lunedì 30 marzo 2015
invecchiare bene vuol dire trovare se stessi
INVECCHIARE BENE VUOL DIRE TROVARE SE STESSI
RISPONDE Umberto Galimberti
Il modo migliore per vivere la tarda età è conservare il gusto e la curiosità di sapere chi siamo. Perchè è la scoperta che abbiamo rimandato per tutta la vita
Nella nostra società anche la vecchiaia, oltre alla morte, è un momento della vita da annullare per far posto all'immagine
di un'esistenza sempre attiva ed efficiente, dove non ci sono più le tappe fondamentali: l'infanzia si confonde con l'adolescenza, l'adolescenza sembra proseguire all'infinito, così non si diventa mai adulti e a 50 o 60 anni ci si può comportare come a 20.
E allora la vecchiaia dove sta? Mancano quelle analisi che si possono sviluppare solo se la conoscenza viene condivisa fra generazioni con il necessario accumulo di esperienze. Oggi gli anziani non sono una risorsa ma un costo, e questo è un fatto.
E allora noi "giovani anziani" che ci avviciniamo alla vecchiaia siamo spaventati, atterriti perché c'è poco presente e il
futuro rappresenta un luogo dove socialmente ed economicamente non ci sarà possibile vivere dignitosamente, perché la vecchiaia nella società non ha più un suo ruolo, e verremo espulsi senza alcuna pietà né conforto. Ecco perché l'angoscia e insieme il desiderio di poter ancora decidere della nostra fine, per evitarci umiliazioni che certamente non mancheranno.
Silvana Misto
s.misto@alice.it
Se è vero che si invecchia per ragioni biologiche, è altrettanto vero che in Occidente si invecchia peggio che altrove per ragioni culturali. La nostra cultura ha connesso la vecchiaia all'improduttività, per cui chi non produce, stando alla gerarchia dei valori tipici delle società avanzate, è ridotto all'emarginazione, quando non all'insignificanza sociale. I costi sociali della vecchiaia, dalle pensioni all'assistenza, hanno generato una nuova lotta di classe, non più tra poveri e ricchi, ma tra vecchi che per non sentirsi emarginati non vogliono lasciare e giovani che non sanno da dove incominciare.
Se la vecchiaia per la nostra cultura è un tempo inutile, non aveva torto Indro Montanelli quando auspicava per sé l'eutanasia per restituire all'individuo la sua dignità nei confronti delle leggi indifferenti della natura. Ma se conveniamo con la tesi di James Hillman secondo il quale il fine dell'invecchiare non è quello di morire, ma di svelare il proprio carattere, che ha bisogno di un tempo lungo per apparire a noi stessi prima che agli altri in tutta la sua peculiarità, allora la vecchiaia diventa davvero interessante e rende a noi stessi giustizia di tutto il tempo della nostra vita durante il quale, per affermarci, ci siamo trascurati e, quando per caso ci incontravamo, fuggivamo da noi stessi come dal peggior nemico.
La vecchiaia come una scoperta di sé e non come una ricerca spasmodica di una giovinezza ineluttabilmente perduta che, rincorsa, ci fa apparire patetici, oltre a svelare a tutti quelli che ci circondano come abbiamo imprigionato l'ultima parte della nostra vita all'idea diffusa dalla nostra cultura che celebra solo il mito della giovinezza. Questo, a parere di Hillman, è un grande danno anche per la società, perché: «Se la vecchiaia non mostra più la sua vulnerabilità dove reperire le ragioni della pietas, l'esigenza di sincerità, la richiesta di risposta su cui poggia la coesione sociale. La faccia del vecchio è un bene per il gruppo. E per il bene della società bisognerebbe proibire la chirurgia estetica, e considerare il lifting un crimine contro l'umanità».
Si dirà, va bene la scoperta di sé che abbiamo trascurato per tutta la vita, ma l'amore, che Freud considera la vera antitesi alla morte? Qui ci viene in soccorso Manlio Sgalambro, che nel suo Trattato dell'età, scrive: «L'eros scaturisce da ciò che sei, amico, non dalle fattezze del tuo sedere o delle tue spalle. Scaturisce dalla tua età che, non avendo più scopi, può capire finalmente che cos'è l'amore fine a se stesso. Una sessualità totale succede a una sessualità genitale. Qui l'amore raggiunge il proprio apice, che non è nella riproduzione a cui è legato l'animale di ogni specie, perché la specie non è niente, alcuni uomini sono tutto».
Se smontiamo le nostre idee troppo spesso vittime dell'Idea che la società ha diffuso sulla vecchiaia, persuadendoci e affliggendo l'ultima stagione della nostra vita, forse la vecchiaia può essere vissuta con il gusto della curiosità di scoprire chi siamo, dopo aver rimandato per tutta la vita questa scoperta, e di conoscere quella nuova forma d'amore che, come ci ricorda Ovidio: «la natura negò ai giovani», troppo presi dal gusto della conquista, che spesso risponde più alla propria gratificazione narcisistica che all'amore.Il modo migliore per vivere la tarda età è conservare il gusto e la curiosità di sapere chi siamo. Perchè è la scoperta che abbiamo rimandato per tutta la vita.
Umberto Galimberti
repubblica delle donne, 28 marzo 2015
venerdì 23 gennaio 2015
gli animali vanno a caccia di diritti
Interessante articolo su "La lettura" del corriere della sera. Da non dimenticare , però, l'opera di Gino Ditadi in due volumi "I filosofi e gli animali", Isonomia editrice, disponibile anche in una sintesi su un unico volume.
http://www.scienzaevita.org/rassegne/40317920747026abc758e630d9d18cb3.PDF
http://www.scienzaevita.org/rassegne/40317920747026abc758e630d9d18cb3.PDF
giovedì 22 gennaio 2015
Islam e ora di religione
Islam
Un nuovo spettro si aggira per l’Europa
Come il comunismo anche l’Islam è totalizzante, nel senso che non è solo religione e ciò che questa porta con sé
Ma è anche politica
di Vito Mancuso
“UNO spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo”. Così inizia il Manifesto del Partito Comunista che Marx ed Engels pubblicarono a Londra nel 1848 e da allora dovettero passare quasi 150 anni perché quello spettro si placasse trovando pace. Quanto tempo dovrà passare perché avvenga lo stesso per lo spettro che nel frattempo ne ha preso il posto? Anche oggi infatti uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro dell’Islam.
Il parallelo con il comunismo non è casuale. Ben prima di diventare totalitario infatti il comunismo fu già da subito totalizzante. Non era cioè solo prassi politica, ma riguardava anche la dimensione interiore della persona alla quale si proponeva come cultura, etica, estetica, visione complessiva del mondo, non senza un’accentuazione religiosa per la fede e l’obbedienza richieste.
Allo stesso modo anche l’Islam è totalizzante, nel senso che non è solo religione e ciò che la religione porta con sé (etica, estetica, Weltanschauung); è anche politica, e nel suo essere tale anch’esso, da totalizzante, diviene spesso totalitario.
È possibile che una religione o un’ideologia totalizzante non diventi totalitaria? È possibile che le religioni (le quali sono tutte totalizzanti, perché per meno non sarebbero religio) non producano totalitarismi? Oppure, perché si possa dare libertà e quindi democrazia, occorre necessariamente la destituzione del pensiero totalizzante a favore del relativismo?
Per rispondere consideriamo il cristianesimo: come mai questa religione, che è stata totalizzante e totalitaria almeno quanto l’Islam, oggi non lo è più? La risposta consiste nel pronome personale “io”: il cristianesimo ha permesso alla coscienza di dire “io” e con ciò di distaccarsi dalla dimensione totalizzante di religione + politica. Lo strappo decisivo avvenne il 18 aprile 1521 a opera del frate agostiniano Martin Lutero che, a cospetto dell’imperatore Carlo V durante la Dieta di Worms, dopo che per l’ennesima volta gli era stato intimato di ritrattare, disse: «Non posso e non voglio revocare nulla, perché è pericoloso e ingiusto agire contro la propria coscienza. Non posso diversamente. Io sto qui. Che Dio mi aiuti. Amen».
Venne poi Cartesio che nel 1637 segnò la svolta del pensiero filosofico europeo dicendo «io penso, quindi sono» ( cogito ergo sum ), ovvero la più grande consapevolezza di me stesso in quanto uomo mi è data dal mio essere pensante. Da qui si aprì la strada all’Illuminismo e al cammino faticoso (e sanguinoso) verso la democrazia, dove l’io penso filosofico divenne un io penso politico e sociale.
La Chiesa cattolica si oppose sistematicamente a questo cammino: scomunicò Lutero, mise all’Indice Cartesio e gli illuministi, avversò ogni rivendicazione in tema di diritti umani, soprattutto la libertà di coscienza. Alla fine però dovette cedere e finì per rivedere la sua stessa dottrina: la libertà di coscienza, che Gregorio XVI in linea con molti altri pontefici aveva definito un “delirio” ( deliramentum), un secolo dopo, il 7 dicembre 1965, divenne parte della dottrina cattolica con il documento Dignitatis humanae del Vaticano II e oggi è parte integrante della predicazione dei Pontefici.
