ho"......Ha fatto libri e LP dedicati ai canti dell'emigrazione, molto attuali, purtroppo!
Ma comunque, suonare politicizzato & incazzato non è obbligatorio, per fortuna. La "rivoluzione" (chissà cosa vuol dire...) si può fare anche con la poesia e la fermezza, Gandhi insegna.
lunedì 8 giugno 2009
Woody Guthrie a Sarzana - 2
Desidero ringraziare Alessio Ambrosi e tutto lo staff dell'Acoustic Guitar Meeting di Sarzana, oltre che per la manifestazione, anche pr avere fatto in modo da approfondire al conoscenza di Woody Guthrie, al quale era stata dedicata la manifestazione quest'anno.
Consiglio a tutti l'acquisto e la lettura del volume "Le canzoni di Woody Guthrie", a cura di Maurizio Bettelli, Universale economica Feltrinelli, veramente ben curato.
E un suggerimento: perchè non dedicare l'anno prossimo a Pete Seeger?
Giorgio Gregori
Consiglio a tutti l'acquisto e la lettura del volume "Le canzoni di Woody Guthrie", a cura di Maurizio Bettelli, Universale economica Feltrinelli, veramente ben curato.
E un suggerimento: perchè non dedicare l'anno prossimo a Pete Seeger?
Giorgio Gregori
sabato 6 giugno 2009
Quando fu spenta la democrazia
Anche le dittature hanno bisogno di tempo per assestare i loro colpi finali, prima è necessario che l’opinione pubblica venga lungamente ammorbidita e conciata.....la deriva populista del paese, martellato per anni da una schiacciante propaganda, "conciato" a dovere, ha ormai raggiunto una soglia di pericolo di cui l’indifferenza è un sintomo.
risponde Corrado Augias (la Repubblica, 6.06.2009)
Caro Augias,
ho letto giorni fa una lettera del professor Lucio Villari nella quale si ricordavano certi accadimenti del fascismo. Ci si può infatti chiedere perché certi sistemi politici che si ispirano a principi di libertà e democrazia si siano, nel corso del Novecento, degradati o siano stati sostituiti da sistemi autoritari con l’aiuto degli strumenti e dei poteri che la libertà e la democrazia avevano creato.
Il regime fascista, giunto al potere nell’ottobre del 1922, ci ha messo quattro- cinque anni per smantellare gli istituti dello Stato liberale, le sue magistrature, le libertà dei cittadini. Le leggi che hanno instaurato il potere autoritario (e personale) del fascismo sono infatti state varate nel 1926-1927.
Le censure continue e infine la soppressione dei giornali dell’opposizione o non graditi al governo avvennero tra il 1925 e il 1926. Accusati, tra l’altro, di mancanza di rispetto al capo del governo e di ostacolo alla sua attività.
Idem per i partiti, le associazioni politiche, le autonomie locali e alla fine per tutte le libertà che la Costituzione di allora (lo "Statuto" del 1848) garantiva abbastanza bene.
Queste decisioni furono prese con leggi e decreti approvati dalla Camera dove per alcuni anni fu resa impossibile la funzione dei partiti di opposizione, anche con l’avallo di giuristi e studiosi di diritto, di avvocati, di intellettuali e artisti di varia estrazione.
Lettera firmata
Risponde Corrado Augias:
Anche le dittature hanno bisogno di tempo per assestare i loro colpi finali, prima è necessario che l’opinione pubblica venga lungamente ammorbidita e conciata, proprio come si fa con le pelli per poterle "lavorare" meglio. Quando è diventata sufficientemente duttile è più facile far aderire l’opinione comune alle forme volute, o imposte.
Su Repubblica di ieri Aldo Schiavone ha scritto una cosa illuminante. Ha detto che contro la bolla di stanchezza e di indifferenza che sembra attraversare l’elettorato di centro-sinistra è necessario far ricorso non al cuore, ma alla ragione. La sinistra è famosa per aver sempre avuto molto (troppo) cuore.
Adesso sembra proprio il caso di metterlo da parte e non solo perché quel cuore spesso s’è sbagliato, ma anche perché la deriva populista del paese, martellato per anni da una schiacciante propaganda, "conciato" a dovere, ha ormai raggiunto una soglia di pericolo di cui l’indifferenza è un sintomo.
Anni fa, prima di essere condannato, Cesare Previti minacciava: «Dopo le elezioni non faremo prigionieri». Frase rozza, da capomanipolo. Adesso l’avvertimento è più sottile, ma non meno minaccioso: «Dopo le elezioni sistemeremo molte cose». La ragione dice che astenersi o buttare via il voto seguendo il proprio cuore è un lusso che non possiamo permetterci. A meno di non voler essere "sistemati". O "conciati".
Vedi ulteriori commenti sul tema al sito http://www.lavocedifiore.org/SPIP/
risponde Corrado Augias (la Repubblica, 6.06.2009)
Caro Augias,
ho letto giorni fa una lettera del professor Lucio Villari nella quale si ricordavano certi accadimenti del fascismo. Ci si può infatti chiedere perché certi sistemi politici che si ispirano a principi di libertà e democrazia si siano, nel corso del Novecento, degradati o siano stati sostituiti da sistemi autoritari con l’aiuto degli strumenti e dei poteri che la libertà e la democrazia avevano creato.
Il regime fascista, giunto al potere nell’ottobre del 1922, ci ha messo quattro- cinque anni per smantellare gli istituti dello Stato liberale, le sue magistrature, le libertà dei cittadini. Le leggi che hanno instaurato il potere autoritario (e personale) del fascismo sono infatti state varate nel 1926-1927.
Le censure continue e infine la soppressione dei giornali dell’opposizione o non graditi al governo avvennero tra il 1925 e il 1926. Accusati, tra l’altro, di mancanza di rispetto al capo del governo e di ostacolo alla sua attività.
Idem per i partiti, le associazioni politiche, le autonomie locali e alla fine per tutte le libertà che la Costituzione di allora (lo "Statuto" del 1848) garantiva abbastanza bene.
Queste decisioni furono prese con leggi e decreti approvati dalla Camera dove per alcuni anni fu resa impossibile la funzione dei partiti di opposizione, anche con l’avallo di giuristi e studiosi di diritto, di avvocati, di intellettuali e artisti di varia estrazione.
Lettera firmata
Risponde Corrado Augias:
Anche le dittature hanno bisogno di tempo per assestare i loro colpi finali, prima è necessario che l’opinione pubblica venga lungamente ammorbidita e conciata, proprio come si fa con le pelli per poterle "lavorare" meglio. Quando è diventata sufficientemente duttile è più facile far aderire l’opinione comune alle forme volute, o imposte.
Su Repubblica di ieri Aldo Schiavone ha scritto una cosa illuminante. Ha detto che contro la bolla di stanchezza e di indifferenza che sembra attraversare l’elettorato di centro-sinistra è necessario far ricorso non al cuore, ma alla ragione. La sinistra è famosa per aver sempre avuto molto (troppo) cuore.
Adesso sembra proprio il caso di metterlo da parte e non solo perché quel cuore spesso s’è sbagliato, ma anche perché la deriva populista del paese, martellato per anni da una schiacciante propaganda, "conciato" a dovere, ha ormai raggiunto una soglia di pericolo di cui l’indifferenza è un sintomo.
Anni fa, prima di essere condannato, Cesare Previti minacciava: «Dopo le elezioni non faremo prigionieri». Frase rozza, da capomanipolo. Adesso l’avvertimento è più sottile, ma non meno minaccioso: «Dopo le elezioni sistemeremo molte cose». La ragione dice che astenersi o buttare via il voto seguendo il proprio cuore è un lusso che non possiamo permetterci. A meno di non voler essere "sistemati". O "conciati".
Vedi ulteriori commenti sul tema al sito http://www.lavocedifiore.org/SPIP/
venerdì 5 giugno 2009
Perchè non facciamo le ferie in Sicilia
Da anni siamo a conoscenza di questi episodi, e dato che ci siamo anche stufati di tornare dalle ferie riportano animali trovati abbandonati e denutriti, abbiamo detto basta.
Le ferie le facciamo in Paesi e Regioni civili.
lo spunto è da una lettera ad Augias, da "la repubblica" 3 giugno 2009, e da un reportage sui canili al sud
-----
Lettera ad Augias, da "la repubblica" 3 giugno 2009:
Caro Augias, vorrei raccontare la mia «indimenticabile» vacanza nelle province di Ragusa e Siracusa. Ovunque branchi di cani, anche appena nati, malati, denutriti, feriti, in balia delle automobili, investiti, tra l'indifferenza dei passanti (più di qualcuno, per la verità, mi sembrava anche divertito) . Gatti orrendamente mutilati e sfregiati tra i cassonetti dell'immondizia. Carcasse di poveri cani e gatti lasciate per giorni in mezzo alle piazze ed alle strade (episodio questo, che mi ha ricordato una precedente vacanza a Tunisi.).
Parlando con la gente del posto ho scoperto che è sempre stato così, nessuna amministrazione si è mai interessata al problema. Mi narrano che i ragazzini si divertono ad avvelenare queste povere e sfortunate creature.
Qualcuno mi ha anche raccontato che un paio di anni fa in occasione degli incendi divampati da queste parti (Cefalù), venivano usati gatti come torce viventi per appiccare i roghi (avevo letto la storia su un quotidiano).
Apprendo dalla tv la notizia dell 'agghiacciante episodio del cagnolino torturato e sepolto vivo a Porto Empedocle. Sdegnata da tante cattiverie, crudeltà ed insensibilità, da parte degli amministratori locali e dei cittadini, ho anticipato il mio rientro.
Alessia Alessi alessia.aiessi@gmaii.com
La risposta di Augias
Che bisognerebbe fare per salvare la Sicilia?
Non bastano i fondi nazionali ed europei, uno Statuto regionale che dà amplissima libertà di gestione, una maggioranza politica e amministrativa schiacciante di fronte a un centro-sinistra dissolto? Dove sarà mai il rimedio a Palermo sepolta dalle immondizie, a Catania sull'orlo del baratro economico, a una classe politica che invece di governare passa il tempo a scambiarsi insulti. Ho letto nei giorni scorsi il servizio di Sebastiano Messina, lo scambio delle opinioni' è a questo livello: uno ad un altro «è un farabutto, uno che racconta minchiate a Berlusconi»; «Il peggior governo degli ultimi quindici anni»; replica «No, degli ultimi cinquanta»; «Non ci rompere i coglioni,
vattene»; «Zitto tu, animale»; «è un venditore di salsicce» (espresso con il termine dialettale "stig-ghiularu'). Non importa chi ha detto che cosa rivolgendosi a chi. Ciò che conta è che queste risse avvengono all'interno della stessa maggioranza che alle elezioni politiche del 2001 aveva vinto con 61 collegi a 0; che amministra 9 province su 9; che ha vinto le ultime Regionali con il 65 per cento dei voti. Una delle regioni più povere dove gli eletti hanno le indennità più alte, dove le assunzioni pubbliche sono fatte per meriti di clientela e non per necessità organiche. Dove non si riesce a risolvere nemmeno il fenomeno dei cani randagi e della crudeltà verso gli animali. Chi riuscirà a salvare la Sicilia?
e inoltre allegoda:
da: http://gruppobaironapoli.forumcommunity.net/?t=25928465
Un cucciolo che mangia la carcassa di un piccolo animale, forse un cucciolo suo fratello. Cani come fantasmi di ossa vagolano in una palude di rifiuti e di brandelli di carne. Escono ed entrano da una casa fatiscente, una casa di streghe senza porte, solo materassi sfilacciati e sozzi quà e là. È quella di Virgilio Giglio, custode dei "cani killer" che hanno ammazzato il piccolo Giuseppe Brafa. Un film dell’orrore dove nell’abbandono nell’inciviltà e nel degrado, vivevano quegli animali insieme a quell’umano che credeva forse di essere un randagio anche lui.
Eppure nel passato settembre l’Asl e i carabinieri avevano fatto un sopralluogo. Avevano visto tutto, ma non uno tra quella gente ha deciso di cambiare nulla. Nessuno ha urlato allarmi, nessuno ha catturato cani.
Oggi un bambino che dava sfogo alla sua felicità in bicicletta è morto, una ragazza di 25 anni è stata aggredita dai cani sulla spiaggia. Solo Virgilio Giglio è in galera per omicidio colposo, unico colpevole. Ma chi sono i veri responsabili, chi i mandanti della tragedia?
È un miracolo che le disgrazie arrivino solo adesso. Ennio Bonfanti, uomo della Lav (Lega anti vivisezione) in Sicilia ha la disperazione in gola.
Anni di lavoro vano! E oggi con la dolorosa morte di Giuseppe torniamo ai massacri, alle polpette di stricnina, e agli animalisti trattati come orchi. Ennio aggiunge che oggi, come mai, la sporcizia della questione randagi sta nell’illegalità nutrita da certi sindaci e, di conseguenza, nei ricchi business che gli amministratori regalano a certi tenutari di galere canine. Ma si rende conto che in Sicilia la legge 281 del 2000 è diventata operativa solo nell’aprile 2007? Lungaggini assurde, continua Ennio.
I numeri dicono le sue ragioni. La Lav parla di 1 milione di randagi italiani. Il tuo padrone ti ha fatto diventare randagio, il tuo carceriere un investimento, scriveva Elisa D’Alessio mitica combattete della Lav. Il Sud batte tutti i record. Ma tra i 1.650 comuni che non possiedono canili proprio l’80 per cento sono in Sicilia, dove sindaci e parenti preferiscono affidarsi alle strutture dei privati.
