martedì 18 agosto 2009

Se Teresa e la Mabilia stanno in Parlamento

quali potrebbero essere gli inni lombardi: preferibile "Noter de Berghem, de Berghem de sura alla forchetta ghe dis ol pirù", o il bresciano "La me murusa l'è de Polpenasse e la sa grata el cul con le ganase", o meglio il milanese "O mia bela Madunina che te brillet de lontàn"?

Se Teresa e la Mabilia stanno in Parlamento
lettera a Repubblica , sabato 15 agosto 2009

EGREGIO Colaprico, leggo della proposta della Lega di inserire un comma nell'articolo 12 della Costituzione che riconosca i simboli identitari di ciascuna Regione: dunque, bandiere e inni "regionali". E mi sono chiesta quali potrebbero essere gli inni lombardi: preferibile "Noter de Berghem, de Berghem de sura alla forchetta ghe dis ol pirù", o il bresciano "La me murusa l'è de Polpenasse e la sa grata el cul con le ganase", o meglio il milanese "O mia bela Madunina che te brillet de lontàn"? Questo tanto per fare alcuni esempi. Che ne dite, fom en bel referendum popolare? Scartando naturalmente "Va pensiero" (scritto in italiano!) da uno che credeva nella politica unitaria di Cavour, da lui definito "Padre della Patria".
Gisella Bottoli – Brescia

Grazie a lettere come questa si può sorridere. Personalmente, quando una "visualizza" un concetto sbagliato, mostrandolo nelle conseguenze, resto impressionato. La fantasia corre: sino a immaginare una specie di zecchino d'oro padano ,ascoltare professori di Agrigento sforzarsi di usare i grugniti della Valcalepio e, perché no?,vedere anche i preti soffrire per stilare un'omelia degna di Carlo Porta. Nella Lega c'è, anche se inespressa politicamente, una corrente che amio modesto parere potremmo definire "dei Legnanesi". É come se la Teresa, il Giovanni e Ia Mabilia, i personaggi popolari nati dalla felice fantasia di Felice Musazzi e Tony Barlocco fossero usciti dal cortile della "ca ' de ringherà "per andare a sparare le loro pirlate sui banchi di un Parlamento che, non certo solo per colpa della Lega o di Berlusconi, è diventato molto più vicino a uno stadio, o a uno studio tv, che a un tinello dì una casa abitata da cittadini con un livello medio d'istruzione.
Dialetto, inni, confini, tutto diventa una commedia e il titolo di una vera, "Pover Crìst Superstar", mi pare uno slogan adatto ai tanti ex comunisti e abitanti delle periferie che, per disperazione, non solo per scelta, sono passati a vedere un mondo colorato di verde. E credono, arroccandosi, di poter resistere a un cambiamento epocale, del quale si parlerà nei librì di storia del 3mila dopo Cristo. Umberto Bossi, così come Roberto Maroni, come anche Matteo Salvini, "dietro le quinte" sanno essere ironici e conoscono la realtà. Ma fanno i loro calcoli, perciò la Lega, ufficialmente,spicca per la mancanza di autoironia. tanto, come scriveva Delio Tessa, "L'è eldì di Mort, alegher! Sotta ai topiett se balla, se rid e se boccalla".

---
nota Greg:
Al di là delle ridicole sparate della lega, l'insegnamento del dialetto, come quello della religione (vedi intervista a Massimo Cacciari) io li vedo come indispensabili materie per un approfondimento culturale, antropologico.
Quando ero piccolo, alle elementari, avevo un maestro (il sig. Lucchese) che una volta tanto ci faceva conoscere il dialetto bresciano, tramite la lettura delle opere del poeta Canossi "Melodia e congedo", che descrivevano la vita nei campi, il punto di vista della gente. E io tuttoggi so leggere e scrivere in dialetto bresciano; invito a leggere, per chi apprezza la poesia, anche le opere di Elena Alberti Nulli, molto belle.
Ci faceva ascoltare anche i cori alpini, tramite dischi del "Coro della SAT". Quelli, sinceramente, mi piacevano molto meno; ho cominiato ad apprezzarli ascoltando i cori dal vivo, tutt'altra cosa!

lunedì 17 agosto 2009

Come si impara la guida ecologica

Come si impara la guida ecologica

Guidare ecologico si può. E permette, se abbinato a una manutenzione scrupolosa del veicolo, di risparmiare fino al 25% di carburante per le auto a benzina e fino al 20% per quelle a gasolio. Senza dimenticare che può ridurre di 15 g/km le emissioni di CO2. A costruire un provetto ecodriver contribuisce il corso teorico-pratico di una giornata realizzato nell'ambito del progetto Eco-guida, sviluppato da Euromobility (Associazione per la mobilità sostenibile) in collaborazione con l'Asc (Automotive safety centre) e co-finanziato dalla Fondazione Cariplo.

I corsi sono rivolti a chiunque - privato o dipendente d'azienda, guidatore esperto o neopatentato - voglia risparmiare carburante.
Per conoscerne le modalità di svolgimento è attivo il sito www.ecoguida.com.
L'effettivo risparmio viene monitorato da una dotazione di bordo che memorizza i dati delle le prove, consentendo di ottenere un riscontro immediato dei consumi.
È importante sottolineare come l'Ecoguida sia una realtà già consolidata in nove paesi europei. E la Commissione Uè ha un piano per ridurre le emissioni alle auto attraverso un utilizzo del mezzo privato incentrato sui comportamenti virtuosi alla guida. «I corsi - dice Daniele Merlini, direttore tecnico di Asc - rispondono a esigenze reali: una mobilità più sostenibile con i veicoli attuali, la. riduzione dello stress per i conducenti, l'incremento del comfort per i passeggeri».
Dal canto suo Carlo Iacovini, presidente di Euromobility, dichiara: «I corsi vogliono dare una risposta alle aziende che cercano una formazione specialistica, ma anche ai privati che vogliono risparmiare».
Bastano alcuni semplici accorgimenti per minimizzare il dispendio di carburante: viaggiare con i finestrini chiusi, rimuovere il portapacchi quando non serve, cambiare marcia a un regime medio-basso, rispettare la corretta pressione degli pneumatici, regolare il climatizzatore al minimo 0 utilizzare l'aria condizionata solo se necessario, evitare i classici colpi d'acceleratore da fermi.
Silvano Piacentini - il sole 24 ore lunedi 17 luglio 2009

Il cellulare usato si lascia in libreria

Il cellulare usato si lascia in libreria
Nei negozi della catena Libraccio a favore di Acra

È partita a luglio e proseguirà fino al febbraio 2010 la collaborazione tra la Ong Acra e la catena Libraccio a sostegno del sud del mondo.
In tutte le librerie del gruppo sarà possibile consegnare il proprio cellulare usato e sostenere l'organizzazione, presente con i propri progetti, tra l'altro, in Argentina, Bolivia, Brasile, Burkina Faso, Camerun, Ciad. Per ogni pezzo consegnato, Acra riceverà in donazione 2 euro da Redeem Italia, società che raccoglie e reimpiega telefonini usati nei paesi in via di sviluppo.
«Si tratta - commenta Angelo Locatelli, presidente di Acra - di un'azione concreta con un partner radicato sul territorio. Oltre al sostegno ai nostri progetti, consentirà di affiancare a una valenza di tutela ambientale una funzione di sensibilizzazione dei clienti Libraccio, molti dei quali studenti. Inoltre i cellulari rientreranno nel circuito commerciale dei paesi in via di sviluppo a un prezzo accessibile di 5-7 euro. Potranno così rappresentare un motore di sviluppo importante».
Per aderire sarà sufficiente compilare la scheda disponibile nelle librerie della catena e consegnarla insieme con il cellulare, che dovrà essere funzionante e completo di batteria.
«Già in passato - ricorda Locatelli - la collaborazione tra Aera e Libraccio aveva portato alla realizzazione di tre pozzi artesiani nel nord del Camerun, contribuendo a fornire acqua potabile a circa 3.500 persone». Chiunque voglia liberare i cassetti da qualche telefonino non più utilizzato e dare allo stesso tempo un aiuto concreto può trovare l'elenco delle librerie che aderiscono al progetto sul sito www.libraccio.it.

venerdì 14 agosto 2009

dittatura

Per chi non l'avesse visto, segnalo che andando su
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9a4f4f9f-33b3-411b-ae88-c2c1479690e9.html?p=0

Si può vedere il programma della serie "la grande storia" dedicato alla nascita del fascismo, verso la dittatura. Quello che i documentari di regime non avevano detto.
Istruttivo, di questi tempi......di monopolio televisivo e di telegiornali "balneari" tutto l'anno.....

TED: L'editore delle visioni

"Idee che vale la pena diffondere".
E' una delle massime di Chris Anderson, ispiratoree curatore del progetto ted.
L'anno prossimo, Ted sarà concentrato sulle buone notizie. «Non per ottimismo. Per realismo» «Perché le notizie sui progetti visionari che funzionano e cambiano il mondo, non sono molto raccontate dai media tradizionali. Ma ci sono».

Michael Pritchard sale sul palco dell'Oxford Playhouse. È la settimana di Ted (www.ted.com), che propone il suo ricco programma di testimoni della ricerca, della tecnologia e del design nel teatro della città inglese.
Pritchard presenta la Lifesaver Bottle, una bottiglia che promette di filtrare dall'acqua ogni organismo patogeno: batteri, funghi, virus. Se diffusa potrebbe salvare la vita a 2 milioni di bambini l'anno. E lo vuole dimostrare, a Ted. L'inventore riempie una bacinella con l'acqua del River Cherwell, il fiume che attraversa Oxford, l'arricchisce con la fanghiglia raccolta in un depuratore, aggiunge liquidi scuri e maleodoranti. Mescola. Con l'orribile intruglio riempie la sua bottiglia purificatrice. La mette in azione. Completa la procedura in pochi secondi e ne tira fuori un liquido apparentemente limpido con il quale riempie un bicchiere. Stoicamente, beve. E lo offre di sorpresa a Chris Anderson, il fondatore di Ted. I 700 spettatori trattengono il fiato. Anderson, titubante, beve. Poi commenta: «Hai portato la mia fiducia nella comunità di Ted a un nuovo livello». Distensione. Risa. Applausi. (Rivisto il giorno dopo, Anderson stava bene).
Fiducia. Teatro. Ricerca. Tecnologia. Visioni. Comunità. Divertimento intellettuale. Partecipazione. Ritmo. Persone. L'esperto di aforismi e matematica della metafora, James Geary. La neuroscienziata liberal Rebecca Saxe che rifiuta di farsi assumere al Pentagono.
Paul Romer, teorico dell'innovazione radicale.
William Kamkwamba, inventore di mulini a vento fatti di rifiuti.
Bjarke Ingels, architetto che costruisce una città sostenibile su un'isola deserta dell'Azerbaijan. Itay Talgam, direttore d'orchestra esperto di stili di leadership.
Decine di personaggi straordinari. Ted è un fenomeno. Conferenze esclusive a pagamento (6mila dollari per la versione californiana e 4.500 euro per quella europea). Tutti i video online, visti da 300mila persone al giorno (centinaia di volontari li stanno traducendo NDR ci sono sottotitoli anche in italiano)). Una proliferazione di conferenze locali. Attività di community come i premi ai progetti più visionari e il sostegno alla loro realizzazione. Tutto non profit. Tutto per cambiare il mondo.
La prima versione europea, curata da Bruno Giussani, è stata un successo, palpabile in sala e confermato dai commenti su Twitter. Non è un caso. Ogni particolare è studiato. Ogni intervento è discusso e preparato in largo anticipo. In linea con la ricerca che Ted sta conducendo da tempo nei territori aperti dalle grandi visioni del futuro, ponendosi domande fondamentali, dalla sostenibilità dello sviluppo alle conseguenze dell'innovazione radicale, Giussani sceglie gli argomenti e gli oratori, definisce con essi i contenuti, dà consigli su come raccontarli nel modo più efficace, nei limiti dei 18 minuti previsti. Sicché tutto converge in un grande storytelling generale. Che nel caso di Oxford è stato soprattutto concentrato sul cambiamento climatico, il superamento delle grandi cause della povertà, la riprogettazione delle città e l'accelerazione del l'innovazione internettiana.
Scienziati, tecnologi, artisti, designer, attori, filosofi, si sono assoggettati alle logiche del grande contenitore, sapendo con quanta passione sia seguito da migliaia di fan disposti a pagare per essere fisicamente presenti al l'evento e da milioni di spettatori via internet. E sapendo che le loro proposte avranno un seguito: perché Ted è anche e soprattutto una cassa di risonanza per progetti umanamente sensati e molto difficili da realizzare. Ma che, se riescono, possono liberare le forze culturali e imprenditoriali necessarie ad affrontare in modo radicalmente nuovo problemi enormi.
«Se c'è qualcosa per cui sono disposto a morire è l'educazione dei bambini africani» afferma accorato Emmanuel Jal, artista hip hop ed ex bambino-soldato sudanese. «Il mio progetto è costruire una scuola. La mia musica è per contribuire a questo obiettivo. E del resto, per noi in Africa, la musica è lo strumento con il quale i giovani si trasmettono le informazioni».
Ma che cos'è, dunque, Ted? Probabilmente sta diventando una sorta di risposta originale alla crisi dell'editoria tradizionale. «Sì – conferma Giussani –. La piattaforma fisica consente di raccogliere il fatturato necessario a sostenere l'insieme delle attività, con i biglietti d'ingresso e le sponsorizzazioni. Il web è il moltiplicatore della notorietà e della diffusione dei contenuti. Le iniziative danno un senso di concretezza alle idee che vengono lanciate e fondano una comunità molto coesa. La crescita è fondata su quella comunità e sulla qualità delle scelte.
Il modello di business è sostenibile. Tutto quello che fatturiamo è investito». Ted resta non profit, assicura. Anderson conferma. E Giussani chiosa: «Ted ha molto più senso se è non profit». L'anno prossimo, Ted sarà concentrato sulle buone notizie. «Non per ottimismo. Per realismo» dice Giussani. E Nòva non potrebbe essere più d'accordo. «Perché le notizie sui progetti visionari che funzionano e cambiano il mondo, non sono molto raccontate dai media tradizionali. Ma ci sono». Parlarne amplia i limiti del possibile. E libera la progettualità. Sulla base dei fatti.