La Chiesa si è convertita? È stata costretta a convertirsi, avendo perso lo scontro con la modernità. La quale però, non lo si dimentichi, venne suscitata da credenti quali Lutero e Cartesio, e nutrita anche da altri credenti tra cui gli illuministi tedeschi Lessing e Kant, e se lo sottolineo è per evitare banali conclusioni laiciste e far comprendere quanto il discorso sia dialetticamente molto complesso. In ogni caso l’esito del processo di modernizzazione ci consegna oggi una religione quale quella cristiana che, mantenendo la sua carica totalizzante per la vita individuale, non cade per questo nel totalitarismo sociopolitico.
Potrà avvenire lo stesso per l’Islam? Potrà giungere esso ad accettare lo spirito della democrazia, della diversità, della dimensione plurale dell’esistenza che il mondo oggi impone? Nessuno lo sa e certamente sarà un processo molto duro che condizionerà la vita dell’Europa per tanti anni a venire.
Che fare per favorire questo processo? Vi sono misure a breve, a medio e a lungo termine. A breve termine si tratta di combattere il terrorismo con tutta la durezza necessaria, monitorando anche la predicazione dei vari imam e impedendo quella che si rivela fomentatrice di odio, ma senza mai associare al terrorismo l’Islam in quanto tale: la distinzione tra terroristi e musulmani è assolutamente decisiva se non si vuole avere un miliardo e mezzo di nemici e ostacolare l’evoluzione positiva dell’Islam.
A medio termine si tratta di giungere finalmente al riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese da parte della comunità mondiale e mettere fine per sempre alla progressiva espansione dei coloni ebrei, facendo anzi tornare costoro nei territori di provenienza.
Oggi in Europa occorre sorvegliare con le armi le sinagoghe, ma l’Islam non è mai stato antisemita, gli ebrei hanno vissuto per secoli nei territori islamici, e quando il grande filosofo Mosè Maimonide fu costretto a lasciare Cordova sua città natale perché era giunta al potere una dinastia islamica oltranzista, non pensò minimamente di rifugiarsi nella Francia cristiana ma rimase ancora in terra musulmana, prima in Marocco poi in Egitto.
Se oggi molti musulmani stanno diventando nemici degli ebrei è solo per l’umiliazione sistematica cui è sottoposto da anni il popolo palestinese, con la compiacenza degli Usa. L’Europa non può e quindi non deve permettere più il protrarsi di questa ingiustizia.
Per quanto concerne le misure a lungo termine entra in gioco il discorso economico ed educativo, ovvero la possibilità di avere un lavoro e la scuola. Mi soffermo su quest’ultima. Il compito della scuola è offrire strumenti per la comprensione del mondo. Ora è evidente che senza mettere in gioco la religione il mondo oggi non lo si capisce.
In questa prospettiva l’Italia non può più permettersi di sprecare un’occasione così importante come l’ora di religione, di grande rilievo per la potenzialità geopolitica e al momento ben lungi dall’essere all’altezza della situazione.
Occorre trasformare l’ora attuale da insegnamento della religione cattolica in un’ora in cui siano presentate “tutte” le religioni, ovviamente in proporzione all’importanza di esse per l’Italia, e quindi con particolare attenzione ai monoteismi, ma senza trascurare le religioni orientali. Quest’ora di “religioni”, in cui non si tratta di credere ma di conoscere, deve essere obbligatoria e avere la medesima dignità curricolare delle altre. La condizione è ovviamente togliere alla Chiesa cattolica ogni potere in merito a programmi e scelta degli insegnanti, costruendo un’ora del tutto laica, rispettosa in egual modo delle diverse religioni e super partes , dalla quale nessun cittadino deve temere condizionamenti a priori alla coscienza, per lo meno non diversamente da quanto li si tema nell’ora di letteratura o di filosofia.
Anche così i nostri ragazzi impareranno fin da piccoli a conoscere i lati positivi delle religioni altrui e a non averne paura, quella paura che genera l’odio di cui si nutre lo spettro che si aggira attualmente nelle nostre menti, ma senza la quale esso potrà placarsi e trovare finalmente accoglienza e pace.
Repubblica
22.1.15
giovedì 15 gennaio 2015
Non sappiamo più guardare
Contemporaneità. Tecnologie e mode ci focalizzano sul particolare, come un cecchino; non sull’universale, come uno stratega
e
Il cinema su smartphone ha ucciso il cinema e la nostra capacità di osservare il mondo
È il 1957, Charlie Chaplin gira Un re a New York. A un certo punto il protagonista, re Shahdov, monarca europeo sempre più stranito dal Paese che visita, va a vedere un film in Cinemascope, la novità del momento. La scena è famosa ed esilarante: piazzato in una delle prime file Shahdov (Chaplin stesso) cerca disperatamente di seguire quello che succede sullo schermo muovendo velocemente la testa a destra e a sinistra, come a una partita di tennis, affannato a cogliere tutto il «visibile» proiettato sul grande schermo. Come molte trovate comiche, la gag è basata sull’esasperazione. Certo quelle proiezioni gigantesche fornivano uno spettacolo mai visto prima. «Cinemascope », peraltro, è un brand commerciale che è passato a designare per antonomasia ogni proiezione con un rapporto altezza- base di 1:2,35 contro il tradizionale 1:1,33: il formato quasi quadrato del cinema classico di tutta la prima metà del Novecento. Si tratta di un procedimento tecnico che enfatizza un sentimento connaturato al rapporto tra film e spettatore: e cioè che il cinema è larger than life, come dicono gli americani. «Più grande della vita»: non solo per dimensione fisica, ma come amplificatore di emozioni, storie, percezioni.
A 50 anni e rotti di distanza dalla gag di Chaplin stiamo assistendo a un processo inverso, che implica dei cambiamenti radicali, quanto trascurati. Da oltre vent’anni siamo testimoni di una progressiva miniaturizzazione delle superfici di proiezione (il concetto stesso di proiezione è cambiato, in effetti). Da quando i film sono disponibili sui supporti informatici, si è passati dallo schermo delle sale ai monitor dei computer, fino ai display dei tablet e dei telefonini. Non solo: la qualità delle immagini è, paradossalmente, molto peggiorata. Se metti un video in streaming o su YouTube, devi scegliere tra velocità di download e «peso» dell’informazione. Quasi sempre questo significa una definizione mediocre dell’immagine, che però viene compensata, per così dire, dalla rapidità del consumo. In due parole: si vede sempre più piccolo e, tendenzialmente, peggio.
Contemporaneamente, nel campo degli apparecchi televisivi è successo il contrario. Le tv oggi cercano di copiare il cinema proponendosi come suoi surrogati: schermi di 50 e passa pollici in 16:9, sistemi audio in dolby surround 5.1, alta definizione a 2k (presto a 4k). Ma nonoantropologico. Il cinema tradizionale, quello larger than life, si basava su uno sfruttamento totale delle potenzialità dell’occhio, come ironizzava Chaplin. Era una visione che «apriva», in tutti i sensi: sia fisicamente che emotivamente. Guardare dentro un iPad o uno smartphone, invece, corrisponde a un’esperienza del tutto diversa: il fuoco della visione non si apre, si chiude in un angolo sempre più stretto. Non a caso è un guardare privato, mai comunitario.
Questa chiusura del fuoco su quello che hai immediatamente davanti agli occhi a scapito di quello che ti sta intorno, del contesto senza il quale l’immagine perde riferimento, rivela un più generale decadimento dell’attività del guardare. Non potrebbe essere altrimenti quando, dei 140 gradi di cui è capace il campo visivo degli occhi, se ne usano soltanto un terzo. Questo comporta conseguenze che non riguardano solo il cinema. Siamo diventati incapaci di leggere e decodificare quello che ci sta intorno nella vita reale, perché il fuoco è sempre sull’oggetto, mai sul contesto: in tutti i campi, dal politico al sentimentale. Guardare sempre più da vicino fa perdere il senso delle dimensioni, di quella proporzione dello sguardo umano che il cinema classico manteneva. Quello del cinema era, è uno sguardo oggettivo e condiviso; quello dei tablet o degli iPhone è uno sguardo soggettivo, più simile al rapporto che uno ha con un microscopio, una lente — o con un mirino. Non è un caso che molti videogame (che vengono giocati sugli stessi schermi su cui si vedono i film) siano «in soggettiva», se non addirittura «vissuti» attraverso il mirino di un’arma. Se il cinema classico ci faceva sentire simili a generali con una visione globale del campo di battaglia, la visione contemporanea è più simile a quella di un cecchino. Da cui derivano anche automatismi comportamentali pavloviani: lo stratega elabora piani, il cecchino schiaccia un grilletto…
Rovesciando la prospettiva, questo processo è perfettamente rappresentato dalla moda dei selfie. Di tutto quello che si può documentare riguardo alla propria presenza in un certo luogo, il selfie sceglie di lasciar perdere il mondo circostante per concentrarsi sulla faccia del soggetto. Rispetto all’autoscatto classico, che veniva usato per immagini più complesse (le tradizionali foto di gruppo, ricordate?), la meccanica del selfie conferma la tirannia dello sguardo da vicino: al massimo, la lunghezza di un braccio o di un piccolo supporto. Un cortocircuito rivelatore del fatto che oggi dalle immagini non ci si aspetta qualcosa di nuovo da scoprire, ma la conferma di quello che si sa.