Un affare che frutta ogni anno 7 milioni di euro. La commedia e gli attori sono sempre gli stessi. Li indagano, poi tutto cade nel vuoto e rischizzano fuori con prestanomi o senza. I bandi sono incredibilmente vinti dai monopolisti delle città. Le tariffe legittime sarebbero 3,50 euro al giorno per i cani piccoli e 4 per quelli che superano i 10 chili. Calcolando che spesso un canile siciliano ha circa mille cani, ecco che, spesso, i canili in Sicilia guadagnano quasi 1,3 milioni di euro l’anno. Oggi, però, in tempi di crisi, per accaparrarsi la sovvenzione (e il malloppo) alcuni boss canini giocano nelle aste al ribasso, chiedendo per ogni cane 1,01 euro. Così i cani, torturati dalla fame, mangeranno anche frattaglie in decomposizione. Berranno acqua putrida e se non mangeranno affatto finiranno col divorarsi uno con l’altro, l’eutanasia più economica dei canili. E alla fine ci sarà anche l’ultimo anello dell’affare: lo smaltimento delle carcasse che verrà pagato almeno 70 euro.
Oggi i fatti di Modica si tradurranno in una tempesta di denaro proprio per i boss dei canili privati ai quali i sindaci, terrorizzati dallo scandalo e dall’emergenza, riempiranno i canili. Festa grande per i due monopolisti siciliani: lo "Zoo Service" di Catania e la "Mimiani srl" nelle province di Ragusa ed Enna.
La Zoo service ha una storia singolare. Convenzionata con tutti i comuni, o quasi, della provincia (stima di oltre mille cani) il suo proprietario, Mauro Trombetta, ha accumulato con il comune di Catania ben 2,5 milioni di crediti negli ultimi anni. I cani che aveva mantenuto nella provincia erano 1.600, così pareva dichiarare lui. Poi nei giorni scorsi è stata firmata una transazione. Pace fatta tra sindaco e Trombetta. Contemporaneamente esce su Internet il bando per una gara europea, nella quale si offrono 1,6 milioni di euro per tre anni. Chi la vincerà?
Nel frattempo c’è già stata una sorpresa! Improvvisamente i cani catanesi dichiarati da Trombetta sono diventati 480. Racconta una volontaria che preferisce rimanere anonima "in certi canili quando un cane muore si estrae il microchip per metterlo su un altro. E così ecco il prototipo del cane infinito con pagamento infinito". Sorriso amaro. La ragazza non dorme da una settimana.
Dopo Modica l’ossessione del cane killer ha acceso la paura e soprattutto l’odio degli italiani. A Porto Empedocle i cani "spariscono" di notte. Come la spazzatura a Napoli. A Piana degli Albanesi sono stati trovati i corpi dilaniati di sette cuccioli investiti uno ad uno. Si fanno piani di avvelenamenti nei bar, negli autotobus, nelle piazze. Una potatura che farà trovare la Sicilia pronta per i turisti estivi che rischiano di disdire le prossime vacanze nell’isola, dice Sara Tremonti militante di un associazione locale.
Nascondiamo i cani di quartiere nelle case, nelle auto, negli uffici. L’altroieri ne abbiamo messi 20 su un aereo per Roma. Anche madri con intere cucciolate. Qui ingabbiano tutti: piccoli e grandi, buoni e cattivi. La paura è diventata leggenda nei paesi e nelle città. Se un cane abbaia è cane "mursicaturo" da uccidere.
Gli animalisti oggi sono diventati amici e complici dei mostri pelosi. In verità è gente capace di rabbia e di innocenza che solo gli animali riconoscono. Uomini e donne che non si liberano di quest’ossessione: l’amore per sempre. "Randagiamo i sindaci" è il nuovo manifesto di "Chi li ama ci segua" neonata associazione milanese. Anche Francesca Martini, sottosegretario al Welfare, si è dimostrata paladina del dolore e della giustizia per i cani: "No alle mattanze e sì alle sterilizzazioni obbligatorie, unica salvezza" ha detto .
Il randagismo è figlio di amministrazioni incapaci. Tra il 2003 e il 2008 la regione Sicilia ha preso 3 milioni di euro dove sono? Perchè molti comuni non hanno neppure chiesto i fondi stanziati per l’emergenza? E se li hanno presi che fine hanno fatto?.
I comuni siciliani per i cani hanno un sacco di debiti. Quello di Ragusa (Modica è un suo centro) deve 310 mila euro al canile Maya, brava gente, e a quello di Ispica solo 60 mila. Mentre il comune di Agrigento sembra dover dare all’Enpa (Ente nazionale protezione animali) almeno 400 mila euro. Qualcuno però fa notare come più di un comune abbia rifiutato i fondi regionali preferendo pagare i privati. Il comune di San Vito Locapo, Trapani, nel 2004 ha avuto assegnati dalla regione ben 25 mila euro per un ambulatorio di sterilizzazioni. Nel 2005 però uno scritto firmato dal comandante della polizia municipale comunica "il mancato utilizzo della somma, dovuto a una diversa destinazione del sito prescelto": dunque altri cani randagi per i soliti canili. Il comune di Enna invece ha fatto un passo avanti. Ha costruito uno studio medico con tanto di macchinari nei locali dell’ex macello, ma lo tiene chiuso in attesa di affidare la struttura a chi la sappia usare. Per finire anche a Piazza Armerina sono arrivati i denari per l’ambulatorio. Ma dopo un anno, capito il disinteresse, la Regione se li è ripresi. Oggi il comune ha l’acqua alla gola e il 26 febbraio ha bandito una gara d’appalto. Il vincitore è il noto canile Mimiani srl. Il Mimiami è il rifugio privato più grosso del centro sud siciliano: poco meno di mille cani. Il canile si apre in una landa deserta accanto a una linea ferrata chiusa. "Cerchiamo posti lontani perchè i cani abbaiano" ha spiegato una volta il signor Silvio Ferramosca di Lecce, proprietario di un canile in Puglia. Lui, per evitare denunce, ha addirittura fatto tagliare le corde vocali degli animali che aveva in custodia.
Ma i canili sono sempre agli inferi. Perchè nessuno veda soffrire gli animali, perchè nessuno li veda morire. Oltre la ferrovia nasce oggi il primo embrione del nuovo canile Mimiani-Ricara. Il Ricara è famoso. Nel suo canile molti cuccioli non superavano la settimana di vita dopo l’arrivo. Superindagato, oggi il signor Ennio Lo Piano, proprietario del Ricara, continua ad avere circa 600 cani e a investire in nuovi rifugi.
Ma se i giganti del business sono alla fine infrangibili e intoccabili, i piccoli rifugi delle associazioni animaliste vengono invece bombardati da multe e sequestri soprattutto oggi, dopo i fatti di Modica. I Nas hanno cominciato col chiudere il canile di Maganuco, Ragusa, (illegale, anche se il proprietario manteneva i suoi cani da solo). Il piccolo rifugio dell’associazione Aronne Onlus di Agrigento, gestito con i sacrifici dai volontari, ha incassato piogge di multe dall’Asl. "Certo, c’erano molte mancanze, assenza di microchip e altro" dice Sandro Fanara, professore di biologia e presidente di Aronne "ma mi chiedo come mai Asl e sindaci siano molto comprensivi con i grandi, mentre noi pesci piccoli autogestiti, dunque estranei al grande affare, siamo sempre sotto la mannaia.
Nella stessa terra ad Aragona d’Agrigento la signora Ninfa Gueli, 80 anni, è l’esempio più vergognoso dell’inadempienza di certi amministratori. Malata di cancro Ninfa ospita, nutre e protegge 100 cani ai quali il comune non ha mai pensato. Tempo fa pur di far capire la sua fatica si è data fuoco. Qualcuno la ascolterà?
Le ferie le facciamo in Paesi e Regioni civili.
lo spunto è da una lettera ad Augias, da "la repubblica" 3 giugno 2009, e da un reportage sui canili al sud
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Lettera ad Augias, da "la repubblica" 3 giugno 2009:
Caro Augias, vorrei raccontare la mia «indimenticabile» vacanza nelle province di Ragusa e Siracusa. Ovunque branchi di cani, anche appena nati, malati, denutriti, feriti, in balia delle automobili, investiti, tra l'indifferenza dei passanti (più di qualcuno, per la verità, mi sembrava anche divertito) . Gatti orrendamente mutilati e sfregiati tra i cassonetti dell'immondizia. Carcasse di poveri cani e gatti lasciate per giorni in mezzo alle piazze ed alle strade (episodio questo, che mi ha ricordato una precedente vacanza a Tunisi.).
Parlando con la gente del posto ho scoperto che è sempre stato così, nessuna amministrazione si è mai interessata al problema. Mi narrano che i ragazzini si divertono ad avvelenare queste povere e sfortunate creature.
Qualcuno mi ha anche raccontato che un paio di anni fa in occasione degli incendi divampati da queste parti (Cefalù), venivano usati gatti come torce viventi per appiccare i roghi (avevo letto la storia su un quotidiano).
Apprendo dalla tv la notizia dell 'agghiacciante episodio del cagnolino torturato e sepolto vivo a Porto Empedocle. Sdegnata da tante cattiverie, crudeltà ed insensibilità, da parte degli amministratori locali e dei cittadini, ho anticipato il mio rientro.
Alessia Alessi alessia.aiessi@gmaii.com
La risposta di Augias
Che bisognerebbe fare per salvare la Sicilia?
Non bastano i fondi nazionali ed europei, uno Statuto regionale che dà amplissima libertà di gestione, una maggioranza politica e amministrativa schiacciante di fronte a un centro-sinistra dissolto? Dove sarà mai il rimedio a Palermo sepolta dalle immondizie, a Catania sull'orlo del baratro economico, a una classe politica che invece di governare passa il tempo a scambiarsi insulti. Ho letto nei giorni scorsi il servizio di Sebastiano Messina, lo scambio delle opinioni' è a questo livello: uno ad un altro «è un farabutto, uno che racconta minchiate a Berlusconi»; «Il peggior governo degli ultimi quindici anni»; replica «No, degli ultimi cinquanta»; «Non ci rompere i coglioni,
vattene»; «Zitto tu, animale»; «è un venditore di salsicce» (espresso con il termine dialettale "stig-ghiularu'). Non importa chi ha detto che cosa rivolgendosi a chi. Ciò che conta è che queste risse avvengono all'interno della stessa maggioranza che alle elezioni politiche del 2001 aveva vinto con 61 collegi a 0; che amministra 9 province su 9; che ha vinto le ultime Regionali con il 65 per cento dei voti. Una delle regioni più povere dove gli eletti hanno le indennità più alte, dove le assunzioni pubbliche sono fatte per meriti di clientela e non per necessità organiche. Dove non si riesce a risolvere nemmeno il fenomeno dei cani randagi e della crudeltà verso gli animali. Chi riuscirà a salvare la Sicilia?
e inoltre allegoda:
da: http://gruppobaironapoli.forumcommunity.net/?t=25928465
Un cucciolo che mangia la carcassa di un piccolo animale, forse un cucciolo suo fratello. Cani come fantasmi di ossa vagolano in una palude di rifiuti e di brandelli di carne. Escono ed entrano da una casa fatiscente, una casa di streghe senza porte, solo materassi sfilacciati e sozzi quà e là. È quella di Virgilio Giglio, custode dei "cani killer" che hanno ammazzato il piccolo Giuseppe Brafa. Un film dell’orrore dove nell’abbandono nell’inciviltà e nel degrado, vivevano quegli animali insieme a quell’umano che credeva forse di essere un randagio anche lui.
Eppure nel passato settembre l’Asl e i carabinieri avevano fatto un sopralluogo. Avevano visto tutto, ma non uno tra quella gente ha deciso di cambiare nulla. Nessuno ha urlato allarmi, nessuno ha catturato cani.
Oggi un bambino che dava sfogo alla sua felicità in bicicletta è morto, una ragazza di 25 anni è stata aggredita dai cani sulla spiaggia. Solo Virgilio Giglio è in galera per omicidio colposo, unico colpevole. Ma chi sono i veri responsabili, chi i mandanti della tragedia?
È un miracolo che le disgrazie arrivino solo adesso. Ennio Bonfanti, uomo della Lav (Lega anti vivisezione) in Sicilia ha la disperazione in gola.
Anni di lavoro vano! E oggi con la dolorosa morte di Giuseppe torniamo ai massacri, alle polpette di stricnina, e agli animalisti trattati come orchi. Ennio aggiunge che oggi, come mai, la sporcizia della questione randagi sta nell’illegalità nutrita da certi sindaci e, di conseguenza, nei ricchi business che gli amministratori regalano a certi tenutari di galere canine. Ma si rende conto che in Sicilia la legge 281 del 2000 è diventata operativa solo nell’aprile 2007? Lungaggini assurde, continua Ennio.
I numeri dicono le sue ragioni. La Lav parla di 1 milione di randagi italiani. Il tuo padrone ti ha fatto diventare randagio, il tuo carceriere un investimento, scriveva Elisa D’Alessio mitica combattete della Lav. Il Sud batte tutti i record. Ma tra i 1.650 comuni che non possiedono canili proprio l’80 per cento sono in Sicilia, dove sindaci e parenti preferiscono affidarsi alle strutture dei privati.