DA OXFORD LUCA DE BIASE Giovedì, 23 luglio 2009.
(Altre notizie su: lucadebiase. nova100.ilsole24ore.com)

oro verde carboidrati al posto degli idrocarburi è l'alba di una nuova chimica

Biopolimeri, biopesticidi, biofuel fatti con la Natura, senza ridurre la produzione di cibo
La rivoluzione degli enzimi


George Washington Carver sapeva come fabbricare vernici, cosmetici, sapone, plastiche e combustibili. Non tramite gli idrocarburi, come si fa abitualmente, ma tramite i carboidrati. Non grazie alla chimica inorganica dei combustibili fossili, ma grazie a quella organica dei prodotti vegetali.
Nato nel 1864 da una famiglia di schiavi nel Missouri (pochi giorni prima dell'abolizione della schiavitù), da piccolo viene rapito e rivenduto con l'intera famiglia. Fortuna vuole che Moses Carver, il suo ex padrone, lo ritrovi, lo adotti e lo faccia studiare. Più tardi, in qualità di scienziato, Carver si occuperà delle misere sorti dei contadini del Sud, alle prese coi terreni impoveriti dalla monocoltura del cotone, proponendo di adottare arachidi, patate e legumi. E non solo per fini alimentari.
Cinque anni prima che Carver nascesse, il colonnello Edwin Drake aveva scoperto in Pennsylvania il primo pozzo di petrolio della storia: fra meno di un mese, il 27 agosto, saranno 150 anni dall'inizio dell'Età del petrolio. Un secolo e mezzo durante il quale la ricchezza del mondo si è moltiplicata senza posa, grazie all'abbondanza di greggio a basso costo. Oggi - al ritmo di 85 milioni di barili al giorno - lo bruciamo per sempre per l'elettricità e i trasporti, ma anche per lubrificanti e fertilizzanti, plastica e medicinali.
SÌ dice che, fra gli anni 20 e 30, Carver avesse trovato il modo di realizzare trecento diversi prodotti, ricavandoli da tuberi e noccioline. Ma il petrolio era ormai abbondante e più che conveniente. E le lobby dell'industria petrolchimica è andato in tutt'altra direzione.
Il bello è che oggi, sta tornando su quella strada. A detta dell'Agenzia internazionale per l'energia, già nel prossimo decennio la produzione di petrolio non riuscirà a tenere il passo della crescente domanda, e ancora meno nei decenni a venire, con inevitabili tensioni sui prezzi. La combustione degli idrocarburi va limitata, per evitare pericolosi cambiamenti del clima. E la ricerca biotecnologica fa passi da gigante. La congiunzione astrale di questi tre elementi, ha riportato inevitabilmente le intuizioni di George Washington Carver sul palcoscenico, stavolta globale.
La rivoluzione dell'oro verde al posto dell'oro nero, è cominciata con i biocarburanti: sostituti del petrolio fabbricati con il mais o la canna da zucchero. L'anno scorso, sono stati prodotti 64,5 miliardi di litri di bioetanolo: una goccia, net l'oceano dei consumi mondiali di carburante. E poi le bioplastiche: si stima che l'anno prossimo ne verranno prodotte 1,5 milioni di tonnellate (contro i 220 milioni di plastiche a base di idrocarburi).
Ma il fatto straordinario è che l'industria - tanto i pochi colossi della chimica che una miriade di startup di belle speranze - ha avviato un grandioso passo avanti nella ricerca, suggellato da 2omila brevetti all'anno, solo nel bio-tech. E i primi segni della semina, si vedono.
La danese Novozymes, leader mondiale negli enzimi, inclusi quelli che accendono le trasformazioni chimiche che portano dal mais all’etanolo, lancerà l’anno prossimo un prodotto che genera carburante dagli scarti agricoli , senza dover usare il cibo per far muovere i Suv.
La Mazda promette, entro il 2013, di debuttare con l'auto in bioplastica (ma Henry Ford l'aveva già fatto) La Dow, la Solvay e la brasiliana Braschem si preparano a produrre 700mila tonnellate l'anno di bioetilene, col quale fabbricare il biopolietilene. L'americana Novomer sta commercializzando un processo per fabbricare materiali plastici avanzati usando scarti alimentari e anidride carbonica. La Mctabolix sta già producendo al una plastica biodegradabile tramite una versione modificata del panicum virgatum, una pianta erbacea non edibile che abbonda in Nordamerica e che lì chiamano switchgrass, in collaborazione con il colosso agroalimentare Archer Daniels Midland. Il rivale Cargill invece, controlla la NatureWorks, la quale sta già vendendo alla grande distribuzione alimentare una bioplastica ricavata dall'amido di mais. Tutte queste plastiche, sono ovviamente biodegradabili. Ma alla Polytechnic University di New York ne hanno inventato una che, quando si degrada, diventa un biodiesel
Come dire:
le possibilità sono pressoché infinite. Peccato che Carver non abbia lasciato nulla di scritto, sui suoi metodi per fabbricare vernici, cosmetici, plastiche e carburanti dal mondo vegetale. Ma del resto, anche Rudolph Diesel (l'inventore dell'omonimo motore) e Henry Ford (l'inventore della motorizzazione di massa) credevano che le automobili sarebbero andate con l'olio di arachidi o di soia, non con il petrolio. L'oro nero ha stravinto la prima mano della partita. Aspettiamoci una rivincita dell oro verde.

DI MARO MAGRINI
*
nova sole 24 ore 30 luglio 2009

giovedì 13 agosto 2009

l'ora di religione e' fondamentale. Dovrebbe diventare obbligatoria in tutte le scuole superiori.

Sono perfettamente d'accordo con Cacciari!!!!
greg
-----
Giusto non calcolare la materia ma io la vorrei obbligatoria
Intervista con il Sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, di Carlo Brambilla

"Certo l'ora di religione e' fondamentale. Dovrebbe diventare obbligatoria in tutte le scuole superiori. Una materia d'insegnamento, come l'italiano, storia e filosofia. Attenzione, pero' con i professori scelti sulla base di titoli, concorsi capacita'. Come tutti gli altri, e non indicati dalla Curia".

Professor Cacciari, cosa pensa della sentenza del Tar che esclude gli insegnanti di religione dagli scrutini?

"Mi sembra una decisione giusta, del tutto logica. Ovvia dal punto di vista giuridico. Una materia facoltativa non puo' essere ritenuta fondamentale in fase di scrutinio. Ma il punto e' un altro. E' arrivato il momento di cambiare quella parte del concordato che riguarda l'ora di religione. E pensare alla nascita di una nuova materia di studio"

Obbligatoria?

"Ma certo. E' assolutamente indecente che un giovane esca dalla maturita' sapendo magari malamente chi e' Manzoni, chi e' Platone e non chi e' Gesu' Cristo. Si tratta di analfabetismo. La scuola deve alfabetizzare. Quando i ragazzi vanno in giro a fare i turisti vedono delle chiese e dei quadri con immagini sacre. Ma cosa vedono, cosa capiscono? Spesso riconoscono a malapena Gesu' bambino. Non sanno nulla delle nostre tradizioni. La religione e' un linguaggio fondamentale. Come la musica".

Perche' non pensare a un insegnamento, piu' democratico, di storia delle religioni, che affronti le diverse tradizioni nei diversi Paesi?

"Non ha nessun senso insegnare Storia delle religioni. Cosi' come si insegna Storia della letteratura italiana e non storia delle letterature mondiali, storia dell'arte italiana e storia dell'arte cinese, non vedo la necessita' di insegnare il buddismo zen o la religione degli aztechi. Chi suggerisce di studiare tutte le storie delle religioni finisce per volere, in pratica, che non se ne studi nessuna. E' necessario, invece, sapere bene almeno cosa dicono le grandi tradizioni monoteistiche."

I vescovi attaccano la decisione del Tar. Parlano di "bieco illuminismo che vuole la cancellazione di tutte le identita'".

"La Chiesa dovrebbe liberarsi delle sue paure. E battersi perche' nella scuola pubblica venga insegnata religione da docenti come gli altri. Chi vuole che vada a insegnare religione, se non una persona particolarmente motivata da questo tipo di studi? Di cosa hanno paura? Che vada il matematico Piergiorgio Odifreddi?"

E le scuole private?

"Le scuole private facciano quello che vogliono".

Nuove Musiche Rolf Lislevand

ECM Records - Distr. Ducale (2006)
A me è piaciuto molto!
Greg
vedi recensione e lista brani


Specializzato in musica rinascimentale, il chitarrista e liutista norvegese Rolf Lislevand sceglie per il suo esordio per la ECM un approccio particolare alla letteratura musicale del Seicento. Richiamandosi alla rivoluzione neoclassicista promossa dal gruppo della Camerata Fiorentina in opposizione alla polifonia imperante all'epoca, che diede origine alle composizioni di Monteverdi, Frescobaldi, Caccini, Kapsberger e altri nello stile detto "Nuova musica", Lislevand vuole superare i principi di base relativi all'interpretazione della musica di quel periodo finora comunemente accettati. Resosi conto della contraddizione di fondo insita nel tentativo di ricreare la musica rinascimentale e barocca (è impossibile per un musicista contemporaneo far finta che la musica non abbia continuato a svilupparsi dal 1600 a oggi, e negarne la presenza nel proprio bagaglio culturale), Lislevand abbandona qualsiasi tentativo precodificato di esecuzione filologicamente corretta dei brani, cercando piuttosto di ricrearne lo spirito attraverso l'improvvisazione, presente nel corredo tecnico di ogni strumentista, e componente fondamentale di ogni esecuzione di questa musica.

La musica di Kapsberger, Pellegrini, Piccinini, de Narvaez, Frescobaldi e Gianoncelli scorre continua come un'unica suite, e alle varie passacaglie e toccate originali si mescolano i risultati delle improvvisazioni nate in studio, come la Passacaglia andaluz dal sapore di flamenco, perfettamente integrata con le composizioni di quattro secoli addietro. Il chitarrista è coadiuvato da un gruppo di musicisti tra cui si notano l'arpista e cantante Arianna Savall (figlia di Jordi Savall, nei cui gruppi come Hesperion XX ha militato anche Lislevand) e Bjorn Kjellemir (bassista già a fianco di Terje Rypdal nei Chasers), il cui apporto ritmico è fondamentale nelle improvvisazioni di gruppo.