Non si tratta di fare del moralismo o, tantomeno, di essere nostalgici. Si tratta piuttosto di rendersi conto di come attività apparentemente naturali — come il guardare — siano in realtà prodotti culturali condizionati dallo spirito dei tempi. Questa «chiusura» dello sguardo, per esempio, ricorda quello che capita al cavallo quando gli si mette il paraocchi: vede solo quello che gli sta di fronte. Cioè, solo quello che interessa al padrone che lui veda. Quella che sembra una semplice discussione accademica diventa allora subito una questione che ha a che fare con la libertà. E quindi ecco perché, come regista che ha sempre creduto nella capacità catartica del cinema, sono preoccupato dalla sua «riduzione» tecnologica. Un processo fisico che è anche artistico, morale e ideale; un processo che mette in crisi il rapporto tra narratore e spettatore. «I film liberano la testa», diceva Fassbinder.
Chissà se è ancora vero.
Davide Ferrario
La letura, corriere della sera, 2 gennaio 2015
martedì 30 dicembre 2014
auguri per un felice 2015
Alle mie affezionate lettrici e lettori, tanti auguri per un 2015 di pace e felicità.
Quest'anno i post sono meno dell'anno scorso: la ragione è che per diffondere idee, documenti e proposte "corte" che spero siano interessanti per altri e non solo per me ho spesso utilizzato Facebook, che per certi versi è più veloce e permette di contattare persone nuove. Al non blog ho riservato le cose più corpose. Ovviamente FB ha anche i suoi difetti, essendo un mare magnum nel quale si rischia di navigare, nuotare per ore fino ad affogare senza avere combinato nulla. Da parte mia, ho tolto ad esempio le notifiche dei post via email e smartphone, e i post me li vado a cercare quando mi pare. Ho oscurato dalla visione automatica anche molta gente simpatica che sì ti chiede l'amicizia, e gliela dai volentieri, per poi scoprire però che posta venti cose al giorno che vanno dalla foto del cane a quella della bistecca del vicino, oppure gira post che sono bufale pazzesche o vecchie come il cucco.
E disattivo anche le funzioni "dove sono", e non posto foto mentre sono in vacanza (un'amica l'ha fatto, e le hanno svaligiato la casa).
Insomma, grazie a chi mi segue e a chi magari mi invia anche una email di commento!
Giorgio Gregori
Quest'anno i post sono meno dell'anno scorso: la ragione è che per diffondere idee, documenti e proposte "corte" che spero siano interessanti per altri e non solo per me ho spesso utilizzato Facebook, che per certi versi è più veloce e permette di contattare persone nuove. Al non blog ho riservato le cose più corpose. Ovviamente FB ha anche i suoi difetti, essendo un mare magnum nel quale si rischia di navigare, nuotare per ore fino ad affogare senza avere combinato nulla. Da parte mia, ho tolto ad esempio le notifiche dei post via email e smartphone, e i post me li vado a cercare quando mi pare. Ho oscurato dalla visione automatica anche molta gente simpatica che sì ti chiede l'amicizia, e gliela dai volentieri, per poi scoprire però che posta venti cose al giorno che vanno dalla foto del cane a quella della bistecca del vicino, oppure gira post che sono bufale pazzesche o vecchie come il cucco.
E disattivo anche le funzioni "dove sono", e non posto foto mentre sono in vacanza (un'amica l'ha fatto, e le hanno svaligiato la casa).
Insomma, grazie a chi mi segue e a chi magari mi invia anche una email di commento!
Giorgio Gregori
Curti e le sue carte. Quale futuro per il suo archivio?
Chi era Fabio Curti? Chissà! Sicuramente una istituzione, per chi a Brescia segue i numerosissimi concerti e mostre (non è vero che a Brescia non succede niente, chi lo dice si trasferisca a New York e viva là felice e contento). Lo definivo "il professore". Mi dava l'idea di quegli insegnanti in pensione, solitari, abbandonati da tutti e che magari hanno difficoltà a tirare avanti. Le prime volte che lo vidi, decenni fa, alla inaugurazione di qualche mostra, aveva l'aria dell'"imbucato", di chi è lì per mangiarsi le tartine e rimediare la cena. Prendeva i depliant, e via per un'altra inaugurazione. Ma era anche ai concerti (senza tartine). E chi riusciva a scambiare due parole con lui, scopriva una persona molto curiosa (nel senso che era piena di curiosità, chiedeva notizie degli strumenti, come suonarli, ecc.). Ce ne sono sempre meno, di quelle persone. E rimpiango di non avere mai avuto il coraggio di parlargli, di chiedergli notizie di sè. Bello l'articolo che gli dedica Massimo Minini.
Curti
e le sue carte. Quale futuro per il suo archivio?
Fabio
Curti
era come un fantasma. Un po' quell'impermeabile bianco, stile
tenente Colombo che già
di per sé dava un'idea di understatement, qualcuno che "seguiva
un suo pensiero senza troppo curarsi delle apparenze.
Cosa
pensassero gli altri di lui non é che non gliene importasse,
semplicemente era troppo occupato a rincorrere gli avvenimenti di
seppur vago sapore culturale per porsi il problema. Guardava per
terra davanti a sé mentre camminava, un po' per timidezza, un po'
per la schiena, un po' per il peso del bottino; non salutava per
troppa concentrazione, sembrava non vedere. Invece vedeva tutto
e ultimamente mi faceva persino dei trattenuti sorrisi...
Poi
il suo incedere, con quella piega in avanti, chissà', una scoliosi,
una deviazione o forse solo il peso delle carte che gentilmente, con
mano (anzi manina) delicata ma determinata raccoglieva ad ogni dove.
Chissà
chi era Fabio Curri, dicono un ingegnere: se é vero, un
Ingegnere anomalo, uno ammalato di cultura, di curiosità, di
collezionismo spinto alla manìa. Uno che, narra la leggenda, rimase
sotterrato sotto un catasta di documenti raccolti puntigliosamente
negli anni, documenti che gli si sono ribellati, sotterrandolo. L'ho
conosciuto, la prima volta, con il professor Giancarlo Piovanelli,
mio insegnante di Storia dell'arte, anni fa. Vennero in galleria e
restarono a parlare, veramente parlava solo Piovanelli, cui
notoriamente non manca la parola specialmente se si parla d'arte. E
mentre io e il mio ex professore ripercorrevamo le nostre vite,
lui allungava sguardi pieni di un triste ma determinato interesse
verso le amate «carte». E si vedeva che le avrebbe anche mangiate
pur di averle. Quel giorno gli diedi tutto quello che potevo e lui
usci felice col suo sacchetto di plastica bianco, anonimo,
quelli dei fruttivendoli che non possono permettersi la sovrastampa
personalizzata.
Quel
sacchetto che sempre lo accompagnava, vuoto all'inizio del periplo,
gonfio del cartaceo bottino al termine del suo «voyage au bout de la
nuit». Niente a che vedere con Celine, un amico mi suggerisce
piuttosto Truffaut. lo propenderei per Monsieur Hulot e Jacques
Tati, non fosse che la statura non corrispondeva.
Sabato
era in prima fila in Santa Giulia alla presentazione del grande
libro sulla Pinacoteca. Poco dopo non c'era più. Ma come é
possibile? Ma come è possibile! E il suo archivio? Lo immagino
enorme, disordinato, impilato in disequilibrio, non credo
popolato tanto di libri quanto piuttosto da documenti. Chissà
dove abitava. Aveva una famiglia? Figli? Stavo per andare a trovarlo
e capire come era fatto quel tesoro, forse una collezione
importante per la cultura a Brescia. Posso chiedere agli eredi di non
buttare via quelle montagne di cartacce e di farcele consultare?
Massimo
Minini
Corriere
della Sera, 24 dicembre 2014
mercoledì 24 dicembre 2014
Natale - La recente invenzione dei regali
E...buone feste e felice anno nuovo a tutti quelli che seguono questo non-blog!
