RISPONDE
Umberto
Galimberti
essere
giusti rende
felici
Adesso
che la religione è
in declino e l’uso della ragione sempre più diffuso, possiamo
tornare alla morale kantiana: la virtù è felicità in se stessa
Pur
non essendo uno studioso di religioni, ho l’impressione
che lei generalizzi l’aspetto “premiale” di alcune grandi
religioni monoteiste (la vita dopo la morte, il paradiso, l’inferno
e via dicendo). Forse più che per ovviare all’angoscia della
morte, le religioni sono nate per dare un sigillo autorevole,
sovrannaturale e “naturale” insieme, alle regole morali che
venivano elaborate nelle comunità umane e che non potevano trovare
altra legittimazione e altra aura di soggezione (e qualcuno magari ci
trovava il suo utile).
Probabilmente, più che la scienza, a mettere
in crisi le religioni sono state le dichiarazioni borghesi,
illuministe, dei diritti dell’uomo, che hanno posto basi diverse,
terrene e razionali, ai modelli di comportamento virtuosi. Non
dimentichiamo che, Olimpo a parte che era una specie di folklore, il
pensiero classico era autopremiante, come anche il confucianesimo. Ci
sono miliardi di cinesi che mai si sono posti il problema della vita
dopo la morte e anche gli antichi greci non andavano oltre a un Ade
angoscioso, oscuro e infelice alla fine.
Per i filosofi
greci se hai una vita virtuosa ci guadagni sulla terra perché soffri
meno e te la passi meglio. Per Confucio se ti comporti bene sei un
galantuomo, se sei avido di denaro o mascalzone non sei un
galantuomo. Il premio è questo. E finisce
lì. Non sopravvaluti il cristianesimo! Andrea Chiari
andrea053@tin.it
Non
sopravvaluto il cristianesimo, ma non posso negare che
l’Occidente
è profondamente cristiano in tutte le sue espressioni, persino
quelle atee, perché in Occidente, anche quando si nega Dio, si
pensa al Dio cristiano. Il cristianesimo, a differenza della
grecità che collocava l’età dell’oro nel passato e guardava al
futuro come un’epoca di progressiva decadenza (si veda a questo
proposito la Teogonia
di
Esiodo), ha generato nella cultura occidentale una notevole dose di
ottimismo, proiettando nel futuro la speranza di una vita
ultraterrena capace di lenire l’angoscia della morte. Questa
tonalità ottimistica ha per meato di sé anche la scienza, che
guarda al futuro come al tempo del progresso; la medicina che,
che con le sue ricerche, ripone nel futuro la speranza della
guarigione; la sociologia che, sia nella sua versione riformista sia
in quella utopica e in quella rivoluzionaria, guarda al futuro come
al tempo in cui è possibile realizzare una migliore giustizia sulla
terra. Tutto è cristiano in Occidente, perché il cristianesimo ha
inaugurato questa nuova concezione del tempo, non più “ciclico”
secondo i ritmi della natura, ma “escatologico”, dove alla fine
(éscha-ton)
si sarebbe realizzato quello che all’inizio era stato promesso. E
forse, proprio perché promosso da questa fiducia
nel futuro, l’Occidente, senza finte
ipocrisie, ha sopravanzato le altre culture. Persino la rivoluzione
francese e l’illuminismo, che lei legge come antitetici al
cristianesimo, ripropongono, in forma secolarizzata, i valori
cristiani di libertà, uguaglianza e
fraternità.
Quanto
agli dèi
dell’Olimpo, non
me
li screditi per favore, perché sono
un
grande scenario dei sentimenti
umani:
Zeus è il potere, Atena l’intelligenza,
Afrodite la sessualità, Ares
l’aggressività,
Apollo la bellezza,
Dioniso
la follia. E siccome, a differenza
dell’impulso e dell’emozione,
i
sentimenti non sono doti naturali
ma
culturali, è necessario insegnarli
e
apprenderli come hanno fatto tutte
le culture con i loro racconti mitici,
e come facevano le nostre nonne
con
le favole che, prima di dormire,
raccontavano
ai piccoli per insegnare
cosa è bene e cosa è male, cosa
è giusto
e cosa è ingiusto. Oggi queste
narrazioni
non avvengono più e i giovani,
quando stanno male, non sanno
riconoscere
di che cosa soffrono.
E questo
accresce l’angoscia. Le religioni, lo dice la parola stessa,
hanno sempre avuto il compito
di
“re-legare”, ossia di contenere
quanto
di pericoloso, di selvaggio,
di
violento, di spaventoso dovesse
affacciarsi
nella vita. E sotto questo
profilo
hanno compiuto un’opera
di terapia
collettiva, portando l’umanità
da
uno stato selvaggio a una condizione
che oggi possiamo definire
più
civile.
Se poi hanno operato con una
logica
premiale, promettendo la felicità
a chi si fosse comportato secondo
virtù,
questo è fuori dubbio. Ma oggi
che
le religioni sono in declino e l’uso
della
ragione è più affermato e diffuso
di un tempo, senza dover ricorrere
alle religioni orientali, nessuno
ci
impedisce di accedere alla morale
kantiana
secondo la quale: la virtù
è felicità
in se stessa. E per convincersene
basta farne esperienza.
D - Repubblica delle donne 9 agosto 2014