Anche se i tradizionalisti potranno rimanere perplessi di fronte a questo approccio decisamente anticonvenzionale, il risultato è affascinante. Lislevand riesce a rinnovare la musica antica rimanendole fedele, ottenendo l'effetto di farla uscire dai musei virtuali nei quali era stata rinchiusa a causa dell'impiego di pratiche esecutive troppo rigide.
di Mario Calvitti
Valutazione: 4 stelle

Elenco dei brani: 01. Arpeggiata addio - 7:17; Passacaglia antica I - 2:09; 03. Passacaglia andaluz I - 2:35; 04. Passacaglia antica II - 2:03; 06. Passacaglia cromatica - 1:52; 06. Passacaglia antica III - 1:48; 07. Passacaglia cantus firmus - 2:33; 08. Passacaglia celtica - 2:00; 09. Passacaglia spontanea 4:13; 10. Passacaglia andaluz II - 2:15; 11. Toccata - 5:31; 12. Passacaglia cantata - 4:13; 13. Corrente - 2:18; 14. Corrente - 1:47; 15. Toccata - 2:38; 16. Ciaccona - 2:57; 17. Toccata cromatica - 3:45.

Musicisti: Rolf Lislevand (arciliuto, chitarra barocca, tiorba); Arianna Savall (tripla arpa, voce); Pedro Estevan (percussioni); Bjorn Kjellemyr (colascione, contrabbasso); Guido Morini (organo, clavicordo); Marco Ambrosini (nichelarpa - viola d'amore a chiavi); Thor-Harald Johnsen (chitarra battente).

Birmania: processo farsa


“Dagli oppositori – spiega Giulietti - attraverso Cecilia Brighi, la coraggiosa sindacalista del sindacato internazionale, è arrivata la richiesta ad organizzare una catena di aiuti per far funzionare tre emittenti capaci di trasmettere nel territorio birmano; l’Italia potrebbe accogliere questa richiesta coinvolgendo le principali aziende del settore, la federazione degli editori e quella dei giornalisti”.

“Tra le varie iniziative vogliamo ricordare quella dell’11 settembre prossimo nell’ambito della Biennale del Cinema in collaborazione Cinecittà Luce per una sezione dedicata al tema dei diritti umani negati, dalla Russia, alla Cina, dall’Iran alla Birmania di Aung San Suu Kyi”.



Nella Birmania di oggi che processa San Suu Kyi.
"Il panorama è irreale: case colorate di azzurro o rosa, prati all'inglese, strade a sei corsie. Ma non un'anima Solo camion militari..."
di Raimondo BULTRINI
Fonte:REPUBBLICA.it
NAY PYI DAW (BIRMANIA) - A volte capita di avere fortuna viaggiando in un Paese governato da dittatori e di poter visitare indisturbati il centro del loro potere. Nel caso della Birmania un cuore politico nuovo di zecca, trapiantato quattro anni fa nei terrapieni del nord, meno umidi e piovosi della vecchia capitale Rangoon, creando il microclima ideale per il governo-ospizio dei generali ultrasettantenni al potere.

Visitare Nay Pyi Daw, o la Città dei Re, è ormai relativamente semplice, ma solo per le Ong autorizzate e per i sempre più presenti partner commerciali (a dispetto dell'embargo). Praticamente impossibile andarci da giornalista. Ma anche solo come turista, per di più alla vigilia dell'attesa sentenza contro la leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi, non è certo facile. C'è molta tensione e poche incerte indiscrezioni alla vigilia del verdetto più volte rinviato con il quale oggi i giudici condanneranno quasi certamente The Lady.
L'unico premio Nobel in cella, è accusata di aver ospitato un misterioso americano, John Yettaw, giunto a nuoto nella sua casa sul lago Ynya. Rischia altri 5 anni di carcere o, nella migliore delle ipotesi, agli arresti domiciliari. Chiusa nella prigione di Insein, Aung San Suu Kyi costituisce ancora la principale minaccia per i generali.

Lo stratagemma per raggiungere la loro città è - paradossalmente - quello di volersi recare alle rovine di un'antica città imperiale dove sono conservate le spoglie dell'unica imperatrice donna della Birmania. Ma le autorità locali, preoccupate che uno straniero possa pernottare nella stessa zona in cui due anni fa un terremoto fece crollare alcuni bunker nucleari, preferiscono che la sosta venga fatta proprio a Nay Pyi Daw. L'unico resort che ospita a prezzi esosi stranieri anche non autorizzati appartiene al tycoon del regime, Tai Za, un ex playboy, proprietario di 7 Ferrari e molto vicino alla figlia del generalissimo Than Shwe.

Il viaggio in treno da Rangoon attaversa una giungla di palme, acquitrini e baracche di bambù sfondate dal peso dei monsoni. Ma una volta giunti alla stazione della nuova capitale il panorama cambia, e si presenta come irreale. Nel verde pastello dell'erba piantata a prato inglese, la città assume l'aspetto di un modellino plastico senza esseri umani: lunghe file di edifici, colorati di celeste e rosa, si estendono in linee equidistanti. Uomini, donne e bambini vivono sicuramente lì dentro, ma non vanno a passeggio: di fronte hanno solo superstrade di collegamento a quattro e sei corsie. L'accesso ai carri armati è garantito da vaste arterie laterali dove il traffico è riservato ai mezzi militari che vanno e vengono dalle caserme e dalle residenze attorno al segretissimo quartier generale del governo. Uno dei primi e rari reporter a visitarla scrisse che il regime non aveva programmato di prevenire nella capitale una possibile rivoluzione attraverso le armi, ma a colpi di "geometrie e cartografie".

Sulla collina dei ristorantini un guardia-macchine che mastica betel rosso invita a guardare in basso, dove sono allineate le palazzine degli alloggi per ufficiali e dipendenti governativi. "Very beautiful", dice con la bocca impastata dalle foglie eccitanti. I parametri di bellezza in Birmania sono valutati sulla base della quantità di cemento usata al posto della paglia e del bambù. E a Nay Pyi Daw non si è badato a spese per gli alloggi dei generali, mentre manovali, camerieri e garzoni di bottega confessano di dormire tra gli edifici in costruzione, o sotto i tavoli e gli scaffali dei negozi.

L'ipotesi di una fine prossima del regime non è presa in considerazione seriamente da nessuno. L'attuale comandante, Than Shwe, con un tumore sotto controllo di tanto in tanto a Singapore, riceve a suo agio i dignitari cinesi, russi, indiani, nella pomposa Bayintnaung Yeiktha, il Palazzo simile a quello che ospitò le nozze miliardarie di sua figlia.
Il generalissimo non si cura troppo delle proteste interne e internazionali, tanto meno di quelle dei suoi dipendenti, trasferiti in massa a Nay Pyi Daw dall'oggi al domani secondo date precise dal sapore mistico e rituale: i primi 11 uffici ministeriali traslocarono quattro anni fa l'11 novembre alle 11 del mattino con un seguito di 1100 militari da 11 battaglioni. Ora i funzionari cominciano ad abituarsi, come quelli che si incontrano sulle carrozze "superiori" del treno Rangoon-Nay Pyi Daw, destinati a vivere e a far crescere i loro bambini in un'oasi controllata e distante dal resto del Paese. Interi capitoli delle vicende nazionali, come il massacro degli studenti dell'8 agosto '88, le elezioni vinte da Aung nel '90, sono sconosciute a gran parte delle nuove generazioni. "Nei corsi di specializzazione più dell'80% chiede computer, nessuno vuol saperne di Storia", ci dice una professoressa che aiuta i disastrati dal ciclone Nargis.

Il volontariato senza collegamenti internazionali è il cuore tenero di Myanmar (dall'89 nome ufficiale per la Birmania). I suoi collaboratori per recarsi nei villaggi da assistere attraversano due enormi corsi d'acqua a tratti grandi come il Gange. Tra questi il Pyanmelok, o "Fiume del non ritorno", in cui le piccole imbarcazioni spesso spariscono per le frequenti burrasche. Ma qualcuno deve portare gli aiuti anche lì, sebbene non sempre bene accetti dal regime.

"Molti sentono di essere stati abbandonati dallo Stato, per questo non escluderei la possibilità di una nuova protesta in occasione della condanna di un'icona popolare come Aung San Suu Kyi" ci dice un ex monaco che dopo le rivolte di due anni fa ora fa la guida turistica. "Del resto ben pochi, oltre ai soldati, oggi saprebbero come tenere in pugno il Paese.

Nemmeno la nostra Lady immagina più, se non per sentito dire, com'è fatta la sua Birmania: 800 kyatt al mercato per il riso, il salario di un giorno; 20mila dollari per una macchina scassata, le file dei mendicanti, degli orfani e dei bambini di strada che bussano nei conventi per ricevere un po' di educazione dai monaci, a loro volta sotto stretto controllo del regime". Se la corrente elettrica viene razionata fino a 12 ore in tutte le città e ancor di più in campagna, la rete dei cellulari funziona solo a tratti. Ma per ora è un problema che riguarda meno del 3% della popolazione. Nel resto del Paese è ancora pieno Medioevo.

Solo i tecnici cinesi, russi e indiani si sentono a casa a Nay Pyi Daw, dentro auto scure attraversano le vaste arterie semideserte. Con i generali fissano il prezzo delle pietre, dell'uranio e del gas prodotto al largo di Sittwe. Che siano risorse dell'intero popolo birmano è un dettaglio che non li riguarda. Chi ha scelto di fare affari con la Giunta non vuole nemmeno prendere in considerazione l'ipotesi di un cambiamento, per di più incerto. L'alternativa è una donna rimasta isolata per vent'anni tra casa e prigione.



"Pena ridotta", così il regime ha eliminato The Lady dalla politica.
La condanna a tre anni, commutata a 18 mesi per Aung San Suu Kyi è un modo attento per ridurre al minimo le reazioni popolari in Birmania. Nel 2010 non potrà partecipare alle elezioni per il 30% dei seggi non riservati ai militari

di Raimondo BULTRINI
Fonte:REPUBBLICA.it

DI RITORNO DALLA BIRMANIA - La pioggia incessante per giorni si era mossa a raffiche e raccoglieva anche l'acqua del lago Inya sulle cui rive fradiciano senza manutenzione le vecchie mura della casa di Daw Aung San Suu Kyi. Anche dall'esterno del cancello su University Avenue si poteva notare che da più di due mesi non ci viveva nessuno, nemmeno le due domestiche trasferite nel carcere di Insein assieme a The Lady, la leader dell'opposizione ai generali che tra poco tornerà a vivere tra gli oggetti che le appartengono.

John Yettaw, l'americano che con la sua nuotata attraverso il lago fino alla casa degli Aung San ha provocato il processo e la condanna della Lady per violazione degli arresti domiciliari, ha ottenuto la pena più alta, sette anni di carcere con lavori forzati, sempreché con un accordo di estradizione non sarà rimandato negli Stati Uniti.

Più mite il verdetto per Aung San Suu Kyi, tre anni, sempre ai lavori forzati, trasformato dal generalissimo Than Shwe in persona a diciotto mesi agli arresti domiciliari "grazie a un'amnistia", come ha subito commentato in positivo l'agenzia cinese Xinhua ripresa dalla tv di Pechino. La riduzione ha sicuramente il solo scopo di concedere qualcosa alla comunità internazionale e anche al dissenso interno, così da evitare clamorose proteste semmai ne fossero state programmate. Del resto un anno e mezzo è giusto il tempo necessario per tenere Aung San Suu Kyi lontano dalla competizione elettorale del 2010, quando la Road map per la democrazia stabilita dai generali praticamente a tavolino prevederà una minima rappresentanza di "società civile" nel nuovo Parlamento.

Per il popolo dissidente, che non sembra avere la forza di scendere di nuovo in piazza a sfidare i fucili del tadmadaw, si riapriranno quantomeno finalmente le finestre della casa simbolo delle loro uniche speranze, anche se queste sembrano sempre più vane man mano che le settimane, i mesi e gli anni passano, con la residenza della Lady come sempre trasformata in prigione, nonché la sua eliminazione da ogni competizione elettorale e ogni ruolo attivo in politica.

All'indomani della sentenza per il reato di aver violato - dopo 20 anni di mansueta routine - le regole degli arresti domiciliari, filtrano ancora ben poche indiscrezioni a Rangoon sulle vere condizioni di salute e anche mentali di Aung San Suu Kyi. I rarissimi giornalisti autorizzati e diplomatici che l'hanno vista durante il processo, durato due mesi con poche udienze aperte compresa l'ultima, ci avevano detto che The Lady sta bene ed è in buon spirito. Conoscendo la realtà della giustizia e della politica tra i dittatori, tutti si auspicavano - come è successo - che i generali le concedessero almeno di tornare a casa. Una piccola vittoria sentimentale più che pratica, capace senz'altro di mitigare la rabbia dei supporter.