Un affare che frutta ogni anno 7 milioni di euro. La commedia e gli attori sono sempre gli stessi. Li indagano, poi tutto cade nel vuoto e rischizzano fuori con prestanomi o senza. I bandi sono incredibilmente vinti dai monopolisti delle città. Le tariffe legittime sarebbero 3,50 euro al giorno per i cani piccoli e 4 per quelli che superano i 10 chili. Calcolando che spesso un canile siciliano ha circa mille cani, ecco che, spesso, i canili in Sicilia guadagnano quasi 1,3 milioni di euro l’anno. Oggi, però, in tempi di crisi, per accaparrarsi la sovvenzione (e il malloppo) alcuni boss canini giocano nelle aste al ribasso, chiedendo per ogni cane 1,01 euro. Così i cani, torturati dalla fame, mangeranno anche frattaglie in decomposizione. Berranno acqua putrida e se non mangeranno affatto finiranno col divorarsi uno con l’altro, l’eutanasia più economica dei canili. E alla fine ci sarà anche l’ultimo anello dell’affare: lo smaltimento delle carcasse che verrà pagato almeno 70 euro.
Oggi i fatti di Modica si tradurranno in una tempesta di denaro proprio per i boss dei canili privati ai quali i sindaci, terrorizzati dallo scandalo e dall’emergenza, riempiranno i canili. Festa grande per i due monopolisti siciliani: lo "Zoo Service" di Catania e la "Mimiani srl" nelle province di Ragusa ed Enna.
La Zoo service ha una storia singolare. Convenzionata con tutti i comuni, o quasi, della provincia (stima di oltre mille cani) il suo proprietario, Mauro Trombetta, ha accumulato con il comune di Catania ben 2,5 milioni di crediti negli ultimi anni. I cani che aveva mantenuto nella provincia erano 1.600, così pareva dichiarare lui. Poi nei giorni scorsi è stata firmata una transazione. Pace fatta tra sindaco e Trombetta. Contemporaneamente esce su Internet il bando per una gara europea, nella quale si offrono 1,6 milioni di euro per tre anni. Chi la vincerà?
Nel frattempo c’è già stata una sorpresa! Improvvisamente i cani catanesi dichiarati da Trombetta sono diventati 480. Racconta una volontaria che preferisce rimanere anonima "in certi canili quando un cane muore si estrae il microchip per metterlo su un altro. E così ecco il prototipo del cane infinito con pagamento infinito". Sorriso amaro. La ragazza non dorme da una settimana.
Dopo Modica l’ossessione del cane killer ha acceso la paura e soprattutto l’odio degli italiani. A Porto Empedocle i cani "spariscono" di notte. Come la spazzatura a Napoli. A Piana degli Albanesi sono stati trovati i corpi dilaniati di sette cuccioli investiti uno ad uno. Si fanno piani di avvelenamenti nei bar, negli autotobus, nelle piazze. Una potatura che farà trovare la Sicilia pronta per i turisti estivi che rischiano di disdire le prossime vacanze nell’isola, dice Sara Tremonti militante di un associazione locale.
Nascondiamo i cani di quartiere nelle case, nelle auto, negli uffici. L’altroieri ne abbiamo messi 20 su un aereo per Roma. Anche madri con intere cucciolate. Qui ingabbiano tutti: piccoli e grandi, buoni e cattivi. La paura è diventata leggenda nei paesi e nelle città. Se un cane abbaia è cane "mursicaturo" da uccidere.
Gli animalisti oggi sono diventati amici e complici dei mostri pelosi. In verità è gente capace di rabbia e di innocenza che solo gli animali riconoscono. Uomini e donne che non si liberano di quest’ossessione: l’amore per sempre. "Randagiamo i sindaci" è il nuovo manifesto di "Chi li ama ci segua" neonata associazione milanese. Anche Francesca Martini, sottosegretario al Welfare, si è dimostrata paladina del dolore e della giustizia per i cani: "No alle mattanze e sì alle sterilizzazioni obbligatorie, unica salvezza" ha detto .
Il randagismo è figlio di amministrazioni incapaci. Tra il 2003 e il 2008 la regione Sicilia ha preso 3 milioni di euro dove sono? Perchè molti comuni non hanno neppure chiesto i fondi stanziati per l’emergenza? E se li hanno presi che fine hanno fatto?.
I comuni siciliani per i cani hanno un sacco di debiti. Quello di Ragusa (Modica è un suo centro) deve 310 mila euro al canile Maya, brava gente, e a quello di Ispica solo 60 mila. Mentre il comune di Agrigento sembra dover dare all’Enpa (Ente nazionale protezione animali) almeno 400 mila euro. Qualcuno però fa notare come più di un comune abbia rifiutato i fondi regionali preferendo pagare i privati. Il comune di San Vito Locapo, Trapani, nel 2004 ha avuto assegnati dalla regione ben 25 mila euro per un ambulatorio di sterilizzazioni. Nel 2005 però uno scritto firmato dal comandante della polizia municipale comunica "il mancato utilizzo della somma, dovuto a una diversa destinazione del sito prescelto": dunque altri cani randagi per i soliti canili. Il comune di Enna invece ha fatto un passo avanti. Ha costruito uno studio medico con tanto di macchinari nei locali dell’ex macello, ma lo tiene chiuso in attesa di affidare la struttura a chi la sappia usare. Per finire anche a Piazza Armerina sono arrivati i denari per l’ambulatorio. Ma dopo un anno, capito il disinteresse, la Regione se li è ripresi. Oggi il comune ha l’acqua alla gola e il 26 febbraio ha bandito una gara d’appalto. Il vincitore è il noto canile Mimiani srl. Il Mimiami è il rifugio privato più grosso del centro sud siciliano: poco meno di mille cani. Il canile si apre in una landa deserta accanto a una linea ferrata chiusa. "Cerchiamo posti lontani perchè i cani abbaiano" ha spiegato una volta il signor Silvio Ferramosca di Lecce, proprietario di un canile in Puglia. Lui, per evitare denunce, ha addirittura fatto tagliare le corde vocali degli animali che aveva in custodia.
Ma i canili sono sempre agli inferi. Perchè nessuno veda soffrire gli animali, perchè nessuno li veda morire. Oltre la ferrovia nasce oggi il primo embrione del nuovo canile Mimiani-Ricara. Il Ricara è famoso. Nel suo canile molti cuccioli non superavano la settimana di vita dopo l’arrivo. Superindagato, oggi il signor Ennio Lo Piano, proprietario del Ricara, continua ad avere circa 600 cani e a investire in nuovi rifugi.
Ma se i giganti del business sono alla fine infrangibili e intoccabili, i piccoli rifugi delle associazioni animaliste vengono invece bombardati da multe e sequestri soprattutto oggi, dopo i fatti di Modica. I Nas hanno cominciato col chiudere il canile di Maganuco, Ragusa, (illegale, anche se il proprietario manteneva i suoi cani da solo). Il piccolo rifugio dell’associazione Aronne Onlus di Agrigento, gestito con i sacrifici dai volontari, ha incassato piogge di multe dall’Asl. "Certo, c’erano molte mancanze, assenza di microchip e altro" dice Sandro Fanara, professore di biologia e presidente di Aronne "ma mi chiedo come mai Asl e sindaci siano molto comprensivi con i grandi, mentre noi pesci piccoli autogestiti, dunque estranei al grande affare, siamo sempre sotto la mannaia.
Nella stessa terra ad Aragona d’Agrigento la signora Ninfa Gueli, 80 anni, è l’esempio più vergognoso dell’inadempienza di certi amministratori. Malata di cancro Ninfa ospita, nutre e protegge 100 cani ai quali il comune non ha mai pensato. Tempo fa pur di far capire la sua fatica si è data fuoco. Qualcuno la ascolterà?
giovedì 4 giugno 2009
folkways per gli amanti del folk
Per chi è interessato al folk un bel sito che contiene anche vario materiale didattico:
http://folkways.si.edu/index.aspx
http://folkways.si.edu/index.aspx
mercoledì 3 giugno 2009
Censura internet in Italia?
Ho ricevuto questa... se vera, in effetti si sta imboccando la strada della Birmania. Lì io ho toccato con mano l'efficienza della censura: visto che non riuscivo a scrivere a mia moglie tramite i soliti providers, ho provato, e ci sono riuscito, con Katamail (che evidentemente non conoscevano). La libertà è durata una sola sera: il giorno dopo era già impossibile accederci, in quanto "e-mail program".....
nota di aggiornamento del 4 giugno 2009: da "altroconsumo" apprendo che è stato cancellato l'emendamento D'Alia, prima di arrivare alla camera.
http://punto-informatico.it/2611754/PI/Brevi/rete-ha-vinto-resta-libera.aspx
per maggiori info: www.altroconsumo.it/dirittodirete
Comunque...l'hanno tentata.....
-------
L’attacco finale alla democrazia è iniziato! Berlxxxxxxi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo.
nota di aggiornamento del 4 giugno 2009: da "altroconsumo" apprendo che è stato cancellato l'emendamento D'Alia, prima di arrivare alla camera.
http://punto-informatico.it/2611754/PI/Brevi/rete-ha-vinto-resta-libera.aspx
per maggiori info: www.altroconsumo.it/dirittodirete
Comunque...l'hanno tentata.....
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L’attacco finale alla democrazia è iniziato! Berlxxxxxxi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo.
Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l’obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC), è stato introdotto l‘articolo 50-bis, “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet“.
Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l’articolo è diventato il nr. 60. Anche se il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta” che non vuole scollarsi dal potere.
In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero.
Il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.
L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore.
La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali.
Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?
Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l’informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l’unica fonte
informativa non censurata.
Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto?
Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che vede un’impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d’interessi.
Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di “normalizzare” il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.
Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l’Italia come la Cina e la Birmania.
Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati Beppe Grillo dalle colonne del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico(da verificare se su manifesto e liberazione e manifesto ci sia la notizia).
Fate girare questa notizia il più possibile. E’ ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani.
E’ in gioco davvero la democrazia!!!
Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l’articolo è diventato il nr. 60. Anche se il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta” che non vuole scollarsi dal potere.
In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero.
Il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.
L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore.
La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali.
Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?
Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l’informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l’unica fonte
informativa non censurata.
Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto?
Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che vede un’impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d’interessi.
Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di “normalizzare” il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.
Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l’Italia come la Cina e la Birmania.
Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati Beppe Grillo dalle colonne del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico(da verificare se su manifesto e liberazione e manifesto ci sia la notizia).
Fate girare questa notizia il più possibile. E’ ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani.
E’ in gioco davvero la democrazia!!!
Terrafutura a Firenze
Sono stato venerdi e sabato a Firenze, alla manifestazione "Terrafutura" . Vai a vedere sul sito, trovi il programma e vari materiali.
Come sempre molte belle iniziative.
Durante il mio intervento nel SEMINARIO
QUALE SISTEMA FINANZIARIO OLTRE LA CRISI?
A cura di Banca Etica, Fondazione Culturale Responsabilità Etica,
CRBM-campagna per la riforma della banca mondiale, ho insistito sul fatto che il messaggio di terrafutura dovrebbe essere pubblicizzato al massimo anche in sede internazionale. Infatti, se in una manifestazione come questa si discute sul come creare una nuova economia, come ridurre consumi e sprechi, bisogna anche andare a fare capire queste cose, e in tempi molto veloci, anche ad indiani e cinesi che, oltre ad un ritmo di crescita demografica elevato, non vedono l'ora di "svilupparsi". Mentre noi chiediamo di rivedere i sistemi di trasporto, difondere l'uso della bicicletta, i cinesi si sono stufati di usare la bicicletta e vogliono comprarsi la macchina!
Tra le altre cose, bello il concerto della Orchestra Multietnica di Arezzo .
Come sempre molte belle iniziative.
Durante il mio intervento nel SEMINARIO
QUALE SISTEMA FINANZIARIO OLTRE LA CRISI?
A cura di Banca Etica, Fondazione Culturale Responsabilità Etica,
CRBM-campagna per la riforma della banca mondiale, ho insistito sul fatto che il messaggio di terrafutura dovrebbe essere pubblicizzato al massimo anche in sede internazionale. Infatti, se in una manifestazione come questa si discute sul come creare una nuova economia, come ridurre consumi e sprechi, bisogna anche andare a fare capire queste cose, e in tempi molto veloci, anche ad indiani e cinesi che, oltre ad un ritmo di crescita demografica elevato, non vedono l'ora di "svilupparsi". Mentre noi chiediamo di rivedere i sistemi di trasporto, difondere l'uso della bicicletta, i cinesi si sono stufati di usare la bicicletta e vogliono comprarsi la macchina!
Tra le altre cose, bello il concerto della Orchestra Multietnica di Arezzo .
mercoledì 27 maggio 2009
Don Rodrigo
Rotto l'incantesimo del nuovo Don Rodrigo
di GAD LERNER
Forse ora la smetterà d'insistere sulla propria esuberanza sessuale, sulle belle signore da palpare anche tra le macerie del terremoto e sulle veline che purtroppo non sempre può portarsi dietro.
A quasi 73 anni d'età, Silvio Berlusconi si trova per la prima volta in vita sua a fare davvero i conti con l'universo femminile così come lui l'ha fantasticato, fino a permearne la cultura popolare di massa di questo paese. Lui, per definizione il più amato dalle donne, sente che qualcosa sta incrinandosi nel suo antiquato rapporto con loro.