Giorgio Gregori
--
La recente invenzione dei regali
Gianfranco Ravasi
sole 24 ore 21 dicembre 2014
So che, scrivendo questa recensione, sto compiendo un atto autolesionistico. Ma devo essere sincero, ricevendo i regali di Natale, l'unica preoccupazione che ho è quella di non smarrire o confondere i cartoncini d'auguri col nome del donatore per la corretta calibratura del ringraziamento. Il dono natalizio è, comunque, un cerimoniale che permane anche in un'epoca così secolarizzata. Sulla sua ritualità si sono sprecate le più esilaranti ironie, a partire dal riciclaggio mal riuscito (il biglietto del primo donatore dimenticato nell'involucro) e dalla reiterazione (un anno a Natale mi furono regalate otto copie dello stesso libro d'arte). Ebbene, in tempi di iperspecializzazione, c'è anche chi, come la socio-etnologa francese Martyne Perrot, si è consacrata al fenomeno "natalizio" in tutte le sue caratteristiche di antropologia culturale, escludendo però la matrice originaria autentica, quella neotestamentaria, che è pur sempre la radice di questa tradizione.
Così, ha scritto un'indagine sull'Etnologia del Natale, tradotta in italiano da Elèuthera nel 2012, si è dedicata alle Idées reçues sur Noël (2002), ha scavato Sous les images, Noël (2002), si è interrogata se mai Faut-il croire au Père Noël? (2010) e ora si consacra alla storia dell'invenzione ottocentesca del Regalo di Natale. Devo riconoscere che quest'ultimo mini-saggio è gustoso. Dall'alto delle tesi sul dono di Marcel Mauss o dalla sempre emozionante Christmas Carol di Dickens ci fa insensibilmente scivolare fino ai cataloghi pubblicitari e alle ultime leggi dello shopping natalizio da celebrare nei nuovi templi della domenica che sono i centri commerciali. Là, tra l'altro, si ha la conferma sperimentale di quanto scriveva Eric Fromm già nel 1956 nella sua indimenticata Arte di amare: «La felicità dell'uomo moderno: guardare le vetrine e comprare tutto quello che è possibile in contanti o a rate».
Proprio per questo la Perrot ha un capitolo dedicato anche al "Natale in vetrina", i cui primi modelli – con tanto di neve artificiale, stelline baluginanti, bambini vezzosi e le renne di Santa Claus – appaiono negli Stati Uniti attorno al 1880 e dilagano poi in Francia e nel resto d'Europa. A proposito di Santa Claus, che ha anch'essa il suo bel capitolo, è necessario ribadire ciò che è noto ai più. La denominazione è una deformazione derivata dall'area anglosassone del "Sankt Niklaus", il san Nicola tanto caro ai baresi e, prima di loro, ai cristiani orientali (anche Andy Warhol, memore delle sue radici bizantine, ci ha lasciato una "Santa Claus", ormai trasformata nelle vesti del popolare Babbo Natale). Al santo, infatti, la leggenda ha assegnato un gesto che persino Dante rievoca quando parla della «larghezza che fece Niccolao a le pulcelle, per condurre ad onor la giovinezza» (Purgatorio XX,31-33). A tre giovani donne, che un padre in miseria stava per votare alla prostituzione per ragioni di sopravvivenza, il santo originario di Myra in Turchia era venuto in soccorso introducendo di notte nella loro stamberga tre borse colme di monete d'oro.
Dovrebbe essere questo il senso genuino del dono natalizio, tenendo conto del vero festeggiato, Gesù Cristo, la cui nascita è segnata dalla povertà, è accompagnata dall'incubo di una strage di bambini e sfocia in una migrazione da profugo, un po' come si ripete ai nostri giorni nei viaggi dei disperati lungo le rotte del Mediterraneo. A questo Bambino il s. Nicola vero (e non tanto il mitico Babbo Natale o la fantasiosa Santa Claus) cederebbe il passo volentieri. In questa linea mi sembra suggestivo evocare un paragrafo di un articolo di Alberto Moravia. È una sorta di breve omelia natalizia "laica" che invita a spogliare il Natale dalla carta lustra dei pacchi dono.
Scriveva, infatti, l'autore della Noia: «Il Natale mi fa pensare a quelle anfore romane che ogni tanto i pescatori tirano fuori dal mare con le loro reti, tutte ricoperte di conchiglie e di incrostazioni marine che le rendono irriconoscibili. Per ritrovarne la forma, bisogna togliere tutte le incrostazioni. Così il Natale. Per ritrovarne il significato autentico bisognerebbe liberarlo da tutte le incrostazioni consumistiche, festaiole, abitudinarie, cerimoniose, eccetera, eccetera». Con veemenza maggiore e una carica oratoria quasi secentesca, nel 1954 Curzio Malaparte condannava la "suprema ipocrisia" di un simile Natale da strenna: «Vorrei che la notte di Natale in tutte le chiese del mondo un povero prete si levasse gridando: Via da questa culla, ipocriti, bugiardi, andate a casa vostra… Vorrei che il giorno di Natale il panettone diventasse carne dolente sotto il nostro coltello e il vino diventasse sangue e avessimo tutti per un istante l'orrore del mondo in bocca!».
Detto questo, è però necessario non cadere in un radicalismo ascetico moralistico e in un'austerità savonaroliana: dopo tutto Cristo ha anche amato stare a tavola, al punto tale che il rigorismo farisaico l'aveva bollato come «un mangione e un beone» (Matteo 11,19). Proprio per questo il libro della Perrot può far riscoprire il fascino che si cela anche nei riti collettivi, la freschezza dei sentimenti, la tenerezza dei ricordi dell'infanzia, l'allegria della festa, l'intimità familiare e persino la verità dell'unico detto di Gesù non citato nei Vangeli ma riferito da san Paolo: «C'è più gioia nel dare che nel ricevere» (Atti 20,35). Sarebbe, questo, anche un modo per infrangere la logica rigida ed esigente dell'utilitarismo con un tocco di libertà e di gratuità.
Adorno nei Minima moralia aveva ragione quando affermava che «uno regala quello che gli piacerebbe per sé, ma certamente di qualità inferiore», facendo così riaffiorare l'egoismo come prima regola del nostro agire. Martyne Perrot nelle sue pagine cita le sei "regole invisibili" coniate dal sociologo americano Theodore Caplow (leggetele nelle pagine 130-132), applicate da chi sta sfogliando i cataloghi commerciali o approda in un negozio di articoli-regalo per Natale. C'è molta malizia ma anche molta verità in quelle norme non dichiarate ma praticate. Eppure se non ricevessimo nessun dono, se nessun Babbo Natale si affacciasse alla nostra porta, nessun postino o Dhl ci recapitasse un pacco-dono, resteremmo proprio del tutto indifferenti?
Martyne Perrot, Il regalo di Natale. Storia di un'invenzione, traduzione di Romeo Fabbri, Dehoniane, Bologna, pagg. 160, € 13,50
Giorgio Gregori
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La recente invenzione dei regali
Gianfranco Ravasi
sole 24 ore 21 dicembre 2014
So che, scrivendo questa recensione, sto compiendo un atto autolesionistico. Ma devo essere sincero, ricevendo i regali di Natale, l'unica preoccupazione che ho è quella di non smarrire o confondere i cartoncini d'auguri col nome del donatore per la corretta calibratura del ringraziamento. Il dono natalizio è, comunque, un cerimoniale che permane anche in un'epoca così secolarizzata. Sulla sua ritualità si sono sprecate le più esilaranti ironie, a partire dal riciclaggio mal riuscito (il biglietto del primo donatore dimenticato nell'involucro) e dalla reiterazione (un anno a Natale mi furono regalate otto copie dello stesso libro d'arte). Ebbene, in tempi di iperspecializzazione, c'è anche chi, come la socio-etnologa francese Martyne Perrot, si è consacrata al fenomeno "natalizio" in tutte le sue caratteristiche di antropologia culturale, escludendo però la matrice originaria autentica, quella neotestamentaria, che è pur sempre la radice di questa tradizione.
Così, ha scritto un'indagine sull'Etnologia del Natale, tradotta in italiano da Elèuthera nel 2012, si è dedicata alle Idées reçues sur Noël (2002), ha scavato Sous les images, Noël (2002), si è interrogata se mai Faut-il croire au Père Noël? (2010) e ora si consacra alla storia dell'invenzione ottocentesca del Regalo di Natale. Devo riconoscere che quest'ultimo mini-saggio è gustoso. Dall'alto delle tesi sul dono di Marcel Mauss o dalla sempre emozionante Christmas Carol di Dickens ci fa insensibilmente scivolare fino ai cataloghi pubblicitari e alle ultime leggi dello shopping natalizio da celebrare nei nuovi templi della domenica che sono i centri commerciali. Là, tra l'altro, si ha la conferma sperimentale di quanto scriveva Eric Fromm già nel 1956 nella sua indimenticata Arte di amare: «La felicità dell'uomo moderno: guardare le vetrine e comprare tutto quello che è possibile in contanti o a rate».