Non erano al minimo solo le speranze di vincere una sfida giudiziaria: ora che il dado è tratto - ovvero The Lady è legalmente e di fatto fuori dalla corsa al nuovo Parlamento - saranno ben poche anche le opportunità di sfruttare da parte della Lega nazionale per la democrazia e i suoi simpatizzanti la quota minoritaria del 30 per cento lasciata dai generali ai candidati senza stellette e quelli che saranno "regolarmente" eletti nel Parlamento a sovranità limitata del 2010.

Quanto alle reazioni della Lady, qualcuno dei suoi amici intimi, da anni interdetti dal farle visita, ci spiega che il segreto della forza di Aung San Suu Kyi è nella meditazione, nell'abbandonare ogni forma di attaccamento alla realtà come essa appare. Ma tra le immagini che la Nobel della Pace ha proiettato per oltre due mesi su quel muro di Insein dov'è stata reclusa, non potrà mancare di certo il volto paonazzo e imbarazzato del 53enne americano che l'ha messa consapevolmente o meno nei guai: quel John Yettaw, arrivato una sera a casa sua con le contrazioni dei crampi alle gambe e le sue ridicole pinne improvvisate, capaci però di fargli completare a maggio la lunga traversata del lago Inya fino alla casa proibita degli Aung San.

Yettaw ha passato due giorni nel piano inferiore di University Avenue, ricevendo rifugio e cibo dalle due domestiche - madre e figlia - che condividono l'isolamento della Lady. "Ogni vero buddhista - ci dice un anziano monaco che insegna la filosofia agli stranieri - si sarebbe dovuto comportare allo stesso modo e concedere ospitalità. Anche i generali lo sanno, perfino i poliziotti che l'hanno arrestata e i giudici che hanno emesso la sentenza. Per questo mi aspetto che la condanna provocherà comunque quantomeno una ulteriore ondata di sdegno in tutto il Paese, che sia visibile o meno...".

Già all'inizio di agosto, quando era prevista in origine la lettura del verdetto, l'esercito aveva nemmeno troppo discretamente pattugliato gli incroci principali della ex capitale e di Mandalay, il centro del più largo dissenso monastico al regime. Ma l'11 agosto - giorno dell'annunciato verdetto - la presenza dei tadmadaw era ancora più massiccia, specialmente a bordo delle camionette che hanno scorazzato attraverso tutte le arterie principali cittadine, a cominciare dal distretto dove si trova Insein.

Il regime è determinato a non ripetere l'errore del 1990 quando la Lega nazionale della democrazia guidata in piazza da Aung San Suu Kyi vinse la stragrande maggioranza dei seggi. Per garantirsi il potere, i militari hanno non a caso posto stavolta delle clausole che garantiscono all'esercito il settanta per cento dei seggi nel nuovo Parlamento, qualunque sarà il risultato del voto. Nella stessa logica, la condanna per violazione dei termini di arresto - e l'amnistia graziosamente concessa dal generale Than Shwe - sono unanimemente considerati dei semplici espedienti legali per assolvere Rangoon di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Qui siedono tre dei più grandi alleati di Rangoon, la Cina, la Russia e l'India, tutti interessati al gas, alle strade e ai porti birmani, e forse anche all'uranio delle colline a sud di Taunggyi, dove secondo fonti locali lavora anche una grande impresa italiana tradizionalmente presente in Asia.

Di fronte a questi scenari sembrano improvvisamente ridicole le eco del caso Yettaw, comprese le ormai celebri "visioni" mistiche del mormone sui pericoli per la vita della Lady. I sospetti che possa essersi trattata di una trappola del regime, visto com'è andato il processo, sono sempre più forti. Ma nessuno sembra poterci fare niente, tanto meno The Lady, più lontana, evanescente e isolata che mai. Al punto che la sua stessa figura di leader alternativa ai generali sembra ogni giorno sempre più in forse.



La Birmania conta sul silenzio cinese.
Federica CANTORE
Fonte:EUROPA quotidiano

Il mondo protesta per la condanna di Aung San Suu Kyi nell’indifferenza di Pechino

La condanna a tre anni di lavori forzati per violazione degli arresti domiciliari inflitti dalla magistratura birmana ad Aung San Suu Kyi, segna un nuovo capitolo della lunga vicenda della leader dell’opposizione non violenta nel Myanmar. Se il mondo occidentale protesta con forza, è il silenzio di Pechino a ipotecare la liberazione della numero uno della Lega nazionale democratica.

Quella della Repubblica popolare è infatti l’unica voce che potrebbe avere un peso reale presso la giunta militare birmania, visto che sono cinesi l’87 per cento degli investimenti stranieri nel paese.

Ma la Cina, in Asia come in Africa, non è solita intervenire nelle questioni interne degli altri paesi, sia per motivi di interesse economico, sia per non rischiare di essere ripagata con la stessa moneta ed essere a sua volta attaccata in materia di diritti umani, Tibet e Xnjiang.

C’è poi un altro importante fattore che rende Pechino sostanzialmente impermeabile alle critiche internazionali, soprattutto statunitensi. La Repubblica popolare sa, infatti, che avendo investito il 70 per cento delle riserve cinesi in titoli americani (e soprattutto in obbligazioni governative), nemmeno Washington può esercitare pressioni oltre un certo limite.

Subito dopo la sentenza, però, Maung Oo, ministro degli interni birmano, ha annunciato che il generale Than Shwe, capo della giunta, ha deciso di ridurre la pena a un anno e mezzo di arresti domiciliari. Maung Oo ha dichiarato che è stato tenuto conto del fatto che Suu Kyi è la figlia dell’eroe dell’indipendenza birmana Aung San, e della «necessità di preservare la pace e la tranquillità della comunità e di prevenire eventuali deviazioni dalla road map verso la democrazia».

Ed è proprio sul voto del 2010 che si gioca la partita. Con questa condanna, infatti, il regime birmano si è assicurato l’esclusione dalle corsa elettorale di Aung Suu, la numero uno della Lnd, che aveva vinto le ultime elezioni libere svolte del 1990 e immediatamente annullate dai militari.

C’è addirittura chi ritiene che dietro la rocambolesca avventura di Yettaw, il pacifista americano condannato a sette anni di lavori forzati, che nel maggio scorso ha raggiunto a nuoto la villetta del premio Nobel facendole infrangere così i domiciliari, ci sia proprio la giunta. Ad ogni modo è sicuro che Than Shwe ha approfittato dell’episodio per liberarsi di una scomoda rivale, nonostante la costituzione scritta dal regime (e fatta ratificare dalla popolazione nel bel mezzo della devastazione del ciclone Nargys) garantisca ai militari il 25 per cento dei seggi del nuovo parlamento.

«È una condanna ingiustificata, priva di ragioni e legittimità» ha commentato Piero Fassino, inviato speciale dell’Unione europea in Birmania. E dalla comunità internazionale arrivano forti critiche alla giunta. Hillary Clinton ha chiesto di rilasciare il premio Nobel e gli oltre duemila prigionieri politici. Il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki moon, ha espresso «delusione» e condannato «con fermezza» il verdetto, mentre l’Unione europea ha minacciato pesanti sanzioni, alla quale hanno fatto seguito Gordon Brown, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy che ha domandato di prendere di mira «le risorse dalle quali il regime trae profitto diretto, come i legnami pregiati e quello dei rubini».

Secondo alcuni analisti, la sentenza di ieri dimostra che la strategia di isolare la giunta a livello internazionale non sta funzionando e che si dovrebbe cambiare tattica cercando di puntare sulla costruzione di rapporti diplomatico-commerciali.

Ma senza Pechino i giochi sono fermi.

mercoledì 12 agosto 2009

delitto d'onore...giordania e italia

GIORDANIA
Delitto d'onore: uccisa dallo zio perché era stata stuprata
Ha sparato nove volte a una 16enne violentata dai cugini

Nuovo delitto d'onore in Giordania, il 14esimo dall'inizio dell'anno: un uomo ha ucciso una nipote di 16 anni, sparandole nove volte, per difendere l'onore della famiglia perchè la ragazza era stata violentata, secondo la stampa locale, dai suoi stessi cugini. Da quello stupro due mesi fa era nato un figlio dato alla luce con l'assenso e il sostegno dei genitori. Un affronto che però lo zio, venuto a conoscenza della vicenda solo quattro giorni fa, ha deciso di non lasciar correre: è entrato in casa della nipote con una pistola in pugno, si è diretto nella sua stanza e senza dire una parola, davanti al padre, le ha sparato mentre dormiva. Adesso, l'assassino dovrà scontare 15 giorni di carcere in attesa che il giudice formalizzi le accuse contro di lui. In galera sono anche i due responsabili dello stupro della ragazza. Nessuno dei tre però, se condannato, dovrà scontare una pena severa.

Ogni anno in Giordania, Paese in cui secondo l'Ong Human Rights Watch almeno il 50% delle donne è vittima di violenza domestica, vengono commessi in media 15-20 delitti d'onore che in base alla legislazione locale sono puniti con una pena che va da 3 mesi a massimo un anno di carcere. Mogli, madri, sorelle, figlie uccise dai propri parenti perchè sospettate di tenere comportamenti "sfrontati" o vittime di violenze sessuali, una storia che si ripete nella moderna Amman come nelle zone rurali. Una pratica contro la quale si sono impegnati in prima persona anche re Abdallah e la regina Rania, che per combattere i "delitti d'onore" ha lanciato un appello su YouTube. Ma i loro sforzi per modificare gli articoli 98 e 340 del codice penale giordano, che garantiscono le attenuanti ai colpevoli di questi crimini, sono finora falliti.

Delitto d'onore

Codice Penale, art. 587 Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.
Questo articolo della legge italiana è stato soppresso il 5 agosto 1981, solo 28 anni fa.

Cani: contano e sanno 200 parole come i bambini di due anni

Alla parola i cani sono arrivati già. Secondo un ricercatore canadese questi animali conoscono una media di 165 termini con picchi di 250 per gli esemplari più scaltri e riconoscono i numeri in sequenza fino a cinque.
«Per intelligenza, possiamo paragonarli a un bambino di due anni, due anni e mezzo» ha detto.
--
E allora, pensiamo a cosa significa legare un bambino di due anni ad un palo a bordo strada, al sole e senza acqua, e lasciarlo lì mentre l'auto parte per le vacanze....Oppure farlo camminare in autostrada da solo in mezzo ai camion....
(greg)

QUANDO il padrone indica l' osso, il lupo guarda il dito mentre il cane corre verso l' osso.
«L' evoluzione e la convivenza con l' uomo hanno reso questi animali più intelligenti» sostiene Stanley Coren, psicologo dell' università canadese della British Columbia.
«Se potessi tornare sulla terra fra due secoli vedrei uomini e cani parlare insieme» ha detto sabato al congresso annuale dell' Associazione degli psicologi americani a Toronto.
Alla parola i cani sono arrivati già. Secondo il ricercatore canadese questi animali conoscono una media di 165 termini con picchi di 250 per gli esemplari più scaltri e riconoscono i numeri in sequenza fino a cinque.
«Per intelligenza, possiamo paragonarli a un bambino di due anni, due anni e mezzo» ha detto.
«E le loro sorprendenti scintille di creatività e brillantezza ci fanno capire che forse non sono degli Einstein, ma si avvicinano agli umani molto più di quanto non crediamo».
L' esperimento del dito che indica l' osso è stato eseguito effettivamente nel 2004 all' università di Harvard (con l' accortezza di usare dei cuccioli per evitare che i lupi preferissero mangiare i ricercatori invece degli ossi). Ed è dagli anni ' 90 che Coren raccoglie dati sui comportamenti dei cani per stilare la classifica delle razze più intelligenti.
I primi a parlare con noi, secondo i dati del ricercatore canadese, sarannoi border collie. Secondi per quoziente intellettivo sono risultati i barboncini, veri e propri outsider in una classifica dominata dalle specie che hanno affiancato l' uomo nel lavoro con le greggi. Al terzo posto ci sono infatti i pastori tedeschi seguiti da golden retriever, dobermann, shetland collie, labrador, i piccoli e antichi papillon, rottweiler e pastori australiani.
Nella classifica in negativo delle razze meno intelligenti spiccano invece levrieri afgani, bulldog, chow chow e pechinesi.
Oltre a riconoscere le parole, trovare il percorso più breve all' interno di un labirinto e riuscire ad aprire un semplice chiavistello se dietro li attende un premio,i cani secondo Coren sanno anche essere dei simpatici imbroglioni. «Durante il gioco, sono capaci di ingannare gli altri cani e i padroni pur di ottenere una ricompensa. Riescono a tendere all' uomo dei tranelli tanto intelligenti quanto quelli che l' uomo escogita per loro» spiega il ricercatore canadese, autore di una dozzina di best seller tradotti anche in italiano fra cui "L' intelligenza dei cani" e "Capire il linguaggio dei cani".
Al paragone coni bambini, il ricercatore è arrivato adattando dei test comportamentali usati per i cuccioli d' uomo e facendosi assistere da un gruppo di giudici di concorsi per animali. In comune con la nostra specie, secondo Coren,i cani hanno coscienza del proprio sé, sanno interpretare gli stati d' animo degli altri (sia a due che a quattro zampe) e i loro sogni sono popolati da personaggi e avventure della vita quotidiana, con gli animali di taglia più piccola che hanno un' attività onirica più ricca rispetto a quelli di stazza superiore.
«Per quanto riguarda l' intelligenza - dice ancora l' esperto canadese - il nostro modello è stato Rico, un esemplare di border collie che ha dimostrato di padroneggiare duecento termini e aveva una capacità di apprendimento straordinaria, simile solo a quella degli uomini e dei primati superiori».
Rico, un cane tedesco nato nel 2004, divenne oggetto di una serie di esperimenti al Max Planck Institute per l' antropologia evoluzionistica di Leipzig, pubblicati sulla rivista Science. «Se solo avesse un apparato vocale simile al nostro - ripetevano i suoi addestratori - non si limiterebbe a riconoscere duecento parole, ma saprebbe anche dialogare con noi». -

Repubblica — 10 agosto 2009 pagina 29 sezione: CRONACA ELENA DUSI

martedì 11 agosto 2009

che cosa non dice il prezzo del cibo?