Le telefonate notturne a una ragazzina, irrompendo con la sproporzione del suo potere - come un don Rodrigo del Duemila - dentro quella vita che ne uscirà sconvolta. E poi il jet privato che le trasporta a gruppi in Sardegna per fare da ornamento alle feste del signore e dei suoi bravi. Ricompensate con monili ma soprattutto con aspettative di carriera, di sistemazione. L'immaginario cui lo stesso Berlusconi ha sempre alluso nei suoi discorsi pubblici è in fondo quello di un'Italietta anni Cinquanta, la stagione della sua gioventù: vitelloni e case d'appuntamento; conquista e sottomissione; il corpo femminile come meta ossessiva; la complicità maschile nell'avventura come primo distintivo di potere. Nel mezzo secolo che intercorre fra le "quindicine" nei casini e l'uso improprio dei "book" fotografici di Emilio Fede, riconosciamo una generazione di italiani poco evoluta, grossolana nell'esercizio del potere.
Di recente Lorella Zanardo e Marco Maldi Chindemi hanno riunito in un documentario di 25 minuti le modalità ordinarie con cui il corpo femminile viene presentato ogni giorno e a ogni ora dalle nostre televisioni, con una ripetitiva estetica da strip club che le differenzia dalle altre televisioni occidentali non perché altrove manchino esempi simili, ma perché da nessuna parte si tratta come da noi dell'unico modello femminile proposto in tv. La visione di questa sequenza di immagini e dialoghi è davvero impressionante (consiglio di scaricarla da www. ilcorpodelledonne. com). Viene da pensare che nell'Italia clericale del "si fa ma non si dice" l'unico passo avanti compiuto nella rappresentazione della donna sia stato di tipo tecnologico: plastificazione dei corpi, annullamento dei volti e con essi delle personalità, fino a esasperare il ruolo subalterno, spesso umiliante, destinato nella vetrina popolare quotidiana alla figura femminile senza cervello. Cosce da marchiare come prosciutti negli spettacoli di prima serata, con risate di sottofondo e senza rivolta alcuna delle professioniste, neppure quando uno dopo l'altro si sono susseguiti gli scandali tipicamente italiani denominati Vallettopoli.
In tale contesto ha prosperato il mito del leader sciupafemmine, invidiabile anche per questo. Fiducioso di godere della complicità maschile, ma anche della rassegnata subalternità di coloro fra le donne che non possano aspirare a farsi desiderare come veline.
Tale è stata finora l'assuefazione a un modello unico femminile - parossistico e come tale improponibile negli Stati Uniti, in Francia, nel Regno Unito, in Germania, in Spagna - da far sembrare audacissima la denuncia del "velinismo politico" quando l'ha proposta su "FareFuturo" la professoressa Sofia Ventura. Come se la rappresentazione degradante della donna nella cultura di massa non avesse niente a che fare con la cronica limitazione italiana nell'accesso di personalità femminili a incarichi di vertice. Una strozzatura che paghiamo perfino in termini di crescita economica, oltre che civile.
Così le ormai numerose indiscrezioni sugli "spettacolini" imbanditi nelle residenze private di Berlusconi in stile harem - mai smentite, sempre censurate dalle tv di regime - confermano la gravità della denuncia di Veronica Lario: "Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica". Una sistematica offesa alla dignità della donna italiana resa possibile dal fatto che "per una strana alchimia il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore".
Logica vorrebbe che dopo le ripetute menzogne sulla vicenda di Noemi Letizia tale indulgenza venga meno.
La cultura misogina di cui è intriso il padrone d'Italia - ma insieme a lui vasti settori della società - risulta anacronistica e quindi destinata a andare in crisi. Si rivela inadeguata al governo di una nazione moderna.
Convinto di poter dominare dall'alto, con l'aiuto dei suoi bravi mediatici, anche una realtà divenuta plateale, l'anziano don Rodrigo del Duemila per la prima volta rischia di inciampare sul terreno che gli è più congeniale: l'onnipotenza seduttiva, la cavalcata del desiderio. L'incantesimo si è rotto, non a caso, per opera di una donna.
(25 maggio 2009) La Repubblica
di GAD LERNER
Forse ora la smetterà d'insistere sulla propria esuberanza sessuale, sulle belle signore da palpare anche tra le macerie del terremoto e sulle veline che purtroppo non sempre può portarsi dietro.
A quasi 73 anni d'età, Silvio Berlusconi si trova per la prima volta in vita sua a fare davvero i conti con l'universo femminile così come lui l'ha fantasticato, fino a permearne la cultura popolare di massa di questo paese. Lui, per definizione il più amato dalle donne, sente che qualcosa sta incrinandosi nel suo antiquato rapporto con loro.
Le telefonate notturne a una ragazzina, irrompendo con la sproporzione del suo potere - come un don Rodrigo del Duemila - dentro quella vita che ne uscirà sconvolta. E poi il jet privato che le trasporta a gruppi in Sardegna per fare da ornamento alle feste del signore e dei suoi bravi. Ricompensate con monili ma soprattutto con aspettative di carriera, di sistemazione. L'immaginario cui lo stesso Berlusconi ha sempre alluso nei suoi discorsi pubblici è in fondo quello di un'Italietta anni Cinquanta, la stagione della sua gioventù: vitelloni e case d'appuntamento; conquista e sottomissione; il corpo femminile come meta ossessiva; la complicità maschile nell'avventura come primo distintivo di potere. Nel mezzo secolo che intercorre fra le "quindicine" nei casini e l'uso improprio dei "book" fotografici di Emilio Fede, riconosciamo una generazione di italiani poco evoluta, grossolana nell'esercizio del potere.
Di recente Lorella Zanardo e Marco Maldi Chindemi hanno riunito in un documentario di 25 minuti le modalità ordinarie con cui il corpo femminile viene presentato ogni giorno e a ogni ora dalle nostre televisioni, con una ripetitiva estetica da strip club che le differenzia dalle altre televisioni occidentali non perché altrove manchino esempi simili, ma perché da nessuna parte si tratta come da noi dell'unico modello femminile proposto in tv. La visione di questa sequenza di immagini e dialoghi è davvero impressionante (consiglio di scaricarla da www. ilcorpodelledonne. com). Viene da pensare che nell'Italia clericale del "si fa ma non si dice" l'unico passo avanti compiuto nella rappresentazione della donna sia stato di tipo tecnologico: plastificazione dei corpi, annullamento dei volti e con essi delle personalità, fino a esasperare il ruolo subalterno, spesso umiliante, destinato nella vetrina popolare quotidiana alla figura femminile senza cervello. Cosce da marchiare come prosciutti negli spettacoli di prima serata, con risate di sottofondo e senza rivolta alcuna delle professioniste, neppure quando uno dopo l'altro si sono susseguiti gli scandali tipicamente italiani denominati Vallettopoli.
In tale contesto ha prosperato il mito del leader sciupafemmine, invidiabile anche per questo. Fiducioso di godere della complicità maschile, ma anche della rassegnata subalternità di coloro fra le donne che non possano aspirare a farsi desiderare come veline.
Tale è stata finora l'assuefazione a un modello unico femminile - parossistico e come tale improponibile negli Stati Uniti, in Francia, nel Regno Unito, in Germania, in Spagna - da far sembrare audacissima la denuncia del "velinismo politico" quando l'ha proposta su "FareFuturo" la professoressa Sofia Ventura. Come se la rappresentazione degradante della donna nella cultura di massa non avesse niente a che fare con la cronica limitazione italiana nell'accesso di personalità femminili a incarichi di vertice. Una strozzatura che paghiamo perfino in termini di crescita economica, oltre che civile.
Così le ormai numerose indiscrezioni sugli "spettacolini" imbanditi nelle residenze private di Berlusconi in stile harem - mai smentite, sempre censurate dalle tv di regime - confermano la gravità della denuncia di Veronica Lario: "Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica". Una sistematica offesa alla dignità della donna italiana resa possibile dal fatto che "per una strana alchimia il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore".
Logica vorrebbe che dopo le ripetute menzogne sulla vicenda di Noemi Letizia tale indulgenza venga meno.
La cultura misogina di cui è intriso il padrone d'Italia - ma insieme a lui vasti settori della società - risulta anacronistica e quindi destinata a andare in crisi. Si rivela inadeguata al governo di una nazione moderna.
Convinto di poter dominare dall'alto, con l'aiuto dei suoi bravi mediatici, anche una realtà divenuta plateale, l'anziano don Rodrigo del Duemila per la prima volta rischia di inciampare sul terreno che gli è più congeniale: l'onnipotenza seduttiva, la cavalcata del desiderio. L'incantesimo si è rotto, non a caso, per opera di una donna.
(25 maggio 2009) La Repubblica
passeggiando a Baghdad
Bello l'articolo di Bernardo Valli "Passeggiando tra le vie di Baghdad" pubblicato su "La repubblica" il 25 maggio 2009.
Mi è piaciuto il finale:
"....Faccio un salto ad Al Bataween, il vecchio quartiere ebraico rimasto da più di mez-
zo secolo senza ebrei. Durante la guerra, nel 2003, era uno degli angoli più animati della città, dove potevo trovare panini e salsicce nelle improvvisate cucine ali ' aperto degli im -migrati maghrebini. C'era, mi dicevano, anche un anziano ebreo che non aveva mai voluto abbandonare l'Iraq. Adesso alcuni ebrei sarebbero ritornati con la speranza di recuperare i beni confiscati alle loro famiglie più di mezzo secolo fa. Ma in realtà è una leggenda. A spingermi a ritornare ad Al Bataween è soprattutto il ricordo di un bellissimo libro di Naim Kattam, un ebreo iracheno professore di arabo (emigrato in Canada), in cui raccontalasua giovinezza, negli anni Trenta e Quaranta, quando gli ebrei erano un terzo della popolazione di Bagdad, e pensavano di essere integrati nella società araba. L'italiano Sereni, che visitò l'Iraq a quell'epoca, scopri una sola differenza tra ebrei e musulmani: i primi chiudevano le botteghe il sabato e i secondi il venerdì. Il libro di Naim Kattam si chiama «Addio Babilonia"
Mi è piaciuto il finale:
"....Faccio un salto ad Al Bataween, il vecchio quartiere ebraico rimasto da più di mez-
zo secolo senza ebrei. Durante la guerra, nel 2003, era uno degli angoli più animati della città, dove potevo trovare panini e salsicce nelle improvvisate cucine ali ' aperto degli im -migrati maghrebini. C'era, mi dicevano, anche un anziano ebreo che non aveva mai voluto abbandonare l'Iraq. Adesso alcuni ebrei sarebbero ritornati con la speranza di recuperare i beni confiscati alle loro famiglie più di mezzo secolo fa. Ma in realtà è una leggenda. A spingermi a ritornare ad Al Bataween è soprattutto il ricordo di un bellissimo libro di Naim Kattam, un ebreo iracheno professore di arabo (emigrato in Canada), in cui raccontalasua giovinezza, negli anni Trenta e Quaranta, quando gli ebrei erano un terzo della popolazione di Bagdad, e pensavano di essere integrati nella società araba. L'italiano Sereni, che visitò l'Iraq a quell'epoca, scopri una sola differenza tra ebrei e musulmani: i primi chiudevano le botteghe il sabato e i secondi il venerdì. Il libro di Naim Kattam si chiama «Addio Babilonia"
martedì 26 maggio 2009
ozio? è rivoluzione
La crisi? Un'opportunità. Per cambiare modo di produrre e ridare un senso al tempo liberato
di Mara Accetterà
Bisogna ritrovare il senso dell'ozio». In tempi di crisi potrà sembrare una dichiarazione snob. E in parte lo è. A farla è Serge Latouche, economista e filosofo francese autore, tra gli altri, di Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri).
Già, si potrebbe pensare, facile per lui che dopo aver insegnato per tanti anni all'Università di Paris Sud adesso gira l'Europa per conferenze. E quando è in Italia non resiste a farsi delle lunghe camminate attraverso piazze, chiese e piccoli musei. Nemico del consumismo e della globalizzazione, Latouche è convinto che la crisi dell'ultimo anno possa anche essere un'opportunità per invertire rotta ed "evitare così la catastrofe umana ed ecologica" che ha più volte annunciato.
Una di queste inversioni passa appunto per una nuova concezione del lavoro e del tempo libero. Nella nostra società però il lavoro rende degni, anzi, in un'ottica protestante il lavoro salva. E il piacere è condannato - a meno che non crei un profitto. Cosa ne pensa? «Nel sistema attuale ci sono lavori come quello alla catena di montaggio ma anche nei call center che sono lavori infami con salari altrettanto infami. Sono travailles, strumenti di tortura. Non danno alcuna dignità, al contrario dei lavori artigianali. Hannah Arendt distingueva tra vita "activa" e contemplativa.
Nella prima metteva la praxis, cioè il momento della politica, del dibattito, dell'agorà che oggi è stato quasi cancellato, poi l'opera, cioè il momento del saper fare, la danza, la musica, l'artigianato e infine il lavoro fatto per guadagnare. Quest'ultimo era una necessità che doveva essere limitata. Nella vita contemplativa Arendt inseriva la preghiera, il sogno, il gioco. Ma noi abbiamo perso il senso dell'ozio e la capacità di sognare e occupiamo il tempo libero in attività mercantili. Siamo cioè formattati e non sappiamo più che farne. Così il tempo libero si professionalizza. Dobbiamo ridare un senso al tempo liberato e così riacquistare l'incanto della vita».
In Francia da questo punto di vista avete fatto passi avanti, però c'è chi dice che la legge delle 35 ore non abbia frenato la disoccupazione.