Proprio per questo la Perrot ha un capitolo dedicato anche al "Natale in vetrina", i cui primi modelli – con tanto di neve artificiale, stelline baluginanti, bambini vezzosi e le renne di Santa Claus – appaiono negli Stati Uniti attorno al 1880 e dilagano poi in Francia e nel resto d'Europa. A proposito di Santa Claus, che ha anch'essa il suo bel capitolo, è necessario ribadire ciò che è noto ai più. La denominazione è una deformazione derivata dall'area anglosassone del "Sankt Niklaus", il san Nicola tanto caro ai baresi e, prima di loro, ai cristiani orientali (anche Andy Warhol, memore delle sue radici bizantine, ci ha lasciato una "Santa Claus", ormai trasformata nelle vesti del popolare Babbo Natale). Al santo, infatti, la leggenda ha assegnato un gesto che persino Dante rievoca quando parla della «larghezza che fece Niccolao a le pulcelle, per condurre ad onor la giovinezza» (Purgatorio XX,31-33). A tre giovani donne, che un padre in miseria stava per votare alla prostituzione per ragioni di sopravvivenza, il santo originario di Myra in Turchia era venuto in soccorso introducendo di notte nella loro stamberga tre borse colme di monete d'oro.
Dovrebbe essere questo il senso genuino del dono natalizio, tenendo conto del vero festeggiato, Gesù Cristo, la cui nascita è segnata dalla povertà, è accompagnata dall'incubo di una strage di bambini e sfocia in una migrazione da profugo, un po' come si ripete ai nostri giorni nei viaggi dei disperati lungo le rotte del Mediterraneo. A questo Bambino il s. Nicola vero (e non tanto il mitico Babbo Natale o la fantasiosa Santa Claus) cederebbe il passo volentieri. In questa linea mi sembra suggestivo evocare un paragrafo di un articolo di Alberto Moravia. È una sorta di breve omelia natalizia "laica" che invita a spogliare il Natale dalla carta lustra dei pacchi dono.
Scriveva, infatti, l'autore della Noia: «Il Natale mi fa pensare a quelle anfore romane che ogni tanto i pescatori tirano fuori dal mare con le loro reti, tutte ricoperte di conchiglie e di incrostazioni marine che le rendono irriconoscibili. Per ritrovarne la forma, bisogna togliere tutte le incrostazioni. Così il Natale. Per ritrovarne il significato autentico bisognerebbe liberarlo da tutte le incrostazioni consumistiche, festaiole, abitudinarie, cerimoniose, eccetera, eccetera». Con veemenza maggiore e una carica oratoria quasi secentesca, nel 1954 Curzio Malaparte condannava la "suprema ipocrisia" di un simile Natale da strenna: «Vorrei che la notte di Natale in tutte le chiese del mondo un povero prete si levasse gridando: Via da questa culla, ipocriti, bugiardi, andate a casa vostra… Vorrei che il giorno di Natale il panettone diventasse carne dolente sotto il nostro coltello e il vino diventasse sangue e avessimo tutti per un istante l'orrore del mondo in bocca!».
Detto questo, è però necessario non cadere in un radicalismo ascetico moralistico e in un'austerità savonaroliana: dopo tutto Cristo ha anche amato stare a tavola, al punto tale che il rigorismo farisaico l'aveva bollato come «un mangione e un beone» (Matteo 11,19). Proprio per questo il libro della Perrot può far riscoprire il fascino che si cela anche nei riti collettivi, la freschezza dei sentimenti, la tenerezza dei ricordi dell'infanzia, l'allegria della festa, l'intimità familiare e persino la verità dell'unico detto di Gesù non citato nei Vangeli ma riferito da san Paolo: «C'è più gioia nel dare che nel ricevere» (Atti 20,35). Sarebbe, questo, anche un modo per infrangere la logica rigida ed esigente dell'utilitarismo con un tocco di libertà e di gratuità.
Adorno nei Minima moralia aveva ragione quando affermava che «uno regala quello che gli piacerebbe per sé, ma certamente di qualità inferiore», facendo così riaffiorare l'egoismo come prima regola del nostro agire. Martyne Perrot nelle sue pagine cita le sei "regole invisibili" coniate dal sociologo americano Theodore Caplow (leggetele nelle pagine 130-132), applicate da chi sta sfogliando i cataloghi commerciali o approda in un negozio di articoli-regalo per Natale. C'è molta malizia ma anche molta verità in quelle norme non dichiarate ma praticate. Eppure se non ricevessimo nessun dono, se nessun Babbo Natale si affacciasse alla nostra porta, nessun postino o Dhl ci recapitasse un pacco-dono, resteremmo proprio del tutto indifferenti?
Martyne Perrot, Il regalo di Natale. Storia di un'invenzione, traduzione di Romeo Fabbri, Dehoniane, Bologna, pagg. 160, € 13,50
lunedì 15 dicembre 2014
Umberto Eco - Prove dell'eternità del mondo
Grande ammirazione per le capacità logico filosofiche di Umberto Eco. Ma ho la vaga impressione che alla fine, anche lui goda nel descrivere questo delirio sul nulla....
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Umberto Eco - Prove
dell'eternità del mondo
L'idea di una
eternità del mondo era considerata una pericolosa eresia: infatti,
se il mondo fosse eterno allora non ci sarebbe più bisogno di un Dio
creatore, e la Bibbia avrebbe mentito quando diceva «In principio
Dio creò il cielo e la terra».
Tommaso non può
asserire che il mondo sia eterno, ma nel suo tentativo di conciliare
fede ragione compie nel De aeternitate mundi una operazione quasi
spericolata: ragionando secondo onestà e secondo logica, senza farsi
influenzare dalla sua fede, arriva a una conclusione sconvolgente.
Egli crede a un mondo creato perché glielo dice la rivelazione, ma
filosoficamente non può dimostrare che il mondo non sia eterno. E
siccome presumere che il mondo esista da sempre, senza che debba la
sua esistenza a qualcosa che possiede l'essere in massimo grado è –
sostiene Tommaso – errore abominevole anche per un filosofo, egli
tenta una sua soluzione. Infatti sostiene che una cosa è dire che il
mondo dura da sempre nel tempo e una cosa dire che dura da sempre per
natura.
Tutte le cose di
questo mondo, per esempio un fiore, nascono perché nella materia
preesistente esse sono in potenza, poi sopraggiunge la forma-fiore e
sboccia il fiore come sostanza. Se dunque Dio avesse dovuto imporre
le varie forme su una materia preesistente questo significherebbe che
il mondo, come materia informe, ovvero pura possibilità, esisteva
prima del suo atto creatore, il che è impossibile. Tuttavia Dio ha
creato gli angeli senza che ci fosse materia preesistente (infatti
l'angelo non ha materia ed è pura forma), quindi non è necessario
che Dio crei da una materia preesistente. Dio, allora, può avere
creato qualcosa che era stato da sempre? Si dovrebbe sostenere che
ciò non è possibile. Se prima il mondo non c'era e poi Dio l'ha
creato, allora il mondo è nato dopo il gesto creatore di Dio.
Ma questo è vero
secondo il modo di pensare di noi uomini, abituati a vedere la
sequenza delle cause e degli effetti che si dispiegano nel tempo:
prima c'è il calcio e dopo la pietra rotola per la pianura. Ma ci
sono cause che non precedono il loro effetto in termini di durata nel
tempo: per esempio la luce, che è sì effetto del sole, ma nel
preciso momento in cui appare il sole, c'è la luce. Parimenti il
fuoco è certamente causa del calore, ma il calore appare nel preciso
istante in cui appare il fuoco. Oppure si immagini un piede che
dall'eternità abbia impresso la sua orma nella sabbia, nel senso che
non prima ci fosse il piede e poi qualcuno lo abbia posato sulla
sabbia, ma che il piede sin dall'eternità sia nato come
piede-sulla-sabbia. La sua orma sarebbe effetto del piede, ma non
sorgerebbe dopo che il piede si è impresso sulla sabbia, bensì
apparirebbe nel momento stesso in cui apparisse il piede.
In questi casi il
rapporto tra causa ed effetto, movente e mosso, necessario e
contingente, e così via, non dovrebbe essere visto come durata nel
tempo, come il prima e dopo di una clessidra. Il tempo è un
incidente del mondo, ma non ha nulla a che fare con Dio, che è
eterno.
È vero che, se Dio
ha deciso che il mondo esista, ciò è dipeso da un moto della sua
volontà. Ma non è necessario che un atto della volontà preceda il
suo effetto nel tempo. Immaginiamo che Dio a un certo momento abbia
ritenuto opportuno creare il mondo. Se si ammette che il mondo sia
una perfezione, Dio come essere perfetto sarebbe restato per una
eternità privato da questa perfezione e si sarebbe deciso solo dopo
a crearla? È impossibile.