A volte pensiamo che il cibo costi troppo. Eppure è il prodotto più importante: è l'unico che mettiamo nel nostro corpo. Ed è incredibile che il suo valore appaia inferiore a quello di altri oggetti di consumo.

Se osservate un ragazzo che acquista un lettore dvd o un i-Pod, ad esempio, lo vedrete molto concentrato a capire: lo interessano il produttore per la qualità e l'assistenza, i componenti, le funzionalità offerte, la flessibilità di utilizzo, il luogo di produzione, il prezzo (ma non come criterio principale).
Col cibo questa attenzione si rovescia. Quello stesso consumatore così attento alla tecnologia, quando si tratta di fare la spesa, cioè quando deve soddisfare "il" bisogno primario, sceglie soprattutto in funzione del risparmio, senza farsi troppe domande su cosa porterà dentro il suo corpo. È un paradosso che vediamo ogni giorno. Né la crisi può valere come giustificazione: la consapevolezza di aver fatto una spesa buona, pulita e giusta può davvero farci star bene nel corpo e nello spirito.
Credo che sia, fondamentalmente, una questione di messaggio. La comunicazione sull'hi-tech, per esempio, è più efficace di quella sugli alimenti, ferma a un modello noioso e stereotipato. Quando nel 1973 Paul Bocuse scrisse La cuisine du marche, fece una rivoluzione. Se da un lato introdusse due elementi di semplicità - cucino ciò che di fresco mi offre il mercato stamani e riduco i tempi di cottura - dall'altro curò la creatività e la comunicazione: presento il piatto in modo emozionale e descrivo accuratamente gli ingredienti.
Chi lo riceve ha il diritto e il dovere di conoscere gli ingredienti, come è stato preparato e perché si privilegia quel metodo rispetto a tutti gli altri possibili. Oggi percepisco un vuoto di racconto, di narrazione: qualcuno deve raccontare nuovamente la storia delle patate coltivate a 1.500 metri. Far sapere che a quella quota la dorifora, temibile parassita combattuto a colpi di quintali di anticrittogamici, non sopravvive. Spiegare la differenza tra grano tenero e grano duro o che il tonno rosso, quello buono, viene dal Mediterraneo. 0 ancora, precisare che quel pane costa di più perché chi lo fa, sempre allo stesso modo da generazioni, usa lievito madre, farine biologiche macinate a pietra e forni a legna. Così ci accorgeremo che nel cibo la differenza di prezzo tra alta qualità e standard non è alto come pensiamo. Anzi: è addirittura più basso rispetto ad altri settori, come abbigliamento o automobili. Mangiare meglio ci costa meno che indossare una maglietta più soffice o guidare un'auto più affidabile.

Oscar Farinetta
Imprenditore, è l'inventore di Eataly, supermercato di gastronomia italiana, e autore di Coccodè, Giunti editore

La repubblica delel donne 8 AGOSTO 2009

domenica 9 agosto 2009

Fernando Meirelles - Blindness

Ogni volta che Fernando Meirelles, regista brasiliano 52enne, gira un film fa scalpore.
È stato così per l'ottimo City of God (2002), per The Constant gardener -La cospirazione (2005), lo è per Blindness - Cecità, che ha aperto il Festival di Cannes 2008 e ora approda in sala.
Il nuovo, discusso film è ispirato al capolavoro del Nobel portoghese José Saramago, una sorta di thriller filosofico, uscito nel '95, dove un'epidemia che provoca la cecità si diffonde di colpo in una città senza nome, sbriciolando alle fondamenta quella società.

Per vincere la sua sfida, Meirelles ha puntato sull'interpretazione dei bravissimi Julianne Moore (The Hours). e Gael Garcia Bernal (Babel). Lo Tsunami nel 2003, l'uragano Katrina 2 anni dopo, le emergenze sanitarie nel subcontinente africano: l'incessante serie di catastrofi planetarie l'ha spinta a raccontare il flagello descritto da Saramago? «Da tempo volevo procurarmi i diritti del libro. Ma Saramago non era daccordo, riteneva che fare un film dal suo libro sarebbe stato mal recepito dall'opinione pubblica. La cosa che m'ha affascinato la prima volta che l'ho letto è stata la percezione della fragilità della specie umana allo stadio attuale dalla nostra civilizzazione. Ci sentiamo solidi e forti, ma un solo evento catastrofico basta a farci tornare agli isitinti dell'età della pietra. Sconvolgente ma vero».
Bel rischio cimentarsi con un testo letterario di quel livello, non crede? «Confesso d'aver avuto dei dubbi: partendo da così in alto, il rischio di fallire è fortissimo. Wilder diceva: "Se devi fare un film ispirato a un romanzo, cercane uno scarso...". Invece ho rischiato. E quando, dopo anni, m'è arrivata la sceneggiatura da Don McKellar, mi sono tuffato nel progetto. I
dubbi iniziali sono tornati dopo, quando ho realizzato che il romanzo di Saramago ha influenzato milioni di lettori, nel mondo».
Cosa ci dice, nel profondo, il romanzo? «Ti porta alla consapevolezza di quanto sia vicino il rischio che il nostro mondo imploda su se stesso. Come ci comporteremmo se all'improvviso perdessimo la vista? 0 se qualcosa ci riportasse a un'esistenza in cui i soli istinti che contano sono il sesso e il cibo? Il tema è: un gruppo di esseri umani che in circostanze eccezionali riesce a sopravvivere e impara a vedere la vita con occhi nuovi. Un'allegoria sulla nostra cecità».
Ha parlato con Saramago mentre girava? «Una sola volta, a cena, a Lisbona. Per prima cosa gli chiesi perché la moglie del dottore è l'unica a non diventare cieca. Mi rispose: "Non lo so". Mi fece capire benissimo che non voleva essere coinvolto».
La grazia del romanzo corre sul filo sottile teso tra l'orrore della situazione disumana e l'ironia amara di certe sequenze. Come ha gestito questo equilibrio? «La prima volta che lessi il romanzo mi colpi l'elemento drammatico e claustrofobico della vicenda. Poi mi sono saltati agli occhi gli elementi comici che Saramago sparge qua e là nella storia: dove racconta il comportamento del governo il romanzo trabocca di sarcasmo. Se rigirassi il film, aggiungerei molta più ironia. Comunque ci sono già un paio di scene decisamente buffe».
Quando Bernal canta Stevie Wonder... «Quello era nato come uno scherzo durante una pausa, tutto improvvisato. La troupe è rimasta di sasso, poi è scoppiata a ridere: ho pregato Gael in ginocchio per farlo cantare di nuovo a cineprese accese...».
All'inizio, la scelta dell'attore per il personaggio dell'anonimo dottore era Sean Penn, ma lui s'è tirato indietro. Perché? «Mi disse: non posso lavorare su una figura senza nome, senza una storia alle spalle. Ma Saramago ha creato i personaggi senza riferimenti biografici e io ho rispettato la
scelta: la storia funzione bene, saperne di più su di loro sarebbe del tutto superfluo».
Gli altri attori hanno avuto problemi? «Ho chiesto a Bernal se per lui era un problema interpretare un personaggio senza storia. A lui non interessano gli sfondi biografici. "Quando inizio a girare", m'ha detto, 'l'unica cosa che m'interessa è cosa vuole il mio personaggio, dove pensa d'andare».
Nelle reazioni del pubblico ha notato differenze riconducibili a diversità culturali?
«Il film è uscito in Canada, Brasile e Usa: solo lì il pubblico s'è sentito "oltraggiato" perché la moglie dei dottore, Julianne Moore, non uccide il despota dopo la prima violenza carnale. La violenza carnale è un fatto orrendo ma solo per gli americani è naturale ammazzare subito il colpevole».
Nel romanzo i personaggi diventano ciechi all'improvviso, e senza motivi apparenti. «Difficile creare al cinema una situazione cosi, gli spettatori devono sentirsi come persi in un labirinto. Ci sono tanti trucchi per far perdere l'orientamento al pubblico. Quando i protagonisti sono chiusi nell'istituto dopo che hanno perso la vista, per 15 minuti in cui i dialoghi sono fuori campo, il pubblico prova le stesse sensazioni dei ciechi davanti allo schermo: sentono parlare delle persone senza poterle vedere».
La sua pellicola è una sfida ai sensi... «All'inizio abbiamo reso lo straniamento con lenti sfocate, poi un gioco di specchi mostra in contemporanea i personaggi da punti di vista differenti, deformando le immagini. È un effetto un po' cubista».
Ha provato come si sta senza vedere? «Mi sono bendato gli occhi 2 volte per 5 ore, mi muovevo toccando i muri con la testa. Provi a bendarsi a tavola, con gli amici. La conversazione cambia subito, se si sa dì non essere visti da altri. Ti ritrovi a raccontare cose intime, che mai diresti davanti ad altri. Come quando bevi un po' troppo».
1 AGOSTO 2009, la Repubblica delle donne

foto naturalistiche

un bel sito segnalatomi da Roberto & Cristina (grazie!)
http://www.juzaphoto.com

e anche questo:

www.simonetossani.it

Battiato: Sud, un vulcano che esploderà

"...in tutto il Sud c’ è un’ economia sommersa di natura criminale, mafiosa, che non solo fattura cifre pazzesche, ma che poi va a reinvestirle, appunto, proprio al Nord".