«È una bugia. Quella legge ha creato 300mila nuovi posti. Ma è solo l'inizio. Si dovrebbe arrivare alle 30 ore di lavoro. A livello europeo e anzi mondiale, perché per me non ha senso mettere in concorrenza un europeo con un cinese. La concorrenza va regolamentata, sennò è un massacro globale». Lavorare tutti ma lavorare meno? «Già nel 1848 Marx diceva che il problema non era più crescere ma condividere meglio. Da allora la produttività è cresciuta 30 volte di più e potremmo lavorare 30 volte di meno. Invece lavoriamo due volte di meno e quegli orari recuperati li investiamo in lavori fantasma, per esempio legati ai trasporti. Siamo 30 volte più felici? No. Abbiamo creato bisogni artificiali e distrutto le risorse naturali. Auspico anche un'altra cosa. Che ci sia più mobilità e flessibilità. Nel corso della vita bisognerebbe saper reinventarsi il lavoro più volte». Lei auspica cambiamenti epocali ma parla di rivoluzione serena. Non le sembra una contraddizione? «Le rivoluzioni non sono sempre traumatiche. Penso a quella "gloriosa" del 1688 che coinvolse la monarchia inglese senza spargimento di sangue. La mia rivoluzione della decrescita è assolutamente pacifica e comincia con un cambio di mentalità: si deve uscire dalla prigione della crescita e cambiare modo di produrre. Non è un ritorno alla caverna come accusano i miei critici. È un progetto per una società autonoma ed ecologica dove a crescere deve essere la nostra gioia di vivere». Ma le frenate portano dolore...
«Dolore a chi non è preparato, a chi è un tossicodipendente della società dei consumi e del lavoro. E rompere con la droga è difficile. Per anni persino la sinistra ci ha spinto alla corsa allo sviluppo, a ingrandire il Pil sempre di più, ma quella torta era avvelenata e ci ha portato inquinamento e distruzione». E questa crisi.
«Lo si diceva da molti anni. Herman Daly, ex economista della Banca Mondiale, aveva segnalato che la corsa allo sviluppo sarebbe stata insostenibile per le risorse del pianeta. La crescita va di pari passo all'inquinamento. È vero che i redditi aumentano ma così anche le spese per compensare e riparare i danni della crescita e che sono nascosti nell'inquinamento, nelle malattie, nelle spese per i farmaci. Il guadagno non è proporzionale alla felicità, anzi al benessere vissuto, che è misurabile. Il paradosso di Easterlin, economista americano, dimostra che il benessere aumenta col reddito fino a un certo punto, poi decresce».
È innegabile che ci sia una certa angoscia per la perdita di posti di lavoro. «Certo, ma è anche un'opportunità di cambiare. Vogliono farci credere che quello che succede sia legato solo al mondo finanziario, ma no, è una crisi sistemica, è una crisi di civiltà e noi ci troviamo davanti a una svolta della storia. Per questo servono soluzioni nuove. La polìtica dei governi attuali è sbagliata. Persino Obama fa meglio di Sarkozy, ma cerca di salvare Wall Street». E invece? «Il nostro immaginario è colonizzato dall'economia. Sa come si dice? Quando si ha un martello nella testa si vedono i problemi sotto forma di chiodi. Deconomicizziamoci. La soluzione non è consumare, produrre e fare soldi. Ma decrescere, uscire dal sistema capitalistico e andare verso una società del doposviluppo, un progetto dì ecosocialismo».
E lei come mette in pratica queste cose? Come passa il tempo? «Adesso sono in pensione, però vado in studio ogni giorno e scrivo. Traggo grande soddisfazione dal creare ogni giorno qualcosa di nuovo. Leggo anche molto, anzi vorrei avere il tempo di rileggere la mia biblioteca ma non so se ci riuscirò. Cammino, visito musei e chiese anche quando sono in Italia per conferenze. Non viaggio più in aereo. A Parigi poi, da quando hanno fatto le piste ciclabili, sono sempre in bicicletta».
Le sue scelte sembrano in sintonia con quello che descrivono Dan Kieran e Tom Hodgkinson in The Book of Iòle Pleasures, piaceri molto semplici e slegati dal consumo compulsivo come raccogliere le fòglie, tirare i sassi nell'acqua, farsi un lungo bagno. «Vivo un terzo del tempo in una casa sui Pirenei, nella Catalogna francese, da dove ho una splendida vista sulla montagna Canigou. Capisco bene il piacere dello spettacolo naturale, passeggiare con la neve, raccogliere piante selvagge, riconoscere gli alberi. Però io sono più un cittadino. I decrescenti sono divisi in due tribù: quella della campagna e quella della città, lo appartengo senza dubbio alla seconda». Per essere un decrescente bisogna rinunciare a molte cose. «Non pongo la questione in termini di rinuncia. Non uso l'aereo, la macchina e non guardo la tv ma perché non ne sento la necessità. Non creda che la tv francese sia molto meglio di quella italiana. Quando mia moglie guarda le notizie io ascolto Bach e rileggo l'Odissea».
Alla fine del suo libro lei dichiara che il ruolo dell'artista è insostituibile per la costruzione di una società serena della decrescita. Ci salveranno gli artisti? «Qualche mese fa nove intellettuali delle Antille hanno lanciato un manifesto "per i prodotti di alta necessità". In questo documento, non a caso dalle ex colonie dove il nostro modello economico ha prodotto dei disastri, difendono, contro lo sfruttamento del lavoro e la disuguaglianza sociale, quei valori non commerciabili come la libertà, l'eguaglianza e la fraternità e che però sono vitali. Vede, c'è una parte prosaica della vita e una poetica, lo credo che bisogna lottare per quella poetica».
23 MAGGIO 2009 - la repubblica delle donne
di Mara Accetterà
Bisogna ritrovare il senso dell'ozio». In tempi di crisi potrà sembrare una dichiarazione snob. E in parte lo è. A farla è Serge Latouche, economista e filosofo francese autore, tra gli altri, di Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri).
Già, si potrebbe pensare, facile per lui che dopo aver insegnato per tanti anni all'Università di Paris Sud adesso gira l'Europa per conferenze. E quando è in Italia non resiste a farsi delle lunghe camminate attraverso piazze, chiese e piccoli musei. Nemico del consumismo e della globalizzazione, Latouche è convinto che la crisi dell'ultimo anno possa anche essere un'opportunità per invertire rotta ed "evitare così la catastrofe umana ed ecologica" che ha più volte annunciato.
Una di queste inversioni passa appunto per una nuova concezione del lavoro e del tempo libero. Nella nostra società però il lavoro rende degni, anzi, in un'ottica protestante il lavoro salva. E il piacere è condannato - a meno che non crei un profitto. Cosa ne pensa? «Nel sistema attuale ci sono lavori come quello alla catena di montaggio ma anche nei call center che sono lavori infami con salari altrettanto infami. Sono travailles, strumenti di tortura. Non danno alcuna dignità, al contrario dei lavori artigianali. Hannah Arendt distingueva tra vita "activa" e contemplativa.
Nella prima metteva la praxis, cioè il momento della politica, del dibattito, dell'agorà che oggi è stato quasi cancellato, poi l'opera, cioè il momento del saper fare, la danza, la musica, l'artigianato e infine il lavoro fatto per guadagnare. Quest'ultimo era una necessità che doveva essere limitata. Nella vita contemplativa Arendt inseriva la preghiera, il sogno, il gioco. Ma noi abbiamo perso il senso dell'ozio e la capacità di sognare e occupiamo il tempo libero in attività mercantili. Siamo cioè formattati e non sappiamo più che farne. Così il tempo libero si professionalizza. Dobbiamo ridare un senso al tempo liberato e così riacquistare l'incanto della vita».
In Francia da questo punto di vista avete fatto passi avanti, però c'è chi dice che la legge delle 35 ore non abbia frenato la disoccupazione.
«È una bugia. Quella legge ha creato 300mila nuovi posti. Ma è solo l'inizio. Si dovrebbe arrivare alle 30 ore di lavoro. A livello europeo e anzi mondiale, perché per me non ha senso mettere in concorrenza un europeo con un cinese. La concorrenza va regolamentata, sennò è un massacro globale». Lavorare tutti ma lavorare meno? «Già nel 1848 Marx diceva che il problema non era più crescere ma condividere meglio. Da allora la produttività è cresciuta 30 volte di più e potremmo lavorare 30 volte di meno. Invece lavoriamo due volte di meno e quegli orari recuperati li investiamo in lavori fantasma, per esempio legati ai trasporti. Siamo 30 volte più felici? No. Abbiamo creato bisogni artificiali e distrutto le risorse naturali. Auspico anche un'altra cosa. Che ci sia più mobilità e flessibilità. Nel corso della vita bisognerebbe saper reinventarsi il lavoro più volte». Lei auspica cambiamenti epocali ma parla di rivoluzione serena. Non le sembra una contraddizione? «Le rivoluzioni non sono sempre traumatiche. Penso a quella "gloriosa" del 1688 che coinvolse la monarchia inglese senza spargimento di sangue. La mia rivoluzione della decrescita è assolutamente pacifica e comincia con un cambio di mentalità: si deve uscire dalla prigione della crescita e cambiare modo di produrre. Non è un ritorno alla caverna come accusano i miei critici. È un progetto per una società autonoma ed ecologica dove a crescere deve essere la nostra gioia di vivere». Ma le frenate portano dolore...
«Dolore a chi non è preparato, a chi è un tossicodipendente della società dei consumi e del lavoro. E rompere con la droga è difficile. Per anni persino la sinistra ci ha spinto alla corsa allo sviluppo, a ingrandire il Pil sempre di più, ma quella torta era avvelenata e ci ha portato inquinamento e distruzione». E questa crisi.
«Lo si diceva da molti anni. Herman Daly, ex economista della Banca Mondiale, aveva segnalato che la corsa allo sviluppo sarebbe stata insostenibile per le risorse del pianeta. La crescita va di pari passo all'inquinamento. È vero che i redditi aumentano ma così anche le spese per compensare e riparare i danni della crescita e che sono nascosti nell'inquinamento, nelle malattie, nelle spese per i farmaci. Il guadagno non è proporzionale alla felicità, anzi al benessere vissuto, che è misurabile. Il paradosso di Easterlin, economista americano, dimostra che il benessere aumenta col reddito fino a un certo punto, poi decresce».
È innegabile che ci sia una certa angoscia per la perdita di posti di lavoro. «Certo, ma è anche un'opportunità di cambiare. Vogliono farci credere che quello che succede sia legato solo al mondo finanziario, ma no, è una crisi sistemica, è una crisi di civiltà e noi ci troviamo davanti a una svolta della storia. Per questo servono soluzioni nuove. La polìtica dei governi attuali è sbagliata. Persino Obama fa meglio di Sarkozy, ma cerca di salvare Wall Street». E invece? «Il nostro immaginario è colonizzato dall'economia. Sa come si dice? Quando si ha un martello nella testa si vedono i problemi sotto forma di chiodi. Deconomicizziamoci. La soluzione non è consumare, produrre e fare soldi. Ma decrescere, uscire dal sistema capitalistico e andare verso una società del doposviluppo, un progetto dì ecosocialismo».
E lei come mette in pratica queste cose? Come passa il tempo? «Adesso sono in pensione, però vado in studio ogni giorno e scrivo. Traggo grande soddisfazione dal creare ogni giorno qualcosa di nuovo. Leggo anche molto, anzi vorrei avere il tempo di rileggere la mia biblioteca ma non so se ci riuscirò. Cammino, visito musei e chiese anche quando sono in Italia per conferenze. Non viaggio più in aereo. A Parigi poi, da quando hanno fatto le piste ciclabili, sono sempre in bicicletta».
Le sue scelte sembrano in sintonia con quello che descrivono Dan Kieran e Tom Hodgkinson in The Book of Iòle Pleasures, piaceri molto semplici e slegati dal consumo compulsivo come raccogliere le fòglie, tirare i sassi nell'acqua, farsi un lungo bagno. «Vivo un terzo del tempo in una casa sui Pirenei, nella Catalogna francese, da dove ho una splendida vista sulla montagna Canigou. Capisco bene il piacere dello spettacolo naturale, passeggiare con la neve, raccogliere piante selvagge, riconoscere gli alberi. Però io sono più un cittadino. I decrescenti sono divisi in due tribù: quella della campagna e quella della città, lo appartengo senza dubbio alla seconda». Per essere un decrescente bisogna rinunciare a molte cose. «Non pongo la questione in termini di rinuncia. Non uso l'aereo, la macchina e non guardo la tv ma perché non ne sento la necessità. Non creda che la tv francese sia molto meglio di quella italiana. Quando mia moglie guarda le notizie io ascolto Bach e rileggo l'Odissea».
Alla fine del suo libro lei dichiara che il ruolo dell'artista è insostituibile per la costruzione di una società serena della decrescita. Ci salveranno gli artisti? «Qualche mese fa nove intellettuali delle Antille hanno lanciato un manifesto "per i prodotti di alta necessità". In questo documento, non a caso dalle ex colonie dove il nostro modello economico ha prodotto dei disastri, difendono, contro lo sfruttamento del lavoro e la disuguaglianza sociale, quei valori non commerciabili come la libertà, l'eguaglianza e la fraternità e che però sono vitali. Vede, c'è una parte prosaica della vita e una poetica, lo credo che bisogna lottare per quella poetica».
23 MAGGIO 2009 - la repubblica delle donne
chitarre a Sarzana
Sono stato 4 giorni a Sarzana (La Spezia) per partecipare ai corsi di liuteria del Maestro Liutaio HARRY FLEISHMAN: “Ripensando la chitarra, come il design e i cambiamenti strutturali possono incidere sul suono” e del Maestro Liutaio ROBERT GODIN: “Discussione sulle chitarre acustiche - Seagull, Norman, Simon & Patrick, Art & Lutherie, La Patrie”
“Discussione sulle chitarre elettriche – Godin & Richmond”
Bellissima atmosfera e ottima organizzazione, per chi volesse vedere clip di concerti e altri commenti www.accordo.it.