Dunque Dio potrebbe
aver voluto il mondo sin dall'eternità. Questo sembra cozzare contro
l'obiezione che Dio ha creato il mondo ex nihilo, dal niente. Ma dire
che lo ha creato dal niente non significa che prima ci fosse niente e
poi ci sia stato il mondo. Se fosse stato così, questo niente
sarebbe stato eterno, e in qualche modo si sarebbe dovuto decidere se
veniva prima o dopo Dio. Creare dal niente non significa che prima
c'era il Niente e dopo qualcosa, come se il Niente fosse qualcosa che
viene prima di qualcosa d'altro. Creare dal niente significa che ogni
cosa creata riceve il suo essere da altro, senza cui non sarebbe
niente, non esisterebbe. Dio ha creato le cose ex nihilo certamente,
ma non post nihil, (ossia «dopo un niente preesistente»). E così
il mondo riceve il suo essere da Dio, sua causa necessaria, ma
coeterna, senza che si debba pensare che prima del mondo ci fosse
qualcosa di eterno che si chiamava il nulla. Non è che l'aria sia
luminosa perché prima del sole non era nulla. È che senza il sole
l'aria non sarebbe niente, non esisterebbe neppure.
Né tiene
l'obiezione che se il mondo esistesse da sempre ci sarebbe una
infinita quantità di anime, in paradiso o all'inferno. Il mondo può
essere esistito dall'eternità senza gli uomini.
Pertanto dal punto
di vista filosofico non si può negare l'eternità del mondo. Si
crede che il mondo non fosse eterno solo per ragioni di fede.
Domenica del sole 24
ore 30 novembre 2014
mercoledì 26 novembre 2014
La sfortuna di vincere al Lotto
La sfortuna di vincere al Lotto
di Ermanno CavazzoniIl super-enalotto, l'ex totocalcio, le lotterie di Stato eccetera danno a chi gioca la speranza di vincere e di passare grazie alla vincita a uno stato di maggiore felicità.
La prima questione da considerare è quanto si vince.
Se si vince poco, qualche migliaia di euro (considerando che il vincitore sia un impiegato o un artigiano di medio reddito) c'è una breve felicità, ad esempio quel tale cambia macchina, ma tutto resta come prima, con qualche patema in più per i vandali che possono sfregiare o ammaccare la macchina nuova. Se vince qualche centinaia di migliaia di euro compra ad esempio un appartamento, cioè non paga l'affitto, quindi gli avanza qualcosa di più per il cibo, bistecche migliori, con un filo di grasso, ristorante ogni tanto, vacanze tutto compreso con trattamento abbondante, ma la vita più o meno è la stessa, forse un leggero ingrassamento in cintura e un doppio mento leggero, qualche problema alla cistifellea e il colesterolo più alto. Se vince qualche milione, anche in questo caso la vita più o meno sarà la stessa, stessa moglie, tutt'al più divorzia perché l'amante pretende di uscire alla luce del sole, lui ha i soldi per pagare gli alimenti dopo il divorzio, poi tutto si placa e vive con l'amante come viveva prima con l'ex moglie. È più felice? Beh, ha avuto più traversie, con qualche momento di felicità, sommando i più e i meno direi che il tenore medio è lo stesso; poi ci pensa la banca a consigliargli cattivi investimenti, di modo che in poco tempo la vincita si riduce a quasi niente. Può comprare uno o due immobili, può affittarli, e proverà le amarezze del proprietario di immobili, l'ex amante ora moglie gli darà un figlio, e tutto sarà come prima, litigi con la moglie, incomprensioni col figlio, in più litigi con la ex moglie, incomprensioni con gli altri figli, tutto come prima, ma appena un po' peggio e un po' più complicato, di poco.
I problemi veri sorgono se vince cinquanta o cento milioni o di più, perché in qualche modo con quella somma deve farci qualcosa; se la da in banca, la banca a poco a poco la mangia, le banche sono in grado di dissolvere somme immense promettendo straordinari guadagni; intanto il fortunato vincitore ha lasciato l'amante e ne ha presa una più costosa, di fronte alla quale si vergogna di fare il manovale o l'impiegato; cosa fa? mette su un'aziendina, la mette su assieme a un socio, il quale è più esperto ma non ha soldi, e così in poco tempo i soldi che non ha mangiato la banca se li mangia il socio e l'aziendina fallisce; se il socio non ha fretta, se quindi è trascorso più tempo e intanto l'aziendina è diventata un'azienda, il fallimento sarà maggiore. Un muratore che negli anni 60 aveva vinto una somma enorme, aveva avviato un'impresa edile; quando è fallita, com'era inevitabile, e si è trovato solo con dei debiti e con processi pendenti, si è buttato sotto il treno. Ed è stato il risultato della grande vincita. La quale fa sì che le preoccupazioni aumentino, ed essendo il cambiamento improvviso, è probabile che il fortunato non sia all'altezza di amministrare l'impresa; se non fallisce vive in ogni caso nell'ansia, nella diffidenza, nel timore di sbagliare o farsi ingannare; l'amante divenuta moglie spera che quello muoia, e che lei e suo figlio ereditino; la nuova amante spera che muoia la moglie per subentrarle, e aspettare che di lì a poco anche lui muoia dopo averle intestato immobili e conto corrente; come si vede ci sono gravi problemi su tutti i fronti; è probabile ci sia qualche attimo di felicità, un'ora o due al mese, magari al mattino presto, quando tra il sonno e il risveglio il neo bilionario crede di essere ancora uno squattrinato che può prendere il mondo alla leggera, che può immaginare astratte speranze e piccole felicità ottenute con poco, una bella giornata di sole, un viaggetto in macchina senza saper dove, così, per il gusto di perdere tempo. Poi si alza e deve constatare che invece è tutto un assillo e un'infelicità, con punte di pessimismo, desiderio di scomparire, ogni tanto poca voglia di vivere, e una vita che non è quella che desiderava, che non è la sua.
Quindi riassumendo il super enalotto è una falsa promessa, non cambia la vita, e se la cambia, la cambia in peggio. In altri tempi c'era la speranza di essere riconosciuti figli del re, se io fossi re, uno si diceva; beh se uno a circa quarant'anni fosse stato riconosciuto re, sarebbe per lui una tragedia, avrebbe dovuto stare attento al veleno, alle congiure di cui sarebbe stato inesperto e dunque facilmente vittima; e poi badare agli altri re che provocano incidenti al confine per mangiargli tutto, sposerebbe magari una principessa di sangue, la quale vedendo la sua inesperienza e la sua citrullaggine mirerebbe a sostituirlo con l'amante, o col figlio di primo letto, eccetera eccetera.
Al messo che arriva con il proclama per insediarlo come nuovo re, meglio rispondere che si sono sbagliati, che lui non è nessuno, che vive tranquillo così, nessun suo ascendente ha una goccia di sangue aristocratico, grazie ma potete andare, lasciatemi in pace, sentite magari dal mio vicino di casa, che è rumoroso, ogni tanto mi da fastidio, tiene il volume alto e sposta i mobili in continuazione, fategli fare a lui il re, fatelo sposare a una principessa così si toglie dal condominio e sarà inevitabilmente punito per tutti i fastidi che finora mi ha dato. Stessa cosa se qualcuno ti regala un biglietto che poi risulti vincente: mettetelo nascostamente nella buca delle lettere del vicino di casa, o di quel parente prossimo insopportabile, lui sarà stupefatto, sarà felice nell'immediato, complimentatevi con lui, capirà qualche anno dopo come i complimenti fossero ironici, quando io sarò povero e felice, e lui ricco e disperato.
dal sole 24 ore del 19 ottobre 2014
aliquota fiscale unica...che funziona a metà
Battezzata da Arthur laffer su un tovagliolo nel 1974, usata da reagan e Bush jr, incostituzionale (ma evocata in Italia da Salvini e co.)
Torna l'idea di un'aliquota fiscale unica che freni l'evasione - la flat tax dovrebbe lasciar filtrare ricchezza verso il basso alleggerendo la pressione sui redditi alti - ma funziona a metà
L'economista fa
sgocciolare le tasse
La «Curva di
Laffer» vive una nuova, controversa, stagione
Ristorante «Two
Continents», Washington, quattro strade dalla Casa
Bianca. Dopo il caffè, due politici, un professore di economia
e un giornalista discutono animatamente di tasse e
conti pubblici. A un certo punto l'economista stende il
tovagliolo e con la stilografica traccia una specie di campana
rovesciata su un fianco. «Vedete? spiega ai suoi
interlocutori Non è vero che più si aumentano le imposte e
più cresce il gettito fiscale. Anzi, esiste una soglia limite,
un punto di svolta oltre il quale accade esattamente il
contrario: più lo Stato carica il contribuente,
meno incassa». Arthur Laffer ripone la penna con
accademica condiscendenza guardando i due uomini seduti di
fianco a lui, Donald Rumsfeld e Dick Cheney, collaboratori del
presidente repubblicano Gerald Ford. Il più pronto è il
quarto commensale, l'editorialista del «Wall Street Journal»
Jude Wanniski, che lì per lì battezza quel grafico schizzato
sulla salvietta la «Curva di Laffer».