Battiato: Sud, un vulcano che esploderà
Qui è la mafia a dare posti di lavoro

ROMA - «D’istinto, di pancia, mi verrebbe da dire che non esiste alcuna differenza tra Nord e Sud. Perché quando salgo a Milano trovo gli stessi poveri di Palermo, e poi anche la stessa arroganza di tutti gli altri, la stessa deriva tribale, violenta, la voglia di sopraffare, di sfoggiare muscoli e ignoranza, trovo l’ identica insofferenza al giusto, al bene comune…».
Lei è un intellettuale, provi a non rispondere di pancia. «Allora le dico che il Sud è seduto su un vulcano, un vulcano non di natura geologica, ma sociale. E sebbene questo vulcano stia per esplodere, i politici fanno finta di nulla, anzi si appassionano in discussioni sostanzialmente inutili, come è in fondo anche quella scatenata dagli ultimi dati forniti da Bankitalia».
(Questa intervista a Franco Battiato - geniale autore sempre in bilico tra sperimentazione e leggendari album da milioni di copie, e poi regista, scrittore, studioso di meditazione orientale e persino capace, nonostante l’ aspetto austero, di slanci di purissima ironia - era cominciata con lui che, gentilmente, chiedeva di non essere chiamato maestro. «Sa, fossimo in Francia, il termine avrebbe un senso: ma qui…»).
Lei è siciliano e vive a Milo, tra il mare e l’ Etna. I politici che… «Che commentano pomposi lo studio della nostra Banca centrale secondo cui al Sud la vita costa il 16,5% in meno? Ah! Ma non uno che dica quanto qui conti una certa solidarietà familiare, dove il padre aiuta il figlio disoccupato, e soprattutto zitti, tutti zitti sull’ aspetto più eclatante della faccenda: e cioè che in tutto il Sud c’ è un’ economia sommersa di natura criminale, mafiosa, che non solo fattura cifre pazzesche, ma che poi va a reinvestirle, appunto, proprio al Nord».
Scenario complesso. «Complesso? Colluso».
Questa è un’ affermazione pesante. «Questa è la verità».
Battiato, la spieghi. «Chi è che governa il Sud? Loro. Chi è che incassa le tasse? Loro. Chi è che poi i soldi delle tasse non li tramuta in beni pubblici, tipo autostrade, ospedali, scuole? Loro… e allora io le chiedo: questi politici sono credibili?».
Intanto esponenti del Pdl e del Mpa di Lombardo pensano di fondare un partito del Sud. «Pensano a una Lega del Sud. No, l’ idea mi fa orrore».
Promettono di interessarsi concretamente ai problemi del Meridione… «Sono centocinquanta anni, è dal giorno in cui l’ Italia fu unita su un pezzo di carta che il Sud o viene dimenticato, oppure usato. Sa perché sono a favore del Ponte sullo Stretto? Solo perché darebbe la sensazione materiale di unire».
Lei è pessimista. «No. Sono realista. Per capirci: leggo che il ministro Tremonti starebbe pensando a una Banca per il Mezzogiorno…»
Tremonti pensa potrebbe aiutare lo sviluppo delle imprese meridionali… «Senta, possono fondare tutte le banche che vogliono. Prima però devono riuscire a far vincere gli appalti agli imprenditori onesti, e non alle cosche. Prima devono garantirci che le case, in Abruzzo, non verranno ricostruite dalle stesse ditte che, nei pilastri, invece del cemento, misero la sabbia».
Lei è assolutamente pessimista. «Io la sera accendo la televisione e ascolto i tigì. Poi, al mattino, acquisto i giornali. E cosa trovo? Trovo questi signori che non parlano mai del Paese reale, che soffre, che non arriva alla fine del mese… non gli sento mai dire che al Sud il numero dei disoccupati è diventato enorme e che se non ci pensassero mafia, camorra e ‘ ndrangheta a fornire posti di lavoro, sarebbe un guaio».
Come ne usciamo? «Io credo che l’ intero Paese vada rieducato». Rieducato? «Senta, è del tutto evidente che qui non è più un problema di destra e sinistra. Il punto politico è recuperare etica, morale, dignità, senso dello Stato».
Gli studenti più bravi sembra siano al Sud. Si sospetta però aiutati da insegnanti indulgenti nei giudizi. «Lei cita statistiche, inutili statistiche. Come si fa a capire se un professore è largo di manica? L’ unica certezza è il lessico usato dai leghisti: ecco, quello testimonia, detto tra noi, che al Sud, probabilmente, si studia meglio».

Fabrizio Roncone

Corriere della Sera, 6 agosto 2009

Le vite incomprese

LE VITE INCOMPRESE
guardo intorno e tutto ciò che riesco a vedere sono una scuola e un mondo che possono andare avanti anche senza di me. Sono venuta al mondo per caso. La mia morte, ne sono sicura, non tarderà. E non potete far finta di non vedere. (Nota lasciata, da una quindicenne suicida).

Le scrivo perché un ragazzo di un liceo cittadino si è suicidato. Non lo conoscevo, ma immagino che fosse un ragazzo come tutti quelli della sua età, e i suoi amici me l'hanno confermato: estroverso, sensibile, luminoso, ricco di curiosità e interessi. Il giorno prima ha spento il cellulare. Ha scritto alcune lettere. La mattina presto è uscito di casa come se si fosse trattato di un giorno qualunque. A scuola non è mai arrivato. Ha parcheggiato ordinatamente il suo motorino e ha raggiunto la torre del castello. Oggi i suoi compagni e amici, accomunati da un pianto composto e silenzioso, hanno lasciato nella camera ardente una poesia che Alberto, così si chiamava, aveva scritto la scorsa estate. La trascrivo fedelmente: "Sono riuscito a legare con tutti. Sono riuscito a nascondere emozioni verso persone. In realtà c'erano. Sono riuscito a esprimere cose di me. In modo negativo. In parte anche positivo. Sono timido. Una timidezza che riesco a combattere. Dicendo cose non tanto sensate. Non le capiva nessuno. Sicuramente neanche io. Non mi davano ascolto. Altri invece capivano. Riuscivo a fare un discorso. Senza ridere. Credo sia riuscito a lasciare qualcosa di me. In ogni persona del gruppo. Positiva o negativa. Come loro. Mi hanno lasciato alcune cose". Maria Carla Scorza, Brescia mcscorza@tlscali.lt

Chi sono questi ragazzi che. senza nulla dire, se ne vanno per sempre con la stessa semplicità con cui escono di casa? In Italia, infatti, tra i giovani sotto i 25 anni, il suicidio è la seconda causa di morte dopo gli incidenti automobilistici, che solo per un differente livello di coscienza possiamo tenere distinti dai suicidi veri e propri.
So che la prevenzione al suicidio degli adolescenti non rientra nei programmi ministeriali della nostra scuola, ma non sono pochi i giovani che si tolgono la vita o tentano di farlo. Ci provano più di frequente le ragazze, riescono a farlo con più determinazione i ragazzi.
Quando non se ne vanno muti, per la sfiducia nell'ascolto da parte degli adulti, una sfiducia che hanno sperimentato nella loro breve esistenza, abbandonano messaggi come questo, dove in apparenza non traspare nulla di drammatico, se non l'assoluta irrilevanza della propria vita, passata inosservata a quanti sono così assorbiti dalla loro vita da non scorgere minimamente lo scollamento della vita altrui. Invito i genitori che si accorgono di avere dei figli solo quando questi deragliano dalle loro attese, e i professori che pensano di aver davanti una "classe" e non "tante facce diverse", da guardare davvero a una a una, senza nascondersi dietro la scusa che non si è psicologi, a riflettere su questa pagina che Freud scrisse nel 1909: "La scuola deve fare qualcosa di più che evitare dì spingere i giovani al suicidio. Essa deve creare in loro il piacere di vivere, e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del proprio sviluppo a allentare i legami con la casa paterna e la famiglia. Mi sembra incontestabile che la scuola non faccia ciò. e che per molti aspetti rimanga al di sotto del proprio compito, che è quello di offrire un sostituto della famiglia e di suscitare l'interesse per la vita che si svolge fuori, nel mondo. Non è questa l'occasione di fare una critica della scuola nella sua attuale struttura. Mi sia tuttavia consentito di mettere l'accento su un singolo punto. La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli, dello sviluppo. Essa non sì deve assumere la prerogativa dì inesorabilità propria della vita; non deve essere più che un gioco di vita".
Non si travisi questa pagina di Freud come un invito alla nostra scuola a rinunciare alla disciplina e all'istruzione per privilegiare la cura psicologica dei nostri ragazzi. Ma il modo di disciplinare e istruire richiede quell'attenzione alle differenze individuali che già i medici, per esempio, adottano nell'applicare i loro protocolli, modificandoli a seconda della particolare condizione patologica del paziente. E se questo vale per i corpi, perché non deve valere per i percorsi delle esistenze giovanili, oggi così precarie, incerte, confuse, prive di riferimenti, al punto da prevedere anche la morte autoinflitta, in quella primavera della vita che dovrebbe far sbocciare fiori, invece di vederli reclinare nella de-motìvazione e nella depressione, fino a quel punto irreversìbile dove la morte sembra preferibile a una vita incompresa, cui nessuno ha prestato davvero attenzione.

Umberto Galimberti, la repubblica delel donne, 1 agosto 2009

Berlusconi incarna i vizi del maschio italiano

FA IL RE E ANCHE IL GIULLARE
Berlusconi incarna i vizi del maschio italiano. E usa il suo carisma per far dimenticare i suoi errori
COLLOQUIO CON UMBERTO GALIMBERTI DI ENRICO AROSIO
Berlusconi si difende confondendo le acque. « Gli italiani mi vogliono così», ruggisce. Così come? Che cosa hanno capito gli italiani del Papigate? I nudi fatti indicano un uomo anziano prigioniero di un vitalismo innaturale, che si circonda di un harem di donne, ripagandole a volte con la carriera televisiva o politica. Ricattabile, costretto a mentire, mal protetto dai servizi di sicurezza. Umberto Galimberti, tra i più noti filosofi e psicoanalisti italiani, offre a "L'espresso" una sua lettura originale.

Professore, con una figura cara alla psicologia junghiana Berlusconi appare in piena confusione tra il Senex e il Puer. Nel Puer troviamo: il volare alto, l'estetismo, l'amoralità, il fallicismo, il sentirsi invulnerabili al passare del tempo... «L'interpretazione può essere suggestiva.
Il Puer invecchia mantenendo le cifre dell'adolescente: irruenza, pulsionalità, sessualità, senza mai giungere al pieno controllo di sé. Ma la civiltà matura attraverso il governo delle pulsioni.
Il problema è che, se il leader Berlusconi non ha raggiunto la maturità psicologica, poiché al governo di sé si aggiunge il governo della nazione, questo ci inquieta, e non poco».
Berlusconi dice: gli italiani mi vogliono così come sono. È un'autoassoluzione?
«Sì. Qui si parla di un leader carismatico. E l'essenza del carisma consiste nella capacità di coinvolgere una folla su basi erotiche. È una capacità di fascinazione pre-razionale. Non tutti ce l'hanno». In politica può contare molto. «Certo. Ma è molto pericolosa. Tutti, a scuola, abbiamo incontrato professori affascinanti. Ma il fascino, che funziona bene nei processi educativi, funziona male nei processi di gestione di uno Stato. Un consenso incondizionato di tipo erotico autorizza a un esercizio del libero arbitrio sempre più spinto».
Berlusconi reagisce agli scandali negandoli e, insieme, scherzandoci sopra. Come quando dice agli operai di un cantiere: domani vi porto le veline. È una tecnica di rimozione?
«Berlusconi ha capito che il discorso razionale non appartiene più al politico ma all'economico; se non al tecnologico. La razionalità non è più essenziale. Gli antichi re, per farsi narrare i propri difetti, chiamavano il giullare. Lui interpreta il doppio ruolo di re e giullare, neutralizzando la satira».
Giovanni Sartori parla di sultanato. Stride la contraddizione tra harem e pretesi valori famigliari. «Ai leader le contraddizioni non interessano. Il circondarsi di un numero abnorme di donne mi fa pensare a un disturbo psicologico cui uno psichiatra di Boston, Peter Sifneos, ha dato il nome di alessitimia». Alessitimia? Che significa? «In due parole: il non riuscire a godere di una relazione su base sentimentale. Per goderne ho bisogno di compiere azioni, azioni su donne, perché il mio sentimento è sostanzialmente atrofico. Alessitimia, dal greco: meno sentimento. Berlusconi ama con le azioni, per provare qualcosa».
Nei giorni in cui si indaga sulle escort a Palazzo Grazioli lui si fa ritrarre col nipotino in braccio. «Non escludo che Berlusconi ami, insieme, la famiglia e le ragazze. Certo si pone il problema politico. Il libertinismo stride col family day. Ma stride ancor più il silenzio della Chiesa per convenienza politica. Se il governo può aiutare la scuola privata, o la sanità privata di un certo colore, è sicura l'approvazione della destra cattolica».
Un bel po' di ipocrisia. Non è uno scoop... «Cattolici all'italiana. Perché non paghiamo le tasse, trascuriamo il bene pubblico, abbiamo un basso senso civico, il favore prevale sul merito? Perché siamo padri di famiglia e andiamo a puttane? Berlusconi conosce bene la comodità del perdono». Mentre le escort raccontano, Berlusconi dichiara: «Mai pagato una donna».
Il suo avvocato parla di «utilizzatore finale» e il governo rivede la legge sulla prostituzione inasprendo le misure contro il cliente. Sembra uno scherzo... «Da buon pubblicitario, lui lavora sulla velocizzazione del tempo e la cancellazione della memoria. Sa bene che un fatto incide solo nel momento in cui lo mostro; poi si dilegua. La contraddizione è presente agli spiriti riflessivi, ma quanti sono oggi in Italia? Non accuso gli italiani di ignoranza, dico che non hanno il tempo di riflettere. Sono stati abituati a essere colpiti dalle immagini: potenza sul momento, e subito l'oblio».
Promuovere per ragioni private una ragazza sottoqualificata a cariche elettive dovrebbe indignare anche chi gli vuol bene. «Dovrebbe. Perché così facendo disprezza la cosa pubblica. Ma se lui disprezza il Parlamento, la magistratura, i media, può vendere le istituzioni come remunerazione delle sue passioni. Perché no?».
Eppure il consenso dura tenacemente. «E durerà, perché Berlusconi incarna bene molti vizi, impersona un'antropologia del maschio italiano. Se imploderà non sarà per azione del popolo, ma perché saranno entrati in crisi i big della sua alleanza politica».

espresso, 30 luglio 2009

giovedì 6 agosto 2009

SE LA NOSTALGIA È POSTMODERNA: LA MEMORIA DI UN CONSUMATORE DI MERCI

Il ventilatore smuove appena l' afa con le sue pale lente, sul tavolo una bottiglia di chinotto. «Un' atmosfera molto vintage, non trova?», scherza Emiliano Morreale, 36 anni, siciliano di Bagheria, terra di mafia e di speculazione edilizia, ma anche di artisti, cineasti e poeti.
Sul tema del revival e del retro ha scritto un libro molto bello, L' invenzione della nostalgia (Donzelli, euro 27), che in fondo è un' autobiografia generazionale.