Ho provato molte belle chitarre, mi hanno colpitole Lowden (un modello 25 con tavola cedro e face palissandro indiano e una 35 tavola abete e fasce palissandro indiano) da 3000 euro, delle Bourgeois Db signature OM tavola Adirondack e palissandro indiano sulle fasce sui 4200 euro, una Breedlove e poi altri due liutai che aggiungerò in seguito.
Tra i chitaristi emergenti il concorso è stato vinto da Eric Ventrice (concordo), menziono Leonardo Corsi di prato, Fabiano Corso di Siena e Nicola Seccia di barletta, che aveva un suono bellissimo.
Tra le sorprese del festival le Hussie Hicks (vedi sempre su www.accordo.it) e Ed Gerhard, che non avevo mai sentito dal vivo.
“Discussione sulle chitarre elettriche – Godin & Richmond”
Bellissima atmosfera e ottima organizzazione, per chi volesse vedere clip di concerti e altri commenti www.accordo.it.
Ho provato molte belle chitarre, mi hanno colpitole Lowden (un modello 25 con tavola cedro e face palissandro indiano e una 35 tavola abete e fasce palissandro indiano) da 3000 euro, delle Bourgeois Db signature OM tavola Adirondack e palissandro indiano sulle fasce sui 4200 euro, una Breedlove e poi altri due liutai che aggiungerò in seguito.
Tra i chitaristi emergenti il concorso è stato vinto da Eric Ventrice (concordo), menziono Leonardo Corsi di prato, Fabiano Corso di Siena e Nicola Seccia di barletta, che aveva un suono bellissimo.
Tra le sorprese del festival le Hussie Hicks (vedi sempre su www.accordo.it) e Ed Gerhard, che non avevo mai sentito dal vivo.
mercoledì 20 maggio 2009
domenica 17 maggio 2009
Woody Guthrie e Sarzana
Acoustic guitar meeting 20-21-22-23-24 maggio 2009 FORTEZZA FIRMAFEDE
SARZANA (SP) Il programma della manifestazione:
http://www.armadilloclub.org/
un articolo su accordo:
http://www.accordo.it/articles/2009/05/23873/corde-e-voci-per-dialogo-e-diritti-il-23-a-sarzana.html
E noi saremo là!!!
SARZANA (SP) Il programma della manifestazione:
http://www.armadilloclub.org/
un articolo su accordo:
http://www.accordo.it/articles/2009/05/23873/corde-e-voci-per-dialogo-e-diritti-il-23-a-sarzana.html
E noi saremo là!!!
venerdì 15 maggio 2009
Chi decide del nostro corpo?
la vita non appartiene al governo,ne alla chiesa, ma soltanto a chi la vive
Dovrebbe trattarsi dì un'affermazione ovvia. E la parola "appartenere" risulta insufficiente. Perché la vita fa tutt'uno con chi la vive, è chi la vive. Coincide con la sua esistenza, da cui è inseparabile. Se qualcuno non può decidere sulla propria vita non è più una persona, non è più un essere umano, ma un "instrumentum vocale". Una cosa, benché dotata dì parola, come gli antichi filosofi definivano lo schiavo.
E la vita arriva fino alla fine-della-vita, è la tua vita fino all'ultimo istante, e anzi per certi aspetti il periodo finale è il più importante e il più tuo, irrimediabilmente, perché una lunga agonia tragica e insensata può rovinare un'esistenza bellissima. E un'ultima età ricca di senso può riscattare una biografia infelice o ingiusta. Il cardinal Barragan accetterebbe che sulla sua vite decidessi io? L'onorevole Formigoni accetterebbe che decidessi tu, lettrice o lettore? Perché allora pretendono di essere loro a farlo per noi? Se si stabilisce il principio in base al quale sulla propria esistenza non decide chi la vive ma una maggioranza parlamentare, questa maggioranza finirà per avere un potere totalitario sull'individuo. E la libertà
di ognuno sarà cancellata. Se infatti un gruppo di politici ha titolo per decidere della tua vita e della tua morte, a maggior ragione potrà pretendere di decidere su cose importantissime ma meno essenziali: la tua professione, il tuo coniuge, la tua religione, i tuoi viaggi. E quella maggioranza potrà cambiare, ovviamente, e oggi decidere che il sondino o la macchina che ti prolunga la sofferenza io modo artificiale - per mesi, per anni, o abbiamo già dimenticato il calvario di Piergiorgio Welby? - è obbligatorio anche per chi non lo vuole, ma domani potrebbe decidere che la spina va staccata a tutti, anche a chi non vuole rinunciarvi.
Sarebbe mostruosa questa seconda ipotesi, esattamente come è mostruosa la prima: che tu debba continuare per via artificiale un'esistenza che, lasciata alla "natura", verrebbe meno, e che per te è ormai soltanto tortura. La legge approvata al Senato e che ora va in discussione alla Camera stabilisce proprio questa mostruosità. Una volta in ospedale, la tua vita è sequestrata, la tua volontà conta zero, conta solo la volontà del cardinal Bagnasco. Fermare questo medioevo dipende anche da te.
di Paolo Flores dAreais
Direttore di MicroMega, ha appena pubblicato A chi appartiene la tua vita? (Ponte alle Grazie).
D- La repubblica delle donne - 9 MAGGIO 2009
Dovrebbe trattarsi dì un'affermazione ovvia. E la parola "appartenere" risulta insufficiente. Perché la vita fa tutt'uno con chi la vive, è chi la vive. Coincide con la sua esistenza, da cui è inseparabile. Se qualcuno non può decidere sulla propria vita non è più una persona, non è più un essere umano, ma un "instrumentum vocale". Una cosa, benché dotata dì parola, come gli antichi filosofi definivano lo schiavo.
E la vita arriva fino alla fine-della-vita, è la tua vita fino all'ultimo istante, e anzi per certi aspetti il periodo finale è il più importante e il più tuo, irrimediabilmente, perché una lunga agonia tragica e insensata può rovinare un'esistenza bellissima. E un'ultima età ricca di senso può riscattare una biografia infelice o ingiusta. Il cardinal Barragan accetterebbe che sulla sua vite decidessi io? L'onorevole Formigoni accetterebbe che decidessi tu, lettrice o lettore? Perché allora pretendono di essere loro a farlo per noi? Se si stabilisce il principio in base al quale sulla propria esistenza non decide chi la vive ma una maggioranza parlamentare, questa maggioranza finirà per avere un potere totalitario sull'individuo. E la libertà
di ognuno sarà cancellata. Se infatti un gruppo di politici ha titolo per decidere della tua vita e della tua morte, a maggior ragione potrà pretendere di decidere su cose importantissime ma meno essenziali: la tua professione, il tuo coniuge, la tua religione, i tuoi viaggi. E quella maggioranza potrà cambiare, ovviamente, e oggi decidere che il sondino o la macchina che ti prolunga la sofferenza io modo artificiale - per mesi, per anni, o abbiamo già dimenticato il calvario di Piergiorgio Welby? - è obbligatorio anche per chi non lo vuole, ma domani potrebbe decidere che la spina va staccata a tutti, anche a chi non vuole rinunciarvi.
Sarebbe mostruosa questa seconda ipotesi, esattamente come è mostruosa la prima: che tu debba continuare per via artificiale un'esistenza che, lasciata alla "natura", verrebbe meno, e che per te è ormai soltanto tortura. La legge approvata al Senato e che ora va in discussione alla Camera stabilisce proprio questa mostruosità. Una volta in ospedale, la tua vita è sequestrata, la tua volontà conta zero, conta solo la volontà del cardinal Bagnasco. Fermare questo medioevo dipende anche da te.
di Paolo Flores dAreais
Direttore di MicroMega, ha appena pubblicato A chi appartiene la tua vita? (Ponte alle Grazie).
D- La repubblica delle donne - 9 MAGGIO 2009
India: il potere dei poveri
Federico Rampini
IL POTERE DEI POVERI: UN ESERCITO STERMINATO CHE COMINCIA AD AVERE LA POSSIBILITÀ DI SPENDERE PER BENI DI PRIMA NECESSITA'
Nella recessione globale l'India scopre di avere una risorsa insospettabile: i suoi poveri. Non quella fascia dì miseria estrema dove ancora soffrono 200 milioni di persone, ma quel mezzo miliardo di indiani che sta subito sopra, cioè l'immenso popolo delle campagne che negli ultimi anni ha avuto accesso a un modestissimo benessere.
È quel mercato vasto e frugale che finora ha salvato l'India, isolandola dai contraccolpi più brutali della crisi internazionale. La loro domanda di consumi, i più semplici ed elementari, sta trainando la seconda nazione più popolosa del mondo verso una crescita economica tutt'altro che disprezzabile per questo "orribile" 2009.
Tutte le grandi aziende presenti sul mercato indiano lo confermano. Dalla Coca-Cola alla società telefonica Reliance, le vendite sono brillanti proprio nelle regioni rurali. La Lg Electronics ha una gamma speciale di elettrodomestici a basso consumo di corrente, "mirata" sulle famìglie più modeste. Per questa scelta lungimirante la Lg ha avuto un boom di affari grazie alle casalinghe dei villaggi, e il 45% del suo fatturato indiano ormai lo realizza nelle regioni agricole.
Mahindra, grosso produttore locale di automobili e macchine agricole, non riesce a star dietro agli ordinativi per il suo furgoncino Xylo: va a ruba tra le famiglie contadine. Secondo Anand Mahindra, presidente del gruppo, «se c'è una parte dell'economia che è riuscita a rimanere immune dalla crisi globale, è l'India rurale». Cade cosi un luogo comune che era molto diffuso fino all'anno scorso: l'idea che l'India era penalizzata dalla sua insufficiente capacità di invadere i mercati stranieri con le esportazioni. A parte rare eccezioni come il software, l'assistenza informatica e i call center, il resto del "made in India" non è stato protagonista di avanzate spettacolari: nulla di paragonabile alla penetrazione mondiale dei prodotti cinesi. Ma quella che sembrava una debolezza fino a ieri, oggi diventa un elemento di stabilità. La caduta del commercio globale, che penalizza la Cina e tutte le economie emergenti, ha un impatto limitato sull'India. Che invece scopre il vantaggio di avere una sterminata riserva di bisogni interni da soddisfare. Non che la crisi sia invisibile. Ma colpisce soprattutto i privilegiati. Dalla seconda metà del 2008 i settori che hanno sofferto di più sono il mercato immobiliare, i viaggi aerei, ì ristoranti, e le vendite di auto di media cilindrata: cioè i consumi tipici del ceto urbano medio-alto. L'industria che licenzia è quella dell'informatica, nelle varie Silicon Valley di Bangalore e Hyderabad. Per quanto strategicamente importante, questo settore avanzato occupa a stento 11% della forza lavoro indiana.
Alla base della piramide sociale, invece, c'è uno sterminato esercito di ex poveri che cominciano ad avere un potere d'acquisto spendibile per beni di primissima necessità: sapone, medicine, vestiti, scarpe, qualche elettrodomestico, il primo telefono, lo scooter. Nel corso degli ultimi cinque anni l'India agricola ha superato l'India urbana per il numero di famiglie al di sopra di 2.000 dollari di reddito annuo: è la soglia oltre la quale in questo Paese si diventa "consumatori di qualcosa", con un minimo potere d'acquisto oltre la pura sopravvivenza.
«Questa parte della società - spiega l'economista Saumitra Chaudhuri - è quasi immune dagli choc della crisi internazionale». Non hanno risparmi investiti né alla Borsa di Mumbai né nella bolla immobiliare; e il loro reddito dipende raramente dalle spoliazioni. «Una popolazione così vasta che parte da un livello così modesto - dice l'economista Subir Gokarn - è una locomotiva di crescita formidabile, se appena riesce ad aumentare di poco i suoi consumi». Anche la democrazia indiana si sta rivelando meno difettosa di quel che si credeva. Negli ultimi vent'annì è stata spesso paragonata al decisionismo autoritario cinese, e quest'ultimo sembrava vincente almeno nel campo economico. La modernizzazione delle infrastrutture cinesi è stata fantastica. Ma piano piano anche l'India fa dei progressi. Nonostante la corruzione, l'inefficienza burocratica, e tutti i rallentamenti dovuti alla conflittualità tipica di una democrazia, l'India sta costruendo in media 100 chilometri al giorno fra nuove superstrade e autostrade. Tanti villaggi che un tempo erano isolati dal mondo, ora entrano in comunicazione fra loro, migliorando le opportunità economiche degli abitanti. Il numero di abbonati al telefono ha raggiunto 350 milioni, e il mercato delle telecom cresce più velocemente di quello cinese. L'elefante indiano era stato a lungo criticato perché non correva abbastanza. In questa crisi sta sfoderando un tratto tipico dei pachidermi: la solidità.
Federico Rampini - laa repubblica delle donne 9 maggio 2009
IL POTERE DEI POVERI: UN ESERCITO STERMINATO CHE COMINCIA AD AVERE LA POSSIBILITÀ DI SPENDERE PER BENI DI PRIMA NECESSITA'
Nella recessione globale l'India scopre di avere una risorsa insospettabile: i suoi poveri. Non quella fascia dì miseria estrema dove ancora soffrono 200 milioni di persone, ma quel mezzo miliardo di indiani che sta subito sopra, cioè l'immenso popolo delle campagne che negli ultimi anni ha avuto accesso a un modestissimo benessere.