Così almeno l'ha raccontata sul suo giornale lo stesso Wanniski. Era il 1974. Quarant'anni dopo, archiviate le bellicose carriere di Rumsfeld e Cheney, quel disegnino vive una nuova, controversa, stagione. Ora che il paradigma del rigore ha mostrato tutti i suoi limiti, il confronto tradizionale tra la famiglia dei liberisti e quella della sinistra keynesiana si sposta su basi politico-culturali diverse. Merito di alcune opere di grande ambizione, anche se a tratti di impervia lettura, tra le quali spicca il lavoro dell'economista francese Thomas Piketty (Il Capitale nel XXI secolo, Bompiani), e di altri saggi di più ridotta caratura, come gli scritti e le conferenze di Alvin Rabushka. Questo politologo americano sta conducendo un'intensa campagna per la diffusione della flat tax, il prelievo unico sui redditi con una aliquota tra il 15 e il 20%.
L'idea di un'imposta secca risale al 1956 e fu avanzata da Milton Friedman, il massimo teorico del neoliberismo, che la sistematizzò nel suo fondamentale Capitalismo e libertà (1962, ultima edizione in Italia, Ibl Libri, 2010). Nel nostro Paese la flat tax è comparsa su diverse sponde. Nel 1994 la voleva Silvio Berlusconi e nel 2005 il radicale Marco Pannella. Oggi la rilancia Matteo Salvini, segretario della Lega Nord. In Italia, però, la semplificazione fiscale, il passaggio dai cinque scaglioni attuali a uno solo, presuppone la riscrittura dell'articolo 53 della Costituzione, che prevede la progressività della tassazione. Inoltre resta la grande incognita dell'impatto sulle entrate tributarie e dunque sull'equilibrio del bilancio pubblico. Il ragionamento torna a quel tovagliolo del «Two Continents», alla «Curva di Laffer», con due teoremi da verificare. Il primo lo abbiamo già visto: la mini-imposta unica incoraggia anche gli evasori a onorare i pagamenti. Il secondo si può enunciare così: bisogna sgravare i contribuenti più ricchi, perché potranno mettere più risorse al servizio dello sviluppo. Il sistema, liberato dai balzelli, sarà in grado di riequilibrare la distribuzione del reddito.
Cambia il meccanismo: anziché la progressività, introdotta all'inizio del Novecento, entra in funzione il cosiddetto trickle down, letteralmente «sgocciolamento». Laffer e i suoi ammiratori confidano in un aggiustamento automatico, quasi naturale, prendendo a prestito l'immagine utilizzata dal sociologo Georg Simmel nel 1904 per descrivere la catena di diffusione della moda: le scelte d'abbigliamento delle classi più agiate «sgocciolano», appunto, dall'alto verso il basso. Ma esistono dati empirici che confermino queste ipotesi? In Italia prova a rispondere lo storico e politologo Marco Revelli, con un breve saggio dal titolo militante: La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi, Vero! (Latenza, pagine 96, € 9). Nelle ultime elezioni europee Revelli è stato il garante della lista della sinistra radicale «L'Altra Europa con Tsipras». Nel libro, però, prevale lo studioso e, soprattutto, pesano i numeri, le statistiche. Oggi la flat tax è applicata in una trentina di Paesi, con una certa densità nell'Europa dell'Est. Ma è evidente che il caso più interessante e più significativo sia proprio quello degli Stati Uniti, la patria di Friedman e di Laffer. Revelli richiama i risultati ottenuti dal doppio mandato delle amministrazioni repubblicane di Ronald Reagan (1981-1989) e di George W. Bush (2001-2009). Entrambi tagliarono le tasse sui redditi più alti. Il consuntivo di Reagan è alterno. La manovra «lafferiana» sulle imposte, peraltro concordata con il Partito democratico, riattivò l'economia, sollevando la crescita del Pil fino al 4,1% (1988) e creando 16 milioni di posti di lavoro. Le entrate fiscali, però, calarono del 1% del Pil e di conseguenza il debito pubblico si triplicò fino ad arrivare a 2 mila miliardi di dollari. George W. Bush ereditò da Bill Clinton un budget federale in attivo di 236 miliardi di dollari; dopo il taglio delle tasse e in soli tre anni si ritrovo con un passivo di 375 miliardi. Le famiglie e lo Stato centrale cominciarono a indebitarsi, ponendo le premesse della bolla finanziaria esplosa nel 2007-2008. Oggi il debito degli Stati Uniti è pari a 15 mila miliardi di dollari ed è la mina vagante dell'equilibrio mondiale.
Resta da capire se, almeno, si sia prodotto l'effetto «sgocciolamento», se cioè la distanza tra le fasce di reddito sia diminuita. Su questo punto le risposte di Piketty e di Revelli coincidono: no. Negli ultimi trent'anni la disuguaglianza è aumentata a livello mondiale e praticamente in tutti gli Stati, come dimostra la dinamica dell'indice di Gini coefficiente che misura il grado di distribuzione delle ricchezze). Nell'ultimo vertice di Davos, nel gennaio 2014, l'associazione Oxfam ha presentato un rapporto titolato Working for the Few, «Lavorare per i pochi». Una tabella mostra come dal 1980 al 2012 negli Stati Uniti, «lafferiani» per 16 anni, la quota di reddito posseduta dall'i% più benestante della popolazione sia aumentata del 150%. Anche in altri Paesi l'élite economica si è arricchita in modo esponenziale: del 90% in Australia; tra il 5o e 1'8o% in Irlanda, Norvegia e Svezia. Dí fatto nelle 29 nazioni considerate (Italia compresa) non sì è visto alcuno «sgocciolamento», se mai una pioggia abbondante. Ma in un'altra direzione.
Così almeno l'ha raccontata sul suo giornale lo stesso Wanniski. Era il 1974. Quarant'anni dopo, archiviate le bellicose carriere di Rumsfeld e Cheney, quel disegnino vive una nuova, controversa, stagione. Ora che il paradigma del rigore ha mostrato tutti i suoi limiti, il confronto tradizionale tra la famiglia dei liberisti e quella della sinistra keynesiana si sposta su basi politico-culturali diverse. Merito di alcune opere di grande ambizione, anche se a tratti di impervia lettura, tra le quali spicca il lavoro dell'economista francese Thomas Piketty (Il Capitale nel XXI secolo, Bompiani), e di altri saggi di più ridotta caratura, come gli scritti e le conferenze di Alvin Rabushka. Questo politologo americano sta conducendo un'intensa campagna per la diffusione della flat tax, il prelievo unico sui redditi con una aliquota tra il 15 e il 20%.
L'idea di un'imposta secca risale al 1956 e fu avanzata da Milton Friedman, il massimo teorico del neoliberismo, che la sistematizzò nel suo fondamentale Capitalismo e libertà (1962, ultima edizione in Italia, Ibl Libri, 2010). Nel nostro Paese la flat tax è comparsa su diverse sponde. Nel 1994 la voleva Silvio Berlusconi e nel 2005 il radicale Marco Pannella. Oggi la rilancia Matteo Salvini, segretario della Lega Nord. In Italia, però, la semplificazione fiscale, il passaggio dai cinque scaglioni attuali a uno solo, presuppone la riscrittura dell'articolo 53 della Costituzione, che prevede la progressività della tassazione. Inoltre resta la grande incognita dell'impatto sulle entrate tributarie e dunque sull'equilibrio del bilancio pubblico. Il ragionamento torna a quel tovagliolo del «Two Continents», alla «Curva di Laffer», con due teoremi da verificare. Il primo lo abbiamo già visto: la mini-imposta unica incoraggia anche gli evasori a onorare i pagamenti. Il secondo si può enunciare così: bisogna sgravare i contribuenti più ricchi, perché potranno mettere più risorse al servizio dello sviluppo. Il sistema, liberato dai balzelli, sarà in grado di riequilibrare la distribuzione del reddito.