«Vi sono coinvolti i miei coetanei, ma anche i figli della metà dei Sessanta. Chi era troppo giovane per il movimento del Settantasette, e nel 1968 balbettava appena. Quelli che ricordano la tragedia di Vermicino o il sequestro di Moro: ma da spettatori televisivi, non da militanti politici».
Generazioni che hanno costruito le proprie identità non su appartenenze ideologiche o culturali, ma «sulle proprie memorie di consumatori di merci». Sulle icone della postmodernità.
Colonne sonore e fumetti giapponesi, l' Allegro Chirurgo o la Macchina dei popcorn Harbert, i biscottini Galbusera o le merendine del Mulino Bianco.
«Il primo fu Aldo Nove, ma dopo di lui molti altri scrittori sotto i cinquanta evocano il passato ricorrendo ad oggetti o a canzonette. Le nostalgie personali non scompaiono, però si confondono con quelle generazionali di consumatori».
Il consumismo come potere totalitario, spietato, che si appropria dell' emozione del ricordo. «Ma il mio non vuole essere uno sfogo apocalittico né moralistico, semplicemente restituisco quel che è accaduto nella mia vita e in quella dei miei coetanei. Un percorso che ho sperimentato sulla pelle, prima di tradurlo in ricerca intellettuale. Ho sempre percepito la nostalgia come parte importante della nostra identità collettiva. Nostalgia di oggetti scomparsi, ai quali ancorare quelle che Bauman chiama vite liquide, proprie di una società dell' incertezza.
Siamo la generazione dei "contratti a termine": non so, tra sei mesi, cosa sarà dei miei rapporti professionali, ma anche sociali e affettivi. In questo spaesamento, perfino la merendina o la squallida locandina di un film visto in passato possono divenire compensazione e ancoraggio: ciò che è davvero mio, che ancora mi appartiene.
Poi però interviene l' uso massiccio di questa sensibilitàda parte del mercato. Oggi le madeleine di Proust sono realizzate in serie. Quel che credevo profondamente mio è il prodotto di una sapiente strategia mercantile».
Del marketing industriale, ma anche di quello politico. «La nostalgia era di destra, poi è stata espugnata dalla sinistra. Un leader come Walter Veltroni ha puntato molto sulle figurine di calcio e sulla Nutella. Ancora giovanissimo, nel 1981, celebrò gli anni Sessanta in Un decennio da non dimenticare: il Piper o Luigi Tenco, Kennedy e i juke-box, James Bonde Malcom X.
Oggi nei centri sociali puoi imbatterti nelle foto delle Charlie' s Angels o in rave ispirati dai cartoni animati.
C' è però una differenza: nella sinistra culturale agisce l' illusione di poter governare il vintage con distacco ironico, il mercato provvede soltanto a rifilarti il suo prodotto. Ma la logica in fondo rimane la stessa».
Quella che Morreale studia è la nostalgia «mediale e di massa», figlia di immagini e suoni suscitati dai media. Dal cinema, ma anche da tv e Internet.
«La forza visiva di certe pellicole e fotografie è così forte che noi l' Italia degli anni Cinquanta la pensiamo in bianco e nero. Come se le campagne, i contadini, le partite di calcio, le nostra case fossero davvero senza colore».
Antica è la sua passione per il grande schermo, coltivata fin da bambino nella terra di Nuovo cinema Paradiso, più tardi nell' officina siciliana dei Ciprì e Maresco, degli Andò e dei Grimaldi, perfino alla Scuola Normale di Pisa, dove Emiliano sceglie i corsi di Francesco Orlando e una tesi su Georg Simmel maestro di Bloch e Lukacs - con un professore curioso e antiaccademico come Remo Bodei («Ero assetato di novità e Bodei me le portava da ogni parte del mondo»).
Poi l' incontro con Goffredo Fofi, «impareggiabile talent scout, guida generosa», che lo coinvolge nell' instancabile officina delle riviste, da Nino, domani a Palermo a Lo straniero («Ogni volta che mi alzo da tavola, nella grande casa di Goffredo nel rione Monti di Roma, ho dieci idee nuove). Ancora un dottorato a Teramo, facoltà di Scienza della Comunicazione, e ora un lavoro come lettore di sceneggiature per una società che collabora con Rai Cinema.
Morreale è anche selezionare del Torino Film Festival, prima con Nanni Moretti, oggi con Gianni Amelio: «Hanno fama di cattivi caratteri, ma non è così. La prima volta che incontrai Moretti ero in soggezione: come conoscere Woody Allen. Mi ha poi sorpreso per la sua democraticità: anche se di gusti definiti, in qualche caso siamo riusciti a convincerlo. Lui è stato uno dei pochi registi che ha civettato con la nostalgia però rimanendone fuori, anzi smontandone il meccanismo: in film come Bianca o La messa è finita, il catalogo mitografico degli anni Sessanta, quello stesso enfatizzato da Veltroni, è restituito sotto forma di parodia».
Oggi si è nostalgici già adolescenti, quando a 17 anni si rimpiangono i miti dell' infanzia perduta, Harry Potter o Albus Silente.
Ma «la nostalgia non è più quella di una volta», diceva Simone Signoret. «La nostalgia muta nel tempo», prosegue Morreale. «È un paradigma mobile, espressione di più profondi cambiamenti. La nostalgia moderna, rappresentata da Gozzano ma anche da altri, è un sentimento che si nutre di continuità temporale; il presente è legato al passato dal modello del Bildungsroman, del romanzo di formazione: l' ingresso nell' età adulta coincide con la fine dell' innocenza. La nostalgia postmoderna, quella di noi consumatori, non ha invece alcun rapporto con il passato: fluttua in un mondo di pure immagini, rinunciando a qualsiasi paradigma di decadenza.
In fondo non c' è molta differenza tra Moreau, il protagonista dell' Educazione sentimentale di Flaubert, che alla fine della narrazione lamenta il dolore della perdita, e i malinconici reduci del Grande Freddo: la rottura sarà rappresentata dalla nostra generazione, con una memoria di spettatori e basta».
Nell' avvicendamento delle stagioni della nostalgia, gli studiosi rilevano la regola dei vent' anni: si rimpiangono simboli e icone di due decenni prima. «Ad esempio gli anni Ottanta sono il decennio in cui si esaltavano i favolosi anni Sessanta, così come nel decennio successivo s' è fatto strada il revival dei Settanta».
Mi sta dicendo che tra vent' anni veline ed escort saranno profili molto cool? «Più o meno come i film di Alvaro Vitali, esemplari del genere trash o camp. Ma Berlusconi è egli stesso incarnazione di nostalgia, personificando quel Drive In che oggi viene ricordato come emblema degli anni Ottanta». Il vintage che si fa politica.
Anche Internet è un grande contenitore di nostalgia, arcipelago sparpagliato di siti e blog, portali e forum che recuperano materiale televisivo e pubblicitario, anche oggetti ormai fuori dall' uso. «Immagazzinando tutto, però, la Rete ci mette di fronte a un paradosso. Se la nostalgia si orienta su cose e immagini scomparse da tempo, cosa diventerà questa sensibilità in presenza dell' oggetto? Come faccio a rimpiangere una cosa che mi sta sempre davanti?». Anche la nostalgia rischia di estinguersi: prepariamoci ad averne nostalgia.

SIMONETTA FIORI
Repubblica — 31 luglio 2009 pagina 43 sezione: CULTURA

domenica 2 agosto 2009

Guido Viale: Tre generazioni e un patto verde

Insomma, perché, di fronte alla crisi, nessuno parla di riconversione produttiva?



GUIDO VIALE

Non c’è da dare molto credito agli impegni del G8 soprattutto per quanto riguarda la riduzione dei gas di serra fissata al 50 per cento per il 2050, senza obiettivi intermedi su cui attivarsi subito. Speriamo che il vertice sul clima di novembre a Copenhagen costringa i governi a una maggiore concretezza. Una volta fissati degli obiettivi intermedi – per esempio quelli per il 2020 – bisognerà "costruire le filiere"; promuovere una politica industriale con ricorsi decrescenti ai combustibili fossili e crescenti alle fonti rinnovabili.
Il nucleare su cui punta, con altri, il governo italiano non è una risposta. I rischi del nucleare sono altissimi, non solo per la sicurezza; c’è anche un rischio di blocco dei cantieri; poi quelli economici: i ritardi dilatano - come dimostra la fallimentare esperienza finlandese di Olkiluoto - i costi astronomici degli impianti. Poi il costo dell’uranio è decuplicato nonostante le riserve prelevate dagli arsenali nucleari. Ma con i programmi annunciati - soprattutto in paesi dove con democrazia e consapevolezza ambientale assenti - le riserve di uranio saranno esaurite, o già tutte accaparrate, quando ci saranno le prime centrali italiane. Poi il nucleare, irrealistico senza sovvenzioni pubbliche, sottrae risorse alle fonti rinnovabili: le uniche che garantiscono costi di investimento in calo e costi di esercizio bassi o nulli.
Ma che cosa significa "costruire la filiera"? Significa garantire l’autonomia nazionale e locale a tutte le fasi di un’economia a basse emissioni: fabbriche per l’impiantistica: pannelli solari termici e fotovoltaici (importiamo entrambi, nonostante i primi siano poco più di un tubo e una lastra di vetro); impianti termodinamici (inventati in Italia, che però non ne ha ancora neanche uno); pale e rotori eolici (macro e micro); impianti di cogenerazione diffusa (per sfruttare a fondo sia il metano importato che gli scarti agricoli e forestali, oggi abbandonati a generare altro gas di serra). Poi ricerca su generazione microidraulica, geotermia di profondità e moto ondoso.
Ma sui territori ci vogliono anche analisti, progettisti, installatori e manutentori: le fonti rinnovabili richiedono impianti diffusi e mirati sulle caratteristiche dei luoghi: tetto per tetto, campo per campo, bosco per bosco.
Per ogni territorio mix di fonti e assetti impiantistici diversi, e attenzione specifica per il paesaggio. Ma anche per i "carichi energetici" abbinati; in alcuni casi assorbono energia supplementare dalla rete, in altri la cedono.
Molte fonti sono "intermittenti" e la continuità dell’erogazione può essere garantita solo ridisegnando la rete. Poi ci vogliono interventi mirati anche per ridurre i consumi e accrescere l’efficienza energetica: su edilizia, trasporti, agricoltura, industria.
È un programma grandioso: se gli impegni assunti con tanta leggerezza dal G8 saranno rispettati, terrà occupate due o tre generazioni di scienziati, progettisti, tecnici, lavoratori e cittadini; soprattutto a livello locale, coinvolgendo municipalità, imprese, associazioni civiche, sindacati, università e ricerca. Perché mix impiantistici ed efficienza energetica richiedono attenzioni per i contesti locali che solo chi ci vive e lavora possiede e si possono programmare solo con la mobilitazione di saperi diffusi, oggi in gran parte inutilizzati, che potrebbe anche rivitalizzare la democrazia.
Ma che fanno marketing per chi intraprende in questi settori (l’Elettrolux di Scandicci, riconvertita alla produzione di pannelli solari, ne è un esempio) e a promuovere efficienza energetica nei paesi che non potranno mai raggiungere il "modello di sviluppo" dell’Occidente. Utopia? No. Se allo scoppio della seconda guerra mondiale Stati Uniti e Inghilterra riuscivano a riconvertire in pochi mesi il loro apparato industriale nella produzione di armi, la consapevolezza (che per ora manca) della sfida del clima dovrebbe spingere i nostri governanti a uno sforzo analogo. Ma quanto costerà, e chi pagherà, un programma del genere?
Non si tratta di interventi aggiuntivi, ma sostitutivi dei costi che oggi vengono affrontati per vivere e produrre con i combustibili fossili. Non solo i costi di petrolio, carbone e gas – e dell’inevitabile ritorno alle stelle dei loro prezzi – risparmiati con l’efficienza energetica; e neanche solo costi di nuovi impianti, termoelettrici o nucleari. Si eviteranno anche molti costi di settori che vanno a rotoli per i limiti raggiunti dalla "capacità di carico" del pianeta. Innanzitutto l’industria automobilistica, al cui sostegno è destinato quasi tutto il denaro pubblico non utilizzato per le banche: un’industria comunque destinata a ridimensionarsi. A che serve gettare miliardi, e trascinare in battaglie perse lavoratori e amministrazioni locali, per tenere in piedi impianti agevolmente riconvertibili all’impiantistica energetica? O incentivare vendite sottocosto di automobili, sapendo che chi compra oggi non comprerà più domani e il mercato tornerà a languire? Non è meglio finanziare un trasporto più efficiente, rapido, comodo, meno devastante per l’ambiente e i nervi? Perché sostenere l’occupazione nell’edilizia con nuovi edifici o allargando a vanvera quelli esistenti invece che con interventi di efficienza energetica? E perché sovvenzionare un sistema agroalimentare che tra fertilizzanti, pesticidi, motorizzazione, trasporti, catene del freddo, lavorazioni e imballaggi superflui produce solo gas di serra? Non sarebbe meglio rivitalizzare le colture locali e restituire la sicurezza alimentare a miliardi di abitanti affamati da una devastante agricoltura superindustrializzata? E così via. Insomma, perché, di fronte alla crisi, nessuno parla di riconversione produttiva?
(la Repubblica, martedì 28 luglio 2009)

il potere della folla

un filosofo quarantenne, Andrea Cavalletti, dedica al tema un libro, intitolato appunto Classe (Bollati Borighieri, pagg. 160, euro 9)