È quel mercato vasto e frugale che finora ha salvato l'India, isolandola dai contraccolpi più brutali della crisi internazionale. La loro domanda di consumi, i più semplici ed elementari, sta trainando la seconda nazione più popolosa del mondo verso una crescita economica tutt'altro che disprezzabile per questo "orribile" 2009.
Tutte le grandi aziende presenti sul mercato indiano lo confermano. Dalla Coca-Cola alla società telefonica Reliance, le vendite sono brillanti proprio nelle regioni rurali. La Lg Electronics ha una gamma speciale di elettrodomestici a basso consumo di corrente, "mirata" sulle famìglie più modeste. Per questa scelta lungimirante la Lg ha avuto un boom di affari grazie alle casalinghe dei villaggi, e il 45% del suo fatturato indiano ormai lo realizza nelle regioni agricole.
Mahindra, grosso produttore locale di automobili e macchine agricole, non riesce a star dietro agli ordinativi per il suo furgoncino Xylo: va a ruba tra le famiglie contadine. Secondo Anand Mahindra, presidente del gruppo, «se c'è una parte dell'economia che è riuscita a rimanere immune dalla crisi globale, è l'India rurale». Cade cosi un luogo comune che era molto diffuso fino all'anno scorso: l'idea che l'India era penalizzata dalla sua insufficiente capacità di invadere i mercati stranieri con le esportazioni. A parte rare eccezioni come il software, l'assistenza informatica e i call center, il resto del "made in India" non è stato protagonista di avanzate spettacolari: nulla di paragonabile alla penetrazione mondiale dei prodotti cinesi. Ma quella che sembrava una debolezza fino a ieri, oggi diventa un elemento di stabilità. La caduta del commercio globale, che penalizza la Cina e tutte le economie emergenti, ha un impatto limitato sull'India. Che invece scopre il vantaggio di avere una sterminata riserva di bisogni interni da soddisfare. Non che la crisi sia invisibile. Ma colpisce soprattutto i privilegiati. Dalla seconda metà del 2008 i settori che hanno sofferto di più sono il mercato immobiliare, i viaggi aerei, ì ristoranti, e le vendite di auto di media cilindrata: cioè i consumi tipici del ceto urbano medio-alto. L'industria che licenzia è quella dell'informatica, nelle varie Silicon Valley di Bangalore e Hyderabad. Per quanto strategicamente importante, questo settore avanzato occupa a stento 11% della forza lavoro indiana.
Alla base della piramide sociale, invece, c'è uno sterminato esercito di ex poveri che cominciano ad avere un potere d'acquisto spendibile per beni di primissima necessità: sapone, medicine, vestiti, scarpe, qualche elettrodomestico, il primo telefono, lo scooter. Nel corso degli ultimi cinque anni l'India agricola ha superato l'India urbana per il numero di famiglie al di sopra di 2.000 dollari di reddito annuo: è la soglia oltre la quale in questo Paese si diventa "consumatori di qualcosa", con un minimo potere d'acquisto oltre la pura sopravvivenza.
«Questa parte della società - spiega l'economista Saumitra Chaudhuri - è quasi immune dagli choc della crisi internazionale». Non hanno risparmi investiti né alla Borsa di Mumbai né nella bolla immobiliare; e il loro reddito dipende raramente dalle spoliazioni. «Una popolazione così vasta che parte da un livello così modesto - dice l'economista Subir Gokarn - è una locomotiva di crescita formidabile, se appena riesce ad aumentare di poco i suoi consumi». Anche la democrazia indiana si sta rivelando meno difettosa di quel che si credeva. Negli ultimi vent'annì è stata spesso paragonata al decisionismo autoritario cinese, e quest'ultimo sembrava vincente almeno nel campo economico. La modernizzazione delle infrastrutture cinesi è stata fantastica. Ma piano piano anche l'India fa dei progressi. Nonostante la corruzione, l'inefficienza burocratica, e tutti i rallentamenti dovuti alla conflittualità tipica di una democrazia, l'India sta costruendo in media 100 chilometri al giorno fra nuove superstrade e autostrade. Tanti villaggi che un tempo erano isolati dal mondo, ora entrano in comunicazione fra loro, migliorando le opportunità economiche degli abitanti. Il numero di abbonati al telefono ha raggiunto 350 milioni, e il mercato delle telecom cresce più velocemente di quello cinese. L'elefante indiano era stato a lungo criticato perché non correva abbastanza. In questa crisi sta sfoderando un tratto tipico dei pachidermi: la solidità.
Federico Rampini - laa repubblica delle donne 9 maggio 2009
sabato 9 maggio 2009
365 idee cambia-mondo
365 idee cambia-mondo
PROVOCAZIONI Smetti di mangiare gamberi, "adotta" una mina, sostieni i medici clown. Sul web e in un libro le proposte (più o meno stravaganti) per migliorare la nostra vitaA cura di Giuliano Di Caro - da "D - la repubblica delle donne - 3 maggio 2009
365 modi per cambiare il mondo (Castelvecchi editore) dell'attivista britannico Michael Norton, è una lettura agile e benintenzionata, che spazia dal social business all'ambientalismo, dalla salute allo sviluppo economico internazionale e ai diritti umani. Un'idea al giorno, ben documentata, suggerita per migliorare il proprio stile di vita. Ecco alcune pagine di questo calendario semiserio per un'esistenza sostenibile.
7 gennaio Clicca sul sito thehungersite.com e una persona che vive in uno dei 70 Paesi più poveri del mondo riceverà una ciotola di cibo, pagata da dieci sponsor e dai proventi del merchandising. In cinque anni, duecento milioni di visitatori hanno donato trecento milioni di pasti.
11 gennaio Un'idea al giorno. Sul sito www.idea-a-day.com puoi vedere quelle finora postate ogni giorno dall'agosto del 2000. Il meccanismo è pensato per durare all'infinito. Le migliori intuizioni finora arrivate sono state pubblicate nel volume The Big Idea Book di David Owen.
16 gennaio Investi nelle altre persone. Scopri come funziona Zopa, l'esempio più famoso di prestito sociale. Il concetto è per l'economia quasi rivoluzionario: ottenere profitto senza emulare la bramosia di guadagni delle banche. Identifica la categoria di persone cui sei disposto a prestare soldi e rendi il denaro di nuovo umano.
18 gennaio Dopo aver reso il denaro più umano, fallo parlare. Scrivi con un pennarello rosso sulle banconote che stai per spendere frasi come "842 milioni di persone andranno a dormire affamate stanotte", oppure "usa il preservativo. Oggi 14mila persone verranno infettate dall'Aids".
20 gennaio Per trovare nuovi vaccini anti-Aids serve una potenza di calcolo spaventosa. Così scarica sul tuo desktop il programma "FightAIDS@home" dello Scripps Research Institute: quando non usi il tuo computer, le sue operazioni saranno al servizio della ricerca. E quando vorrai di nuovo il tuo pc tutto per te, il pacchetto con i calcoli verrà spedito allo Scripps.
3 febbraio Le connessioni wi-fi servono ai Paesi in via di sviluppo. Si progetta per esempio un risciò a forma di tempio indù, da far girare per i villaggi dell'Uttar Pradesh, in India, che mandi un segnale wi-fi per migliorare la vita della comunità. Vedi "Nepalwireless.net".
6 febbraio Unisciti (o crea) una palestra verde. Gruppi di persone che per quattro ore fanno giardinaggio e manutenzione di luoghi pubblici. Lo si fa gratis e serve a tutti. Il progetto GreenGym è nato in Inghilterra e funziona già in 70 città del Regno Unito. Diffondilo.
12 febbraio Organizza un flashmob, cioè un assembramento che sembra spontaneo ma è stato in realtà pianificato via e-mail e sms. Serve a diffondere messaggi che consideri importanti: per un pezzo sarà sulla bocca di tutti.
18 febbraio Smetti di mangiar gamberi. I Paesi in via di sviluppo ne spediscono 4 milioni di tonnellate nei Paesi ricchi. La pesca del gambero con reti a strascico danneggia gravemente la fauna marina. E il suo allevamento distrugge i campi nelle aree costiere.
15 marzo Ecobambini. Solo in Gran Bretagna si tagliano 7 milioni di alberi l'anno per i pannolini usa e getta. Passa a quelli lavabili: salverai un gran numero di foreste, e risparmierai 715 euro a pargolo.
22 marzo Raccogli la pioggia. Progetta un sistema per conservare l'acqua piovana e usarla per irrigare il giardino o lavare l'auto. Passa poi a un amico il manuale di progettazione.
1 aprile Masturbati per la pace. Fare l'amore, anche con se stessi, è meglio che fare la guerra. Inventa e distribuisci adesivi sul tema. A mezzogiorno, l'ora del tradizionale pesce d'aprile, visita il sito masturbateforpeace.com
5 aprile Organizza uno speed dating per cambiare il mondo. Riunisci un gruppo di persone, dividile a coppie, mescolale ogni 5 minuti. Ognuno darà un punteggio alle idee altrui e a fine serata il gruppo si organizzerà per mettere in pratica le trovate giudicate migliori.
17 aprile Dona le miglia aeree. Quelle accumulate dai "frequent flyer" sono diventate una nuova moneta globale: dal 1981 a oggi si calcola ammontino a un valore di 700 miliardi di dollari. Dona le tue miglia ai bambini del programma della Fondazione Make-a-Wish e aiutali a esaudire i loro desideri che iniziano con "vorrei andare a...".
19 maggio Sgancia una Google Bomb, cioè cerca di piazzare in cima alla lista un sito consultato in una ricerca su Google. Il Google Bombing può servire a rendere più visibile la tua organizzazione o la tua causa.
25 maggio Spedisci un animale a una famiglia povera, è il primo passo verso l'autosufficienza. Sia esso un maiale, un pollo o una mucca. Ti costerà tra i 20 e i 40 euro: per istruzioni, vedere i siti sendacow.org o su goodgifts.org
2 giugno Funerale verde. Mettilo tra le tue ultime volontà. Bara di cartone, sepoltura ecologica in un bosco o in un campo. Ma senza danni ambientali.
15 giugno Dona un abito elegante all'associazione Dress for Success. Chi è molto povero non ha certo i soldi per comprare un bel vestito prima di un colloquio di lavoro, e le sue possibilità di fare bella impressione e ottenere il posto sono ridotte in partenza.
8 luglio Tutti nudi. Il Baring Witness è un nuovo modo di fare campagna e sensibilizzare. Spogliatevi insieme ad altre persone e componete una parola coi vostri corpi: poi fatevi scattare una fotografia. Una foto notevole farà crescere la curiosità della stampa verso la vostra causa.
10 luglio Origami per la pace. Il primo bombardamento di uccellini di carta, oltre cento milioni, per promuovere la pace tra diversi gruppi religiosi, è avvenuto in Thailandia nel 2005. Scrivi un messaggio, trova degli amici e inizia a piegare.
14 luglio L'organizzazione Reclaim the Beach di Londra ha organizzato, senza scopo di lucro e gratis per tutti, una serie di feste sulle rive del Tamigi. Il gruppo Hijackers l'ha fatto senza preavviso sulla metropolitana, linea Circle. Scegli il posto e porta lo stereo.
19 luglio Prova una sedia a rotelle per un giorno intero. Progetti del genere esistono in moltissimi Paesi. Mettiti nei panni di un disabile e racconta le difficoltà della tua giornata ad amici, amministratori, legislatori: poi fotografa ciò che ti ha più indignato.
3 agosto Riduci le miglia che i tuoi alimenti hanno fatto per raggiungere la tua borsa della spesa, con danni notevoli all'ambiente. Le miglia alimentari sono in costante aumento per le strade percorse dalla distribuzione nei supermarket e dell'industria alimentare, che raccoglie ingredienti da diverse nazioni. Non comprare cibi che abbiano fatto più di cento miglia (160 km): farai anche felice la drogheria del tuo quartiere.
2 ottobre Vacanze ambientaliste: per esempio si possono monitorare le tartarughe in Thailandia, Grecia o sull'isola di Grenada, fare ricerche sui primati a rischio in India, o costruire sentieri in Islanda.
5 novembre Adotta una mina. Ce ne sono circa 100 milioni sotterrate nel mondo. Con Adopt a Minefield, il primo giovedì di novembre migliaia di persone aprono le loro case per il fundraising. Bonificare un metro quadrato costa circa una sterlina.
15 novembre Unisciti alla Biotic Baking Brigade e lancia torte in faccia a politici e personaggi pubblici vari per far sentire con humour il tuo dissenso. Bill Gates, Renato Ruggiero, Ronald McDonald ne sanno qualcosa.
19 novembre Ferma la pornografia infantile. I pedofili sul web stanno diventando più furbi, audaci, creano vere e proprie comunità. Diventa un poliziotto della rete, unisciti alle associazioni che setacciano il web per fermare questo mostruoso business.
16 dicembre Sostieni i medici clown. L'umorismo riduce il dolore e lo stress. Se pensi di averne i requisiti, scarica il manuale da www.humourfoundation.com.au e diventa medico-clown nel tempo libero. Altrimenti puoi fare una donazione a www.riderepervivere.org
28 dicembre Preparati al Capodanno vendendo su e-Bay vecchi oggetti che non ti servono. Farai un favore al tuo sgabuzzino e potrai usare i soldi ricavati per cause che ti stanno a cuore. Inizia già oggi a pensare a come il 31 dicembre potrai coinvolgere l'intera comunità in una parata di lanterne.
Sognate in prima persona.
Signor Norton, lei vanta 40 anni d'esperienza come attivista per un mondo migliore: ha iniziato facendo l'insegnante di inglese per immigrati in Inghilterra, poi è diventato organizzatore di reti a supporto di Ong, fundraiser, project manager, infine autore.