Cambia il meccanismo: anziché la progressività, introdotta all'inizio del Novecento, entra in funzione il cosiddetto trickle down, letteralmente «sgocciolamento». Laffer e i suoi ammiratori confidano in un aggiustamento automatico, quasi naturale, prendendo a prestito l'immagine utilizzata dal sociologo Georg Simmel nel 1904 per descrivere la catena di diffusione della moda: le scelte d'abbigliamento delle classi più agiate «sgocciolano», appunto, dall'alto verso il basso. Ma esistono dati empirici che confermino queste ipotesi? In Italia prova a rispondere lo storico e politologo Marco Revelli, con un breve saggio dal titolo militante: La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi, Vero! (Latenza, pagine 96, € 9). Nelle ultime elezioni europee Revelli è stato il garante della lista della sinistra radicale «L'Altra Europa con Tsipras». Nel libro, però, prevale lo studioso e, soprattutto, pesano i numeri, le statistiche. Oggi la flat tax è applicata in una trentina di Paesi, con una certa densità nell'Europa dell'Est. Ma è evidente che il caso più interessante e più significativo sia proprio quello degli Stati Uniti, la patria di Friedman e di Laffer. Revelli richiama i risultati ottenuti dal doppio mandato delle amministrazioni repubblicane di Ronald Reagan (1981-1989) e di George W. Bush (2001-2009). Entrambi tagliarono le tasse sui redditi più alti. Il consuntivo di Reagan è alterno. La manovra «lafferiana» sulle imposte, peraltro concordata con il Partito democratico, riattivò l'economia, sollevando la crescita del Pil fino al 4,1% (1988) e creando 16 milioni di posti di lavoro. Le entrate fiscali, però, calarono del 1% del Pil e di conseguenza il debito pubblico si triplicò fino ad arrivare a 2 mila miliardi di dollari. George W. Bush ereditò da Bill Clinton un budget federale in attivo di 236 miliardi di dollari; dopo il taglio delle tasse e in soli tre anni si ritrovo con un passivo di 375 miliardi. Le famiglie e lo Stato centrale cominciarono a indebitarsi, ponendo le premesse della bolla finanziaria esplosa nel 2007-2008. Oggi il debito degli Stati Uniti è pari a 15 mila miliardi di dollari ed è la mina vagante dell'equilibrio mondiale.
Resta da capire se, almeno, si sia prodotto l'effetto «sgocciolamento», se cioè la distanza tra le fasce di reddito sia diminuita. Su questo punto le risposte di Piketty e di Revelli coincidono: no. Negli ultimi trent'anni la disuguaglianza è aumentata a livello mondiale e praticamente in tutti gli Stati, come dimostra la dinamica dell'indice di Gini coefficiente che misura il grado di distribuzione delle ricchezze). Nell'ultimo vertice di Davos, nel gennaio 2014, l'associazione Oxfam ha presentato un rapporto titolato Working for the Few, «Lavorare per i pochi». Una tabella mostra come dal 1980 al 2012 negli Stati Uniti, «lafferiani» per 16 anni, la quota di reddito posseduta dall'i% più benestante della popolazione sia aumentata del 150%. Anche in altri Paesi l'élite economica si è arricchita in modo esponenziale: del 90% in Australia; tra il 5o e 1'8o% in Irlanda, Norvegia e Svezia. Dí fatto nelle 29 nazioni considerate (Italia compresa) non sì è visto alcuno «sgocciolamento», se mai una pioggia abbondante. Ma in un'altra direzione.
Di Giuseppe
Sarcina
Dal Corriere della sera, 23 novembre 2014
Dal Corriere della sera, 23 novembre 2014
i grandi dei
La credenza nei custodi immortali ha consentito il passaggio epocale dalle piccole tribù a grandi comunità fondate sulla cooperazione tra estranei
Il legame sociale
è figlio degli Dei
«Chi viene sorvegliato si comporta bene». Un principio alla base delle civiltà più antiche
Nel 1904 Max Weber attraversa in treno gli Stati Uniti. Conversando con un casuale compagno di viaggio, il sociologo finisce col parlare di religione. È allora che l’uomo, un commesso viaggiatore, pronuncia una frase divenuta celebre: «Signore, per quel che mi riguarda ognuno è libero di credere o di non credere, a suo piacimento; tuttavia, se incontrassi un agricoltore o un imprenditore che non appartiene ad alcuna Chiesa, non gli farei credito nemmeno di 50 centesimi. Perché uno che non crede in niente dovrebbe pagarmi ciò che mi deve?».Il tema della fede è centrale nello sviluppo della società umana. Ne dipendono l’organizzazione dei gruppi, commercio e crescita, pace e guerra. In un mondo in cui siamo sempre più a contatto con chi ha una religione diversa, e con chi non ha religione alcuna, la questione del commesso viaggiatore di Weber è fondamentale. Possono convivere credenti e non credenti? Può coabitare chi ha Dei diversi? La risposta è di norma affidata ai leader politici e religiosi: a Obama, al Dalai Lama, a Papa Francesco, al califfo dello Stato islamico. Oppure ai teologi. Tuttavia, contributi profondi e originali vengono sempre più dagli antropologi, dagli studiosi di economia comportamentale, dagli psicologi.
Ara Norenzayan, professore di Psicologia sociale all’Università della British Columbia, in Canada, ha scritto un libro molto importante che esce ora in Italia: Grandi Dei (Raffaello Cortina). L’autore ha una tesi ambiziosa. Si deve alla religione la transizione avviata circa undicimila anni fa da società organizzate in piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori strettamente imparentati tra loro, a società stanziali, inizialmente basate sulla domesticazione di animali e cereali, e poi ingranditesi fino alle grandi strutture sociali moderne, in cui moltitudini di anonimi cooperano su larga scala.
Perché ciò fosse possibile, si sono costruite sulla cooperazione tra estranei non sono il risultato di una religione qualsiasi. Ci sono voluti «Grandi Dei» perché nascessero «grandi gruppi»: ci sono volute le divinità delle grandi religioni monoteiste e politeiste che hanno conquistato la terra, Dei potenti, onniscienti e intenti al controllo del comportamento morale degli uomini.
Si srotola pagina dopo pagina l’argomentazione di Norenzayan. Lucida e appassionata. I Grandi Dei possono essere molto diversi tra loro, tanto quanto Shiva differisce da Gesù Cristo. Essi tuttavia hanno in comune otto principi di cui l’autore intende dimostrare la validità logica e sperimentale.
Il primo principio è il più importante: «Chi è sorvegliato si comporta bene». L’avvento dei Grandi Dei e dei grandi gruppi è cominciato qui, quando il controllo sociale esercitato dai piccoli gruppi etnico-familiari è stato sostituito dalla sorveglianza di «occhi soprannaturali». È stato allora possibile costruire legami di fiducia e scambio tra estranei, allargare l’economia, ingrandire le comunità. Sviluppando precursori naturali inscritti nella mente attraverso l’apprendimento culturale, i Grandi Dei hanno creato legami efficaci di timore e di fiducia. Sono i principi numero due, tre e quattro: «La religione è più nel contesto che nelle singole persone»; «L’inferno è più potente del paradiso», «Fidati di coloro che si fidano di Dio».
Crescendo, le grandi religioni hanno dovuto combattere il rischio della falsa fede, dell’imbroglio, dell’ipocrisia dei profittatori. Hanno così selezionato leader credibili e divinità degne di venerazione, per cui valeva la pena di compiere riti «bizzarri» e «costosi». Ecco i principi numero cinque e sei: «Nella religione le azioni contano più delle parole»; « Gli Dei che non sono oggetto di adorazione sono Dei impotenti». Si sono imposti così, recita il principio numero sette, «Grandi Dei per Grandi Gruppi», ovvero gruppi religiosi che, come recita l’ultimo principio, «cooperano per competere».
Emigrato in Canada dal Libano a causa della guerra, Ara Norenzayan giunge con il suo ultimo principio al nodo della violenza religiosa. Constata che nei Grandi Dei vi sono parti che «possono generare e intensificare i conflitti», ma anche «impulsi che possono essere convogliati per attenuare e superare i conflitti». È piena di energia questa sfida a guardare al divino dal punto di vista dell’interazione tra mente e società, tra evoluzione biologica e culturale. L’attenzione sulla sorveglianza dall’alto pone questioni scomode. L’autore suggerisce che dopo il passaggio dalle piccole società alle società sotto «i grandi occhi del cielo», si profila ora il passaggio a società complesse in cui l’empatia e la compassione per il genere umano e la solidarietà sociale, unite a istituzioni laiche efficaci e non corrotte, con giudici indipendenti e Stato di diritto, si candidano a sostituire gli «osservatori soprannaturali».
È il passaggio che sembra intravvedersi nelle società scandinave, cui è dedicato l’ultimo capitolo del libro, e in generale laddove i credenti, a differenza del commesso viaggiatore di Weber, riescono ad aver fiducia persino negli atei. Nella sua bella introduzione al volume, Telmo Pievani invita a non ridurre il pensiero di Norenzayan, com’è invece avvenuto negli Stati Uniti, alla divisione del mondo in svedesi laici, ricchi e tolleranti, e arabi religiosi, poveri e fondamentalisti. Il passaggio «dagli Dei vigili ai governi vigili» è certo cruciale. Ma la forza dell’autore sta altrove. Egli si sforza di adottare il punto di vista dell’occhio di Horus, raffigurato nei bassorilievi dell’antico Egitto, e degli occhi di Buddha, ritratti negli stupa del Nepal. Come fanno gli Dei, Ara Norenzayan guarda in fondo alla nostra mente.
Marco Ventura
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