(...) Sono partito da una nota di Walter Benjamin che mi è parsa di un´attualità folgorante. Dove sostiene che è la solidarietà a trasformare la massa informe in classe rivoluzionaria».
Cosa significa?
«La massa è tenuta insieme da sentimenti come l´inimicizia e la paura. La solidarietà rompe questo meccanismo e crea la coscienza di classe. Viceversa quando questa non c´è, esiste solo la massa indistinta piccolo borghese, la folla pericolosa».



Perché parlare, oggi, di classe? È scomparsa dalla scena politica e teorica che aveva tenuto saldamente per oltre un secolo. Da quando Marx aveva visto nel conflitto tra le classi il motore della storia, schiere di politici e studiosi (non solo marxisti) avevano considerato gli operai, il proletariato urbano, come gli eroi del progresso e del cambiamento sociale, oggetto anche di una potente mitologia (la "rude razza pagana" di Mario Tronti). Le trasformazioni dell´economia degli ultimi decenni hanno messo fine a tutto questo e lasciato la parola classe solo sulla bocca di qualche irredimibile nostalgico.
Ecco che invece un filosofo quarantenne, Andrea Cavalletti, dedica al tema un libro, intitolato appunto Classe (Bollati Borighieri, pagg. 160, euro 9). Che non ha nulla di rétro e contiene invece una prospettiva inedita che illumina in modo sorprendente anche il nostro presente, tralasciando i testi della tradizione economica e sociologica, e adottando invece gli strumenti concettuali di filosofia, letteratura e psicologia. Cavalletti è nato nel 1967, ha studiato urbanistica con Bernardo Secchi, filosofia con Giorgio Agamben, si è occupato dello studioso del mito Furio Jesi curandone alcune opere. Dopo un lungo soggiorno in Germania oggi insegna Estetica allo Iuav di Venezia e vive a Bologna.
Professor Cavalletti, oggi dedicare un libro alla classe può sembrare un´operazione quasi bizzarra.
«In effetti è una parola "impronunciabile". Ma coloro che, dopo tanto uso, l´hanno dismessa per vergogna, pentimento, imbarazzo l´hanno anche liberata per un nuovo uso che non è più ideologico. Sono partito da una nota di Walter Benjamin che mi è parsa di un´attualità folgorante. Dove sostiene che è la solidarietà a trasformare la massa informe in classe rivoluzionaria».
Cosa significa?
«La massa è tenuta insieme da sentimenti come l´inimicizia e la paura. La solidarietà rompe questo meccanismo e crea la coscienza di classe. Viceversa quando questa non c´è, esiste solo la massa indistinta piccolo borghese, la folla pericolosa».
Perché giudica questa intuizione così importante?
«Benjamin scrive nel 1936. Il suo testo rovescia tutte le definizioni che volevano ancorare la classe operaia al dato sociologico o economico. E anche l´idea di Lukàcs che identificava la coscienza di classe nella consapevolezza del processo storico. La data è decisiva, per la lucidità con cui Benjamin si accorge che proprio quelle masse che avrebbero dovuto assicurare la marcia verso la rivoluzione proletaria, danno invece vita a un aggregato criminale che porta al nazismo. Sempre nel ‘36 esce il film di Fritz Lang Furia. C´è una scena cruciale, quando gli abitanti della città vedono il filmato che li ritrae mentre cercano di linciare Spencer Tracy. E sono spaventati da sé stessi quando agiscono come una folla».
Perché tutto questo è anche di grande attualità?
«Si può leggere in quella nota: "La manifestazioni della massa compatta rivelano sempre un tratto panico sia che in esse si esprima l´entusiasmo bellico o l´odio per gli ebrei". E, aggiunge, la folla è sempre latente. Come non pensare a queste parole quando leggiamo notizie come quella delle molotov lanciate contro un campo nomadi a Napoli. Oggi questa folla pericolosa è, mi sembra, il vero spazio della politica. Abitata com´è da una forza che preme all´interno con le ronde e all´esterno con i respingimenti degli immigrati».
Una società che si sente "sotto assedio".
«Siamo di fronte a una piccola borghesia "illimitata", non legata all´economia della produzione, ma ai meccanismi di finanziamento dei consumi. Che reagisce non tanto se sente minacciate le basi materiali dell´esistenza, la sussistenza. Ma quando viene messo in discussione il modello di vita complessivo, che si manifesta appunto nel consumo e nel tempo libero».
E la crisi economica è destinata ad aggravare queste insicurezze, o a mettere in crisi questo modello?
«Naturalmente tutto diventa più duro in tempi di crisi. E la reazione dell´individuo potrebbe suonare così: voi mi avete insegnato ad avere paura di tutto, e il disastro finanziario ed economico di cui portate la responsabilità mi spaventa ancora di più. In qualche modo dunque, stimolare la percezione di un pericolo sempre in agguato, la tecnica usata per mantenere le masse in un perenne stato di folla (con l´illusione di controllarle) può ritorcersi contro chi lo mette in atto».
Lei sottolinea l´importanza del rapporto tra la massa e il leader.
«La folla ha bisogno di un capo. Anche qui Benjamin vede benissimo le mutazioni in atto e spiega che il nuovo politico non è il parlamentare tradizionale, ma un uomo che "deve stare davanti alla macchina da presa". Prima di lui autori come Le Bon avevano guardato solo alla manovrabilità delle masse da parte dei leader, la novità della sua analisi sta nel comprendere che l´influenza è reciproca».
Si parla di suggestione.
«È il concetto chiave. La folla è suggestionabile, ma a sua volta lo è anche chi la guida e che invece finisce spesso per assecondarla. La figura del demagogo aveva già preoccupato diversi autori. Bernheim parlava di un "imbecille istintivo" che ha sempre bisogno di una cerchia di fedeli, Tarde aveva individuato il pagliaccio carismatico».
Figure che si possono ritrovare nel presente?
«Forse, ma io vedo comunque due novità sostanziali. Il meccanismo di suggestione e di autosuggestione è così sviluppato che la politica oggi appartiene a coloro che si convincono di ciò che dicono. Poi, la folla è modellata dall´"incantesimo dell´impresa". Lo stile di suggestione dominante per l´intera società è quello aziendale. La conseguenza naturale è che il leader sia un imprenditore, come Berlusconi».
La massa e la folla sono il destino inesorabile della società contemporanea o c´è qualche speranza?
«L´attualità della folla e quella della classe sono la stessa cosa. La solidarietà che trasforma l´una nell´altra è solo una possibilità, ma esiste sempre. Il fatto che alcune persone dedichino il loro tempo libero ai diritti degli immigrati o che altri scioperino per i lavoratori interinali (magari contro i propri interessi) è lì a dimostrarlo».
Ma non si tratta qualcosa che rischia di limitarsi alla testimonianza senza provocare alcun cambiamento?
«Anche solo la testimonianza di un modo di vita diverso da quello dominante è importante. Insisto sul fatto che chi fa queste scelte lo fa per piacere, per amore della vita e non per un "sacrificio buonista", un´astratta esigenza morale. È la prova che esistono delle esigenze irriducibili che non vengono soddisfatte dal dispositivo sociale in cui viviamo. E che in questo meccanismo si aprono delle falle».

La Repubblica, 30-07-2009

LEOPOLDO FABIANI

NASCE«WIKIAGREEN»

Vivere in modo sostenibile e partecipato
Che ognuno di noi possa contribuire alla salute del pianeta adottando uno stile di vita sostenibile è risaputo. A volte bastano piccoli gesti quotidiani, come chiudere un rubinetto o spegnere la luce. A volte no. C'è bisogno che qualcuno c'insegni a conoscere meglio l'ambiente in cui viviamo. Condividendo le proprie esperienze e conoscenze verdi. Niente di meglio di un wiki, deve aver pensato Jimmy Wales, che, all'uopo, ha appena ufficializzato «Wikia green».

«L'idea mi è venuta dopo una conversazione con Al Gore, prim'ancora che vincesse il Premio Nobel», ha fatto sapere il fondatore di Wikipedia. Che, dando il buon esempio, negli ultimi sei mesi ha dimezzato il consumo dei server dedicati ai molteplici wiki del suo Wikia grazie alla virtualizzazione e ad alimentatori più efficienti.
«Lo scopo di Wikia green - ha spiegato Wales - è creare una community wiki dinamica e flessibile che copra tutte le tematiche ambientali reperibili sui blog ecologici. Chiunque, infatti, può ricorrere alle informazioni del sito e pubblicare articoli per arricchire le voci dell'enciclopedia virtuale».
Già... i blog ecologici. Sono una miriade. A chi glielo fa osservare - chiedendogli se non bastano a coprire "dal basso" le tematiche ambientali - Jimbo fa notare che i bloggersono complementari. Ma non sono la stessa cosa. Non sempre, infatti, essi hanno voglia di spiegare e rispiegare le cose di cui parlano e, spesso, affrontano gli argomenti prediligendo il commento personale e dandone un'interpretazione sociopolitica. E fa l'esempio dei biocarburanti. Se non sai bene cosa sono - accanto a un post che ne tratta uno dei tanti aspetti legati all'attualità - sarebbe utile trovare il richiamo «leggi prima questo articolo su Wikia green», suggerisce Wales. Solo un wiki, infatti, può fornire un'informazione oggettiva, indipendente (e spesso differente) da come il mondo sta trattando l'argomento in quel preciso istante.
Ma così non si rischia di dar vita soltanto a un'altra Wikipedia? A ben vedere, ci sono molti elementi che contraddistinguono Wikia green dalla sorella maggiore. Il primo è la tipologia dei contenuti. Tutti rigorosamente verdi nella nuova creatura di Wales. Sul cui progetto - per enfatizzare tale differenza- il lettore è invitato a ricercare la voce «Leonardo DiCaprio» nelle due enciclopedie. Dal confronto, ci si accorge che in Wikipedia si parla dei successi e della fama cinematografica del noto attore; del suo impegno e delle sue iniziative a favore dell'ambiente, invece, se ne parla in Wikia green. Dove c'è anche un diverso approccio nella presentazione degli argomenti. Molto più pratico e orientato a ciò che ognuno di noi può fare concretamente tutti i giorni.
Qui l'esempio guida è dato dai gas serra, alla cui trattazione generica e teorica di Wikipedia si contrappone quella verde e pragmatica di Wikia green, con consigli utili quali, ad esempio, quello di non lasciare collegati alle prese di corrente gli elettrodomestici, anche se spenti.
Infine, l'accessibilità delle informazioni: Wales & Co. giurano che saranno sempre comprensibili anche dai profani. E dai primi articoli pubblicati (circa 700 da marzo 2008) pare sia davvero così.
MASSIMO MATTONE mmattone@edmaster.it
http://green.wikia.com
nova il sole 24ore, 16 ottobre 2008