Perché oggi è il tempo dell'everyday activism? "Perché il cambiamento non è teoria, è pratica. È realizzare idee; oggi abbiamo i mezzi e la sensibilità per farlo. Niente cambierà senza che qualcuno decida di farlo già in prima persona. Il libro è un modo per incoraggiare gli individui a cambiare qualcosa della loro vita quando fanno acquisti, navigano in rete, parlano con gli amici, consumano energia, e si scontrano con tutti gli "ismi" contemporanei: razzismo, sessismo, terrorismo, guerra al terrorismo. Nel mondo ci sono tante persone con idee brillanti, potenzialmente rivoluzionarie. Sarà la somma di questi atti spontanei, immaginativi, a fare la differenza".
Questo conterà di più dell'azione politica o di quella delle associazioni ambientaliste? "In politica è molto più complicato seguire fino in fondo il valore trasformativo di un'idea. Molte grandi organizzazioni, come Amnesty o Greenpeace, ormai sono prigioniere della loro stessa prassi, chiedono soprattutto soldi e visibilità. Conosco un ragazzo che a 23 anni s'è trasferito dalla Gran Bretagna all'Uganda per creare una scuola superiore. Nel giro di 3 anni ne ha aperte altre 15. Diversamente dagli altri, aveva pensato: che succede quando in un Paese povero l'attivismo copre l'educazione elementare ma non guarda oltre? Dubito che dentro un'organizzazione nota avrebbe avuto l'opportunità di condurre il progetto alla sua maniera. Il mio lavoro è rendere possibili, di successo tali iniziative, coinvolgendo più giovani possibili. Così non mi stanco di ripetere: l'idea è tua, è nelle tue mani". Il suo libro fa anche il punto sulla complessa costellazione dell'attivismo globale legato ai temi più disparati. Ogni pagina rimanda un'idea, documenta com'è stata realizzata. "Sì, perché letteralmente non si sa mai che può succedere. Le idee sono virali, contagiose, nascono dagli individui e ne raggiungono altri. Un lettore m'ha scritto che dopo aver cliccato su un sito che pianta alberi nella foresta pluviale è diventato un esperto. S'è documentato, ha coinvolto amici, parenti: è un microcosmo di impegno e idee per il futuro".
Che progetti sta seguendo in questo periodo? "Stiamo producendo bottiglie di acqua vuote sostenibili, che venderemo per il fundraising. E ci stiamo dedicando alla diffusione del social business. Inoltre, diamo sostegno all'italiana Isabella Lapenna, miglior giovane imprenditrice del 2008 in Gran Bretagna, impegnata in un progetto nelle scuole inglesi: ogni classe diventa una piccola banca e gli alunni l'amministrano, imparando i meccanismi del sistema finanziario in modo concreto, responsabile. Questi bambini un giorno forse guideranno istituzioni importanti secondo criteri di trasparenza che i banchieri di oggi hanno colpevolmente ignorato. Come dicevo, non si sa mai".
Il suo sito, 365act.com, sta diventando una miniera d'oro per la sensibilizzazione, il supporto di iniziative cambia- mondo. Ha anche una Banca delle Idee cui tutti possono attingere. Il web è l'arma più potente dei sognatori, oggi? "C'è chi clicca su un sito che dona una ciotola di riso per ogni visita, coinvolgendo altre persone: poi si trovano tutti una volta al mese, a cena, per discutere di nuove idee e soluzioni possibili ai temi a cui si sono appassionati. O il signore che decide di dimezzare le emissioni di CO2 di casa sua e apre un sito per raccontarlo. Con Internet quell'idea, e molte altre, anche più bizzarre e sorprendenti, possono arrivare in un lampo dall'altra parte del globo. Col web ne ho già raccolte e documentate altre 500. Il mio prossimo libro racconterà proprio quest'aspetto: come usare in maniera più efficiente la Rete per cambiare il mondo. Imparando dagli utenti più fantasiosi...".
giovedì 7 maggio 2009
Dall'era dei consumi alla politica sobria
Dall'era dei consumi alla politica sobria
LA MISURA DEI DESIDERI
JOHN LLOYD
Dopo una lunga ubriacatura stiamo cambiando mentalità è arrivato per tutti noi il momento di diventare sobri
Nel suo ultimo e incisivo libro intitolato É la stampa, bellezza!, Giorgio Bocca scrive qualcosa di particolarmente pungente e severo sulla natura della pubblicità odierna: «Essa è creatrice inarrestabile di desideri e di consumi, la potentissima locomotiva che trascina il genere umano verso nuove guerre e, forse, verso l'autodistruzione».
La sua previsione è forse eccessiva, ma riflette una paura crescente che la crisi in corso ha messo in particolare evidenza. Il timore è quello di aver superato un limite, oltre il quale non ci stiamo più limitando a consumare, ma stiamo intaccando il nostro futuro e quello dei nostri figli. Siamo imprigionati in un sistema globale la cui legittimità politica dipende dalla capacità di assicurare standard di vita sempre più alti e di consumare sempre di più. Ciò vale ovunque e per tutti, dalla nuova politica democratica di Barack Obama al regime capitalista-comunista cinese; dal politico miliardario Silvio Berlusconi che ride sempre al sempre cupo scozzese presbiteriano Gordon Brown; dalla caotica democrazia indiana al serpeggiante autoritarismo russo. Ovunque le élite politiche fanno sempre più promesse.
Il grande toccasana della nostra epoca è stato il costante incremento degli standard materiali, che ha attenuato le ineguaglianze tra i nostri Paesi - che si sono acuite enormemente - offrendo la speranza di un futuro migliore alle gene-razioni successive. Noi che continuiamo ad arricchirci sempre più osserviamo con commiserazione i meno fortunati che, soprattutto in Africa, combattono guerre genocide, scatenate in primis da miseria e povertà.
L'improvviso abbassarsi dei nostri standard di vita ci trasmette tuttavia qualcos'altro: noi abitanti dei Paesi ricchi forse non torneremo mai alla ricchezza in costante crescita che davamo facilmente per scontata; i nostri privilegi nascevano dal presupposto di avere alle nostre dipendenze manodopera a basso costo proveniente dall'Europa dell'Est, dalla Cina, dall'India e dalle Filippine. Quella manodopera così a buon mercato è composta anch'essa di consumatori, e i loro governi devono assicurare loro di più. Il loro "più" è il nostro "meno".
L'atteggiamento che ben si confaceva all'era dei consumi era l'edonismo, i cui simboli esteriori sono le automobili di grossa cilindrata, gli schermi al plasma di dimensioni esorbitanti, gli abiti firmati, le vacanze in centri di villeggiatura di lusso. Inizia invece ora a farsi strada una nuova mentalità che deve essere presa sul serio: mi riferisco alla sobrietà, alla moderazione, alla semplicità. Da sempre prerogativa di coloro che hanno abbracciato stili di vita "alternativi" - movimenti "Verdi", figure religiose, perfino alcuni socialisti - alla maggior parte di noi è sempre parsa eccentrica e naif, ma... se avessero ragione?
A noi tutti che abitiamo nei Paesi ricchi è stato lanciato il seguente messaggio: è vero, dovremo affrontare uno o due anni difficili, ma poi la crescita tornerà. Ma è altrettanto verosimile che la crescita possa non tornare come prima e che la politica che ne conseguirà possa non essere più dominata dall'opposizione della sinistra e della destra, bensì dalla necessità di abbassare le aspettative. Ci serve una nuova politica, il cui successo dipenderà da un nuovo atteggiamento collettivo, che ben si esprime nel concetto di " sobrietà". Proprio come chi è sbronzo è incurante di sé e di ciò che lo circonda, così chi è sobrio è invece in grado di mostrare attenzione per sé e per la società. Dopo una lunga ubriacatura, è arrivato per noi tutti il momento di diventare sobri. Sarà difficile, ma probabilmente non avremo alternative.
(traduzione di Anna Bissanti)
da "la repubblica" martedi 28 aprile 2009
LA MISURA DEI DESIDERI
JOHN LLOYD
Dopo una lunga ubriacatura stiamo cambiando mentalità è arrivato per tutti noi il momento di diventare sobri
Nel suo ultimo e incisivo libro intitolato É la stampa, bellezza!, Giorgio Bocca scrive qualcosa di particolarmente pungente e severo sulla natura della pubblicità odierna: «Essa è creatrice inarrestabile di desideri e di consumi, la potentissima locomotiva che trascina il genere umano verso nuove guerre e, forse, verso l'autodistruzione».
La sua previsione è forse eccessiva, ma riflette una paura crescente che la crisi in corso ha messo in particolare evidenza. Il timore è quello di aver superato un limite, oltre il quale non ci stiamo più limitando a consumare, ma stiamo intaccando il nostro futuro e quello dei nostri figli. Siamo imprigionati in un sistema globale la cui legittimità politica dipende dalla capacità di assicurare standard di vita sempre più alti e di consumare sempre di più. Ciò vale ovunque e per tutti, dalla nuova politica democratica di Barack Obama al regime capitalista-comunista cinese; dal politico miliardario Silvio Berlusconi che ride sempre al sempre cupo scozzese presbiteriano Gordon Brown; dalla caotica democrazia indiana al serpeggiante autoritarismo russo. Ovunque le élite politiche fanno sempre più promesse.
Il grande toccasana della nostra epoca è stato il costante incremento degli standard materiali, che ha attenuato le ineguaglianze tra i nostri Paesi - che si sono acuite enormemente - offrendo la speranza di un futuro migliore alle gene-razioni successive. Noi che continuiamo ad arricchirci sempre più osserviamo con commiserazione i meno fortunati che, soprattutto in Africa, combattono guerre genocide, scatenate in primis da miseria e povertà.
L'improvviso abbassarsi dei nostri standard di vita ci trasmette tuttavia qualcos'altro: noi abitanti dei Paesi ricchi forse non torneremo mai alla ricchezza in costante crescita che davamo facilmente per scontata; i nostri privilegi nascevano dal presupposto di avere alle nostre dipendenze manodopera a basso costo proveniente dall'Europa dell'Est, dalla Cina, dall'India e dalle Filippine. Quella manodopera così a buon mercato è composta anch'essa di consumatori, e i loro governi devono assicurare loro di più. Il loro "più" è il nostro "meno".
L'atteggiamento che ben si confaceva all'era dei consumi era l'edonismo, i cui simboli esteriori sono le automobili di grossa cilindrata, gli schermi al plasma di dimensioni esorbitanti, gli abiti firmati, le vacanze in centri di villeggiatura di lusso. Inizia invece ora a farsi strada una nuova mentalità che deve essere presa sul serio: mi riferisco alla sobrietà, alla moderazione, alla semplicità. Da sempre prerogativa di coloro che hanno abbracciato stili di vita "alternativi" - movimenti "Verdi", figure religiose, perfino alcuni socialisti - alla maggior parte di noi è sempre parsa eccentrica e naif, ma... se avessero ragione?
A noi tutti che abitiamo nei Paesi ricchi è stato lanciato il seguente messaggio: è vero, dovremo affrontare uno o due anni difficili, ma poi la crescita tornerà. Ma è altrettanto verosimile che la crescita possa non tornare come prima e che la politica che ne conseguirà possa non essere più dominata dall'opposizione della sinistra e della destra, bensì dalla necessità di abbassare le aspettative. Ci serve una nuova politica, il cui successo dipenderà da un nuovo atteggiamento collettivo, che ben si esprime nel concetto di " sobrietà". Proprio come chi è sbronzo è incurante di sé e di ciò che lo circonda, così chi è sobrio è invece in grado di mostrare attenzione per sé e per la società. Dopo una lunga ubriacatura, è arrivato per noi tutti il momento di diventare sobri. Sarà difficile, ma probabilmente non avremo alternative.
(traduzione di Anna Bissanti)
da "la repubblica" martedi 28 aprile 2009
Quei discutibili incentivi per le biciclette
Dalle lettere al direttore - repubblica giovedi 8 maggio
Marco Sabatini
marcomarcoab@libero.it
Trovo assurda la modalità con la quale sono stati previsti incentivi per l'acquisto di biciclette e ciclomotori. Si sono stanziati 8,75 milioni di euro e per le biciclette è stato previsto uno sconto del 30 per cento fino ad un massimo di 700 euro. In tal modo, anziché favorire la mobilità ciclistica, si è consentito ai virtuosi delle bici costose di risparmiare fino a 700 euro per una bici da oltre 2000 euro. Visto che una bici normale costa anche meno di lOO euro per consentire a più persone di acquistarne una, favorendo l'uso delle due ruote, si sarebbe dovuto prevedere uno sconto di 50-100 euro. Ne avrebbero goduto più persone, in particolare quelle che la bici non ce l'hanno.
Marco Sabatini
marcomarcoab@libero.it
Trovo assurda la modalità con la quale sono stati previsti incentivi per l'acquisto di biciclette e ciclomotori. Si sono stanziati 8,75 milioni di euro e per le biciclette è stato previsto uno sconto del 30 per cento fino ad un massimo di 700 euro. In tal modo, anziché favorire la mobilità ciclistica, si è consentito ai virtuosi delle bici costose di risparmiare fino a 700 euro per una bici da oltre 2000 euro. Visto che una bici normale costa anche meno di lOO euro per consentire a più persone di acquistarne una, favorendo l'uso delle due ruote, si sarebbe dovuto prevedere uno sconto di 50-100 euro. Ne avrebbero goduto più persone, in particolare quelle che la bici non ce l'hanno.
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